Mirabilissimo100’s Weblog

Novembre 28, 2009

INFLUENZA A/H1N1 IN CALO-ARRIVA LA STAGIONALE

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28 novembre 2009

Simg, H1N1 cala ma ora attenti a stagionale

 

La pandemia è in calo. Gli italiani colpiti dal virus H1N1 nell’ultima settimana, infatti, sono stati 682.000, rispetto agli oltre 750.000 della precedente rilevazione. Ora siamo di fronte alla seconda ondata pandemica, che terminerà a fine dicembre e farà registrare in totale 6 milioni di casi. I dati arrivano dai medici di famiglia della Società di medicina generale, riuniti a Firenze per il loro congresso annuale e che avvertono: a fine anno comincerà l’influenza stagionale che, prevedibilmente, colpirà altri due milioni di persone. Con un totale di 8 milioni di casi. Dunque la stagione influenzale si preannuncia come la più aggressiva degli ultimi 10 anni.
Ma i medici della Simg sottolineano che siamo pronti per affrontare anche l’emergenza della stagionale. “Il sistema ha retto bene”, dicono. “L’influenza suina non ha mai rappresentato un problema sanitario per il nostro Paese – spiega Claudio Cricelli, presidente Simg – ma solo una sfida per l’organizzazione del sistema. Non si è determinata alcuna emergenza assistenziale. Abbiamo affrontato le criticità legate all’arrivo della pandemia grazie alla collaborazione tra le diverse Istituzioni sanitarie. È la dimostrazione che il sistema funziona e ciò potrà essere un insegnamento per il futuro”. “La prevenzione col vaccino rimane la vera arma vincente”, afferma Pietro Crovari, professore ordinario di Igiene generale e applicata dell’Università di Genova. “Anche se i casi stanno diminuendo – continua – è importante proseguire la campagna vaccinale e non abbassare la guardia”. Per quanto riguarda il virus stagionale, spiegano gli esperti, questo ha una capacità diffusiva inferiore rispetto a quello pandemico, estremamente contagioso. Solo il 25% dei casi infatti secondo le stime sarà attribuibile all’influenza stagionale. 
 
Queste percentuali possono essere ricavate dall’andamento dell’infezione nell’emisfero australe, dove il picco pandemico si è concluso la scorsa estate. I medici di famiglia mettono in guardia contro gli allarmismi. I professionisti iscritti alla Simg hanno risposto concretamente all’ondata di panico, dando per primi l’esempio sul fronte della vaccinazione: 7 su 10 si sono vaccinati contro l’influenza A/H1N1. Un vero e proprio record, se si pensa che nelle precedenti stagioni influenzali solo il 40% degli operatori della sanità si è sottoposto a misure preventive.

 

 

 

 

http://www.vitadidonna.it/news/2009/11/simg-h1n1-cala-ma-ora-attenti.html

 

 

SALUTE: GB, CIECO RECUPERA LA VISTA GRAZIE A OCCHIO BIONICO

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SALUTE: GB, CIECO RECUPERA LA VISTA GRAZIE A OCCHIO BIONICO
 
AGI) – Londra, 27 nov. – Un 50enne inglese, diventato cieco 30 anni fa, e’ riuscito a recuperare parzialmente la vista grazie ad un nuovo ‘occhio bionico’, sviluppato dalla compagnia americana Second Sight. Quest’occhio, dall’aspetto di una camera posizionata su degli occhiali, ha permesso a Peter Lane, di Manchester, di visualizzare oggetti come porte e mobili attorno a se’, e di riuscire a leggere lettere e brevi parole.
  A dedicare all’uomo un servizio e’ stato un articolo pubblicato dal quotidiano britannico Daily Mail. Lane, che soffre di una malattia genetica che porta alla degenerazione della retina (retinite pigmentosa), e’ riuscito quindi a recuperare la vista dopo 30 anni. “Posso avventurarmi all’aperto con piu’ confidenza rispetto al passato. Gli oggetti in movimento sono difficili da definire (ad esempio vedo le automobili come balle di cotone) ma basta solo un po’ di abitudine”, ha detto Lane.
  “Ora riesco a leggere solo brevi parole come ‘dad’ (papa’) o ‘cat’ (gatto), ma i dottori mi assicurano che tra poco – ha continuato – saro’ in grado di leggere la mia posta da solo”.
  Lane fa parte di un trial clinico per la sperimentazione dell’occhio bionico, di cui finora sono stati muniti solo 32 pazienti. L’apparecchio utilizza una camera posizionata su di un paio di occhiali, che cattura le immagini e spedisce le informazioni ad un processore video posizionato sulla cintura del paziente. Dalla cintura le informazioni passano ad un ricetrasmittente che le invia ad un ricevitore elettronico sottilissimo impiantato nella retina del paziente. Il ricevitore stimola la retina del paziente, che puo’ cosi’ percepire le chiazze di luce ed ombra dai suoi stessi occhi. I dottori del Manchester Royal Eye Hospital, che hanno impiantato l’apparecchio a Lane all’inizio dell’anno, si sono detti soddisfatti del risultato di Lane e degli altri due pazienti che hanno ricevuto l’occhio bionico.
 

AIDS: AUMENTANO SIEROPOSITIVI, MA 1 SU 4 NON LO SA

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AIDS: AUMENTANO SIEROPOSITIVI, MA 1 SU 4 NON LO SA

 
AIDS: AUMENTANO SIEROPOSITIVI, MA 1 SU 4 NON LO SA<br />

(AGI) – Roma, 27 nov. – Aumenta il numero di sieropositivi nel nostro paese: attualmente sono 180.000 le persone Hiv positive, di cui circa 22.000 con Aids conclamato, ma un sieropositivo su quattro non sa di essere infetto. Un aumento dovuto a due fattori: da un lato le nuove terapie che garantiscono una sopravvivenza notevolmente piu’ elevata (mentre in termini assoluti si infetta un numero minore di persone rispetto a 20 anni fa, circa 4.000 l’anno), dall’altro l’incremento inquietante dei malati che non sanno di esserlo, frutto di un progressivo (e pericoloso) calo di attenzione verso il virus. Un dato parla chiaro: dei 22.000 malati di Aids conclamato in Italia, addirittura il 60 per cento ha scoperto di essere sieropositivo troppo tardi, cioe’ ha fatto il test quando ormai la malattia era divenuta effettiva, vanificando di fatto i progressi terapeutici dei farmaci antiretrovirali che possono impedire per lunghi anni il passaggio dalla sieropositivita’ all’Aids conclamato. Sono i dati dell’Istituto Superiore di Sanita’ presentati oggi al Ministero della Salute in concomitanza con il varo di una nuova campagna informativa. “In Italia – ha spiegato il viceministro alla Salute Ferruccio Fazio – abbiamo un’incidenza medio-alta: nel 2008 sono stati diagnosticati 6,7 nuovi casi di Hiv positivita’ ogni 100.000 residenti. Ma dal 1996 a oggi e’ calata moltissimo la percezione del rischio, tanto che nel ‘96 solo il 21 per cento dei malati erano ‘inconsapevoli’, oggi siamo al 60″. E negli anni e’ cambiato notevolmente anche l’identikit del sieropositivo: “Oggi l’eta’ media si e’ alzata – sottolinea Fazio – arrivando a 38 anni per gli uomini e 34 per le donne, e sono aumentati notevolmente i casi di contagio per trasmissione sessuale, mentre diminuiscono i contagi legati alla tossicodipendenza”. Proprio per contrastare il calo di attenzione il Ministero ha messo a punto la campagna informativa “Aids-la sua forza finisce dove comincia la tua. Fai il test!” con uno spot con protagonista Valerio Mastrandrea e la regia di Ferzan Ozpetek, che dal primo dicembre sara’ su tv, radio e periodici. (AGI) . .

 

http://salute.agi.it/primapagina/notizie/200911271415-hpg-rsa1020-aids_aumentano_sieropositivi_ma_1_su_4_non_sa

Novembre 27, 2009

INFLUENZA A: OMS, 1.000 MORTI NEL MONDO IN UNA SETTIMANA

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INFLUENZA A: OMS, 1.000 MORTI NEL MONDO IN UNA SETTIMANA
27 novembre 2009
 

Influenza A, la Francia ora ha paura

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Influenza A, la Francia ora ha paura
“Due morti con mutazione del virus”

PARIGI
Due persone colpite da una forma mutata del virus H1N1 dell’influenza A, recentemente segnalata in Norvegia, sono morte in Francia. Lo hanno annunciato le autorità sanitarie del Paese.

I due pazienti non avevano relazioni tra di loro ed erano ricoverati in ospedali di città diverse, ha precisato in un comunicato l’InVS, l’Osservatorio sanitario francese. Inoltre, per uno di questi pazienti si è aggiunto «un altro cambiamento noto per conferire resistenza all’oseltamivir (il Tamiflu)», ha indicato l’InVS. Si tratta del primo ceppo di virus resistente in Francia fra i 1.200 finora analizzati. Due delle tre persone che in Norvegia erano state contagiate dalla forma mutata del virus erano morte.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200911articoli/49814girata.asp

LEGGENDE MEDIOVALI SU SAN GIUSEPPE D’ARIMATEA

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LEGGENDE MEDIOVALI  SU SAN GIUSEPPE D’ARIMATEA E IL SANTO GRAAL
  
Altre leggende di origine orientale riferiscono che Giuseppe fu il fondatore della Chiesa di Lydda, la cui cattedrale fu consacrata da s Pietro.
Un racconto del sec. IX riferisce che il patriarca Fortunato di Gerusalemme per non essere catturato dai pagani, fuggí in Occidente al tempo di Carlo Magno portando con sé le ossa di Giuseppe d’Arimatea; nel suo peregrinare si fermò per ultimo nel monastero di Moyenmoutier, di cui divenne abate. Le reliquie del santo furono poi trafugate dai canonici.
Il culto piú antico sembra però stabilito in Oriente. In alcuni calendari georgiani del sec. X la festa è menzionata il 30, 31 agosto o anche la terza domenica dopo Pasqua. Per i Greci invece la commemorazione era il 31 luglio.
  
Nel Martirologio Romano fu inserito al 17 marzo dal Baronio. Al compilatore degli Annali l’inserimento fu suggerito dalla venerazione che i canonici della basilica vaticana davano ad un braccio del santo, proprio il 17 marzo. Al tempo del Baronio la più antica documentazione della reliquia era uno scritto del 1454. Tuttavia nessun martirologio occidentale prima di tale data faceva menzione di culto a s. Giuseppe d’Arimatea.
Nello pseudo-Vangelo di Pietro (sec. II) la narrazione non si distacca da quella del Vangelo; l’unica differenza sta nel fatto che Giuseppe chiese a Pilato il corpo di Cristo ancora prima della Crocifissione. Ricchi di nuovi fantastici racconti sono inveci gli Atti di Pilato o Vangelo di Nicodemo (sec. V), in cui si narra che i Giudei rimproverarono a Nicodemo e a Giuseppe il loro comportamento in favore di Gesú e che proprio per questo, Giuseppe venne imprigionato, ma, miracolosamente liberato, fu ritrovato poi ad Arimatea. Riportato a Gerusalemme narrò la prodigiosa liberazione. Ancora piú singolare è una narrazione denominata Vindicia Salvatoris (sec. IV?), che ebbe poi larghissima diffusione in Inghilterra ed Aquitania. Anzi, a questo opuscoletto si è voluto dare un intento polemico contro Roma, giacché il Vangelo sarebbe stato diffuso in quelle zone non da missionari romani, ma da discepoli di Gesú. Il racconto si dilunga nel descrivere l’impresa di Tito, figlio dell’imperatore Vespasiano, che partí da Bordeaux con un grande esercito per recarsi in Palestina a vendicare la morte di Gesú, voluta ingiustamente dai Giudei. Occupata la città, trovò Giuseppe in una torre dove era stato rinchiuso dai Giudei perché morisse di fame e di stenti; egli era invece sopravvissuto per nutrimento celeste. Già Gregorio di Tours faceva menzione di questa prigionia di Giuseppe.

Ma nell’ambiente francese ed inglese dei secc. XI-XIII la leggenda si colorí di nuovi particolari inserendosi e confondendosi nel ciclo del Santo Graal e del re Artú. Secondo una di queste narrazioni Giuseppe, prima di seppellire Gesú, ne lavò accuratamente il corpo tutto cosparso di sangue, preoccupandosi di conservare quest’acqua e sangue in un vaso, il cui contenuto fu poi diviso fra Giuseppe e Nicodemo. Il prezioso recipiente si tramandò da Giuseppe ai suoi figli e cosí per varie generazioni fino a quando venne in possesso del patriarca di Gerusalemme. Questi nel 1257, temendo cadesse in mano degli infedeli, su consiglio dei suffraganei, lo consegnò ad Entico III d’Inghilterra, perché lo tutelasse.
Altre leggende, pur collegandosi alla precedente, riferiscono che Giuseppe, con il prezioso reliquiario, peregrinò accompagnato da vari cavalieri per evangelizzare la Francia (alcuni racconti dicono che sarebbe sbarcato a Marsiglia con Lazzaro e le sue sorelle Marta e Maria), la Spagna (dove sarebbe andato con s. Giacomo, che lo avrebbe creato vescovo!), il Portogallo ed infine l’Inghilterra. Quivi il vaso (il Santo Graal) andò smarrito e solo un cava]iere senza macchia e senza paura l’avrebbe ritrovato. Questa leggenda del Santo Graal fa parte del ciclo di Lancillotto e specialmente della Este ire du Graal, che non è altro che una versione in prosa del poema di Roberto di Boron.

Autore: Gian Domenico Gordini

http://www.santiebeati.it/dettaglio/45850

La leggenda narra che la prima chiesa cristiana d’Inghilterra fu fondata a Glastonbury da Giuseppe d’Arimatea nel I secolo d C. Giunto sull’isola conficcò il suo bastone nel terreno, questo mise radici e germogliò dando origine all’albero di biancospino che si trova di fonte alla cappella della Madonna e che tutt’oggi fiorisce due volte l’anno (natale e pasqua). E’ qui che Giuseppe edificò la chiesa che in epoche successive fu ampliata fino a divenire nel XVI secolo una cattedrale.
 Secondo la leggenda Giuseppe aveva con se il Graal che gettò in un pozzo e l’acqua assunse immediatamente un colore rosso che conserva ancora. In realtà l’acqua del pozzo era sempre stata rossa, ed il luogo era meta di pellegrinaggi in epoca precristiana. Vi furono due tentativi di cristianizzare la collina di Glastonbury, prima fu edificata una chiesa consacrata a San Michele e distrutta da un terremoto, della chiesa che fu edificata sulle rovine della precedente rimane oggi solo la torre sulla sommità della collina. Secondo le tradizioni pagane si credeva che qui vi fosse l’accesso al regno di Anwen, il regno sotterraneo delle tradizioni celtiche. Per la chiesa era l’equivalente dell’inferno, e quindi un pericoloso antagonista alla “vera” fede.

  

http://amici-in-allegria.spaces.live.com/Blog/cns!752AC0CB40CEB938!537.entry

Giuseppe d’Arimatea, santo, la reliquia di un suo braccio è a S. Pietro in Vaticano, documentata dal 1454.
M.R.: 17 marzo – A Gerusalemme san Giuseppe d’Arimatea, che fu nobile Decurione e discepolo del Signore, e seppellì nel suo sepolcro nuovo il corpo dello stesso Signore, deposto dalla croce.

[ Tratto dall'opera «Reliquie Insigni e "Corpi Santi" a Roma» di Giovanni Sicari ]

 http://www.enrosadira.it/santi/g/giuseppearimatea.htm

Giuseppe di Arimatea

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

 
Leggende medioevali

Durante il Medioevo, la figura di Giuseppe fu al centro di due gruppi di leggende, quella che lo vedeva come fondatore della cristianità britannica e quella che lo voleva primo custode del Santo Graal.

Queste leggende nacquero nel XII secolo, quando Giuseppe fu messo in relazione al ciclo arturiano come primo custode del Santo Graal; il primo riferimento è presente nel Joseph d’Arimathie di Robert de Boron, in cui Gesù appare a Giuseppe consegnandogli il Graal e questi lo manda con i suoi seguaci in Britannia. Questo tema fu sviluppato nelle opere successive di Boron e del ciclo arturiano, finché, in opere tarde, si affermò che Giuseppe stesso di recò in Britannia diventandone il primo vescovo.

Giuseppe in Britannia

In nessuno dei più antichi racconti dell’arrivo del cristianesimo in Britannia si menziona Giuseppe di Arimatea. È solo nella Vita di Maria Maddalena di Rabano Mauro (780-856), arcivescovo di Magonza, che compare il primo collegamento tra Giuseppe e la Britannia: secondo il racconto di Rabano, Giuseppe fu inviato in Britannia, e fino in Francia fu accompagnato da «le due sorelle di Betania, Maria e Marta, Lazzaro (che fu risorto dai morti), sant’Eutropio, santa Salomé, san Cleone, san Saturnino, santa Maria Maddalena, Marcella (serva delle sorelle di Betania), san Massio o Massimino, san Marziale, e san Trofimo o Restituto».

In Britannia, sempre secondo i racconti, morì e fu sepolto sull’isoletta di San Patrizio [9] poco distante dall’Isola di Man.

http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_di_Arimatea

Robert de Boron

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Robert de Boron (anche Bouron e Beron) (fine XII secolo – inizio XIII secolo) è stato un poeta francese, originario del villaggio francese di Boron, nell’odierno arrondissement di Montbéliard.

Di lui restano due poemi in ottosillabi: Giuseppe d’Arimatea e Merlino (di quest’ultimo restano frammenti e successive versioni in prosa). Si pensa che facessero parte di una trilogia o di una tetralogia di poemi che comprendeva anche un Perceval e, forse, una Morte di Artù).

Robert de Boron fu il primo autore a dare un’esplicita dimensione cristiana al Sacro Graal. Secondo la sua versione, Giuseppe d’Arimatea utilizzò il Graal per raccogliere il sangue di Cristo. La sua famiglia portò poi il Graal ad Avalon, identificata con Glastonbury, dove lo custodirono fino all’ascesa di Artù e all’arrivo di Perceval.

Notizie sulla sua vita si deducono da brevi menzioni presenti nelle sue opere: lui si definisce chierico e cavaliere e dice di essere al servizio di Gautier di “Mont Belyal”, identificato da Pietro il Gentile con un Gautier de Montbéliard (signore di Montfaucon), che nel 1202 prese parte alla Quarta Crociata e che morì in Palestina nel 1212. Pietro il Gentile sostiene anche che la menzione di Avalon nell’opera di Boron dimostra che egli la scrisse dopo il 1191, anno in cui monaci sostennero di avere trovato a Glastonbury le tombe di Artù e Ginevra. Non si sa niente sulla sua famiglia, sebbene il secondo autore del Tristano in prosa sostiene di essere nipote di Boron, anche se ciò sembra più che altro essere solo un modo per darsi una patente di credibilità.

http://it.wikipedia.org:80/wiki/Robert_de_Boron

IL SANTO GRAAL-WIKIPEDIA

Il Graal appare per la prima volta sotto forma letteraria nel Perceval ou le conte du Graal di Chrétien de Troyes (XII secolo). In questo racconto il Graal non viene mai definito “santo” e non ha niente a che vedere col Calice che avrebbe contenuto il sangue di Cristo. Non si sa neppure di preciso che forma abbia perché Chrétien, descrivendo il banchetto nel castello del Re Pescatore, dice semplicemente che «un graal antre ses deus mains / une dameisele tenoit» (un graal tra le sue due mani / una damigella teneva) e descrive le pietre preziose incastonate nell’oggetto d’oro. Il Graal viene citato di nuovo in una delle scene finali, quella in cui un eremita rivela a Perceval che il Graal porta al padre del Re Pescatore un’ostia, nutrimento spirituale (secondo alcuni però questa scena potrebbe essere una aggiunta spuria [1]).

Una successiva interpretazione del Graal è quella che si trova nel Parzival di Wolfram von Eschenbach, secondo il quale il Graal sarebbe una pietra magica (lapis exillis) che produce ogni cosa che si possa desiderare sulla tavola in virtù della sua sola presenza.

Fu Robert de Boron, nel suo Joseph d’Arimathie composto tra il 1170 ed il 1212, ad aggiungere il dettaglio che il Graal sarebbe la coppa usata nell’Ultima Cena, nella quale Giuseppe di Arimatea avrebbe poi raccolto le gocce di sangue del Cristo sulla croce. Giuseppe avrebbe poi portato la coppa nelle Isole britanniche e lì fondato la prima chiesa cristiana. La cristianizzazione della leggenda del Graal è proseguita dalla Queste del Saint-Graal, romanzo anonimo scritto verso il 1220, probabilmente da un monaco, che fa del Graal la Grazia divina.

Vari cavalieri intrapresero la ricerca del Graal in racconti annessi al ciclo arturiano. Alcuni di questi racconti presentano cavalieri che ebbero successo, come Percival o Galahad; altri raccontano di cavalieri che fallirono nell’impresa per la loro impurità, come Lancillotto. Nell’opera di Wolfram, il Graal fu messo in salvo nel castello di Munsalvaesche (mons salvationis) o Montsalvat, affidato a Titurel, il primo re del Graal. Alcuni hanno identificato il castello con il Monastero di Montserrat in Catalogna.

La leggenda del Graal è riportata anche in racconti popolari gallesi, dei quali il Mabinogion è il più vecchio dei manoscritti sopravvissuti (XIII secolo). Esiste anche un poema inglese Sir Percyvelle del XV secolo. In seguito le leggende di re Artù e del Graal furono collegate nel XV secolo da Thomas Malory nel Le Morte d’Arthur (anche chiamato Le Morte Darthur) che diede al corpus della leggenda la sua forma classica.

Secondo il racconto dei Vangeli sinottici (Matteo 26,26-29; Marco 14,22-25; Luca 22,15-20), durante l’Ultima Cena Gesù prese il pane, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”; poi prese il calice, rese grazie, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza versato per tutti in remissione dei peccati”.

Il giorno dopo, Venerdì di Passione, Gesù fu crocifisso. Quando venne deposto dalla croce uno dei suoi discepoli, Giuseppe d’Arimatea, lo avvolse in un lenzuolo e lo portò nella tomba di famiglia che si era da poco fatta costruire lì vicino. Robert de Boron, autore del Roman dou l’Estoire de Graal ou Joseph d’Arimathie (secolo XIII) aggiunge a queste vicende un episodio che non compare né nei vangeli canonici né negli apocrifi[2]: mentre il corpo di Gesù veniva lavato e preparato per essere sepolto, alcune gocce di sangue uscirono dalla ferita infertagli dal centurione; Giuseppe le raccolse nella stessa coppa che era servita per la consacrazione dell’Ultima Cena. Giuseppe lasciò poi la Palestina e si rifugiò in Britannia[3] con il Santo Graal, raggiungendo la valle di Avalon (identificata già con Glastonbury) che sarebbe diventata il primo centro cristiano oltre la Manica.

Il racconto del Re Pescatore riguarda un re zoppo la cui ferita alla gamba rende la terra sterile. L’eroe (Gawain, Percival, o Galahad) incontra il re pescatore ed è invitato ad una festa al castello. Il Graal è ancora presentato come un vassoio di abbondanza ma è anche parte di una serie di reliquie mistiche, che includono anche una lancia che stilla sangue (da alcuni interpretata come la Lancia di Longino) ed una spada spezzata. Lo scopo delle reliquie è di incitare l’eroe a porre domande circa la loro natura e quindi rompere l’incantesimo del re infermo e della terra infruttuosa, ma l’eroe invariabilmente fallisce nell’impresa.

La storia del Re pescatore ed il Graal fu più tardi incorporata nel ciclo arturiano. In principio il racconto del re pescatore fu un episodio inserito prima dell’arrivo di Percival a Camelot, per poi evolvere in una esplicita ricerca del Graal da parte dei dodici cavalieri della Tavola Rotonda.

Già nel Medioevo esistono testimonianze relative al luogo dove sarebbe conservato il Graal. Le più importanti sono:

  1. La fonte più antica sulla coppa dell’Ultima Cena parla di un calice argenteo a due manici che era rinchiuso in un reliquiario di una cappella vicino Gerusalemme tra la basilica del Golgotha e il Martirio. Questo Graal appare solamente nel racconto di Arculfo, un pellegrino anglo-sassone del VII secolo, che l’avrebbe visto ed anche toccato. Questa è la sola testimonianza che il calice fosse conservato in Terra Santa.
  2. Un’altra fonte della fine del XIII secolo parla di una copia del Graal a Costantinopoli. La testimonianza si trova nel romanzo tedesco del XIII secolo Titurel il giovane. Questo Graal sarebbe stato trafugato dalla chiesa del Boucoleon durante la quarta crociata e portata da Costantinopoli a Troyes da Garnier de Trainel, decimo vescovo di Troyes, nel 1204. Viene ricordato lì ancora nel 1610, ma sarebbe scomparso durante la Rivoluzione francese.
  3. Dei due calici sopravvissuti fino ad oggi e creduti essere il Graal, uno si trova a Genova, nella cattedrale di san Lorenzo. La coppa esagonale genovese è conosciuta come il sacro catino. Il calice è di vetro egiziano verde e la tradizione vuole che sia stata intagliata in uno smeraldo. Fu portata a Parigi dopo la conquista napoleonica dell’Italia e tornò rotta. La sua origine è incerta; secondo Guglielmo di Tiro, che scrive verso il 1170, fu trovato nella moschea a Cesarea nel 1101. Secondo un’altra versione di una cronaca spagnola fu trovato quando Alfonso VII di Castiglia prese Almeria ai Mori nel 1147 con l’aiuto genovese; questi in cambio avrebbero voluto solo questo oggetto dal saccheggio di Almeria. L’identificazione del sacro catino con il Graal non è comunque tarda, dato che si trova nella cronaca di Genova scritta da Jacopo da Varagine, alla fine del XIII secolo.
  4. L’altro calice identificato col Graal è il santo cáliz, una coppa di agata nella cattedrale di Valencia[8]. Essa è posta su un supporto medievale e la base è formata da una coppa rovesciata di calcedonio. Sopra c’è una iscrizione araba. Il primo riferimento certo al calice spagnolo è del 1399, quando fu dato dal monastero di San Juan de la Peña al re Martino I di Aragona in cambio di una coppa d’oro. Secondo la leggenda il calice di Valencia sarebbe stato portato a Roma da San Pietro.
 
Giuseppe in Britannia-WikipediaIn nessuno dei più antichi racconti dell’arrivo del cristianesimo in Britannia si menziona Giuseppe di Arimatea. È solo nella Vita di Maria Maddalena di Rabano Mauro (780-856), arcivescovo di Magonza, che compare il primo collegamento tra Giuseppe e la Britannia: secondo il racconto di Rabano, Giuseppe fu inviato in Britannia, e fino in Francia fu accompagnato da «le due sorelle di Betania, Maria e Marta, Lazzaro (che fu risorto dai morti), sant’Eutropio, santa Salomé, san Cleone, san Saturnino, santa Maria Maddalena, Marcella (serva delle sorelle di Betania), san Massio o Massimino, san Marziale, e san Trofimo o Restituto».

In Britannia, sempre secondo i racconti, morì e fu sepolto sull’isoletta di San Patrizio [9] poco distante dall’Isola di Man

http://it.wikipedia.org:80/wiki/Giuseppe_di_Arimatea

Il racconto di Rabano Mauro è pura fantasia:

 

S.M.MADDALENA-STORICAMENTE VISSE E MORI’  AD EFESO-ANCORA ESISTE LA SUA TOMBA-S.GREGORIO DA TOURS LA VISITO’ E SCRISSSE DI QUESTO.
S.Gregorio Da Tours,viveva in Francia e frequentava la corte dei Franchi di cui scrisse libri,i Franchi sono i figli dei Merovingi,ora chi meglio di S.Gregorio da Tours,poteva saperre se S.M.Maddalena visse in Francia?
Le leggende delle S.Marie del mare non hanno nessun fondamento,sono tardive,inventate dai provenzali,dopo i presunti ritrovamenti dei resti di S.M.Maddalena,siccome da Efeso erano stati spostati a Costantinopoli e poi forse a Marsiglia,quando i  crociati cercavano di salvare le relique dal saccheggio dei musulmani.
Sebbene molti ancora raffigurino la Maddalena come la peccatrice che unse Gesù e la considerino uguale a Maria di Betania, tale confusione è in realtà opera successiva del Papa S. Gregorio Magno. L’Oriente le ha sempre mantenute separate e ha sempre affermato che la Maddalena, “apostola degli apostoli”, morì a Efeso. La leggenda del suo viaggio in Provenza non è anteriore al IX secolo, e i suoi resti non vi furono riportati fino al XIII secolo. I critici cattolici, inclusi i Bollandisti, hanno sfatato la leggenda e distinto le tre donne fin dal XVII secolo.

GESU’ FANCIULLO NEL REGNO UNITO: QUANDO LA LEGGENDA DIVENTA STORIA !

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Cristo si è fermato a Glastonbury

26/11/2009

Avrebbe anche costruito una cappella

Secondo una teoria del ricercatore Gordon Strachan Gesù approdò nel Regno Unito durante i primi anni della sua vita, alla ricerca di un senso spirituale più ampio. Questa leggenda, ancora viva nella memoria degli ignlesi più anziani, diventa un film che verrà presentato domani al “London’s British Film Institute”. I fatti della vita di Gesù a noi noti non sono sufficienti per escludere questa interessante possibilità.

 

 

Il film documentario farà sicuramente discutere, soprattutto perché propone la vita di Cristo sotto un’ottica molto diversa da quella che la dottrina ci ha dato fino ad oggi. Della prima infanzia della vita di Gesù sappiamo poco. I vangeli non ne parlano e, nel corso degli anni, studiosi e biblisti si sono spesso sforzati di riempire questo vuoto storico dell’esistenza del Cristo. Una leggenda inglese vuole che il discendente di Davide arrivò via nave in Inghilterra, accompagnato da Giuseppe di Arimatea, suo presunto parente. Si tratta di una storia popolare non suffragata da prove ma, dal punto di vista storico c’è una probabilità: Giuseppe di Arimatea era un ricco possidente, con un potere economico tale da permettergli di possedere una nave capace di affrontare un simile viaggio e di sostenere spese ingenti. Ancora oggi l’iconografia e la cultura medioevali lo indicano come il custode del Santo Graal e, per la chiesa anglicana, fortemente radicata in Inghilterra, è un santo molto venerato, spesso festeggiato in pompa magna il 17 marzo. Gli studi fatti si basano anche sull’opera “Inno a Gerusalemme” scritta da William Blake, poeta vissuto tra il 1700 e il 1800 che, per gli inglesi, rappresenta ciò che Dante Alighieri è per la nostra cultura. Il primo verso dell’inno fa un chiaro riferimento al tempo in cui Gesù camminava sulle montagne inglesi. A rafforzare questa leggenda c’è una cappella dell’abbazia di Glastonbury che, sempre sencondo la tradizione locale, sarebbe stata edificata da Gesù, grazie alla generosità di Giuseppe di Arimatea. E’ pure vero che, duemila anni fa, uno dei centri spirituali del mondo era proprio la zona che oggi viene chiamata “Regno Unito”, terre in cui vivevano e si riunivano i druidi che avevano attirato anche l’attenzione dell’imperatore Cesare. Questa suggestiva teoria, che non ha finora dato riscontri di tipo archeologico, apre una nuova visione sulle origini del cristianesimo.

 

Giuditta Mosca

 

 

 

 

 

 

televangelisti alla conquista dell’Italia

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Posted By Aioros On 25 novembre 2009 @ 17:30

Una trasmissione di ispirazione evangelica va in onda su numerose reti locali italiane, e i suoi creatori sembrano avere grandi piani per il futuro. (continua…)

Grecia: La chiesa rifiuta la carità allo stato

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Grecia

La chiesa  rifiuta la carità allo stato

pubblicato il 24 2009  |   To Ethnos

 

Costretto a fare i conti con un grave deficit, il governo socialista ha deciso di tassare il patrimonio della potente chiesa ortodossa. Ma questo stato nello stato, principale proprietario immobiliare del paese, non vuole saperne. 

Sale la tensione nei rapporti fra lo stato e la chiesa, due istituzioni che non sono completamente separate. La potente chiesa greca non ha apprezzato la decisione del governo socialista di imporre una tassa [di circa 600mila euro] sui suoi beni immobiliari e rifiuta di pagare.

“La chiesa greca contribuisce allo stato, quando questo funziona. Altrimenti non c’è alcuna ragione per farlo”, ha replicato padre Theoklitou di Ioannina [nel nord-ovest del paese]. Il responsabile finanziario della chiesa greca, per il quale “questa imposta metterà diversi membri della chiesa in una condizione di eccessivo indebitamento”, non comprende la necessità di tassare la chiesa, visto che “non c’è una guerra o una catastrofe naturale alla quale contribuire. Siamo invitati a contribuire a semplici politiche economiche di carattere congiunturale. Ma non tocca a noi pagare le fatture altrui!”

Padre Theoklitou sottolinea inoltre che “lo stato ha sequestrato diverse volte i beni della chiesa”, l’ultima nel 1952, quando tra le due istituzioni è stato firmato un contratto ancora in vigore che specifica gli obblighi di ciascuno. Il responsabile ecclesiastico precisa inoltre che secondo le stime più recenti della Banca di Grecia il patrimonio immobiliare della chiesa ammonta a 702.160.000 euro, appena il 4 per cento del suo patrimonio totale. Inoltre la chiesa dispone solo di nove milioni di euro in azioni.

Rapporti poco chiari

Oggi lo stato cerca di nuovo di tassare i greci, il che provocherà la loro rabbia. La chiesa non rifiuta di partecipare al prelievo, ma chiede che l’imposizione riguardi le sue proprietà sfruttate o sfruttabili. Il decreto annunciato “ci assimila a un organismo di beneficenza. Ma noi siamo un’istituzione”, ricorda il portavoce. Il corpo ecclesiastico trova questa decisione ingiusta perché ignora che “la chiesa gestisce più di 800 istituti per bisognosi”, insiste padre Theoklitou.

Il discorso è chiaro, la chiesa non vuole confondere i ruoli e giustifica in questo modo il suo rifiuto di sottomettersi alla tassa. D’altra parte i conti dello stato sono in rosso. Il ministro dell’economia ha parlato addirittura di una “situazione di emergenza”, con un deficit che tocca il 12 per cento del Pil. La potente chiesa greca, prima proprietaria fondiaria del paese, è in cima alla lista. Il primo ministro Georges Papandreu è ben deciso a tenere testa alla chiesa come aveva fatto il suo predecessore socialista Costas Simitis nel 1999 in occasione del dibattito sulla menzione della religione sulle carte d’identità [al contrario di quello che voleva la chiesa, la menzione non è più obbligatoria].

Forse sarebbe preferibile “separare la chiesa dallo stato”, rilancia padre Theoklitou. “In questo modo avremmo forse meno preti, ma non sarebbero più dei funzionari [in Grecia i preti sono nominati dal governo]”. Nel frattempo nel paese infuria il dibattito.

Christos Telidis
 
 

Eliminare “Dio” dall’inno nazionale. I comunisti russi contro Putin e il patriarcato

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25/11/2009 08:09
RUSSIA
Eliminare “Dio” dall’inno nazionale. I comunisti russi contro Putin e il patriarcato
di Evgeny Vorotnikov
Per un parlamentare il riferimento a Dio mina l’unità nazionale, discrimina le religioni non cristiane e non rispetta i sentimenti degli atei. Per il vice-presidente della camera, Sliska, è una “iniziativa rozza”. Il Patriarcato di Mosca: la maggioranza accetta questo inno quindi “non c’è ragione per rimuovere la frase che menziona Dio”.

Mosca (AsiaNews) – Il Partito Comunista della Federazione Russa (Kprf) vuole cancellare il riferimento a Dio dal testo dell’inno nazionale. Boris Kashin, della Camera dei deputati di Mosca (Duma), ha presentato una proposta di legge per sostituire la frase dell’inno che dice “protetti da Dio come la nostra amata terra natale” ,con “da noi protetti come la nostra amata terra natale”.
 
Per il membro del Kprf il riferimento a Dio mina l’unità nazionale e disgrega la società multietnica russa. Kashin lamenta che l’inno non rispetta le diverse relgioni non cristiane riconosciute nella federazione e offende anche i sentimenti degli atei.
 
Già nel 2005 Alexander Nikonov, presidente della Società Atea di Mosca, aveva affermato che la frase incriminata contrastava con i diritti costituzionali dei cittadini ed aveva sporto denuncia presso la Corte Costituzionale. Come allora anche oggi nessuno crede che l’inno verrà modificato anche perchè la proposta di Kashin non ha incontrato il sostegno di nessun leader politico russo. Tuttavia la vicenda ha riaperto la polemica che ciclicamente emerge attorno all’inno e alla citazione di Dio.
 
La proposta dell’esponente del Kprf è stata bollata da Lyubov Sliska, vice-presidente della Duma e del partito Russia Unita, come una “iniziativa rozza”. “Se i comunisti pensano che la parola ‘Dio’ è in contraddizione con la Costituzione – ha detto Sliska – significa che credono di poter mettere loro stessi al posto di Dio e questo è un granve errore”.
 
Anche il Patriarcato di Mosca è intervenuto nel dibattito scaturito dalla proposta-Kashin. Padre Vsevolod Chaplin, capo del dipartimento sinodale per il dialogo tra Chiesa e società, ha affermato che “la maggioranza del nostro popolo ha adottato questo inno e nonostante qualcuno sia ancora contrario non c’è ragione per rimuovere la frase che menziona Dio”.
 
La storia dell’inno russo è legata al periodo sovietico. La musica fu composta da Alexander Alexandrov ; il testo da Sergej Mijalkov. Venne eseguito per la prima volta nel 1944 in sostituzione dell’Internazionale. Il testo conteneva lodi a Stalin che vennero poi cancellate nel 1953 con la fine del culto della personalità tributato al “Piccolo padre”. Con la morte del dittatore,  l’inno fu mantenuto ma venne suonato senza testo sino al 1977 quando Mijalkov realizzò la nuova versione. Con la caduta dell’Unione Sovietica il Paese rimase senza inno sino a che Vladímir Putin, nel 2000, decise di recuperare la musica accompagnandola con il nuovo testo in cui la Russia è celebrata come “patria santa”, “unica”, “inimitabile” e “protetta da Dio”.
 
La  polemica sull’inno riemerge in modo ciclico e trova spazio nel dibattito pubblico soprattutto perché mette in luce un aspetto molto dibattuto dell’era Putin: l’uso della religione per cementare l’unità nazionale. Il premier viene infatti accusato di voler restaurare una nuova forma di zarismo in cui l’ortodossia viene ridotta ad ancella del potere politico.
 
Boris Nemtsov, già vicepremier di Eltsin e oggi leader della coalizione di forze democratiche Solidarnost, ha descritto con toni duri questa linea nel suo ultimo libro “Disastro Putin. Libertà e democrazia in Russia”. Scrive Nemtsov: “ Il comunismo aveva la propria ideologia, Putin non ha nulla, perciò usa l’ortodossia in qualità di ideologia”. Per l’ex uomo di Elstin anche il Patriarcato di Mosca, soprattutto sotto la guida di Alessio II, non è rimasto immune da responsabilità. Per Putin il connubbio tra azione politica e tradizione religiosa è alla base di un  potere solido nella Russia di oggi. Nemstov parla di un “regime” che “si basa su due pilastri: ortodossia e autarchia”. Ma aggiunge che, per quanto forte, “è una struttura che non è destinata a durare”.
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