http://www.vitadidonna.it/news/2009/11/simg-h1n1-cala-ma-ora-attenti.html
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(AGI) – Roma, 27 nov. – Aumenta il numero di sieropositivi nel nostro paese: attualmente sono 180.000 le persone Hiv positive, di cui circa 22.000 con Aids conclamato, ma un sieropositivo su quattro non sa di essere infetto. Un aumento dovuto a due fattori: da un lato le nuove terapie che garantiscono una sopravvivenza notevolmente piu’ elevata (mentre in termini assoluti si infetta un numero minore di persone rispetto a 20 anni fa, circa 4.000 l’anno), dall’altro l’incremento inquietante dei malati che non sanno di esserlo, frutto di un progressivo (e pericoloso) calo di attenzione verso il virus. Un dato parla chiaro: dei 22.000 malati di Aids conclamato in Italia, addirittura il 60 per cento ha scoperto di essere sieropositivo troppo tardi, cioe’ ha fatto il test quando ormai la malattia era divenuta effettiva, vanificando di fatto i progressi terapeutici dei farmaci antiretrovirali che possono impedire per lunghi anni il passaggio dalla sieropositivita’ all’Aids conclamato. Sono i dati dell’Istituto Superiore di Sanita’ presentati oggi al Ministero della Salute in concomitanza con il varo di una nuova campagna informativa. “In Italia – ha spiegato il viceministro alla Salute Ferruccio Fazio – abbiamo un’incidenza medio-alta: nel 2008 sono stati diagnosticati 6,7 nuovi casi di Hiv positivita’ ogni 100.000 residenti. Ma dal 1996 a oggi e’ calata moltissimo la percezione del rischio, tanto che nel ‘96 solo il 21 per cento dei malati erano ‘inconsapevoli’, oggi siamo al 60″. E negli anni e’ cambiato notevolmente anche l’identikit del sieropositivo: “Oggi l’eta’ media si e’ alzata – sottolinea Fazio – arrivando a 38 anni per gli uomini e 34 per le donne, e sono aumentati notevolmente i casi di contagio per trasmissione sessuale, mentre diminuiscono i contagi legati alla tossicodipendenza”. Proprio per contrastare il calo di attenzione il Ministero ha messo a punto la campagna informativa “Aids-la sua forza finisce dove comincia la tua. Fai il test!” con uno spot con protagonista Valerio Mastrandrea e la regia di Ferzan Ozpetek, che dal primo dicembre sara’ su tv, radio e periodici. (AGI) . .
PARIGI
Due persone colpite da una forma mutata del virus H1N1 dell’influenza A, recentemente segnalata in Norvegia, sono morte in Francia. Lo hanno annunciato le autorità sanitarie del Paese.
I due pazienti non avevano relazioni tra di loro ed erano ricoverati in ospedali di città diverse, ha precisato in un comunicato l’InVS, l’Osservatorio sanitario francese. Inoltre, per uno di questi pazienti si è aggiunto «un altro cambiamento noto per conferire resistenza all’oseltamivir (il Tamiflu)», ha indicato l’InVS. Si tratta del primo ceppo di virus resistente in Francia fra i 1.200 finora analizzati. Due delle tre persone che in Norvegia erano state contagiate dalla forma mutata del virus erano morte.
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200911articoli/49814girata.asp
Ma nell’ambiente francese ed inglese dei secc. XI-XIII la leggenda si colorí di nuovi particolari inserendosi e confondendosi nel ciclo del Santo Graal e del re Artú. Secondo una di queste narrazioni Giuseppe, prima di seppellire Gesú, ne lavò accuratamente il corpo tutto cosparso di sangue, preoccupandosi di conservare quest’acqua e sangue in un vaso, il cui contenuto fu poi diviso fra Giuseppe e Nicodemo. Il prezioso recipiente si tramandò da Giuseppe ai suoi figli e cosí per varie generazioni fino a quando venne in possesso del patriarca di Gerusalemme. Questi nel 1257, temendo cadesse in mano degli infedeli, su consiglio dei suffraganei, lo consegnò ad Entico III d’Inghilterra, perché lo tutelasse.
Altre leggende, pur collegandosi alla precedente, riferiscono che Giuseppe, con il prezioso reliquiario, peregrinò accompagnato da vari cavalieri per evangelizzare la Francia (alcuni racconti dicono che sarebbe sbarcato a Marsiglia con Lazzaro e le sue sorelle Marta e Maria), la Spagna (dove sarebbe andato con s. Giacomo, che lo avrebbe creato vescovo!), il Portogallo ed infine l’Inghilterra. Quivi il vaso (il Santo Graal) andò smarrito e solo un cava]iere senza macchia e senza paura l’avrebbe ritrovato. Questa leggenda del Santo Graal fa parte del ciclo di Lancillotto e specialmente della Este ire du Graal, che non è altro che una versione in prosa del poema di Roberto di Boron.
Autore: Gian Domenico Gordini
http://www.santiebeati.it/dettaglio/45850
La leggenda narra che la prima chiesa cristiana d’Inghilterra fu fondata a Glastonbury da Giuseppe d’Arimatea nel I secolo d C. Giunto sull’isola conficcò il suo bastone nel terreno, questo mise radici e germogliò dando origine all’albero di biancospino che si trova di fonte alla cappella della Madonna e che tutt’oggi fiorisce due volte l’anno (natale e pasqua). E’ qui che Giuseppe edificò la chiesa che in epoche successive fu ampliata fino a divenire nel XVI secolo una cattedrale.
Secondo la leggenda Giuseppe aveva con se il Graal che gettò in un pozzo e l’acqua assunse immediatamente un colore rosso che conserva ancora. In realtà l’acqua del pozzo era sempre stata rossa, ed il luogo era meta di pellegrinaggi in epoca precristiana. Vi furono due tentativi di cristianizzare la collina di Glastonbury, prima fu edificata una chiesa consacrata a San Michele e distrutta da un terremoto, della chiesa che fu edificata sulle rovine della precedente rimane oggi solo la torre sulla sommità della collina. Secondo le tradizioni pagane si credeva che qui vi fosse l’accesso al regno di Anwen, il regno sotterraneo delle tradizioni celtiche. Per la chiesa era l’equivalente dell’inferno, e quindi un pericoloso antagonista alla “vera” fede.
http://amici-in-allegria.spaces.live.com/Blog/cns!752AC0CB40CEB938!537.entry
Giuseppe d’Arimatea, santo, la reliquia di un suo braccio è a S. Pietro in Vaticano, documentata dal 1454.
M.R.: 17 marzo – A Gerusalemme san Giuseppe d’Arimatea, che fu nobile Decurione e discepolo del Signore, e seppellì nel suo sepolcro nuovo il corpo dello stesso Signore, deposto dalla croce.
[ Tratto dall'opera «Reliquie Insigni e "Corpi Santi" a Roma» di Giovanni Sicari ]
http://www.enrosadira.it/santi/g/giuseppearimatea.htm
Durante il Medioevo, la figura di Giuseppe fu al centro di due gruppi di leggende, quella che lo vedeva come fondatore della cristianità britannica e quella che lo voleva primo custode del Santo Graal.
Queste leggende nacquero nel XII secolo, quando Giuseppe fu messo in relazione al ciclo arturiano come primo custode del Santo Graal; il primo riferimento è presente nel Joseph d’Arimathie di Robert de Boron, in cui Gesù appare a Giuseppe consegnandogli il Graal e questi lo manda con i suoi seguaci in Britannia. Questo tema fu sviluppato nelle opere successive di Boron e del ciclo arturiano, finché, in opere tarde, si affermò che Giuseppe stesso di recò in Britannia diventandone il primo vescovo.
Giuseppe in Britannia
In nessuno dei più antichi racconti dell’arrivo del cristianesimo in Britannia si menziona Giuseppe di Arimatea. È solo nella Vita di Maria Maddalena di Rabano Mauro (780-856), arcivescovo di Magonza, che compare il primo collegamento tra Giuseppe e la Britannia: secondo il racconto di Rabano, Giuseppe fu inviato in Britannia, e fino in Francia fu accompagnato da «le due sorelle di Betania, Maria e Marta, Lazzaro (che fu risorto dai morti), sant’Eutropio, santa Salomé, san Cleone, san Saturnino, santa Maria Maddalena, Marcella (serva delle sorelle di Betania), san Massio o Massimino, san Marziale, e san Trofimo o Restituto».
In Britannia, sempre secondo i racconti, morì e fu sepolto sull’isoletta di San Patrizio [9] poco distante dall’Isola di Man.
Robert de Boron (anche Bouron e Beron) (fine XII secolo – inizio XIII secolo) è stato un poeta francese, originario del villaggio francese di Boron, nell’odierno arrondissement di Montbéliard.
Di lui restano due poemi in ottosillabi: Giuseppe d’Arimatea e Merlino (di quest’ultimo restano frammenti e successive versioni in prosa). Si pensa che facessero parte di una trilogia o di una tetralogia di poemi che comprendeva anche un Perceval e, forse, una Morte di Artù).
Robert de Boron fu il primo autore a dare un’esplicita dimensione cristiana al Sacro Graal. Secondo la sua versione, Giuseppe d’Arimatea utilizzò il Graal per raccogliere il sangue di Cristo. La sua famiglia portò poi il Graal ad Avalon, identificata con Glastonbury, dove lo custodirono fino all’ascesa di Artù e all’arrivo di Perceval.
Notizie sulla sua vita si deducono da brevi menzioni presenti nelle sue opere: lui si definisce chierico e cavaliere e dice di essere al servizio di Gautier di “Mont Belyal”, identificato da Pietro il Gentile con un Gautier de Montbéliard (signore di Montfaucon), che nel 1202 prese parte alla Quarta Crociata e che morì in Palestina nel 1212. Pietro il Gentile sostiene anche che la menzione di Avalon nell’opera di Boron dimostra che egli la scrisse dopo il 1191, anno in cui monaci sostennero di avere trovato a Glastonbury le tombe di Artù e Ginevra. Non si sa niente sulla sua famiglia, sebbene il secondo autore del Tristano in prosa sostiene di essere nipote di Boron, anche se ciò sembra più che altro essere solo un modo per darsi una patente di credibilità.
IL SANTO GRAAL-WIKIPEDIA
Il Graal appare per la prima volta sotto forma letteraria nel Perceval ou le conte du Graal di Chrétien de Troyes (XII secolo). In questo racconto il Graal non viene mai definito “santo” e non ha niente a che vedere col Calice che avrebbe contenuto il sangue di Cristo. Non si sa neppure di preciso che forma abbia perché Chrétien, descrivendo il banchetto nel castello del Re Pescatore, dice semplicemente che «un graal antre ses deus mains / une dameisele tenoit» (un graal tra le sue due mani / una damigella teneva) e descrive le pietre preziose incastonate nell’oggetto d’oro. Il Graal viene citato di nuovo in una delle scene finali, quella in cui un eremita rivela a Perceval che il Graal porta al padre del Re Pescatore un’ostia, nutrimento spirituale (secondo alcuni però questa scena potrebbe essere una aggiunta spuria [1]).
Una successiva interpretazione del Graal è quella che si trova nel Parzival di Wolfram von Eschenbach, secondo il quale il Graal sarebbe una pietra magica (lapis exillis) che produce ogni cosa che si possa desiderare sulla tavola in virtù della sua sola presenza.
Fu Robert de Boron, nel suo Joseph d’Arimathie composto tra il 1170 ed il 1212, ad aggiungere il dettaglio che il Graal sarebbe la coppa usata nell’Ultima Cena, nella quale Giuseppe di Arimatea avrebbe poi raccolto le gocce di sangue del Cristo sulla croce. Giuseppe avrebbe poi portato la coppa nelle Isole britanniche e lì fondato la prima chiesa cristiana. La cristianizzazione della leggenda del Graal è proseguita dalla Queste del Saint-Graal, romanzo anonimo scritto verso il 1220, probabilmente da un monaco, che fa del Graal la Grazia divina.
Vari cavalieri intrapresero la ricerca del Graal in racconti annessi al ciclo arturiano. Alcuni di questi racconti presentano cavalieri che ebbero successo, come Percival o Galahad; altri raccontano di cavalieri che fallirono nell’impresa per la loro impurità, come Lancillotto. Nell’opera di Wolfram, il Graal fu messo in salvo nel castello di Munsalvaesche (mons salvationis) o Montsalvat, affidato a Titurel, il primo re del Graal. Alcuni hanno identificato il castello con il Monastero di Montserrat in Catalogna.
La leggenda del Graal è riportata anche in racconti popolari gallesi, dei quali il Mabinogion è il più vecchio dei manoscritti sopravvissuti (XIII secolo). Esiste anche un poema inglese Sir Percyvelle del XV secolo. In seguito le leggende di re Artù e del Graal furono collegate nel XV secolo da Thomas Malory nel Le Morte d’Arthur (anche chiamato Le Morte Darthur) che diede al corpus della leggenda la sua forma classica.
Secondo il racconto dei Vangeli sinottici (Matteo 26,26-29; Marco 14,22-25; Luca 22,15-20), durante l’Ultima Cena Gesù prese il pane, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”; poi prese il calice, rese grazie, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza versato per tutti in remissione dei peccati”.
Il giorno dopo, Venerdì di Passione, Gesù fu crocifisso. Quando venne deposto dalla croce uno dei suoi discepoli, Giuseppe d’Arimatea, lo avvolse in un lenzuolo e lo portò nella tomba di famiglia che si era da poco fatta costruire lì vicino. Robert de Boron, autore del Roman dou l’Estoire de Graal ou Joseph d’Arimathie (secolo XIII) aggiunge a queste vicende un episodio che non compare né nei vangeli canonici né negli apocrifi[2]: mentre il corpo di Gesù veniva lavato e preparato per essere sepolto, alcune gocce di sangue uscirono dalla ferita infertagli dal centurione; Giuseppe le raccolse nella stessa coppa che era servita per la consacrazione dell’Ultima Cena. Giuseppe lasciò poi la Palestina e si rifugiò in Britannia[3] con il Santo Graal, raggiungendo la valle di Avalon (identificata già con Glastonbury) che sarebbe diventata il primo centro cristiano oltre la Manica.
Il racconto del Re Pescatore riguarda un re zoppo la cui ferita alla gamba rende la terra sterile. L’eroe (Gawain, Percival, o Galahad) incontra il re pescatore ed è invitato ad una festa al castello. Il Graal è ancora presentato come un vassoio di abbondanza ma è anche parte di una serie di reliquie mistiche, che includono anche una lancia che stilla sangue (da alcuni interpretata come la Lancia di Longino) ed una spada spezzata. Lo scopo delle reliquie è di incitare l’eroe a porre domande circa la loro natura e quindi rompere l’incantesimo del re infermo e della terra infruttuosa, ma l’eroe invariabilmente fallisce nell’impresa.
La storia del Re pescatore ed il Graal fu più tardi incorporata nel ciclo arturiano. In principio il racconto del re pescatore fu un episodio inserito prima dell’arrivo di Percival a Camelot, per poi evolvere in una esplicita ricerca del Graal da parte dei dodici cavalieri della Tavola Rotonda.
Già nel Medioevo esistono testimonianze relative al luogo dove sarebbe conservato il Graal. Le più importanti sono:
In Britannia, sempre secondo i racconti, morì e fu sepolto sull’isoletta di San Patrizio [9] poco distante dall’Isola di Man
http://it.wikipedia.org:80/wiki/Giuseppe_di_Arimatea
Il racconto di Rabano Mauro è pura fantasia:
Secondo una teoria del ricercatore Gordon Strachan Gesù approdò nel Regno Unito durante i primi anni della sua vita, alla ricerca di un senso spirituale più ampio. Questa leggenda, ancora viva nella memoria degli ignlesi più anziani, diventa un film che verrà presentato domani al “London’s British Film Institute”. I fatti della vita di Gesù a noi noti non sono sufficienti per escludere questa interessante possibilità.
Il film documentario farà sicuramente discutere, soprattutto perché propone la vita di Cristo sotto un’ottica molto diversa da quella che la dottrina ci ha dato fino ad oggi. Della prima infanzia della vita di Gesù sappiamo poco. I vangeli non ne parlano e, nel corso degli anni, studiosi e biblisti si sono spesso sforzati di riempire questo vuoto storico dell’esistenza del Cristo. Una leggenda inglese vuole che il discendente di Davide arrivò via nave in Inghilterra, accompagnato da Giuseppe di Arimatea, suo presunto parente. Si tratta di una storia popolare non suffragata da prove ma, dal punto di vista storico c’è una probabilità: Giuseppe di Arimatea era un ricco possidente, con un potere economico tale da permettergli di possedere una nave capace di affrontare un simile viaggio e di sostenere spese ingenti. Ancora oggi l’iconografia e la cultura medioevali lo indicano come il custode del Santo Graal e, per la chiesa anglicana, fortemente radicata in Inghilterra, è un santo molto venerato, spesso festeggiato in pompa magna il 17 marzo. Gli studi fatti si basano anche sull’opera “Inno a Gerusalemme” scritta da William Blake, poeta vissuto tra il 1700 e il 1800 che, per gli inglesi, rappresenta ciò che Dante Alighieri è per la nostra cultura. Il primo verso dell’inno fa un chiaro riferimento al tempo in cui Gesù camminava sulle montagne inglesi. A rafforzare questa leggenda c’è una cappella dell’abbazia di Glastonbury che, sempre sencondo la tradizione locale, sarebbe stata edificata da Gesù, grazie alla generosità di Giuseppe di Arimatea. E’ pure vero che, duemila anni fa, uno dei centri spirituali del mondo era proprio la zona che oggi viene chiamata “Regno Unito”, terre in cui vivevano e si riunivano i druidi che avevano attirato anche l’attenzione dell’imperatore Cesare. Questa suggestiva teoria, che non ha finora dato riscontri di tipo archeologico, apre una nuova visione sulle origini del cristianesimo.
Giuditta Mosca
Posted By Aioros On 25 novembre 2009 @ 17:30
Una trasmissione di ispirazione evangelica va in onda su numerose reti locali italiane, e i suoi creatori sembrano avere grandi piani per il futuro. (continua…)
Costretto a fare i conti con un grave deficit, il governo socialista ha deciso di tassare il patrimonio della potente chiesa ortodossa. Ma questo stato nello stato, principale proprietario immobiliare del paese, non vuole saperne.
Sale la tensione nei rapporti fra lo stato e la chiesa, due istituzioni che non sono completamente separate. La potente chiesa greca non ha apprezzato la decisione del governo socialista di imporre una tassa [di circa 600mila euro] sui suoi beni immobiliari e rifiuta di pagare.
“La chiesa greca contribuisce allo stato, quando questo funziona. Altrimenti non c’è alcuna ragione per farlo”, ha replicato padre Theoklitou di Ioannina [nel nord-ovest del paese]. Il responsabile finanziario della chiesa greca, per il quale “questa imposta metterà diversi membri della chiesa in una condizione di eccessivo indebitamento”, non comprende la necessità di tassare la chiesa, visto che “non c’è una guerra o una catastrofe naturale alla quale contribuire. Siamo invitati a contribuire a semplici politiche economiche di carattere congiunturale. Ma non tocca a noi pagare le fatture altrui!”
Padre Theoklitou sottolinea inoltre che “lo stato ha sequestrato diverse volte i beni della chiesa”, l’ultima nel 1952, quando tra le due istituzioni è stato firmato un contratto ancora in vigore che specifica gli obblighi di ciascuno. Il responsabile ecclesiastico precisa inoltre che secondo le stime più recenti della Banca di Grecia il patrimonio immobiliare della chiesa ammonta a 702.160.000 euro, appena il 4 per cento del suo patrimonio totale. Inoltre la chiesa dispone solo di nove milioni di euro in azioni.
Rapporti poco chiari
Oggi lo stato cerca di nuovo di tassare i greci, il che provocherà la loro rabbia. La chiesa non rifiuta di partecipare al prelievo, ma chiede che l’imposizione riguardi le sue proprietà sfruttate o sfruttabili. Il decreto annunciato “ci assimila a un organismo di beneficenza. Ma noi siamo un’istituzione”, ricorda il portavoce. Il corpo ecclesiastico trova questa decisione ingiusta perché ignora che “la chiesa gestisce più di 800 istituti per bisognosi”, insiste padre Theoklitou.
Il discorso è chiaro, la chiesa non vuole confondere i ruoli e giustifica in questo modo il suo rifiuto di sottomettersi alla tassa. D’altra parte i conti dello stato sono in rosso. Il ministro dell’economia ha parlato addirittura di una “situazione di emergenza”, con un deficit che tocca il 12 per cento del Pil. La potente chiesa greca, prima proprietaria fondiaria del paese, è in cima alla lista. Il primo ministro Georges Papandreu è ben deciso a tenere testa alla chiesa come aveva fatto il suo predecessore socialista Costas Simitis nel 1999 in occasione del dibattito sulla menzione della religione sulle carte d’identità [al contrario di quello che voleva la chiesa, la menzione non è più obbligatoria].
Forse sarebbe preferibile “separare la chiesa dallo stato”, rilancia padre Theoklitou. “In questo modo avremmo forse meno preti, ma non sarebbero più dei funzionari [in Grecia i preti sono nominati dal governo]”. Nel frattempo nel paese infuria il dibattito.