Natale in India
tra festa e pregiudizio
Ecco qua che la festa cristiana del Natale è diventata di tutti. I “Capital City Minstrels”, un gruppo canoro molto famoso a Delhi, è la prova vivente di quanto questa festività, una volta riservata solo a chi crede che Gesù Cristo sia il figlio di Dio, sia ormai molto diffusa
Times of India, 24 dicembre 2010
Natale in India, tra festa e pregiudizio
Ecco qua che la festa cristiana del Natale è diventata di tutti.
I “Capital City Minstrels”, un gruppo canoro molto famoso a Delhi, è la prova vivente di quanto questa festività, una volta riservata solo a chi crede che Gesù Cristo sia il figlio di Dio, sia ormai molto diffusa. Prabhsharan Singh Kang, un Sikh praticante, fa parte di quel coro ormai da undici anni e dichiara con gioia che l’appartenere a quel gruppo musicale è “la più bella cosa che gli è capitata nella vita, che lo fa rimanere giovane e che lo aiuta a sopportare le fatiche quotidiane”.
Maxwell Pereira, ex capo della polizia municipale di Delhi, fa parte del coro da sempre e ci dice che, per avere un quadro esatto della situazione, basta ricordare che quando fu fondato, sedici anni fa, i componenti non cristiani erano solo il 20%, oggi sono la metà.
I motivi di tanto successo sono vari, primo fra tutti il valore commerciale del Natale. Come per quello di Diwali, la principale festa Hindu, quello natalizio è un periodo nel quale le famiglie hanno una grande predisposizione a spendere, e gran parte delle attività commerciali indiane si sono ben adattate a questo doppione dell’impegno festivo, che comunque sempre soldi porta.
Nel celeberrimo mercato delle spezie di Delhi, Khari Baoli, i negozianti hanno imparato a vendere pacchetti di frutta secca per i dolci natalizi da fare a casa. Si potrebbe anche dire che quei pacchettini sono così carini che fanno venire voglia a tutti, anche ai non cristiani, di preparare un bel “panettone” fatto in casa.
A Bangalore, i buoni acquisto e gli sconti fanno del Natale un periodo gioioso per molti. Per Kabir Lumba, per esempio, manager della catena Landamark Group, il Natale rappresenta il 10-11% di vendite in più. “Natale è andato ben oltre qualsiasi appartenenza religiosa”, ci dice contento. Per Koshy, oramai specializzato in merci natalizie, gli affari di stagione cominciano già verso la fine di novembre, e i suoi clienti non sono affatto solo cristiani.
Al Police Bazaar di Shillong, poi, il periodo di Natale è diventato il periodo migliore per pubblicare un nuovo CD, specialmente di nuove versioni di canzoni natalizie ad opera di qualche gruppo locale.
C’è anche un altro aspetto della vicenda, che va in senso contrario rispetto a quanto raccontato finora, con un tocco di contaminazione tra religioni. Per le tribù cristiane di Jarkharand Natale significa “bhajan” e “arsa”, dolci fatti di jaggery, una pasta di zucchero di canna, e farina di riso.
In alcune zone del Chota Nagpur, la sera della vigilia, gli anziani della famiglia vanno in giro per il vicinato e si fanno regalare la farina, con la quale il giorno dopo verrà preparato il “khullai roti”, il pane di casa, che sarà nascosto nella caccia al tesoro organizzata per i bambini. Chi lo trova riceverà auguri di felicità e dei regali.
Vediamo, però, se in qualche modo è anche cambiata la percezione dell’indiano cristiano, sempre considerato un po’ come un “effetto collaterale” degenerato e dissoluto del colonialismo. La risposta è no, o almeno non del tutto, ci dicono gli esperti, anche se quel tipo di percezione è basata su un falso approccio alla materia.
Il sociologo TK Oommen rileva quanto sia sempre stato sbagliato considerare così l’intera comunità cristiana. “Esistono tre tipi di cristiani: quelli che si dicono discendenti di San Tommaso, uno degli Apostoli di Cristo di passaggio in India nel I Sec., i convertiti dalle minoranze residuali SC, ST e OBC (ovvero di bassa estrazione sociale, legata al vecchio sistema delle caste), e gli anglo-indiani. Circa il 67% dei cristiani appartengono al secondo gruppo”.
Il 70 per cento dei cristiani indiani vive nelle aree rurali e nelle piccole città. “L’India Meridionale, la regione nordorientale e le zone tribali del Chota Nagpur ospitano quasi il 90% dei cristiani indiani, mentre solo l’1% vive nelle pianure dell’Indo e del Gange” dice il sociologo. L’assimilazione è tale che nomi come Reshma, Nirmala e Sushm sono molto comuni.
Molti cristiani indiani celebrano anche l’ aarti Hindu, sottolinea Padre Dominic Emmanuel, portavoce dell’Arcidiocesi Cattolica di Delhi.
Comunque sia, la comunità cristiana è troppo variegata da poterla restringere a un’unica appartenenza di categoria, basti pensare che conta 252 denominazioni diverse, e che i cristiani del Kerala e del Tamil Nadhu sono completamente diversi dai correligionari tribali, da quelli del Dalit o da quelli che vivono nel nord-est.
Ecco perché, continua il sociologo, i cristiani non costituiscono motivo di disturbo né hanno influenza politica. Ma Roy Paul, ex componente della Commissione Union Public Services e ex ministro per l’aeronautica, sostiene che i “tranquilli cristiani” hanno di per sé una cultura più forte rispetto a chi appartiene ad altre comunità.
Padre Emmanuel, però, ci ricorda come sia noto che i cristiani gestiscono alcuni degli ospedali, delle scuole e delle ONG migliori di tutta l’India, anche se sempre guardati con sospetto perché accusati di proselitismo. “Il censimento ha valutato in un 2% la presenza cristiana in India” e gran parte del resto degli indiani temono possano aumentare.
http://www.tg3.rai.it/dl/tg3/articoli/ContentItem-1339f33e-2c9c-4d95-ad80-2b971f926e29.html

