Mirabilissimo100’s Weblog

agosto 13, 2014

CRISTIANI E YAZIDI PERSEGUITATI DAI TERRORISTI DELL’ISIS

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 7:29 pm

In Kurdistan una tragedia annunciata e taciuta dai media

Mario Sommossa Redazione Online

6 agosto, 13:54

La travolgente avanzata dei terroristi dello Stato Islamico è oramai lontana dall’attenzione dei nostri media ma il pericolo che rappresenta per le minoranze locali e per tutti i popoli non considerati “fratelli nella fede” continua ad aumentare. Mentre i nostri giornalisti si concentrano sulle vittime della guerra in atto nella striscia d Gaza, un’altra tragedia di dimensioni molto maggiori si sta consumando nella zona tra Iraq, Siria e Kurdistan iracheno senza che il mondo se ne accorga.

Si tratta degli Yazidi, seguaci di una religione nata proprio in quei luoghi ben più di 4000 anni fa. Nonostante siano di lingua curda, durante il regime di Saddam gli Yazidi furono dichiarati forzatamente “arabi” per sbilanciare la locale composizione etnica. La loro è una religione sincretica precedente sia al Cristianesimo sia all’Islam che né l’uno né l’altro sono riusciti a soffocare nel corso dei secoli. Mutua elementi zoroastriani miscelati, nel corso del tempo, con innesti cristiani, sufi (mistici islamici) e giudaismo cabalistico e pratica riti secolari ai limiti di quello che noi considereremmo pratiche magiche.

Per questo motivo sono stati sempre visti con sospetto dai musulmani che li accusano di adorare il diavolo. I seguaci di questa religione sono concentrati soprattutto nel territorio tra Mosul e Sinjar, a un centinaio di chilometri a sud-ovest del confine amministrativo curdo-iracheno. I curdi, notoriamente e da sempre tolleranti verso qualunque fede praticata li hanno sempre considerati dei loro, e alla notizia della conquista di Mosul da parte dei guerriglieri del califfato, si sono organizzati per ricevere i profughi già incamminatisi verso Duhok e Zaho e proteggere quelli che avevano preferito cercare un temporaneo rifugio sulla montagna di Sinjar.

E’ proprio sulle pendici di questo monte che si trovano adesso poco meno di 200 mila profughi yazidi fuggiti dai villaggi e dalle città vicine ed è lì che i peshmerga curdi hanno mandato i propri reparti per difenderli. Purtroppo i 100 e più chilometri che separano la zona dalle retrovie curde costituiscono un ostacolo logistico di cui hanno immediatamente approfittato i terroristi per tagliare, circondando il monte Sinjar, ogni possibilità di rifornimento.

La crudeltà dei militanti dell’ISIS verso qualunque professione di fede alternativa e le esecuzioni sommarie gia’ eseguite in Siria e in Irak sono così spietate da essere state condannate perfino dalla stessa Al Qaida. Ciò che si teme, a ragion veduta, è che qualora i fanatici islamisti riuscissero a conquistare il monte Sinjar, la gran parte dei presenti possa subire la sorte delle migliaia di vittime che li hanno preceduti.

I peshmerga curdi sono ritenuti l’esercito di terra più determinato di tutta la zona ma le loro armi risalgono ancora ai primi anni ‘90 (soprattutto sovietiche, per aiutarli contro Saddam Hussein) e da allora, e soprattutto dal 2003, non è più stato loro possibile acquistarne di nuove per la paura, soprattutto americana, che potessero essere usate per imporre l’indipendenza. A ciò va aggiunto che, da molti mesi, Baghdad non versa più al governo regionale il 17% che gli dovrebbe dai redditi dello Stato centrale e che quindi tutto l’equipaggiamento soffre delle restrizioni finanziarie. Al contrario, i terroristi hanno carri armati, humvee, lanciarazzi, cannoni e altro equipaggiamento americano moderno che hanno sottratto all’esercito iracheno in fuga. E’ così che si spiega come, nonostante il generoso tentativo dei curdi, le loro linee di rifornimento siano potuto essere tagliate e i pochi di loro sopravvissuti trovarsi circondati, con le famiglie Yazidi, sul monte Sinjar.

I miliziani dello Stato Islamico stanno avanzando senza tregua e, oltre ad aver occupato Mosul, si sono impadroniti anche della stessa città di Sinjar e di altri villaggi. Ancora più grave è che sembrano riusciti a impadronirsi delle dighe di Mosul e Haditha. Queste due sono un punto chiave per la fornitura di gran parte della rete elettrica irachena e, se confermate le voci che le danno sotto il loro controllo, possono condizionare la sopravvivenza quotidiana degli abitanti di tutto il sud del Paese. Con lo stesso obiettivo hanno occupato anche i pozzi petroliferi di Ain Zalah e quelli in via di avviamento di Batma e Sufaja.

Purtroppo, dopo la fuga dei soldati di Baghdad, solo i curdi avrebbero la capacità di contrapporsi all’avanzata delle milizie terroriste ma è certo che, senza un’efficace copertura aerea (sembra che finalmente Al Maliki abbia inviato qualche caccia nella zona) e senza il rifornimento di armi e munizioni moderne, è ben difficile che possano vincere sui ben armati nemici.

I governi occidentali, USA in primis, hanno finora rifiutato la vendita di armi ai curdi ma oggi non sembra potervi essere scelta: o l’occidente interviene direttamente (cosa improbabile e non raccomandabile per tanti motivi) oppure deve armare anche gli unici motivati e capaci di sconfiggere i terroristi e i loro locali sostenitori.

L’alternativa non è solo l’avanzata e probabile vittoria del pericoloso Califfato ma la prossima carneficina degli yazidi e di qualche centinaio di cristiani e armeni rifugiatisi con loro sulle pendici della montagna.

Facendo finta di non sapere e non facendo nulla, il mondo si troverà poi a pianger lacrime di coccodrillo su una tragedia annunciata, esattamente come successe pochi anni orsono con la strage in Ruanda.

Nel mondo, Kurdistan, Tragedia, Attualita’

Per saperne di più: http://italian.ruvr.ru/2014_08_06/In-Kurdistan-una-tragedia-annunciata-e-taciuta-dai-media-6880/

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I CRISTIANI DELLA SIRIA E DELL’IRAQ NELLE MANI DEI TERRORISTI

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 7:25 pm

Iraq e Siria: l’Occidente ha consegnato i cristiani nelle mani del “califfato” terrorista

Segnalazione del Centro Studi Federici

ISIS+esecuzioniDomanda retorica: perché i giornalisti che in questi giorni sono impegnatissimi nel narrare nei minimi particolari la tragica sorte dei tre ragazzi israeliani uccisi in Palestina, negli ultimi anni e in particolare negli ultimi mesi non hanno trovato il tempo e il modo di parlare della persecuzione e del martirio di migliaia di cristiani della Siria e dell’Iraq?

Ecco le 16 regole imposte dai terroristi islamici alla città di Mosul (Iraq): crocifissioni, amputazioni e donne segregate

Lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) ha pubblicato un editto per informare i cittadini delle nuove regole vigenti in città secondo la sharia. Due giorni dopo la presa di Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) ha pubblicato un editto per informare i cittadini delle nuove regole vigenti in città secondo la sharia. Il documento è diviso in 16 punto e impone gli stessi obblighi già applicati nella città siriana di Raqqa.

TRIBUTO AI CRISTIANI. Vi abbiamo già parlato della gizya, il tributo umiliante imposto ai cristiani di «minimo 250 dollari», da pagare necessariamente per mantenere la propria fede nel califfato islamico. L’Isil proibisce anche il politeismo, l’apostasia e prevede come unica via di salvezza per la polizia e i soldati dell’esercito di Al Maliki una forma di pentimento pubblica.

PREGHIERA OBBLIGATORIA. I musulmani saranno obbligati a seguire in moschea la preghiera cinque volte al giorno, come previsto da uno dei pilastri dell’islam. Consumare droghe, alcol e tabacco è vietato, chi ruba verrà punito con l’amputazione di un arto, mentre chi uccide subirà la crocifissione in piazza.

DONNE IN CASA. Le donne «devono restare in casa, uscire solo se necessario, il loro ruolo è provvedere alla stabilità del focolare». Qualora dovessero uscire di casa, è necessario che siano accompagnate da un familiare maschio e che vestano l’hijab. I soldi rubati dalle banche e negozi sono a disposizione esclusiva dei terroristi e saranno amministrati da un imam. I leader tribali sunniti, così come gli altri, non devono collaborare con il governo e i traditori.

SANTUARI SARANNO DISTRUTTI. Protestare in pubblico è vietato, così come esporre bandiere diverse da quella nera dell’Isil. Anche possedere armi non è più possibile, visto che «Dio ci ha chiesto di restare uniti». Tutti i santuari, le tombe e le statue idolatre devono essere distrutte. La statua della Madonna che sormontava la torre-orologio della chiesa dell’Immacolata di Mosul è già stata tirata giù e distrutta. «All’inizio abbiamo preso queste informazioni con le pinze», dichiara al Corriere della Sera padre Tahir Essa. «Eppure l’islamizzazione forzata in nome del Califfato è ormai una realtà. E proprio per questo stiamo cercando di fare uscire da Mosul gli ultimi circa 500 cristiani».

http://www.tempi.it/isil-mosul-iraq-16-regole-terroristi-islamici-crocifissioni-amputazioni-donne-segregate#.U7PPaqi_tSQ

Appello dell’Arcivescovo siro cattolico Moshe alla comunità internazionale: salvateci!

Qaraqosh è quasi una città fantasma. Più del novanta per cento degli oltre 40mila abitanti, quasi tutti cristiani appartenenti alla Chiesa siro-cattolica, sono fuggiti negli ultimi due giorni davanti all’offensiva degli insorti sunniti guidati dai jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL), che sottopongono l’area urbana al lancio di missili e granate. Tra i pochi rimasti in città ci sono l’Arcivescovo di Mosul dei Siri, Yohanna Petros Moshe, alcuni sacerdoti e alcuni giovani della sua Chiesa, che hanno deciso di non fuggire. Nel centro abitato, nelle ultime due giornate, sono arrivate armi e nuovi contingenti a rafforzare le milizie curde dei Peshmerga che oppongono resistenza all’avanzata degli insorti sunniti. L’impressione è che si stia preparando il terreno per lo scontro frontale.

Nella giornata di ieri, l’Arcivescovo Moshe ha tentato una mediazione tra le forze contrapposte con l’intento di preservare la città di Qaraqosh dalla distruzione. Per il momento, il tentativo non ha avuto esito. Gli insorti sunniti chiedono alle milizie curde di ritirarsi. I Peshmerga curdi non hanno alcuna intenzione di consentire agli insorti di avvicinarsi ai confini del Kurdistan iracheno.

In questa situazione drammatica, da Qaraqosh l’Arcivescovo Moshe attraverso l’Agenzia Fides vuole lanciare un pressante appello umanitario a tutta la comunità internazionale: “Davanti al dramma vissuto dal nostro popolo mi rivolgo alle coscienze dei leader politici di tutto il mondo, agli organismi internazionali e a tutti gli uomini di buona volontà: occorre intervenire subito per porre un argine al precipitare della situazione, operando non solo sul piano del soccorso umanitario, ma anche su quello politico e diplomatico. Ogni ora, ogni giorno perduto, rischia di rendere tutto irrecuperabile. Non si possono lasciar passare giorni e settimane intere nella passività. L’immobilismo diventa complicità con il crimine e la sopraffazione. Il mondo non può chiudere gli occhi davanti al dramma di un popolo intero fuggito dalle proprie case in poche ore, portando con sé solo i vestiti che aveva addosso”.

L’Arcivescovo siro cattolico di Mosul delinea con poche vibranti parole la condizione particolare vissuta dai cristiani nel riesplodere dei conflitti settari che stanno mettendo a rischio la sopravvivenza stessa dell’Iraq: “ Qaraqosh e le altre città della Piana di Ninive sono state per lungo tempo luoghi di pace e di convivenza. Noi cristiani siamo disarmati, e in quanto cristiani non abbiamo alimentato nessun conflitto e nessun problema con i sunniti, gli sciiti, i curdi e con le altre realtà che formano la Nazione irachena. Vogliamo solo vivere in pace, collaborando con tutti e rispettando tutti”.

Il sacerdote siro cattolico Nizar Semaan, collaboratore dell’Arcivescovo Moshe, spiega a Fides che “l’appello è rivolto anche a quei governi occidentali ed europei che spesso parlano dei diritti umani in maniera intermittente e interessata, sprofondando poi in un mutismo di comodo quando le loro operazioni e le loro analisi dei problemi del Medio Oriente si rivelano miopi e fallimentari. Per essere chiari, l’Arcivescovo non chiede di risolvere la situazione mandando altre armi in Medio Oriente. Sono stati anche gli interventi armati occidentali a scatenare il caos pieno di sangue e violenza che fa soffrire i nostri popoli stremati”.

http://www.fides.org/it/news/55489-ASIA_IRAQ_Appello_dell_Arcivescovo_siro_cattolico_Moshe_alla_comunita_internazionale_Salvateci#.U61kNkaKDwp

L’Isis crocifigge i nemici e proclama il “Califfato” nei territori conquistati di Siria e Iraq.

Sfruttare la croce, un simbolo cristiano, per terrorizzare membri interni e nemici; dichiarare la nascita del Califfato, per affermare il controllo sui territori di Siria e Iraq finora conquistati, legittimando le mire volte alla creazione di un nuovo “Stato islamico”. Sono queste le ultime, terribili notizie che provengono dalle aree di guerra del Medio oriente e che confermano la strategia del terrore adottata dai miliziani. Nel fine settimana lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis, formazione sunnita jihadista legata ad al Qaeda) ha proclamato la nascita del califfato nei territori occupati in Siria e in Iraq. Il leader del movimento islamista, Abu Bakr al-Baghdad, intende assumere la carica di “califfo” e “capo dei musulmani di tutto il mondo”. L’annuncio è stato preceduto dalla crocifissione di nove persone nel centro di Deir Hafer, un villaggio ad est di Aleppo, nei territori siriani sotto il controllo dell’Isis. Tra le vittime otto ribelli “responsabili” di combattere con organizzazioni rivali e un ex militante, incriminato per estorsione ai danni dei civili.

Il movimento jihadista internazionale persegue il progetto di dar vita a un “Califfato”, in cui vige una applicazione rigida della Sharia. La nuova realtà territoriale stravolgerebbe i confini fissati da Gran Bretagna e Francia nel XXmo secolo, all’indomani della caduta dell’impero ottomano; essa si estenderebbe da Aleppo, nel nord della Siria, fino alla provincia di Diyala nell’Iraq orientale. Abu Bakr al-Baghdad assumerebbe la guida suprema del nuovo Stato, col soprannome di “Califfo Ibrahim”, mettendo al bando “la democrazia e altre spazzature simili provenienti dall’Occidente”. In risposta, l’esercito di Baghdad ha lanciato un’offensiva per riprendere il controllo di Tikrit, nel nord, dall’11 giugno nelle mani degli islamisti. La Russia ha inviato il primo lotto di aerei da caccia, che Mosca ha fornito al governo di Baghdad per contribuire alla lotta contro i miliziani. (…)

In un contesto di guerra, divisioni sempre più marcate e violenze sanguinarie, la Chiesa caldea irakena ha celebrato il Sinodo dal 24 al 28 giugno scorso a Erbil, nel nord; in un primo momento l’incontro dei vescovi avrebbe dovuto svolgersi a Baghdad, ma si è optato per una zona più sicura e al riparo – sinora – dai raid degli islamisti. Al termine i prelati hanno diffuso un comunicato ufficiale, in cui si appellano ai governanti perché in questo “tragico” contesto sappiano preservarne “l’unità nazionale” e “tutte le componenti”. Essi indicano nel “dialogo” l’unico mezzo per portare il Paese fuori dal “lungo tunnel” e scongiurare guerra civile o divisioni interne. Dai vescovi viene rivolto un pensiero alle migliaia di famiglie – cristiane e non – sfollate da città e villaggi, le cui condizioni “sono gravi”. (…) Alla comunità internazionale viene rivolto l’invito ad aiutare l’Iraq a trovare una “soluzione politica” alla crisi per scongiurare il pericolo di distruzione della nazione; infine, l’appello a Dio perché “salvi l’Iraq e gli irakeni”.

http://www.asianews.it/notizie-it/L%E2%80%99Isis-crocifigge-i-nemici-e-proclama-il-%E2%80%9CCaliffato%E2%80%9D-nei-territori-conquistati-di-Siria-e-Iraq-31496.html

Due suore e tre giovani caldei fermati a Mosul dai jihadisti dell’ISIL

Dalla giornata di sabato 28 giugno si sono persi i contatti con suor Atur e suor Miskinta, due religiose caldee della Congregazione delle Figlie di Maria Immacolata, che erano rientrate in auto a Mosul dalla città di Dohuk in compagnia di due ragazze e di un ragazzo cristiani. I cinque componenti dell’equipaggio risultano irraggiungibili al cellulare. Secondo quanto riferito all’Agenzia Fides da fonti del Patriarcato caldeo, le due suore e i tre ragazzi sono stati fermati da miliziani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) che per ora confermano le loro buone condizioni e affermano di tenerli in stato di fermo per garantire la loro “sicurezza”. Le autorità ecclesiastiche sono in contatto permanente con i capi religiosi della comunità sunnita di Mosul per tenere sotto controllo la situazione e fare in modo che i fermati tornino al più presto a godere della piena libertà di movimento.

Le due suore curano e gestiscono una casa-famiglia per orfane di Mosul, nei pressi dell’arcivescovato caldeo. Davanti all’offensiva islamista iniziata lo scorso 9 giugno, le suore e tutti gli ospiti della casa-famiglia avevano lasciato Mosul trovando rifugio nella città di Dohuk, nel Kurdistan iracheno. Da lì suor Atur aveva già effettuato rapide sortite a Mosul per verificare le condizioni della casa e recuperare oggetti e strumenti di lavoro e di studio per le ragazze, costrette ad abbandonare le proprie dimore. “In tutti questi anni tremendi per il nostro Paese” riferisce a Fides suor Luigina Sako, Superiora delle Suore Caldee, con voce rotta dal pianto “suor Atur e suor Miskinta hanno fatto un grande lavoro, senza mai abbandonare Mosul e consentendo alle ragazze di studiare. Siamo in angoscia per loro, soprattutto per le ragazze”.

Fonti locali contattate da Fides confermano che la situazione rimane critica soprattutto a Mosul, per buona parte controllata dagli insorti sunniti guidati dai miliziani dell’ISIL che hanno istallato una propria base anche nella sede dell’arcivescovato caldeo. I villaggi della Piana di Ninive, come Qaraqosh e Kramles, registrano il rientro di una parte della popolazione fuggita nei giorni scorsi. Tuttavia manca l’acqua e l’elettricità e sono saltati tutti i servizi gestiti dagli enti pubblici, come i trasporti e la raccolta di rifiuti.

http://www.fides.org/it/news/55503-ASIA_IRAQ_Due_suore_e_tre_giovani_caldei_fermati_a_Mosul_dai_jihadisti_dell_ISIL#.U7FWiEaKDwp

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Questo articolo é stato pubblicato 2 luglio 2014, 12:16 ed é archiviato sotto Attualità. Resta aggiornato attraverso il feed RSS 2.0. Puoi lasciare un commento oppure inviare un trackback dal tuo sito.

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SACERDOTE CALDEO UCCISO DAI TERRORISTI IN IRAQ

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 7:22 pm

L’ultima Messa di padre Ganni, ucciso in Iraq perché non ha voluto chiudere le porte della sua chiesa: «Come potrei?»

giugno 3, 2014 Rodolfo Casadei

Il sacerdote 35enne non si è fatto intimidire dalle minacce: «Ogni giorno aspettiamo l’attacco decisivo. Speriamo di portare la croce di Cristo fino alla fine con l’aiuto della Grazia divina»

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iraq-cristiani-ragheed-ganni«Come posso chiudere la casa del Signore?». Sono state queste le ultime parole pronunciate in questa vita da padre Ragheed Ganni, il 35enne sacerdote caldeo iracheno trucidato il 3 giugno del 2007 insieme a tre suddiaconi nei pressi della chiesa dello Spirito Santo a Mosul, nell’Iraq settentrionale. Ebbe il coraggio di dirle di fronte all’uomo armato e mascherato che gli puntava contro un’arma automatica e che, insieme ad altri, aveva bloccato i due veicoli su cui il gruppo viaggiava e dopo averlo fatto scendere gli aveva urlato: «Ti avevo ordinato di chiudere la tua chiesa! Perché non lo hai fatto? Perché sei ancora qui?». Alla risposta lo spinse a terra, e gli scaricò addosso 15 colpi del suo fucile mitragliatore. Poco dopo toccava la stessa sorte ai tre laici che lo accompagnavano.

Fra pochi giorni ricorre il settimo anniversario del martirio di quello che fu il primo prete cattolico ucciso in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein (prima di lui era stato rapito e poi ucciso, sempre a Mosul, il sacerdote siro ortodosso Paul Iskandar). Come ha dichiarato recentemente ad AsiaNews l’arcivescovo di Mosul Amel Nona, successore di quel Paulos Faraj Rahho di cui padre Ganni era segretario e che fu rapito e fatto morire di stenti otto mesi dopo l’assassinio del sacerdote, l’Occidente ha dimenticato il dramma dell’Iraq, compreso quello della sua comunità cristiana, che prima della guerra angloamericana del 2003 contava circa 800 mila unità e oggi è ridotta a non più di 250 mila.

Nel decennio seguito a quella guerra più di mille cristiani sono stati uccisi in attacchi mirati e motivati dalla loro appartenenza religiosa. Eppure la morte di padre Ganni continua a essere considerata in modo speciale, non solo perché si è trattato del primo sacerdote cattolico ucciso, ma per il suo carattere di offerta sacrificale, di martirio annunciato. Dal momento del suo ritorno in Iraq da Roma, dove aveva studiato per sette anni all’Angelicum fra il 1996 e il 2003 ed era stato ordinato prete nel 2001, fino alla fine dei suoi giorni la vita del sacerdote nativo di Mosul sarebbe stata una via Crucis al rallentatore, un crescendo di minacce, attentati e incidenti che annunciavano l’approssimarsi del dramma finale.

041116_iraq_christians_hmed_8a_hmedium1-jpg-crop_display«L’Iraq è il mio posto»
Come ha potuto padre Ragheed resistere tutto quel tempo, sentendo la morte avvicinarsi passo a passo? Anzitutto, la dedizione convinta alla vocazione. Un amico musulmano, il professore Adnam Mokrani, racconta di avergli sentito dire, subito dopo l’ordinazione a Roma, «da questo momento, sono morto a me stesso». Subito dopo l’ordinazione gli era stato proposto di diventare parroco in Irlanda, paese che conosceva bene per aver alloggiato al Pontificio Collegio irlandese durante i suoi sette anni romani e per aver trascorso i mesi estivi in Irlanda, presso il santuario di Lough Derg. Ma lui aveva rifiutato perché voleva tornare nel già allora tormentato Iraq: «Quello è il posto cui appartengo, quello è il mio posto». Quindi c’era il completo affidamento a Dio.

Chiamato a pronunciare una testimonianza al Congresso eucaristico italiano del 2005, aveva detto: «Senza domenica, senza Eucarestia, i cristiani iracheni non possono vivere. I terroristi cercano di toglierci la vita, ma l’Eucarestia ce la ridona. Qualche volta io stesso mi sento fragile e pieno di paura. Quando, sollevando l’Eucarestia, dico le parole: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo”, sento in me la Sua forza: io tengo in mano l’ostia, ma in realtà è Lui che tiene me e tutti noi, che sfida i terroristi e ci tiene uniti nel suo amore senza fine». E ancora, c’era il forte senso di appartenenza a un popolo, il popolo di Dio: «I sacerdoti dicono Messa tra le rovine causate dalle bombe. Le mamme, preoccupate, vedono i figli sfidare i pericoli e andare al catechismo con entusiasmo. I vecchi vengono ad affidare a Dio le famiglie in fuga dall’Iraq, il paese che loro invece non vogliono lasciare, saldamente radicati nelle case costruite con il sudore di anni».

iraq-cristiani-ragheed-ganni-tombaAccanto a santa Brigida
Nel mese di maggio del 2007 si esprime veramente come se fosse consapevole che il suo destino sta per compiersi. Dopo un attacco alla parrocchia durante la domenica delle Palme scrive: «Proviamo empatia con Cristo, che entra in Gerusalemme con la piena consapevolezza che la conseguenza del Suo amore per l’umanità sarà la croce. Quindi, mentre i proiettili distruggono le finestre della nostra chiesa, offriamo le nostre sofferenze come segno di amore per Cristo». E in un’altra e-mail, poco prima della morte: «Ogni giorno aspettiamo l’attacco decisivo, ma non smetteremo di celebrare Messa. Lo faremo anche sotto terra, dove siamo più al sicuro (il 27 maggio una bomba era esplosa davanti alla chiesa ferendo due guardie, e da quel momento la Messa veniva celebrata nei sotterranei, ndr). In questa decisione sono incoraggiato dalla forza dei miei parrocchiani. Si tratta di guerra, guerra vera, ma speriamo di portare questa Croce fino alla fine con l’aiuto della Grazia divina».

A Roma una reliquia di padre Ganni si trova nella basilica di San Bartolomeo all’Isola, collocata nella cappella dei martiri dell’Asia, dell’Oceania e del Medio Oriente. Si tratta della stola che indossava in occasione della sua ultima Messa, quella subito dopo la quale venne ucciso. Nella cupola della Cappella di Tutti i Santi d’Irlanda, al Pontificio Collegio irlandese, padre Ganni è raffigurato in un mosaico opera del gesuita artista Marko Rupnik accanto a santa Brigida. Durante un reportage nel 2008 l’inviato di Tempi raccolse sul posto la notizia che poco dopo l’uccisione dei quattro cristiani, mentre i terroristi collocavano dell’esplosivo sotto i loro corpi per cercare di causare la morte di chi si fosse avvicinato per recuperare i cadaveri, un musulmano che abitava nei pressi abbia affrontato gli uccisori apostrofandoli così: «Avete ucciso degli uomini di pace, degli innocenti. Perché fate questo?». Fu caricato a forza su di un’auto e portato via. Il giorno dopo il suo corpo crivellato di proiettili fu trovato in un’altra zona di Mosul. Fu assassinato con la stessa arma che aveva ucciso padre Ganni.
@RodolfoCasadei

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I TERRORISTI DELL’ISIS SONO PERICOLOSI PER TUTTE LE NAZIONI

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 7:18 pm

«I jihadisti sono un pericolo per tutti, per voi occidentali ancor più di noi. Un giorno vi pentirete della vostra politica»

agosto 12, 2014 Redazione

L’arcivescovo di Mosul: «Verrà un tempo in cui vi dovrete pentire di questa politica. Il confine di questi gruppi è tutto il mondo: il loro obiettivo è di convertire con la spada o di uccidere tutti gli altri».

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stato-islamico-califfato-obiettivi-jihadIntervistato da Avvenire, monsignor Emil Nona (qui l’intervista a tempi.it), arcivescovo di Mosul, racconta che dall’8 giugno non riesce più a rientrare in città, ormai nelle mani dei fanatici islamici. «Questa gente non crede nel dialogo – dice Nona – questa gente gente crede di poter fare ciò che vuole: chi non è d’accordo con il loro pensiero lo uccidono. Hanno pubblicato un edito che dice: o vi convertite all’islam, o pagate la jeziah (il tributo umiliante, ndr), o andate via. Non c’è stata nessuna mediazione: semplicemente hanno detto che per i cristiani c’erano queste tre scelte».

LA VERA VISIONE DELL’ISLAM. Nona usa parole molto nette per individuare la radice del problema: «La base è la religione islamica stessa: nel Corano ci sono versetti che dicono di uccidere i cristiani, tutti gli altri infedeli. La parola “infedele” nell’islam è una parola molto forte: l’infedele, per l’islam non ha più una dignità, non ha un diritto. A un infedele si può fare qualsiasi cosa: ucciderlo, renderlo schiavo, tutto quello che l’infedele possiede, secondo l’islam, è un diritto del musulmano. Non è un’ideologia nuova, è una ideologia basata sul Corano stesso. Queste persone rappresentano la vera visione dell’islam».

UN PERICOLO PER TUTTI. L’avanzata del Califfato è inarrestabile, dice Nona, «finché la comunità internazionale continuerà a usare i musulmani nella politica. L’islam è una religione diversa da tutte le altre. Quando si usa l’ideologia islamica, il risultato sono questi fondamentalisti. Si possono fermare o con la guerra o scovando dove sono i fondi che finanziano questi gruppi. Si deve ripensare completamente la politica internazionale. Sono tre anni che in Siria la politica usa questi gruppi, sono anni che avviene in Egitto, in Tunisia, in Somalia, in Afghanistan. Ci sono paesi che finanziano in modo molto aperto questi gruppi: la comunità internazionale non dice niente perché questi paesi hanno risorse petrolifere».
L’occidente e i suoi politici «non capiscono cosa vuol dire l’islam, pensano che siano un pericolo solo per i nostri paesi. Non è vero: sono un pericolo per tutti, per voi occidentali ancor più di noi. Verrà un tempo in cui vi dovrete pentire di questa politica. Il confine di questi gruppi è tutto il mondo: il loro obiettivo è di convertire con la spada o di uccidere tutti gli altri».

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I CRISTIANI IRACHENI CI CHIEDONO AIUTO

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 7:15 pm

Questione di vita o di morte. Raccolta fondi per i fratelli cristiani perseguitati in Iraq. Bastano cinque euro

agosto 12, 2014 Redazione

Asianews lancia una raccolta fondi per i cristiani costretti a fuggire per l’attacco dei militanti jihadisti. «La morte e la malattia si accaniscono sui bambini e sugli anziani»

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nazarat_iraqIl sito Asianews ha lanciato una raccolta fondi per i cristiani perseguitati in Iraq dallo Stato islamico. La situazione, come vi abbiamo raccontato tante volte, è tragica. Come ha spiegato il patriarca di Baghdad, Louis Sako, i fedeli fuggono verso il Kurdistan: «Un esodo, una vera Via Crucis, con i cristiani costretti a marciare a piedi nella torrida estate irachena…. Fra loro vi sono anche malati, anziani, bambini e donne incinte. Hanno bisogno di cibo, acqua e riparo…».
AsiaNews informa che «per dare da mangiare a un cristiano di Mosul per un mese occorrono 160 euro; per una settimana ne bastano 40; per un giorno, soltanto 5 euro». I soldi raccolti saranno inviati al Patriarcato di Baghdad, che provvederà a distribuirli secondo i bisogni di ogni famiglia.

Il 10 agosto, sempre su Asianews, è stata pubblicata una lettera dello stesso Sako, che qui riportiamo:

«La morte e la malattia si accaniscono sui bambini e sugli anziani tra le migliaia di famiglie di rifugiati sparpagliate nella regione curda, le quali hanno perso tutto a causa dei recenti, tragici sviluppi; le milizie dell’Isis continuano la loro avanzata e gli aiuti umanitari sono insufficienti.

Vi sono almeno 70mila sfollati cristiani ad Ankawa, assieme a membri di altre minoranze religiose di questa città che ha una popolazione cristiana locale di oltre 25mila cristiani. Le famiglie che hanno trovato accoglienza nelle chiese o nelle scuole sono in condizioni soddisfacenti, mente quanti dormono tuttora per le strade o nei parchi pubblici sono in una situazione deplorevole.

A Dohuk, il numero dei rifugiati cristiani ha superato i 60mila e la loro situazione è persino peggiore di quella di Erbil. Vi sono inoltre famiglie che hanno trovato riparo a Kirkuk e Sulaymaniyah, così come alcuni sono riusciti ad arrivare anche fino alla capitale, Baghdad.

Nel frattempo, cresce in maniera esponenziale il fabbisogno di beni di prima necessità: alloggio, cibo, acqua, medicine e fondi; la mancanza di un coordinamento internazionale sta rallentando e limitando la realizzazione di una effettiva assistenza a quelle migliaia di persone che attendono un sostegno immediato. Le Chiese, per quanto è nelle loro possibilità, stanno mettendo a disposizione tutto ciò che hanno.

Ricapitolando la situazione dei villaggi cristiani attorno a Mosul e fino ai confini della regione curda: le chiese sono state svuotate e profanate; cinque vescovi sono al di fuori delle rispettive diocesi, i sacerdoti e le suore hanno abbandonato istituti e missioni, lasciandosi ogni cosa alle spalle, le famiglie sono fuggite con i loro bambini, e lasciandosi tutto il resto dietro di sé! Il livello del disastro è estremo.

La posizione del presidente statunitense Barack Obama di fornire solo assistenza militare per proteggere Erbil è deludente. E le continue voci di divisioni dell’Iraq rappresentano una ulteriore fonte di minaccia. Gli americani non sembrano voler garantire una soluzione rapida, che sia fonte di speranza, perché non intendono attaccare l’ISIS a Mosul e nella piana di Ninive. La conferma che questa situazione terribile è destinata a continuare fino a che le forze di sicurezza irakene non combatteranno a fianco dei Peshmerga (curdi) contro le milizie ISIS è deprimente. Il presidente della regione autonoma del Kurdistan ha affermato che le truppe curde stanno combattendo contro uno Stato terrorista e non contro gruppi minoritari! Mentre il Paese è sotto il fuoco incrociato, i politici a Baghdad continuano a combattere per il potere.

Alla fine, pare probabile che Mosul non verrà liberata e nemmeno i villaggi della piana di Ninive. Non vi è alcuna strategia concreta per inaridire le fonti di potere le risorse di questi terroristi islamici. Essi controllano la città petrolifera di Zimar e i giacimenti petroliferi di Ain Zalah e Batma, assieme a quelli di Al-Raqqa e Deir ez-Zor in Siria. I combattenti estremisti islamici si stanno unendo a loro da tutte le parti del mondo.

La scelta delle famiglie di rifugiati:

Migrare: dove dovrebbero andare e con quali soldi e documenti?

Restare: nelle tendopoli e nei campi di rifugiati, in attesa che finisca l’estate e arrivi l’inverno? Saranno forse riaperte le scuole e potranno i bambini frequentare le scuole elementari, e i più grandi le superiori o l’università? Saranno accolti con favore nelle scuole di Erbil, Duhok e Sulaymaniyah? Qual è il futuro delle proprietà e dei beni di appartenenza, unitamente ai lavori di un tempo, per queste migliaia di persone innocenti costrette a fuggire nella notte dai loro amati villaggi?

Vi sono domande che dovrebbero infliggere dolori terribili alle coscienze di ciascuna persona o istituzione, perché si faccia davvero qualcosa per salvare queste persone, la cui storia è radicata in questa terra fin dalle origini.

Baghdad, 10 agosto 2014

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CRISTIANI IRACHENI FUGGITI DAI TERRORISTI DELL’ISIS

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 7:12 pm

Iraq. L’inviato di Tempi tra i rifugiati cristiani a Erbil. «Vogliamo andarcene tutti. Qui non c’è speranza»

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agosto 13, 2014 Rodolfo Casadei

«Qui arrivano persone che portano dieci chili di pane o dieci polli da cuocere, o che dicono: “Voglio pagare il pasto per 70 persone”. Ci si aiuta fra noi e i cristiani di qui fanno per noi tutto quello che possono»

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iraq-erbil01 FOTO E REPORTAGE DA ERBIL (IRAQ). DAL NOSTRO INVIATO – L’aria è rovente, almeno 40 gradi, e le parole pure, anche se Ivan sorride mentre parla, gli occhi chiarissimi illuminati da un sogno. «Vogliamo andarcene tutti, non importa in quale paese europeo: qui non c’è più speranza». Il cortile della cattedrale caldea di san Giuseppe a Erbil è una cayenna di grida, facce disfatte, persone che si muovono in tutte le direzioni, donne sdraiate sotto tende di fortuna, capannelli di uomini intenti a organizzare non si sa cosa, acqua e generi vari trasportati di qua e di là attraverso prati spelacchiati.

Il giovane che mi aiuta a trovare il sacerdote col quale ho appuntamento viene da Qaraqosh, la più grande delle cittadine della Piana di Ninive con quasi 50 mila abitanti. Due volte i jihadisti di Daesh (come qui tutti chiamano l’Isil, o Stato islamico dell’Irak e del Levante) l’hanno espugnata strappandola ai reparti curdi che la controllavano dal 2003, e i fuggitivi sono arrivati sin qui, 60 chilometri più a oriente. «Sì, vogliono emigrare tutti e si immaginano che da un momento all’altro arrivino grandi aeroplani che li caricheranno in massa e li porteranno via da qui».

iraq-erbil-05Padre Paolo Thabet Yousif è il parroco caldeo di Karamlish, la principale località cristiana a nord di Qaraqosh. Lui è fuggito il 7 agosto insieme alle ultime 20 famiglie che erano rimaste. Adesso trascorre le sue giornate fra il seminario di Erbil, dove gli hanno dato un letto, e lo scheletro di un edificio in costruzione che sta proprio in faccia alla cattedrale di san Giuseppe. Dovrebbe diventare un supermercato con tanto di parcheggio seminterrato. Per adesso è un’impalcatura di cemento armato nei cui vasti spazi hanno trovato ospitalità 70 famiglie caldee di Karamlish, circa 300 persone. «Sono quelli che non hanno parenti che li possano ospitare qui a Erbil o nelle altre città curde dove esistono comunità cristiane. La maggioranza delle 800 famiglie della mia parrocchia si è sistemata per conto proprio in qualche modo, questi stanno qui perché si tratta di una proprietà della Chiesa di Erbil, che aveva progettato di finanziarsi con l’affitto che il supermercato le avrebbe versato».

iraq-erbil-04Bivaccare sul cemento grezzo, nonostante l’inesistenza delle pareti laterali favorisca il ricambio dell’aria, in pieno agosto non è per nulla meglio che stare sotto le tende nei parchi della città o sui prati della cattedrale. Perciò in pochi giorni sono stati installati una specie di condizionatori a forma di cubo: dentro c’è una ventola che quando è in azione non solo muove l’aria ma spruzza acqua su un paio di pareti rivestite di paglia: il risultato finale è un certo sollievo per chi sta nei pressi. In quattro-cinque giorni sono state installate le docce, quattro wc, una cucina da campo e fioche lampadine che pendono nel vuoto dei due piani principali. Sotto, nel seminterrato, gente è al lavoro per pulire e sterilizzare quella che era diventata una cloaca in un paio di giorni, e che si vorrebbe attrezzare per dare un riparo a gente che ancora vive per strada.

iraq-erbil-03«C’è una gran solidarietà», spiega padre Paolo. «Qui arrivano persone che portano dieci chili di pane o dieci polli da cuocere, o che dicono: “voglio pagare il pasto per 70 persone”. Ci sono pure i volontari della diocesi e le suore che vengono a far giocare i bambini. Questa disgrazia che ci ha colpito ha portato anche qualcosa di buono: lo spirito comunitario è cresciuto, ci si aiuta fra noi e i cristiani di qui fanno per noi tutto quello che possono». Poco distanti da noi, infatti, due giovani e una donna stanno facendo giocare una trentina di bambini in puro stile oratoriano, mentre le mamme stanno intorno a guardare coi più piccoli in braccio.

Continuamente gente si avvicina per far firmare carte al parroco. «Sono autorizzazioni per fornire aiuti ad altre persone della parrocchia che si sono installate altrove. Quelli che sono qui ricevono gli aiuti direttamente dal magazzino e dagli uffici della cattedrale, che gestiscono tutto quello che arriva in generi e in denaro. I documenti che mi dispiace di dover fornire sono altri». Succede anche mentre parliamo sul marciapiede di fronte all’edificio: si avvicina una signora corpulenta circondata da tre ragazze adolescenti e fanno una richiesta a padre Paolo. Vogliono i loro certificati di battesimo. «Gli servono per fare domanda come rifugiati alle Nazioni Unite. È un fenomeno iniziato molto prima dell’attuale tragedia: la gente chiede il certificato di battesimo, parte per la Turchia e chiede prima protezione e poi lo status di profugo all’ente apposito delle Nazioni Unite. Il certificato di battesimo serve ad avvalorare le loro dichiarazioni di essere dei perseguitati a causa della religione che professano. A volte durante l’omelia dicevo: “Vi ricordate di essere cristiani solo adesso che volete emigrare e mi chiedete il certificato di battesimo”. Li frena solo un fatto, che per avere un’intervista con l’Unhcr ci vogliono non mesi, ma anni: qualcuno si è sentito dire che il suo appuntamento è fissato per il 2017! Intanto devono restare nella condizione precaria di richiedenti asilo».

iraq-erbil-07Come tutti, il parroco caldeo di Qaraqosh è rimasto stupito dalla rapidità dell’avanzata di Daesh: «Il 6 agosto si è diffusa la notizia che i reparti curdi si sarebbero ritirati da tutta la piana di Ninive. Io pensavo che non era possibile, e non mi sono mosso. Già il mese prima 70 famiglie erano fuggite per le voci che dopo Qaraqosh toccava a noi, ma poi non era successo nulla. Invece quel giorno c’è stata una fuga di massa, hanno riempito anche i pullman. Il giorno dopo ci siamo resi conto che davvero i curdi si ritiravano e anch’io sono fuggito. Ho caricato tutti i manoscritti storici e i documenti parrocchiali che ho potuto, e il Santissimo. È stato un esodo faticosissimo, le strade erano bloccate da un traffico convulso, c’erano persino famiglie che fuggivano sul trattore. I curdi stavano posizionando una nuova linea difensiva con blindati e altri mezzi militari: non si riusciva più a passare. Ho preso i campi secchi con l’auto, a rischio di restare bloccato».

iraq-erbil-06Quando si chiede cosa riserva il futuro, quanto tempo dovranno restare alloggiati come disperati, don Paolo e i suoi parrocchiani si fanno taciturni. «Chi aveva le armi, non aveva voglia di combattere; chi aveva voglia di combattere non aveva le armi», dice uno. In estrema sintesi è la spiegazione che la maggioranza si dà dell’avanzata inarrestabile dello Stato islamico, che nel giro di due mesi ha occupato o messo sotto assedio mezzo Iraq, arrivando a 30 chilometri da Erbil prima che l’aviazione e i droni Usa rallentassero la sua avanzata. L’esercito nazionale iracheno è stato costituito negli ultimi anni sulla base di un clientelismo che nulla aveva a che fare con la professionalità e il coraggio di battersi; invece i curdi, restando militarmente separati dal resto dell’esercito iracheno, non hanno avuto la possibilità di fornirsi di mezzi all’altezza di una crisi importante come questa. Ma mentre il sole comincia ad abbassarsi e a mandare una luce radente sui giochi dei bambini, nessuno ha voglia di parlare di politica.
@RodolfoCasadei

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YAZIDI: PERSEGUITATI DAI TERRORISTI DELL’ISIS

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 7:06 pm

Gli yazidi salvati dalle YPG curde raccontano le persecuzioni jihadiste

Gli yazidi salvati dalle YPG curde raccontano le persecuzioni jihadiste • Martedì, 12 Agosto 2014 14:03
• Redazione Contropiano
• 350
Gli yazidi salvati dalle YPG curde raccontano le persecuzioni jihadiste

I peshmerga agli ordini del governo regionale dell’Iraq del Nord hanno fatto ben poco finora per contrastare l’avanzata delle milizie fondamentaliste dello ‘Stato Islamico’ ed hanno abbandonato a loro stessi decine di migliaia di curdi, yazidi e non, a volte senza neanche sparare un colpo. Se non fosse stato per l’intervento delle Unità di Difesa del Popolo organizzate nel confinante Rojava

(Kurdistan occidentale, in Siria) e del Partito dei Lavoratori del Kurdistan turco (Pkk) moltissimi di loro sarebbero stati uccisi o catturati e venduti come schiavi. A confermarlo sono i racconti di alcuni sfollati raccolti dalle agenzie di stampa curde e pubblicati dal sito di informazione Rete Kurdistan che riportiamo qui di seguito.

Alcuni dei curdi yezidi di Sinjar sono stati sistemati nella Qesra Bacinê (pensione) nel villaggio yezidi di Bacinê (Güven) nel distretto di Midyat. Le famiglie hanno dichiarato di non essere state accolte nel Kurdistan del Sud (KRG, Kurdistan iracheno) dalle autorità locali in quanto i loro figli erano privi di passaporto.

Essi hanno aggiunto di aver raggiunto il Rojava (Kurdistan occidentale) con l’aiuto delle YPG e di non voler ritornare in Iraq. Alcune delle migliaia di kurdi yezidi che sono fuggiti dalla regione di Sinjar in seguito alla sua occupazione da parte delle bande di ISIS il 3 agosto, si sono trasferite nella città di Duhok o nella città di Zakho, mentre altri hanno attraversato il confine con la Turchia al posto di frontiera di Habur. Alcune famiglie hanno raggiunto i loro parenti nei villaggi nelle zone di Batman e Midyat.

«Donne e ragazze sono state rapite»

I giornalisti hanno parlato con le famiglie nel villaggio di Bacinê, le quali hanno raccontato di essere sfuggite per evitare i massacri e di non conoscere la sorte toccata ai famigliari rimasti. Il capo villaggio di Bacinê, Abuzeyt Atalan, ha dichiarato che la popolazione del villaggio era un tempo di 770 persone, mentre ora non sono rimaste che due o tre famiglie, tutti gli altri sono emigrati in Europa; ha aggiunto che stanno facendo del loro meglio per aiutare gli sfollati dal Sud Kurdistan, e che questo non rappresenta un peso per loro, e che il vero problema sono le migliaia di persone bloccate nelle montagne. «Abbiamo sentito cose orribili – ha detto. – Sono stati compiuti massacri; donne e ragazze sono state rapite».

«Le YPG ci hanno salvato»

Le famiglie Yezidi fuggite da Sinjar ci hanno raccontato quel che hanno passato.

Menal Heci (22): «Siamo fuggiti così, coi vestiti che avevamo addosso. Abbiamo visto uccidere diverse persone, e siamo dovuti scappare perché non avevamo armi. Mia madre, mio padre, mio zio, sono ancora là. Non sappiamo cosa sia successo loro, non sappiamo se siano vivi o morti». Elmas Hesen Xıdır (25): «Siamo fuggiti da Tilezêr, zona di Sinjar. Io sono scappata con i miei tre bambini.

Mia madre, mio padre e i miei fratelli e sorelle sono rimasti là, sono scappati sulle colline. Per prima cosa sono state rapite le donne; poi, quando sono cominciati i massacri, noi siamo fuggiti sulle colline. Stavano arrivando per catturarci, ma sono arrivati i combattenti delle YPG (Unità di difesa del popolo) a soccorrerci. Se non fosse stato per loro, saremmo morti tutti. Loro (le YPG) ci hanno condotto in Rojava e da Derik, attraverso il ponte di Sêmalka, siamo arrivati in Kurdistan. Ora siamo qui. Non abbiamo notizie della nostra famiglia, siamo in attesa».

«Non so se siano vivi o morti»

Haci Kasım (55): «Siamo fuggiti da Sinjar. Quando l’ISIS ha raggiunto i villaggi esterni, la gran parte della gente ha abbandonato le proprie case ed è fuggita. Quando sono arrivati hanno ucciso alcune persone, rapito alcune donne e le hanno portate a Tal Afar. Hanno portato là centinaia di ragazze e di donne. Noi siamo stati due giorni in montagna senza cibo né acqua, prima che arrivassero le YPG a portarci in salvo. Io sto aspettando notizie di 40 miei parenti, non so dove siano.

Qui sono con alcuni famigliari; un taxista ci ha portato qui da Zakho senza farsi pagare; dei nostri parenti hanno poi noleggiato un’auto per portarci da Silopi a Midyat».

Raziye Eli (44): «Poiché mia figlia di due anni, Dılin Hızni, non aveva il passaporto, i peshmerga non l’hanno lasciata attraversare il confine per entrare in Turchia. Io sono passata con due dei miei figli, mentre mio marito, mia figlia e mia suocera sono rimasti dall’altro lato. Non riesco a raggiungerli al telefono. Non so se siano vivi o morti».

«I miei figli, senza passaporto, non hanno potuto attraversare il confine»

Nuhat Şema: «Siamo fuggiti al massacro, lasciandoci dietro tutto. Delle persone hanno avuto pietà di noi e ci hanno accompagnato alla frontiera coi loro veicoli. Da lì siamo arrivati a questo villaggio». Sevê Gavan Elo (32): «Veniamo da Tilezêr. I miei figli, senza passaporto, non hanno potuto attraversare il confine; mia suocera li ha portati a Duhok. Non so nulla di cosa ne sia stato di loro».

Aldê Xıdır: «Siamo fuggiti, e non sappiamo cosa sia accaduto a chi è rimasto indietro».

Buşra Şemmo (20): «Mia madre, mio padre, i miei fratelli sono ancora laggiù. Non so cosa gli sia successo. Potrebbero essere affamati, assetati, potrebbero non essere sopravvissuti. Non lo so. Ringrazio le persone che ci hanno portato qui. Io vorrei solo ritrovare la mia famiglia, poi, non voglio restare qui, né in Iraq. Se l’Europa ci accogliesse, vorremmo chiedere asilo là».

«Non abbiamo potuto far altro che scappare»

Arya Ziya (17): «Quando sono iniziati gli attacchi, siamo fuggiti tutti. Io sono stata separata dalla mia famiglia. Non so cosa sia capitato loro. Sono arrivata qui con i miei zii. Abbiamo potuto attraversare la frontiera perché avevamo con noi i passaporti, mentre chi non li aveva è rimasto sull’altro lato, ad Habur». Kajin Şemo Xıdır (22): «Quando ISIS ha attaccato abbiamo cercato di resistere, ma non avevamo un munizionamento sufficiente. Hanno ucciso un sacco di gente. Non abbiamo potuto far altro che scappare…».

«In quanto Yezidi, siamo costantemente sotto attacco»

Haşim Mirza Nemir (26): «Un anno fa siamo fuggiti da Baghdad e ci siamo recati a Mosul. Quando Mosul è caduta, a giugno, siamo andati a Sinjar. Quando Sinjar è stata occupata abbiamo dovuto abbandonarla. Se avessimo avuto delle armi avremmo contrattaccato. Mia madre è cieca e sordouta; ho perso i contatti con lei e con mia sorella, non so neppure se sono ancora vive. Tutto ciò è accaduto poiché siamo curdi e a causa della nostra religione, perciò siamo dovuti fuggire. Ora siamo arrivati in Turchia; ma non vogliamo restare qui né tornare in Iraq. Oggi è l’ISIS, domani potrebbe essere un’altra organizzazione. In quanto Yezidi, siamo costantemente sotto attacco. Siamo soli col nostro Dio».

http://www.retekurdistan.it

http://contropiano.org/internazionale/item/25749-gli-yazidi-salvati-dalle-ypg-curde-raccontano-le-persecuzioni-jihadiste

RUSSIA: ECCO LA RISPOSTA ALLE SANZIONI OCCIDENTALI

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 6:58 pm

La Russia risponde alle sanzioni occidentali
Andrey Fediašin Redazione Online
7 agosto, 19:42

La Russia introduce sanzioni contro l’Occidente e l’Ucraina. Su incarico del Presidente Putin, il governo ha preparato una lista di prodotti agricoli e generi alimentari di cui sarà vietata l’importazione. I produttori russi, sopraffatti dal flusso incessante delle importazioni agricole, hanno salutato con favore questa decisione.

In sostanza, l’UE e gli USA hanno costretto Mosca a rispondere alla pressione immotivata, scatenata col pretesto della crisi ucraina. Alle catene russe di grande distribuzione ci vorranno un paio di mesi per sostituire i prodotti colpiti dal divieto.

Nel mirino delle controsanzioni decise da Mosca, ci sono la frutta, gli ortaggi, la carne, il latte e le derrate agricole provenienti dai paesi che in precedenza hanno varato sanzioni contro la Russia. Per un anno è stata vietata l’importazione di carne bovina e suina, formaggi, pollame, latte, pesce e salumi dai paesi UE, Stati Uniti, Australia, Canada, Norvegia e Giappone. La versione definitiva della lista non include alimenti per bambini, né vini e superalcolici dei paesi europei. In alcuni casi, al posto del divieto, vengono introdotte delle quote.

La Russia è stata costretta a imporre queste limitazioni, da sola non è andata a cercarle, ha dichiarato il vice premier del governo russo, Dmitry Rogozin.

Tutte le contromisure, da noi intraprese, mirano a proteggere le nostre aziende. La Russia non intende assolutamente creare delle difficoltà alle aziende e ai cittadini dei paesi occidentali. Non ce lo proponiamo, in quanto non è il nostro scopo.

Il peso del “contrattacco” della Russia lo dovranno sostenere soprattutto le aziende europee che esportano frutta, verdura, salumi, formaggi, burro e altri latticini. Secondo la Commissione europea, la Russia importa dai paesi UE il 30% della frutta e più del 20% delle verdure. Complessivamente, la Russia importa ogni anno cibo e prodotti agricoli per un totale di 30 miliardi di dollari. Le importazioni dagli USA costituiscono solo il 2%.

Un colpo particolarmente duro lo potrebbero subirlo Belgio e Grecia, che rischiano di perdere 500 milioni di dollari, mentre per Polonia, Lettonia, Lituania e Estonia la limitazione dell’importazione del latte e degli ortaggi potrebbe avere conseguenze catastrofiche. Tutti questi paesi hanno attivamente appoggiato gli USA nella loro intenzione di punire Mosca per la sua politica in Ucraina. Quanto all’Ucraina, essa esportava in Russia dal 50 all’80% del suo latte e delle sue verdure. Ora il mercato ucraino potrebbe crollare.

Per parecchio tempo la Russia non ha reagito agli attacchi politici che si sferravano con la copertura, assolutamente illegittima, delle sanzioni economiche, dice il politologo Semen Bagdasarov.

Sono stati l’UE e gli USA a dichiarare alla Russia una “guerra economica”. Noi non abbiamo fatto altro che reagire. A quelli che ora, in UE, stanno appellando alle regole del WTO, vorrei ricordare che la Russia aveva avvertito che le sanzioni dell’Europa contro Mosca vanno contro le regole di questa organizzazione. Ormai non serve parlare del WTO, dovevano pensarci prima.

Ci sono molti altri paesi dove la Russia può comprare le cose di cui ha bisogno, fa notare il politologo Pavel Sviatenkov.

Si tratta in primo luogo dei paesi BRICS e dei nostri partner dell’Unione doganale. Tuttavia, la Russia non deve semplicemente cambiare fornitori, per esempio, comprare carne o altro in Brasile. Deve sviluppare la produzione propria. In questo senso, le sanzioni sono uno stimolo per dar spazio alle aziende russe. La quantità di cibo che noi importiamo è vergognosa. È una minaccia alla nostra sicurezza alimentare.

All’estero (esclusi gli Stati iscritti nella lista delle sanzioni) le misure varate da Mosca hanno destato un certo interesse. Le catene russe di grande distribuzione già hanno cominciato le trattative con i fornitori del Sudafrica, Argentina, Brasile, Cile, Cina e di altri paesi dell’Asia.

Il vice ministro dell’Agricoltura della Bielorussia, Leonid Marinich, ha detto addirittura che adesso, per la Bielorussia, la Russia è una “miniera d’oro”. La Bielorussia è pronta a fornire alla Russia la maggioranza delle cose che prima venivano acquistate in Polonia e negli Stati Baltici. Analoga è stata la reazione anche in Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Turchia, Egitto e Israele.

Per quanto cerchino gli europei di minimizzare l’accaduto, l’economia dell’UE subirà dei danni ingenti a seguito delle contromisure della Russia, spiega Leonid Poliakov, docente della Scuola superiore di economia di Mosca:

Ben presto capiranno che la cosa è seria e dovranno fare la loro scelta: continuare a seguire umilmente gli ordini di Washington o pensare ai propri interessi. Il messaggio è chiaro: riusciremo senz’altro a sostituire quello che ora non sarà comprato in Europa. O troviamo dei mercati nuovi, o lo compreremo all’interno. I prodotti dei fornitori locali non sono peggiori. Anzi, spesso sono di qualità migliore.

In privato, gli esperti russi fanno capire che Mosca risponderà a tutte le nuove sanzioni, se dovessero essere varate. In teoria le nuove restrizioni potrebbero riguardare il settore chimico, quello farmaceutico, edile e automobilistico. I settori in cui lo Stato può aiutare i produttori locali non sono pochi.

Mosca sta esaminando anche l’opportunità di introdurre il divieto di sorvolo del territorio russo per gli aerei europei che si recano in Asia, e di cambiare i punti di ingresso/uscita dallo spazio aereo russo dei voli charter. Al momento non è stata presa nessuna decisione in merito. Ma l’idea sa già di avvertimento.

/s
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Russia, UE, Sanzioni, Attualita’
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giugno 26, 2014

SVEZIA: ELLINOR GRIMMARK LICENZIATA PERCHE’ E’ CONTRO L’ABORTO

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 3:57 pm

Chi difende la vita è un malato mentale

 

Segnalazione di Corrispondenza Romana

 

DONNA AL MICROFONOdi Tommaso Scandroglio 

Difendere la vita è cosa da pazzi. Questo devono aver pensato i dirigenti dell’ospedale cittadino di Eksjö, in Svezia, che di recente hanno reintegrato nel suo posto di lavoro la 37enne Ellinor Grimmark, ostetrica che si rifiuta di praticare aborti, a patto che si sottoponga a sedute di counselingpsicologico. Lo scopo è quello di convincere la Grimmark che l’aborto è un diritto.

 

 

Nel 2013 Ellinor Grimmark viene infatti licenziata perché obiettrice. In Svezia l’obiezione di coscienza relativamente alle pratiche abortive non è consentita – ma per l’uso delle armi invece sì – sebbene il Paese nel 2011 abbia aderito agli impegni della Carta Sociale Europeache tutela quegli operatori sanitari i quali non vogliono praticare aborti e atti eutanasici.

Una volta perso il posto di lavoro la Grimmark non si è persa d’animo e ha chiesto aiuto da una parte all’Ombudsman della Svezia (il Difensore Civico) e dall’altra all’Alliance Defending Freedom, una organizzazione legale internazionale che tutela la libertà religiosa, la vita e la famiglia, al fine di portare il suo caso davanti ai giudici nazionali e, se occorre, a quelli della Corte Europea dei Diritti dell’uomo.

La vicenda della Grimmark non è isolata, tanto che la Svezia proprio in merito al tema dell’obiezione di coscienza è attualmente in stato d’accusa da parte del Comitato Europeo per i Diritti Sociali, del Consiglio d’Europa, che ha il compito di supervisionare l’applicazione della Carta Sociale Europea. Il governo svedese ha risposto al Comitato che l’aborto non è necessariamente un omicidio – e dunque nulla vale eccepire l’obiezione di coscienza – perché fino a quando il bambino non è nato non si può dire se è realmente vivo. Ed anche nel caso di aborto tardivo quel bambino che, nonostante ciò, respirasse e muovesse gambe e braccia una volta fatto nascere, non per questo potrebbe essere giudicato vivo.

Il caso di Ellinor Grimmark ha avuto ampia eco nei media svedesi. Intervistata dal quotidiano “Aftonbladet” l’ostetrica ha dichiarato che «come ostetrica voglio difendere e salvare a ogni costo la vita. Gli operatori sanitari in Svezia dovrebbero forse essere obbligati a prendere parte a procedure che eliminano la vita, al suo stadio iniziale o finale? Qualcuno deve mettersi dalla parte dei piccoli, qualcuno deve combattere per il loro diritto alla vita». Le fa eco Roger Kiska, suo legale, che afferma: «Una società ha davvero perso la rotta quando esclude qualcuno dalla professione sanitaria solo perché vuole far nascere una vita umana nel mondo, piuttosto che distruggerla».

Il suo essere pro-life è costato alla Grimmark molte porte in faccia. Infatti, una volta perso il posto di lavoro, bussò a varie cliniche ricevendo solo rifiuti. «Al mio vecchio ospedale – racconta la donna – e nei miei colloqui successivi mi dicevano: “Per quelli che hanno le tue opinioni non c’è posto nella nostra clinica”». Il caso della Grimmark è un pò una cartina tornasole del sentimento collettivo che gli svedesi nutrono nei confronti della vita nascente.

Racconta Catharina Zatterstrom, dell’Associazione ostetriche, che lei stessa, rimasta incinta, dovette recarsi in una città molto distante dalla sua al fine di trovare un’ostetrica obiettrice. La Zatterstrom temeva che la vita del suo piccolo potesse essere messa in pericolo se ad accudire lei e suo figlio ci fosse stata un’ostetrica abortista. «Mi sentivo meglio sapendo che (l’ostetrica da me scelta) non aveva mai praticato aborti per poi buttarli nel cestino dei rifiuti!» raccontò una volta la donna.

In Svezia l’aborto è legale dal 1975 e praticabile anche dalle minorenni senza il consenso dei genitori: il paese vanta in Europa il triste primato di aborti tra le adolescenti (22 su 1.000). L’aborto è pratica così diffusa e liberalizzata che non viene tollerato nessun ostacolo, tanto meno l’obiezione di coscienza.

 http://www.agerecontra.it/public/press40/?p=8840#more-8840

IRAQ: CHI ARMA I TERRORISTI DELL’ISIS?

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 3:45 pm

Guerriglieri di Allah: made in Usa?

Segnalazione del Centro Studi Federici

Irak: chi arma l’ISIS e perché gli Usa non interverranno 

ARABI BY USAI commenti di questi giorni sull’avanzata travolgente degli estremisti sunniti dell’ISIS calati dalla Turchia e dal nord est della Siria   fino a Mosul, la seconda città irakena con 2 milioni di abitanti, e fin quasi alle porte di Bagdad, non possono evitare ironie o addirittura sarcasmi.

La guerra dell’Occidente per “portare la democrazia” in Irak dopo 10 anni   (e 5000 morti e 100.000 feriti solo fra i soldati Usa, un milione la stima delle vittime civili)   si sta risolvendo in una beffa: dove sventolava la bandiera dell’Irak di Saddam Hussein – non certo immacolata sebbene il raiss non avesse armi di distruzione di massa, né rapporti con Al-Qaeda, al contrario di quanto sostenevano G.W. Bush e Blair – sventola il drappo nero dei quaedisti sunniti dello Stato Islamico in Iraq e nel Levante (o in Iraq e Siria) ovvero Islamic State of Iraq and Al-Sham, l’ISIS, insomma.

E’ una lettura di gran lunga troppo facile di quel che accade, e non da oggi,   in quel settore del Medio Oriente dove le parti in gioco sono tante –  Usa, Iran, Siria, Monarchie del Golfo in particolare Arabia Saudita e Qatar, Irak del governo sciita di al-Maliki e Irak dei combattenti sunniti – con interessi in parte in conflitto fra loro, come cerca di chiarire ai lettori una sorta di mappa sul NYTimes. Un coacervo di contraddizioni ben analizzato sulla Stampa da Claudio Gallo (“Nella guerra a distanza Arabia-Iran la Turchia gioca la carta dei curdi”).  

Più drastici,  i blog “alternativi” vanno oltre e non esitano a puntare il dito sul ruolo degli Stati Uniti. Ruolo peraltro ambiguo. Al punto che il governo Usa sembra molto riluttante a soddisfare la richiesta di aiuto da parte del filo-americano al-Maliki (che ha subito chiesto un intervento con aerei o droni) al quale si è clamorosamente unito l’Iran offrendo agli Usa collaborazione per respingere la minaccia sunnita. “Questa volta no”, ha dichiarato Hillary Clinton, potenziale candidata presidente nel 2016, contraria a ogni tipo di iniziativa. Il dibattito negli Usa è quanto mai aperto, specie dopo che l’Iran sciita ha proposto agli Usa una collaborazione contro i sunniti dell’ISIS.

Mr President: is the US still arming ISIL in Syria? Chiedeva provocatoriamente un tweet di @zerohedge venerdì scorso (13/6 ). Il giorno prima lo stesso blog postava un pezzo, senza punti interrogativi, intitolato Come gli Usa armano i due fronti del conflitto irakeno, ripreso da Infowars.

Armi all’Irak di Maliki. Il primo, sulla scia di una notizia Reuters, si dava conto del primo  F-16, del contingente di ben 36 aerei ordinati dal governo irakeno di al-Maliki, 18 nel 2011 per $3 miliardi, altrettanti nel 2012. Per meglio proteggere l’Irak  in marzo gli Usa hanno fornito all’Irak 100 missili Hellfire, e fucili d’assalto e munizioni, si aggiungeva.  E in aprile avevano mandato altre armi, e 11 milioni di  rotoli di munizioni e altre forniture.

“L’Irak è un grande paese con 3600 km di confini, e dobbiamo proteggerli”, dichiarava l’ambasciatore Usa, in procinto di priedere alla cerimonia di consegna alla Lockeed.  Il paese non ha più un’aviazione dopo l ‘invasione del 2003 che rovesciò Saddam, dopo aver distrutto l’esercito del raiss, ora tocca ricostituirlo, fantastico – osservava il post.

E armi ai jihadisti combattenti sunniti. “Qualcuno mente. Obama dichiara di non armare i ‘ribelli ‘siriani, loro affermano il contrario”, titolava due settimane prima (28/5) lo stesso blog  economico-finanziario  ( ad influenzare  Borse, valute, petrolio e materie prime e Borse come si sa sono le notizie più varie). Riferendosi da una parte alle affermazioni del presidente (stiamo pensando di addestrare e armare i ribelli siriani “moderati” che combattono cotro Assad, come fosse solo un’intenzione), dall’altro al servizio della tv pubblica PBS, Frontline dove ribelli volutamente non identificati ma apparentemente moderati al giornalista che li ha seguiti per vari giorni sul terreno asserivano di avere contatti con Americani che ordinavano loro di mandare contingenti di 80-90 militi in Turchia dove vengono addestrati all’uso di armi sofisticate e tecniche di combattimento.

Chi guadagna da questo duplice gioco? Sicuramente il complesso militar-industriale,  conclude zerohedge, e qui si ferma.

“ Susan Rice ammette che gli Usa danno armi ad Al Qaeda in Siria” arrivava a titolare ad effetto Infowars il 7 giugno con video di YouTube incorporato in cui il consigliere n. 1 del presidente parla alla CNN. Dice di avere il “cuore spezzato” per le distruzioni in atto in Siria. “ E’ per questo che gli Stati Uniti hanno accresciuto il sostegno alle opposizioni moderate fornendo armi letali e non letali dove possiamo appoggiare sia l’opposizione civile sia quella militare”.  Gruppi moderati spesso sotto finanziati, frammentati e caotici, sembrano servire a poco rispetto alle unità islamiste più radicali e organizzate, scriveva l’agenzia Reuters già un anno fa. E oggi?  Nonostante le dichiarazioni di Rice l’amministrazione Usa è rimasta vaga, rifiutando di dare dettagli.

A chi finiscono le armi? L’autore del post ricorda di aver scritto già ad aprile che gli Stati Uniti fornivano armi ad al-Nusra ( fazione jihadista vicino ad al Qaeda) e altri gruppi terroristi in Siria  attraverso gruppi moderati. “Se quelli che ci sostengono (Usa, Arabia Saudita, e Qatar) ci dicono di madare le armi a un altro gruppo le mandiamo. Un mese fa ci dissero di mandare molte armi a Yabroud, (una città siriana) e lo abbiamo fatto”, ha raccontato Jamal Marouf, che guida il Syrian Revolutionary Front (SRF) creato dalla CIA e intelligence di Arabia e Qatar.

Ora viene citato Barak Barfi, ricercatore della New America Foundation, a sua volta certo che al Nusra, uno dei gruppi jihadisti più feroci, riceve armi indirettamente dal SRF . “Si sa che il primo ministro turco Erdogan  appoggia l’ al-Nusra  Front e altri gruppi terroristi, ha scritto del resto lo scorso aprile il giornalista Premio Pulitzer Seymour Hersh, parlando degli appoggi da parte dei paesi vicini della Siria, specie la Turchia, alle milizie terroriste.

E al-Nusra Front un mese fa ha dichiarato che avrebbe obbedito all’ordine del leader di al-Quaeda Al-Zawahiri  di fermare gli attacchi ai rivali dell’ISIS , raccontava a inizio maggio Asharq Al-Awsat , primo giornale panarabo, stampato in 4 continenti. Al-Nusra  è  una branca di al-Qaeda in Siria mentre l’ISIS è considerato l’ala irachena, viene specificato.

Ma chi c’è dietro l’ISIS che dice di guidare la ribellione dei sunniti contro le ingiustizie commesse dagli sciiti del dopo Saddam? Chi lo sostiene, chi lo arma, chi lo finanzia?  Se lo chiede l’autore di un altro articolo dello stesso giornale, che si dice sorpreso di aver visto il suo capo Abu Bakr Al-Baghdadi addirittura sulla copertina di TIME alla fine dell’anno scorso.

Baghdadi – secondo un blog francese  assai “cospirazionista” ma informato – comanderebbe la milizia per conto dei Saudiani (sunniti-wahabiti), sarebbe legato direttamente a un principe della famiglia reale fratello di un ministro, ma il gruppo sarebbe co-finanziato da americani, saudiani e anche francesi. Irakeno, Baghdadi nel 2013 se ne è partito a combattere in Siria, radicandosi nel nordest a Raqqa.  Salvo dirigersi recentemente verso l’Irak , arrivando al distretto di Ninive, a  Mosul e a Baliji, sede della maggiore raffineria irakena, oggi circondata dalle sue truppe.

Gli alleati segreti dell’ISIS. Senza nemmeno trovare troppa resistenza, racconta qui Global Research: a Mosul l’esercito irakeno – addestrato per 10 anni dagli americani (costo $20 miliardi)-  non solo non è stato capace di fermare   2-3000 militi ISIS, ma i soldati hanno disertato in massa lasciando sul campo uniformi e armi per i guerriglieri, dove già militavano ex ufficiali e commilitoni dell’esercito di Saddam, sunniti come loro. E come gran parte della popolazione della regione, che infatti pare abbia applaudito la rotta dell’esercito di Al Maliki. (“Gli alleati segreti dell’ISIS”, titola un  post del Daily Beast, raccontando cose simili).

Una campagna non da poco , quella di Mosul, pensata e preparata con cura e per tempo.  L’ISIS del resto è un vero esercito ben organizzato e pagato, scrive un post di Land Destroyer/Infowars .

E mostra la foto di un lunghissimo convoglio di guerrieri con i loro vessilli neri a bordo di veicoli Toyota tutti uguali e nuovi, a quanto sembra. “Gli stessi usati dai miliziani che la Nato ammette di armare”, osserva l’autore. Che non crede alla “sorpresa” che i media americani raccontano.

 Davvero la CIA non sapeva niente dell’avanzata di giugno? Vogliono far credere che l’intelligence sia stata colta di sorpresa, malgrado la sua presenza in Irak, e  che l’ISIS sia un gruppo che si autofinanzia con furti alle banche e donazioni via twitter (sui giornali è uscito anche questo). La CIA ha da tre anni un programma di droni che sorveglia il confine fra Siria e Turchia. Poteva almeno leggere i giornali: il Lebanon Daily Start in marzo riferiva che il gruppo si era dislocato dalla Siria del nord verso est lungo il confine con l’Irak.

L’autore cita Seymour Hersh che già nel 2007 ( articolo The Redirection) documentava “l’intenzione di Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele, di creare e dispiegare una rete regionale di estremisti settari che avrebbero dovuto confrontarsi con Iran,Siria e Hezbollah in Libano. “L’armata ISIS è la manifestazione finale di questo disegno”, scrive. Accreditando la tesi complottista avanzata dall’autorevole giornalista.

L’ ISIS  non è più da tempo una mera organizzazione terroristica. E’ una forza militare convenzionale che occupa un territorio e pretende di governarne una parte. La campagna di Mosul è stata bel pianificata e ha richiesto anni per metterne a punto le condizioni. Le operazioni hanno permesso di tagliar fuori i media dalla città, limitare le attività delle Forze di Sicurezza irachene, e guadagnarsi libertà di movimento all’interno.   Un lavoro sul terreno per arrivare il 10 giugno alla presa di Mosul e del territorio, all’apprezzamento del suo attacco, all’aspirazione a governare uno stato tra Irak e Siria (non va dimenticato che l’ISIS controlla già l’area nel nord della Siria intorno a Deir el Dzor, ndr).

Così un report del 10 giugno dell’Institute for the Study of War, (istituto di ricerca indipendente, no partisan e no profit, specializzato in Medio Oriente). A citarlo è un post di Counterpunch online, mensile ormai storico di orientamento “radicale”, che non esita di criticare dem o rep. Il report – commenta il post – suggerisce che l’ISIS non è affatto quell’amalgama di fanatici rabbiosi che si vuol far credere, ma un esercito altamente motivato e disciplinato con chiari e definiti obiettivi politici e territoriali.

Come andrà a finire? Interessante la convergenza fra analisi assai diverse.

“Vi sono indicazioni crescenti che la crisi innescata dall’offensiva ISIS possa portare alla completa frattura dell’Iraq secondo linee settarie, cambiando la mappa politica del Medio Oriente”,

scrive Global Research. E Claudio Gallo sulla stampa.it:

“Paradossalmente, il crollo dell’Iraq ha riportato in voga le cartine apparse sul web all’indomani dell’Operazione Iraqi Freedom lanciata da George W. Bush nel 2003. Mostravano un paese diviso in tre stati: uno curdo al nord, uno sunnita al centro e uno sciita a sud. Più o meno la mappa attuale” .

Counterpunch è il più esplicito: “Se le cose stanno così allora è verosimile dopo che non marcerà su Bagdag, ma stringerà la sua presa sulle aree a predominanza di sunniti, costruendo uno stato nello stato. E questo è precisamente il motivo per cui l’ amministrazione Obama potrebbe scegliere di star fuori del tutto dalla conflagrazione, perché gli obiettivi dell ’ ISIS coincidono con un piano assai simile di creare una “ partizione soft ”  che data dal 2006″

“Il piano fu proposto per la prima volta da Leslie Gelb, ex presidente del Council of Foreign Relations ( il  suo articolo sul NYTimesrisale in realtà al 2003 ndr), e dal senatore Joe Biden (nel 2006). Secondo il New York Times “ il cosiddetto piano della ‘ partizione soft’ prevede di dividere l’ Irak in tre regioni semi-autonome. Ci sarebbe un Kurdistan arrendevole, un morbido Shiastan, e un altrettando soft Sunnistan , tutti sotto un grande, debole ombrello Irak”.

“Ed è per questo motivo che gli Stati Uniti probabilmente non dispiegheranno truppe da combattimento per confrontarsi coi miliziani sunniti a Mosul. E’ perché gli obiettivi strategici dell ’ amministrazione Obama e quelli dei terroristi sono quasi identici. Cosa che non dovrebbe sorprendere nessuno”, conclude Counterpunch.

 Va sottolineato che il Sunnistan comprenderebbe una parte del territorio siriano, peraltro già sotto il controllo dell’ISIS. I siriani (e il presidente Assad) sarebbero d’accordo? E l’Iran sciita che oggi infatti offre collaborazione agli Stati Uniti?

 http://www.lastampa.it/2014/06/16/blogs/underblog/iraq-chi-arma-lisis-e-perch-gli-usa-non-interverranno-sMlDFFeY5tmPOU8EytvY1O/pagina.html

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 http://federiciblog.altervista.org/

 

http://www.agerecontra.it/public/press40/?p=8800#more-8800

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