Mirabilissimo100’s Weblog

dicembre 11, 2018

Francia, Macron chiede scusa: è giusta l’ira dei gilet gialli. VIDEO

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 10:26 pm

Francia, Macron chiede scusa: è giusta l’ira dei gilet gialli

11 12 2018

Parigi, (askanews) – Il presidente francese Emmanuel Macron ha fatto mea culpa dopo tre settimane di proteste antigovernative dei gilet gialli che a ripetizione sono sfociate in episodi di violenza a Parigi e in altre città. In un discorso alla nazione dall’Eliseo ha detto di avvertire come “giuste sotto diversi aspetti” le rivendicazioni del movimento di protesta contro il caro vita e gli aumenti delle tasse dei carburanti. “Mi prendo la mia parte di responsabilità, potrei aver dato la sensazione di non essermene preoccupato e di aver avuto altre priorità, e so di aver ferito alcuni di voi con le mie dichiarazioni” ha detto in diretta tv. Ma Macron ha sottolineato che nessuna forma di collera giustifica un attacco a un poliziotto o a un gendarme”. “Quando la violenza si scatena, la libertà cessa”, ha aggiunto. Nel suo discorso di 13 minuti ha annunciato una serie di misure per tentare di calmare il malcontento sociale: la prima è che “il salario minimo (Smic) sarà aumentato di 100 euro mensili dal 2019 senza che costi nulla ai datori di lavoro”. Poi ha annunciato che le ore supplementari saranno versate “al lordo dal 2019” e ha chiesto alle imprese “che possono farlo” di versare un bonus di fine anno ai lavoratori che sarà defiscalizzato. Infine, che i pensionati con meno di 2.000 euro al mese saranno esentati dall’aumento della Csg (tassa sul reddito). Misure che però potrebbero non essere sufficienti per placare la rabbia dei gilet gialli.

Tra i gilet gialli sugli Champs Elisées VIDEO

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 10:23 pm

Tra i gilet gialli sugli Champs Elisées

La nostra inviata Anelise Borges ha seguito il movimento che sta tenendo in scacco la Francia sabato scorso a Parigi… ALTRE INFORMAZIONI : http://it.euronews.com/2018/12/10/tra… euronews: il canale di informazione più seguito in Europa. Abbonati ! http://www.youtube.com/subscription_c… euronews è disponibile in 13 lingue: https://www.youtube.com/user/euronews…

 

GILET GIALLI RIVOLTA DELLA CLASSE OPERAIA

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 10:19 pm

L’ANTIDIPLOMATICO.IT

11  12  2018

Gilet gialli: una rivolta dalle grandi potenzialità progressive

Gilet gialli: una rivolta dalle grandi potenzialità progressive
di Alessandro Pascale – Marx XXI

Lorenzo Battisti ha già fatto per Marx21 una completa e dettagliata analisi del movimento dei “gilets gialli”. Alcune considerazioni sul suo pezzo e più in generale sulla situazione francese, oltre che sulle sue possibili implicazioni per l’Italia:

1) Non è ancora chiara la genesi delle proteste francesi. La storia del movimento operaio e della lotta di classe spinge a ritenere difficile, seppur non impossibile, che esse siano totalmente spontanee. Finché non si dispongono di nuovi elementi si può esprimere il dubbio che lo scoppio di quella che in altri contesti avremmo chiamato “una rivoluzione colorata” non sia totalmente casuale.
Ci si può e deve domandare se tale esplosione sociale sia da mettere in collegamento con la fase di particolare debolezza delle relazioni internazionali tra UE (cioè asse franco-tedesco) e USA. Gli sviluppi recenti del conflitto tra USA e Cina, specie sulla “questione Huawei”, sembrerebbero escludere tale possibilità, dato che sia la Francia che la Germania hanno finora tenuto una certa ostilità nei confronti alla Belt and Road Initiative. Ciononostante i motivi ulteriori di tensione tra USA e Francia non mancano e non è totalmente da escludere un intervento politico “esterno”, una cabina di regia finora rimasta occulta, capace di contribuire ad accendere la scintilla che ha fatto esplodere il malessere sociale del popolo francese.

2) C’è da sperare che Battisti non abbia ragione nel suo giudizio pessimistico sulla possibilità per le sinistre francesi di conquistare l’egemonia del movimento. C’è da sperare che ci sia ancora spazio per un ruolo politico da protagonista svolto da la France Insoumise e dalla CGT, finora tenute ai margini dei processi organizzativi e decisionali. Il PCF difficilmente sarà invece in grado di intervenire proficuamente, vista la crisi interna all’organizzazione, che sta avviando l’iter congressuale con un profondo dibattito interno sulle strategie politiche di lungo termine.

3) Al di là di ogni dubbio la piattaforma dei 41 punti espressa dal movimento esplicita che la rivolta ha grandi potenzialità progressive. Il programma espresso è, per quanto piccolo-borghese (e in questo molto simile al M5S nostrano) potenzialmente disgregatore del carattere imperialista della Francia, e quindi destabilizzante anche per l’UE. Lo scollamento tra piccola e grande borghesia in Occidente è una caratteristica sempre più marcata degli anni del “neoliberismo”, accentuata dal decennio successivo alla crisi capitalistica del 2007-08. Tale scollamento si manifesta nel conflitto generalizzato tra capitalismo finanziario e capitalismo produttivo, diventato la contraddizione principale per la gran parte delle classi popolari. Non è ancora diffusa la consapevolezza che la vera contraddizione sia tra capitalismo e socialismo. È al momento dominante l’idea che il capitalismo attuale non funzioni ma che esso possa essere migliorato con una serie di riforme strutturali tese a riacquistare almeno una parte della sovranità nazionale e popolare. Il fatto che il 70% dei francesi appoggi la protesta, così come il fatto che da Sarkozy in poi ci sia stato un consenso imbarazzante per ogni presidente francese (di qualsiasi colore politico fosse) succedutosi, mostra chiaramente come la gran parte del popolo abbia preso coscienza che ci sono degli errori di sistema e che serva un nuovo ordine sociale.

GILET GIALLI: ANALISI DI LORENZO BATTISTI

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 10:15 pm

MARX 21

6 12 2018

Pubblichiamo come contributo alla discussione

giletjaunes bandierafrancese

di Lorenzo Battisti (Marx 21)

Il movimento dei gillet gialli, che ha attraversato la Francia nell’ultimo mese ha avuto una grossa eco anche in Italia, accompagnata come sempre da disinformazione e da superficialità. Il movimento è espressione della Francia socialmente periferica. E se rischia di cadere a destra, è solo grazie ai ritardi della sinistra.

L’ecologismo di classe del presidente dei ricchi

Il movimento prende il via da una protesta contro la tassa ecologica sui diesel, volta a finanziare il passaggio ecologico verso automobili meno inquinanti. L’idea di Macron era quella di prelevare dai cittadini che utilizzano auto inquinanti (diesel in particolare) per finanziare il passaggio ad auto elettriche e ibride, con finanziamenti di 4 o 5000 euro per chi avesse acquistato una di queste automobili.
Il problema è che, sotto la patina ecologica, si celava l’ennesima manovra di classe. Chi utilizza queste vecchie auto inquinanti (un tempo peraltro ritenute meno inquinanti di quelle a benzina in termini di Co2) sono cittadini che si trovano in difficoltà economiche e che non possono quindi acquistare auto nuove. Neanche con gli aiuti promessi dal Presidente: anche con 5000 euro di finanziamenti, se ne hai meno di 1000 euro sul conto, non ci fai niente. E, al contrario di quelli che vivono nei centri urbani, non puoi sfoggiare il tuo lato ecologico andando in bici al lavoro e non ci sono metro o servizi pubblici adeguatamente flessibili e veloci da essere un’alternativa all’auto.

L’aumento delle accise si trasforma quindi semplicemente nell’ulteriore imposta sul consumo, che come tutte le imposte indirette (come l’Iva) pesa proporzionalmente di più sui redditi bassi, che hanno percentuali di risparmio più basse e che quindi ne portano il peso molto più dei ricchi. E in più, il gettito sarebbe stato usato per finanziare l’acquisto di auto da parte di chi di soldi li ha. Una vera e propria redistribuzione verso l’altro.

Molti si sono quindi visti tassare il proprio magro consumo, oltre a sentirsi colpevolizzati per la propria scarsa sensibilità ecologica. A questo sentimento di colpa si aggiunge una politica dei centri città che tende sempre più ad escludere anche fisicamente chi vive nelle periferie: in centro devono circolare sempre meno auto, e comunque solo quelle nuvoe o quelle di chi vive già in centro. Chi non ha queste caratteristiche, resta fuori. Il centro città si configura sempre più come un parco giochi per turisti o come il salotto di casa per i più abbienti, in cui chi è mal vestito e visibilmente escluso dalla festa è bene che resti fuori per non rovinare la narrazione.

Il movimento quindi è partito quasi dal nulla, in maniera imprevedibile e si è diffuso come il fuoco in un pagliaio. Una donna ha girato un video contro questa eco tassa che ha fatto milioni di visualizzazioni, e un altro ha lanciato una raccolta firme on line che in pochi giorni ha fatto centinaia di migliaia di adesioni. Ben prima delle prime manifestazioni i sondaggi davano un sostegno al movimento oltre il 70%.

Il movimento auto organizzato, senza apparenti coordinamenti né coordinatori, ha lanciato blocchi in tutta la Francia, senza dare i preavvisi alle questure. La spontaneità del movimento ha reso difficile prevederne l’ampiezza, cosa che ha messo in difficoltà sia i servizi di intelligence francesi che il Ministero dell’Interno. Le previsioni prima delle manifestazioni davano 1500 blocchi e 100’000 partecipanti. Alla fine se ne sono contati oltre 2000 e i partecipanti sono stati oltre il doppio del previsto, segno di un malessere diffuso.

Macron I, monarca repubblicano al servizio dei ricchi

Una campagna di successo del Pcf mostra il viso di Macron sopra un’immagine di Luigi XVI, il re ghigliottinato durante la Rivoluzione. Una campagna di una certa efficacia, che in una sola immagine riassume le caratteristiche della presidenza di Macron: redistribuzione fiscale verso i ricchi, spregio per il dibattito democratico, alterità alla vita del popolo e vicinanza alla nuova nobiltà dell’alta finanza, da cui lui stesso proviene.

Una delle cause di questa rivolta è senza dubbio il Presidente, che già in precedenza era in caduta libera nei sondaggi. Da dieci anni è una tradizione di tutti i presidenti. Sarkozy fu uno dei presidenti più impopolari di sempre, tanto da perdere la sfida per la rielezione. Hollande, che lo sconfisse, diventò velocemente il presidente più impopolare di sempre, anche più di Sarkozy, tanto da non presentarsi nemmeno alle elezioni per il secondo mandato. Macron ormai è sostenuto da poco più del 20% dell’opinione pubblica dopo un anno e mezzo di mandato. Neanche Hollande era arrivato tanto in basso.

Le ragioni stanno tanto nelle politiche adottate, quanto nel metodo usato per approvarle. Per evitare che movimenti di resistenza si formassero e potessero bloccare o ridurre la portata dei provvedimenti, le contro riforme di Macron vengono fatte approvare con procedure d’urgenza, magari in estate, e senza il voto parlamentare: secondo la Costituzione francese, il Presidente può decretare con valore di legge quando lo ritiene, e non è necessario che il parlamento ratifichi il provvedimento. Al massimo può chiedere la sua destituzione, cosa che non avverrà in presenza di una maggioranza parlamentare che lo sostiene.

E così è stato. Imparando dagli errori dei suoi predecessori, appena prese le funzioni, in piena estate, Macron ha approvato la riforma del codice del lavoro, cancellando le modifiche ottenute dai sindacati dopo un anno di lotte contro la riforma Hollande. Poi è toccato ai ferrovieri, che hanno visto modificare il proprio statuto “privilegiato” (che andava incontro al fatto che sono fanno un lavoro di interesse pubblico, che non può essere interrotto né la notte né nei festivi), in vista di una privatizzazione e messa in concorrenza con i competitori esteri. Poi la riforma classista dell’accesso all’università (tesa a impedire che le classi inferiori affollino le università rendendo insufficienti i fondi dedicati) e si apprestava a riformare le pensioni (come già fatto da Sarkozy e Hollande), in nome dell’uguaglianza: perché un operaio dovrebbe andare in pensione prima di un dirigente? Forse perché secondo l’Istat francese questo vive in media 13 anni di più dell’operaio, che, sempre secondo dati ufficiali, già prima dei 60 è vittima di malattie invalidanti che gli impediscono di lavorare. Non contento ha anche aumentato le imposte sulle pensioni, ridotto le allocazioni per chi non riesce a pagare l’affitto, abbassato quelle sui dividendi, ridotto le allocazioni per chi non riesce a pagare l’affitto.

Ma quello che è risultato indigesto ai futuri gillet gialli sono state le riforme fiscali. In sintonia con la destra economica, Macron ha sposato la politica dello “sgocciolo” (trickle down, in inglese): se la tavola dei ricchi è ben imbandita, qualche goccia di grasso cadrà anche in basso. Così, mantenendo i regali fatti da Hollande, Macron ha deciso di abolire l’imposta sulla fortuna, una mini patrimoniale (con mille scappatoie) che pesava sui grandi patrimoni. O ancora di abolire la tassa su chi portava il proprio patrimonio all’estero, in ragione di imposizioni fiscali minori (che raccoglieva poco, ma era simbolicamente forte). O ancora di abolire la tassa sulle abitazioni, che pesava per la maggior parte su quelle di maggior valore, nei centri città, e su quelle di maggiore metratura.

In sostanza una redistribuzione fiscale dal basso verso l’altro: sono i ricchi a dover essere aiutati, perché vengano a investire in Francia, non certo i poveri, che vantano poco merito.

Una maggiore estrema precarietà (sempre più vicina ai livelli italiani), protezioni sociali che diminuiscono, lo spettro della pensione sempre più bassa e lontana, e infine imposte sempre più alte per chi sta in basso. A cui, in maniera sfacciata, ha appunto aggiunto la tassa ecologica e l’abbassamento dei limiti di velocità a 80 km/h sulle provinciali per aumentare le entrate legate alle multe.

I gillet gialli: la Francia periferica

La direzione unilaterale delle misure prese (dal basso verso l’alto) e la difficoltà di resistenza per via dei blitz legislativi hanno esasperato chi già non era in buone condizioni prima. La tassa ecologica ha dato l’ultimo colpo: l’ennesima tassa a beneficio dei ricchi.

Sono state scritte molte cose su questo movimento. Cercherò prima di tutto di descriverlo per capire socialmente da chi è composto.

In Francia, come già successo altrove, al ritirarsi del ruolo dello Stato in economia, si è creata una frattura tra centro (o meglio centri) e periferie. Periferie che non comprendono solo i comuni attorno ai grandi agglomerati urbani (Parigi, Lione, Lille etc) ma tutta la Francia periferica rispetto al cosmopolitismo delle grandi città. Centri città dove la produzione è ormai espulsa (o trasformata in un museo come alla ex fabbrica Citroen divenuta Museo di Arte Africana) e dove si concentra il consumo. Un consumo di beni prodotti altrove, in quelle periferie che penano sempre di più ad arrivare alla fine del mese. Queste producono e non consumano, a favore di ricchi consumatori che non producono alcunché e che vivono in centri internazionali, frequentano buone scuole, e condividono con i turisti posti piacevoli, puliti e tranquilli. Da una parte la domanda senza produzione, dall’altra la produzione senza consumo.

Questa frattura si era già mostrata nel 2005, quando le periferie presero fuoco in seguito alla morte di due ragazzi inseguiti dalla polizia, in uno dei comuni della cintura parigina con una disoccupazione vicina al 50% e senza mezzi di trasporto pubblici. Gli incendi delle macchine, sebbene ignorati dai media, sono continuati: una protesta silenziosa che dura da anni e che si esprime ad ogni capodanno e ad ogni evento sportivo, l’unico momento in cui i periferici possono entrare in massa in centro e fare festa rovinando la festa permanente del salotto sociale francese.

Questa volta però il movimento è guidato da un’altra componente sociale. Non i sottoproletari urbani, bensì la piccola borghesia in caduta sociale. Artigiani, negozianti, lavoratori autonomi, professionisti. La Francia schiacciata dalle grandi imprese (gli studi internazionali, le catene in franchising, i sub appalti e il conto terzi), e che non riesce a sfuggire al fisco come fanno le imprese più grandi grazie alle sedi all’estero. E che di queste tasse non beneficia, poiché vengono spese nei centri urbani, mentre i trasporti locali nel resto del paese vengono soppressi o restano a livelli indecenti.

In questa Francia ci sono anche gli agricoltori, vittime dell’agri-industria delle multinazionali, che non riesce più a percepire i benefici della politica agricola comunitaria e che si ritrova con redditi che oscillano tra i 12 e i 15000 euro lordi all’anno.

Questa composizione di ceti “periferici”, localizzati nelle “periferie” francesi (le periferie e le città medio piccole) spiega le caratteristiche del movimento. Questi infatti sono ceti connotati da un forte individualismo, poco propensi ad aderire o partecipare alla vita di organismi collettivi come partiti o sindacati, in ragione della propria indipendenza e al sentimento di superiorità legato al fare impresa. Anzi, verso queste organizzazioni hanno un senso di rifiuto, perché percepite come parte dell’élite sfruttatrice e beneficiari quindi degli stessi privilegi (i partiti) o perché difensori di chi ha già “privilegi” (i sindacati che difendono i lavoratori protetti dalle leggi sul lavoro). Peraltro gli aumenti di salario ottenuti dai sindacati, per questi ceti figurano come aumenti di costo, cosa che inasprisce ulteriormente una situazione difficile: dall’alto si sentono schiacciata dalle imposte dello stato (in cui, nella loro visione rientrano anche i contributi sociali), e al contempo si trovano a pagare salari che aumentano o a dovere dare diritti divenuti “insostenibili”. La rivolta è partita quindi chiedendo un taglio drastico del carico fiscale e contributivo, contro un ceto politico sordo alle loro richieste.

Gli scontri a Parigi: l’estrema destra guida il movimento nella capitale

Se la composizione sociale dei Gilets Jaunes è questa, come spiegare i due sabati di scontri a Parigi, dove tutto dovrebbe essere splendente e tutti felici?

Gli scontri durati ore sugli Champs Elyseés hanno fatto sognare molti a sinistra. Purtroppo questo mostra ancora una volta la crisi della sinistra in Italia.

La composizione sociale, gli obiettivi e l’atteggiamento fondamentalmente qualunquista del movimento offre ampie possibilità alla destra estrema. E questa non si è fatta sfuggire l’occasione. Il primo sabato di proteste a Parigi, il 25 Novembre, ha visto la partecipazione agli scontri di elementi di estrema destra, di estrema sinistra e di banlieuesards (gli abitanti della provincia parigina, disoccupati, di origine africana o araba, abituati ad eventi del genere in occasione delle partite di calcio). Melenchon ha lanciato il suo movimento dentro i Gilets Jaune, ma la partecipazione della France Insoumise si è fermata a mezzogiorno, quando si è capito che aria tirava e dove andava il movimento. La nipote di Marine Le Pen, Marion Marcheal Le Pen (in rotta da destra con la zia) invece ha partecipato senza problemi.

Sabato 1 Dicembre la situazione è stata completamente differente. Sui 1500 che hanno partecipato agli scontri, almeno 600 erano elementi militanti di estrema destra, organizzati e addestrati. Appartengono a quei movimenti estremisti, che mantengono un piede dentro il Front National (ora rinominato Rassemblement National), ma non ne condividono la tattica parlamentare: dai Patrioti, al Gud, ad altri gruppi ufficialmente sciolti per legge. Chi avesse dubbi può fare un giro nelle strade intorno all’Arco di Trionfo e vedere i segni lasciati. Nessuna A cerchiata o falci e martello. Solo croci celtiche, scritte razziste, omofobe. E una che è un manifesto ideologico della giornata: “Maidan 2018” e una croce celtica.

La cosa che ha veramente stupito è il comportamento delle forze di polizia. Se i numeri dei partecipanti agli scontri è questo, 1500 persone, non dovrebbe essere un problema venirne a capo. Per gli scioperi degli ultimi anni, si sono viste manganellate volare contro cortei di migliaia di persone. Qui si sono usati cannoni ad acqua mentre questi prendevano possesso dell’arco di trionfo e bruciavano il centro della capitale. Per un paragone storico, per quello che so, il 68 parigino non arrivò mai in queste zone, nonostante la forza ben maggiore.

Le responsabilità della sinistra: non aver portato gli scioperi fino in fondo

Quindi Gilets Jaunes sono fascisti? No. Non tutti. Se si escludono i manifestanti di Parigi, quelli degli scontri, quasi nessuno lo è. La maggior parte di loro non ha votato Marine Le Pen, anzi probabilmente non ha votato. Forse da anni.

Quindi è possibile che la sinistra egemonizzi questo movimento? La risposta è no. Non solo perché anche in Francia, sebbene questa sia più organizzata che in Italia, non ne ha di fatto la forza. Ma perché è ormai troppo tardi. Questo movimento doveva essere egemonizzato prima che si formasse, ora sono altri che si sono seduti alla sua guida. Questo movimento è formato dalla piccola borghesia impoverita, schiacciata al contempo dalla concorrenza dei monopoli e talle imposte dello stato: ceti che spesso guadagnano meno di un operaio sindacalizzato e che hanno pensioni che non arrivano a 1000 euro, con giornate di 10 ore di lavoro. Una piccola borghesia che sta scomparendo e si sta impoverendo, e che ha ritirato qualsiasi delega al mondo politico, e che ora vuole fare da sola. In sostanza la Francia sta attraversando un momento simile a quello che diede la nascita ai 5 Stelle: in un paese come l’Italia ci fu Grillo, in un paese come la Francia che ha conosciuto almeno un paio di momenti rivoluzionari, ci sono i gillet gialli, in cui c’è al contempo la rivolta di strada che fa respirare aria di rivoluzione e la più completa autonomia di ognuno dei suoi componenti, caratteristica dei movimenti piccolo borghesi.

Ma questa natura di classe non spiega il seguito che ha avuto il movimento in tutto il paese, in cui moltissimi operai, disoccupati, precari, donne hanno bloccato il traffico e sfidato la polizia. La spiegazione è che questo movimento sta facendo quello che i lavoratori hanno urlato a tutti i cortei e agli scioperi degli ultimi 10 anni: bloccare il paese per fermare le riforme. I sindacati non l’hanno mai fatto, intimoriti più da un possibile fallimento che dagli effetti delle riforme sui lavoratori. Se lo avessero fatto, se le tendenze riformiste fossero state sconfitte, avrebbero raccolto il sostegno dei piccolo borghesi in difficoltà, e sarebbe stata la classe operaia a egemonizzarli. Così invece gli operai ne sono egemonizzati e si trovano a mettersi al seguito degli interessi della piccola borghesia.

Ora che il movimento si è formato è troppo tardi. E così mentre i fascisti vengono lasciati entrare, i sindacati a partire della Cgt vengono tenuti lontani. A parte il corteo parigino contro la disoccupazione e la precarietà, previsto da mesi, a cui hanno partecipato molti gialli, nel resto del paese la CGT (che in un primo momento aveva dato ordine di non partecipare, per poi cambiare idea) è stata tenuta lontana, sebbene i suoi membri, singolarmente vi partecipino.

La fine dei partiti, la necessità del Partito

Questo movimento sta mettendo in evidenza la crisi istituzionale del modello francese, basato sulla Quinta Repubblica voluta da De Gaulle.

Da un lato c’è un Presidente velocemente divenuto impopolare. Dall’altra una Costituzione che gli da al contempo poteri quasi illimitati e la quasi certezza di non poter essere mai destituito. Il modello bonapartista, che prevede un legame diretto tra leader e massa, entra in crisi proprio nel momento in cui questo si generalizza. Se non esistono corpi intermedi capaci di influenzare le decisioni del Presidente, se il legame è diretto, non mediato, allora lo scontro (che rappresenta esso stesso un legame, seppure di opposizione) sarà diretto e non mediato, e cercherà di rovesciare il Presidente.

I risultati saranno scarsi. Anche nel caso si continui a mettere a ferro e fuoco la capitale e a bloccare le vie di comunicazione, in assenza di un’alternativa, il Presidente rimarrà dove si trova, e da questa inamovibilità tratterà in condizioni di forza con movimenti acefali e attraversati da spinte contraddittorie, incapaci di prendere una forma politica ed elettorale unica.

Quanto avvenuto in queste settimane a Parigi mostra la mancanza e quindi la necessità dei partiti, in particolare del Partito. Se queste spinte e queste proteste sono arrivate al livello attuale è perché non esistono più luoghi di dibattito democratico capaci di cogliere le tendenze della società e farle salire ai vertici politici, così come di portare la battaglia politica sui grandi orientamenti dall’alto delle grandi idee fino giù sul terreno dei quartieri marginali. L’idea che la società si potesse governare con la comunicazione, con gli spin doctor blairiani, capaci di trovare la soluzione migliore senza l’utilizzo delle ideologie, ma semplicemente sondando in maniera neutra i voleri degli elettori, si è schiantata contro la crisi epocale che stiamo ancora vivendo. In questo caos (tanto a livello nazionale che internazionale) le persone chiedono un principio di ordine, che metta fine all’angosciante imprevedibilità permanente dovuta alla fine di tutte le certezze accumulate negli ultimi decenni. Se dopo la fine dell’Urss si parlava di partiti leggeri, oggi ci si fida solo di ciò che si tocca perché ci sta accanto. Non più comunicati televisivi che propongono luccicanti bugie, foriere di peggioramenti dei livelli di vita, ma partiti presenti fisicamente a fianco a sé, che possono essere toccati e di cui ci si può quindi fidare. Questo riguarda tanto i partiti di sinistra che di destra, quelli più moderati e quelli più radicali, compreso la France Insoumise, costruita attorno alla presenza mediatica del suo leader, ma totalmente assente dalla società francese, in maniera uguale e speculare al movimento della Repubblica in Marcia del Presidente Macron.

Questo richiama ancora una volta la responsabilità della sinistra. Nulla manca di più oggi di un Partito di avanguardia, che sappia guidare la popolazione contro i veri responsabili dell’attuale condizione sociale. E al contempo è mancata la fiducia nella teoria rivoluzionaria, la consapevolezza che dopo lo splendore degli anni ‘90 sarebbe arrivata la crisi, e che ad essa ci si doveva preparare, anche organizzativamente, durante un lungo periodo di resistenza. Purtroppo così non è stato, e oggi ci si ritrova con partiti e movimenti deboli e scarsamente radicati. Il timore è che, vista la radice sociale del movimento e le debolezze accumulate dalla sinistra e dai comunisti, siano le forze reazionarie a fungere da elemento d’ordine all’interno del caos. Uno ordine che risulterebbe deleterio per le classi popolari, ma che in un primo momento potrebbe apparire più tranquillizzante dell’attuale situazione.

http://www.marx21.it/index.php/internazionale/europa/29425-gilet-jaune-macron-e-i-ritardi-della-sinistra

MACRON HA CAPITO E SI E’ PENTITO DEI SUOI ERRORI

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 10:03 pm

CONTROINFORMAZIONE.INFO

11 12 2018

MACRON (A PAROLE) SI È PENTITO. A QUANDO IL MEA CULPA DEI MACRONISTI ALL’ITALIANA?

di Mario Bozzi Sentieri
Mentre Emmanuel Macron, è stato costretto a chiedere scusa, in Tv, ai francesi, rimangiandosi (a parole) parte delle sue scelte economiche, che fine hanno fatto i macronisti all’italiana, che, poco più di un anno fa, ne tessevano le lodi, immaginando le sorti (e progressive …) del fenomeno a livello europeo ? Basta sfogliare i giornali del maggio 2017 per raccogliere, fior da fiore, una cascata di celebrazioni a dir poco pompieristiche.
“Questa del 7 maggio 2017 resterà una notte storica – concludeva il suo pezzo Aldo Cazzullo, sul “Corriere della sera” – perché ha dimostrato che l’Europa, in fondo esiste, crede in se stessa, passa la fiaccola alle nuove generazioni; e ha ancora una chance per evitare l’autodistruzione”. Mario Calabresi, direttore de “la Repubblica”, con un occhio all’Italia, dava la linea: “Fare politica ad occhi chiusi significa pensare che gli europei e gli italiani siano tutti contro l’Europa, siano tutti terrorizzati dai migranti, siano tutti per politiche ‘legge e ordine’ e vogliano il porto d’armi per sparare liberamente la notte.

L’elezione di Macron ci mostra invece che bisogna avere il coraggio di proporre con convinzione una visione diversa, che è inutile per la sinistra italiana rincorrere i populisti (togliere la bandiera europea per metterne sei italiane), perché quella parte del campo è già sufficientemente affollata e soprattutto perché i cittadini diffidano delle imitazioni. Meglio essere se stessi”.

Rassicurante l’analisi di Mario Ajello (“Il Messaggero”) che la buttava in filosofia: “Il Ciclone Emmanuel è quello che per ora ha rimesso a posto gli schemi. I francesi, che sembravano essere diventati passionali, si scoprono invece razionali, secondo la loro tradizione che viene dall’illuminismo”.
Anche Silvio Berlusconi c’era cascato, giudicando il neo Presidente francese un “brillante tecnocrate”, innovatore dello stile e del linguaggio della sinistra, mentre il Pd, sempre in ritardo sui tempi, ancora qualche mese fa, con encomiabile autolesionismo, ha continuato a guardare al fondatore di “En Marche” come ad un possibile leader di un’ “alleanza vasta”, in grado di andare da Tsipras allo stesso Macron. Tutto questo malgrado i risultati, i sondaggi in caduta libera e le prime avvisaglie di una protesta, che poi è dilagata.

Macron e signora

Che cosa fosse in realtà e già in partenza questo giovane virgulto della sinistra europea (subito salutato come il “nuovo Renzi”) era ben evidente nel suo percorso professionale e culturale: dall’Ecole Nationale d’Administration al suo passaggio alla Banca Rothschild (in grado di accreditarlo presso una destra liberale e globalista); dalla sua aura intellettuale, per essere stato il segretario del filosofo Paul Ricoeur, teorico di un umanismo e di un personalismo progressista, al ruolo di draconiano ministro dell’economia nel secondo Governo Valls; dal suo antinovecentismo (con il distacco dai ceti intermedi) al suo caratteriale (e un po’ cinico) disincanto.
Un mix perfetto per questa idea, tutta francese, di repubblicanesimo monarchico, che quando non ha solide base popolari ed un vero consenso elettorale (l’elezione di Macron – non dimentichiamolo – è stata segnata dal record di astensioni e di schede bianche) è però un invito alla rivolta di piazza.
Tutto questo l’inossidabile intellighenzia italiana non l’ha neppure paventato, trovandosi – dopo la retorica della celebrazione – a contemplare le macerie del suo ennesimo sogno infranto, mentre l’illusione illuminista, tecnocratica, eurocentrica, globalista e progressista lasciava il campo alla cruda realtà di un lumpenproletariat, un “proletariato cencioso”, escluso dagli orizzonti della sinistra macronista, in Francia ed anche in Italia, ma con cui è inderogabile fare i conti.

https://www.controinformazione.info/macron-a-parole-si-e-pentito-a-quando-il-mea-culpa-dei-macronisti-allitaliana/

I GILET GIALLI PROTESTANO PER MOTIVI FRAVI

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 9:59 pm

CONTROINFORMAZIONE.INFO

10 12 2018

LE VERE RAGIONI DEI GILET GIALLI

di  Gabriele Sannino

Il movimento sociale dei gilet gialli in Francia prende il nome dal giubbotto catarifrangente che i conducenti di mezzi pesanti (e non solo) devono indossare in caso di incidenti per rendersi visibili e non rischiare la vita.
Se c’è una ragione che accomuna tutti i cittadini che in questi giorni stanno indossando questo giubbotto durante le manifestazioni di Parigi è proprio l’invisibilità sociale.

I gilet gialli manifestano per moltissime ragioni e ogni giorno questo movimento vede ingrossare le sue fila proprio perché i “perdenti” sono sempre di più, a fronte di pochissimi vincitori.
La Francia non se la passa bene come pensiamo. Anche lì abbiamo l’euro moneta-debito centellinata alla fonte, e anche lì abbiamo pignoramenti ai beni, ai servizi e ai diritti dei cittadini spacciati per “riforme”.
La sensazione che accomuna queste persone è che ormai hanno perso tutto, mentre lo stato – semplicemente – se ne frega.
Il ceto medio in Francia, così come in Germania e in tutta Europa, sta scomparendo, e quando si arriva a questo, la cosa si fa sempre pericolosa, come la storia insegna. 
Anche se la miccia è stata originata da un aumento della tassa sul diesel di 6,5 centesimi per motivi ecologici, sono la pressione fiscale e la mancanza di lavoro nel complesso a far esplodere la rabbia.
In realtà le ragioni di questa esplosione sociale sono ormai molteplici: anche in Francia, infatti, abbiamo cassintegrati che lavorano poche ore a settimana, giovani precari che lavorano a chiamata, famiglie i cui stipendi non bastano più viste le tasse, il carovita, gli stipendi bassi, la privatizzazione di tutti i servizi e chi più ne ha più ne metta.
I gilet gialli, dunque, rappresentano la miseria sociale, il disprezzo che il galoppino dei Rothschild Emmanuel Macron prova quando implementa le sue “riforme”.
Egli sta tartassando il ceto medio e basso solo per adempiere alle direttive di chi lo ha messo lì. Macron è l’ennesimo commissario liquidatore in favore del futuro super stato europeo.
La mossa di fare una moratoria di sei mesi per le accise sui carburanti nel 2019 è semplicemente ridicola: del resto, lui non può fare altro, perché non lavora per il popolo ma per i banchieri.
E’ davvero sconcertante come, in Italia così come in Francia, fior di “intellettuali” si schierino col presidente e le sue politiche al grido di “populismo”, “feccia indistinta” , asserendo che ciò che chiede il popolo è semplicemente irrealizzabile.
Questi intellettuali sono i soliti servi del potere, i leccapiedi (categoria che non è mai mancata nel corso della storia) e deficitano non solo di buonsenso ma – in primis – di onestà intellettuale.
Una delle riforme di Macron, del resto, contestata in piazza è il cosiddetto Job Act francese: in buona sostanza, con la scusa di aumentare la platea dei lavoratori, egli ha precarizzato e sottopagato ancora di più le condizioni complessive dei lavoratori, allargando i contratti capestro definiti “a progetto” non solo al settore delle costruzioni ma a tutti gli altri settori economici e produttivi, e fissando i risarcimenti in caso di licenziamenti illegittimi a un massimo di 15 giorni di salario per ciascun anno di anzianità nel caso di aziende sotto i 10 dipendenti, e 30 giorni per quelle che ne hanno di più.
Insomma, con questo decreto Macron ha istituzionalizzato la povertà di massa, rendendo impossibile e finanche inutile qualsiasi ricorso alla giustizia. 
Nel 2017, Macron ha eliminato anche la tassa patrimoniale: con questa mossa, i ricchi pagano poco e non proporzionalmente, mentre sempre più tasse cadono a pioggia sui ceti medi e bassi.
Il pretesto sia per quest’ultimo provvedimento che per il Job Act è che gli imprenditori non devono scappare, ma si tratta di un inganno, dato che i piccoli imprenditori sono e restano tartassati, mentre chi paga di meno sia il costo del lavoro che le tasse sono solo le grandi multinazionali e/o conglomerati, che già usano cavilli legali per sfuggire alla tassazione.
I gilet gialli non vogliono entrare in politica, o meglio lasciano anche la libertà di farlo a livello locale e finanche nazionale, ma vogliono un restare un movimento di popolo, di piazza, perché istituzionalizzarsi comporta in genere il fagocitamento e il probabile spegnimento delle rivendicazioni.
Essi considerano l’Europa la causa di tutti i mali, dato che ormai è un mostro giuridico ed economico che ha preso il sopravvento sulle nazioni e le loro costituzioni.
Il movimento è già attaccato dal sistema coi soliti mezzucci: si minacciano i portavoce e si infiltrano persone violente nei cortei per farli sembrare tutti dei pazzi e degli scalmanati.
Il loro obiettivo, ormai, è eliminare Macron, giudicato – non a torto – uomo dei poteri forti.
Il movimento dei gilet gialli, dunque, rischia di diffondersi in tutte le altre nazioni del vecchio continente, dato che tutte ormai hanno gli stessi e identici problemi.

Leggo qua e là sul web e su alcuni giornaloni dei soliti intellettualoidi che per noi è impossibile una ribellione come quella francese: ebbene, sappiate anche qui il popolo è stanco, e se Lega e 5 stelle non porteranno a termine i loro progetti e se questi non porteranno benessere, alla gente non mancherà che agire in questo modo. 
La crisi economica creata a tavolino dai poteri forti, ormai, è stata scoperta e sta generando una reazione prevedibile.
Il mio consiglio all’élite è semplicemente uno: cambiate Pianeta.

https://www.controinformazione.info/le-vere-ragioni-dei-gilet-gialli/

 

MACRON HA SCELTO LA LINEA DURA E DEPRESSIVA

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 9:55 pm

CONTROINFORMAZIONE.INFO

10 12 2018

MACRON FA I COMPLIMENTI ALLA POLIZIA PER LA “LEZIONE” AI GILET GIALLI: 1700 ARRESTI

  • DI GIOVANNI PASERO

Non è Beirut, non è Il Cairo, ma Parigi. Le immagini di sabato della manifestazione dei gilet gialli evocano moti di piazza della primavera araba o delle proteste di nazioni non considerate all’avanguardia nei diritti civili. Accade nella democratica Francia del presidente MACRON, che a ogni occasione impartisce lezioni di democrazia a tutti. Non solo all’Italia del governo M5s-Lega, ma anche agli Stati Uniti di Trump e alla Russia di Putin.
A Parigi 1700 arresti, come nei peggiori regimi

Eppure i numeri sono impressionanti. Le forze dell’ordine hanno fermato 1.723 persone in tutta la Francia, 1.220 sono state trattenute in custodia. Sono alcuni dei dati che hanno caratterizzato il sabato di protesta dei gilet gialli, con 10.000 persone in piazza a Parigi e 125.000 in tutto il Paese, come ha reso noto il ministero dell’Interno. Secondo i media locali, i feriti sarebbero 264, compresi 39 agenti. Pensate solo se anziché il presidente voluto fortemente dalla Ue e della banche internazionali, fosse stata all’Eliseo Marine Le Pen. Con la leader sovranista presidente della Repubblica francese, non ci sarebbe stato il silenzio assordante di Bruxelles, dell’Onu e delle altre organizzazioni che difendono i diritti umani a intermittenza, a seconda di chi governa.
Marine Le Pen sta con i gilet gialli

Proprio MARINE LE PEN ha preso le difese dei manifestanti: «Ancora una volta, nonostante le intimidazioni, la mobilitazione dei giubbotti gialli è stata massiccia in tutta la Francia, ed è stata in gran parte pacifica. Che cosa il presidente potrà inventare ora per non rispondere alle richieste angosciate dei francesi?». Il problema, infatti, è il potere d’acquisto dei francesi sempre più indebolito. Un impoverimento del ceto medio che in Italia stiamo vivendo da anni e che tocca ora anche i francesi, popolo molto meno accomodante del nostro.
Macron prepara un discorso alla nazione

In tutto questo, EMMANUEL MACRON, obiettivo numero uno della protesta, si è limitato ad un tweet in cui ha ringraziato le forze dell’ordine impegnate sul territorio «per il coraggio e l’eccezionale professionalità». Il presidente francese dovrebbe prendere la parola davanti ai francesi fra domani e martedì, anche per disinnescare una nuova protesta sabato prossimo. Mentre da più parti si alza una richiesta che può sintetizzarsi in una sola parola: “Dimissioni”.

https://www.controinformazione.info/macron-fa-i-complimenti-alla-polizia-per-la-lezione-ai-gilet-gialli-1700-arresti-video/

EUROPA ALLO SBANDO

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 9:52 pm

CONTROINFORMAZIONE. INFO

10 12 2018

L’EUROPA IN PEZZI?

 

di Claudio Mutti

L’11 novembre scorso, commentando la dichiarazione di Emmanuel Macron circa la necessità di creare “un vero esercito europeo”, Vladimir Putin ha definito tale idea come “positiva nell’ottica di un rafforzamento di un mondo multipolare”. D’altronde, ha aggiunto il presidente russo, “l’Europa è un forte blocco economico, una potente unione economica, ed è piuttosto naturale che voglia essere indipendente, autosufficiente, sovrana nella difesa e sicurezza”.

Come ha ricordato lo stesso Putin, l’idea di un esercito europeo non è nuova. Infatti nel 1952 i Paesi aderenti alla CECA (Belgio, Francia, Repubblica Federale di Germania, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi) avevano deciso di fondare una Comunità Europea di Difesa che costituisse una forza militare europea; ma il trattato di fondazione della CED non entrò mai in vigore a causa della mancata ratifica francese. Così la “difesa” di quel nucleo d’Europa rimase affidato alla NATO, l’organizzazione militare nata in seno al Patto Atlantico ed egemonizzata dalla potenza statunitense.

Incapaci di creare un esercito, i Sei diedero vita ad un mercato, il MEC. Così, al momento dello scioglimento del Patto di Varsavia, la Comunità Economica Europea si guardò bene dall’esigere la soppressione della NATO per sostituirla con un esercito europeo. Anzi, il Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio 1992 dai dodici Paesi membri della Comunità Europea, stabilì all’art. 42 il rispetto degli “obblighi di alcuni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite la NATO”. E il Protocollo (n. 10), sulla cooperazione strutturata permanente istituita dall’articolo 42 del medesimo trattato, stabilì che la NATO sarebbe rimasta “il fondamento della difesa” dell’Unione Europea.

Le disposizioni più importanti del Trattato di Maastricht furono quelle che fissarono le fasi di transizione dalle monete locali all’euro, la valuta comune ufficiale dell’Unione Europea, la quale, entrata in circolazione all’inizio del 2002, ha fornito quel tessuto connettivo che i semplici accordi commerciali non avevano potuto dare. Ma la nuova moneta è del tutto anomala: essa non reca su di sé il simbolo di un potere politico, poiché è emessa da un ente finanziario: la Banca Centrale Europea. Come è stato osservato, “l’Europa commerciale e finanziaria, che ha preso il posto di quella ideale e politica, somiglia ad una di quelle aziende fittizie, prive di scopo e di consistenza, che i finanzieri di avventura inventano per coprire i loro traffici con un’attività che in realtà non esiste, e per scambiarne i titoli con altre aziende altrettanto virtuali”[1].

Perciò, se da un lato è possibile affermare che “i veri euroscettici, chi non vuole andare oltre il livello delle conferenze intergovernative, sono proprio i difensori della moneta senza Stato, che rappresentano l’ostacolo più ingombrante in cui si imbatte oggi la continuità del processo di unificazione europea”[2], dall’altro non si può non riconoscere che, nonostante la sua fondamentale anomalia, l’euro risponde tuttavia all’esigenza dell’Europa di avere una sua propria moneta. Non solo, ma questa moneta senza Stato è oggi la principale concorrente del dollaro statunitense.

Per quanto riguarda la difesa militare, se Vladimir Putin ha riconosciuto come positiva l’idea di un esercito europeo in grado di difendere l’Europa e di assicurarne l’indipendenza, Donald Trump ha invece ribadito con esemplare franchezza la volontà statunitense di mantenere l’Europa in condizione di divisione e di sudditanza. Il presidente degli USA, che il 15 luglio aveva dichiarato l’Unione Europea, “nemica” (testualmente: foe) degli Stati Uniti[3], ha infatti brutalmente sollecitato Macron a versare il tributo vassallatico e gli ha ricordato che sulla Francia incombe la storica minaccia teutonica[4], vanificata due volte, come ci viene ripetuto da una settantina d’anni, dal salvifico e disinteressato intervento degli Stati Uniti.

Ormai è fin troppo evidente che l’amministrazione statunitense considera l’Unione Europea come un potenziale rivale strategico e che a Washington ci si preoccupa, in particolare, del peso esercitato all’interno dell’Unione dalla Germania (la quale si permette di stabilire pericolosi rapporti con la Russia e con la Cina) e dalla Francia (che ambirebbe a ricoprire in Europa un ruolo militare non inquadrato nella NATO). Sembra perciò che la strategia di Washington consista nel mettere ulteriormente in crisi la traballante costruzione europea, per instaurare relazioni bilaterali coi singoli Stati nazionali.

Iniziata con la Brexit, la destabilizzazione dell’Europa è proseguita con la guerra dei dazi e col sostegno fornito dagli USA ai governi ed ai movimenti sovranisti e populisti: in primo luogo all’Italia ed ai paesi del gruppo di Visegrád.

Ma la comune subordinazione al padrone americano non garantisce affatto la solidarietà fra i paesi europei governati da forze politiche ideologicamente affini. Lo dimostra il fatto che il governo austriaco di centrodestra ha invocato il rigore di Bruxelles nei confronti dell’Italia e che anche il portavoce di Viktor Orbán ha garbatamente invitato il governo di Roma a limitare le spese in deficit.

D’altronde il sovranismo non è altro che la forma odierna del piccolo nazionalismo, sicché non appare affatto inverosimile l’ipotesi che, in seguito ad una vittoria dei partiti populisti alle prossime elezioni europee, si aggravi ulteriormente la divisione dell’Europa, la quale è già adesso un “vestito d’Arlecchino malamente ricucito”[5], tanto per riproporre l’impietosa metafora usata più di mezzo secolo fa da Jean Thiriart. Il quale scriveva, a proposito dell’“Europa delle Patrie” teorizzata dai micronazionalisti d’allora: “Questa Europa delle Patrie non è altro che la somma temporanea e precaria dei rancori e delle debolezze. Sappiamo che la somma di debolezze è uguale a zero o quasi. I piccoli nazionalismi si annullano gli uni con gli altri così come si annullano i valori algebrici di segno contrario. I piccoli nazionalismi ‘chiusi’ derivano, in genere, la loro apparente forza solo dall’odio per il vicino o dal ricordo di quest’odio. È un controsenso, è una contraddizione in termini pretendere di ricavare una forza da una somma di particolarismi incalliti e sospettosi”[6].

Una cosa è certa: la dichiarazione di guerra nei confronti di Bruxelles induce i sovranisti ad accentuare la loro dipendenza nei confronti di Washington.

Lo si è visto il 6 luglio 2017, quando a Varsavia Donald Trump ha tenuto a battesimo l’Iniziativa dei Tre Mari, che, oltre a stendere un cordone sanitario alle frontiere occidentali della Russia, imporrà vincoli energetici e militari ad una macrozona di dodici paesi compresa fra il Baltico, il Mar Nero e l’Adriatico[7].

Lo si è visto nel dicembre 2017, quando la Repubblica Ceca e l’Ungheria hanno impedito all’Unione Europea di pubblicare una dichiarazione unitaria di condanna del trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, prima che il governo di Praga seguisse quello di Washington nel riconoscere Gerusalemme come capitale dell’entità sionista.

Lo si è visto il 30 luglio 2018, quando l’incontro fra Donald Trump e Giuseppe Conte ha inaugurato un “Dialogo strategico”, proseguito a Washington nel novembre successivo, che assegna all’Italia, in rotta di collisione con Bruxelles, il ruolo di testa di ponte dell’amministrazione statunitense in Europa[8].

Lo si è visto, infine, nella disponibilità mostrata dai movimenti sovranisti nei confronti dell’iniziativa di Steve Bannon, alla quale hanno aderito, limitandoci a parlare dell’Italia, Matteo Salvini a nome della Lega e Giorgia Meloni a nome di Fratelli d’Italia.

La missione dell’ex “capo stratega” di Donald Trump consiste infatti nel “preservare l’egemonia economico-culturale degli Stati Uniti nell’attuale panorama geopolitico di progressiva disgregazione del progetto europeista tecnocratico, unendo sotto la bandiera di una rinnovata forma di americanismo (da esportazione e imitazione) i gruppi politici che si oppongono alle istituzioni europee e che cercano di farsi espressione dell’inevitabile malcontento popolare di fronte alle nefaste politiche dell’Unione”[9]. Proclamando che “l’Unione Europea è finita, come sono finiti i diktat europei e il fascismo dello spread”, l’agitatore statunitense si è rivolto agli Europei formulando questa promessa: “Presto avrete una confederazione di Stati liberi e indipendenti”[10].

Così, dopo aver liberato l’Europa dal Kaiser, da Hitler e dalla minaccia sovietica, adesso gli Stati Uniti d’America si apprestano a liberarla per l’ennesima volta, favorendo la nascita di un’“Europa delle patrie” a sovranità ancor più limitata.

NOTE
[1] Enzo Erra, L’inganno europeo, Settimo Sigillo, Roma 2006, pp. 95-97.

[2] Leonardo Paggi, Gramsci, la mondializzazione e il pensiero della differenza, Franco Angeli, Milano 2017, p. 44.

[3] https://www.agi.it/estero/trump_europa_nemico_usa-4160287/news/2018-07-15/

[4] “But it was Germany in World Wars One & Two – How did that work out for France? They were starting to learn German in Paris before the U.S. came along. Pay for NATO or not!” (https://eu.usatoday.com/story/news/politics/2018/11/13)

[5] Jean Thiriart, Un impero di 400 milioni di uomini: l’Europa, Volpe, Roma 1965, p. 38.

[6] Jean Thiriart, ibidem.

[7] Si veda il Dossario di “Eurasia”, 4/2017 (Il cordone sanitario atlantico).

[8] Si veda il Dossario di “Eurasia”, 4/2018 (La geopolitica giallo-verde).

[9] https://www.eurasia-rivista.com/steve-bannon-e-la-nuova-egemonia-americana/

[10] http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/ContentItem-11d3992d-373e-45b0-87ac-cdd0148b39c7.html

Fonte: Eurasia

https://www.controinformazione.info/leuropa-in-pezzi/

EUROPA CON CRISI POLITICA CHE AVANZA

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 9:48 pm

CONTROINFORMAZIONE.INFO

9 12 2018

LA FIDUCIA STA CROLLANDO SU ENTRAMBI I LATI DELLO STAGNO EUROPEO

di  Tom Luongo

In Europa, i leader dell’UE e Theresa May sono così disperati per fermare la Brexit che non possono smettere di mentire su tutto. In un giorno abbiamo il governo di May impegnatosi in dispregio del Parlamento per non aver rilasciato l’intero consenso legale del suo accordo per la Brexit e la Corte di giustizia europea ha dichiarato che il Regno Unito può annullare unilateralmente la Brexit se lo desidera.

Sono così disperati perché c’è una reale probabilità che l’orribile affare della May non ottenga l’approvazione dal parlamento. Detto questo, la rotazione dei tranelli dietro le quinte è probabilmente epica dato che uno ad uno i membri del governo rimasti con la May si dichiarano favorevoli all’accordo perché vedono che non hanno altra scelta.

Allo stesso tempo, la Francia è letteralmente incendiata grazie a una buona e oltraggiata rivolta fiscale, che, dopo averla insultata, tacciata di impreparata e arrogante, il presidente Emmanuel Macron non riesce a capire. La gestione di queste proteste da parte di Macron è stata abissale, mostrando un livello di disprezzo per il popolo francese così profondo che potrebbe finire per sentirsi più odiato alla fine di Theresa May.

Entrambe queste persone odiose non fanno mistero della loro vera lealtà e più parlano, più cercano di vendere il loro ultimo tradimento degli interessi nazionali a favore di Bruxelles, “più aumenta l’intensità dell’odio verso di loro.

Questa non è una situazione lineare. È il tipo di situazione che passa da mormorii e spallucce a una vera e propria violenza in pochi giorni.

Soprattutto quando te ne esci e dici ai nazionalisti francesi che il nazionalismo è affine al male assoluto.

Nel caso di Macron, aumentare la tassa sul gasolio era un ponte troppo lontano. Patetico il pretesto del riscaldamento globale, quale ideologo globalista come lui è, castiga le persone che sono materialmente danneggiate da questa tassa indicandoli come “teppisti” e poi raddoppia quando diventano ancora più arrabbiati.

Quindi non sorprende che la sua convocazione di una moratoria per sei mesi sia stata respinta dai manifestanti.

Sanno che non possono fidarsi di Macron.

Con le aliquote fiscali della Francia già quasi il più alte nel cosiddetto primo mondo, il peso di questa tassa sarebbe caduto più pesante sul popolo che sopravviveva a malapena all’attuale politica del governo. Tutte le tasse sono marginalmente regressive, anche le tasse progressive sul reddito.

E quelle tasse che sono una tassa forfettaria su base per elemento sono le più regressive. Solo perché fai più soldi non significa automaticamente che stai per mangiare più cibo o guidare di più la tua auto.

Pertanto, l’imposta cade in misura sproporzionata come percentuale del reddito marginale negli strati economici inferiori.

E Macron ha cercato di vendersi come riformatore. Non c’è nulla di unico nell’incrementare le tasse in Francia. Se Macron voleva essere un innovatore, avrebbe abbassato le tasse sul carburante. Migliorate la vita delle persone rimuovendo l’onere di pagare piccole leccapiedi come lui e la massiccia burocrazia che sostiene la sua idiozia di brevetto come tassare il carburante per combattere il riscaldamento globale.

Quanto meno si dice su Theresa May meglio è, ma solo così è chiaro a tutti. May ha dato all’UE tutto ciò che desiderava, non perché fosse una cattiva negoziatrice, ma perché è una cattiva bugiarda. Ogni giorno lei dice bugie a tutti quelli che ascolteranno (e quel numero scenderà ogni giorno) e sostiene che sta lavorando per il popolo della Gran Bretagna.

No lei non sta facendo questo. Sta lavorando per la classe dirigente britannica e la sua trincerata burocrazia che sono in combutta con le loro controparti a Bruxelles per erigere un’oligarchia inattaccabile in tutta Europa.

May, Juncker, Tusk e Merkel hanno intenzionalmente spento l’orologio mentre facevano il calcolo politico che i conservatori sono così spaventati da un’acquisizione dei laburisti che alla fine si arrenderanno, si prenderanno il naso e voteranno per questa vendita completa di ciò che resta della sovranità britannica.

Ma, se pensi che sia stato duro fino a questo punto, ho salvato il meglio per il mio cosiddetto Presidente, Donald Trump. Per un po perchè avevo dato a Trump il beneficio del dubbio, pensando che si stava comportando al meglio rispetto ad un establishment politico americano che è il peggior tipo di criminalità politica.

Ma, dopo il fiasco dei mid-terms e la sua capitolazione sistematica a tutto ciò che è neoconservatore, Trump è diventato una parodia di se stesso sulla politica estera. Permettendo al paranoico John Bolton di convincere Trump che tutta la strategia neocon è nell’interesse degli Stati Uniti. In primo luogo, Trump ha abbracciato ogni politica estera che aveva combattuto durante la sua campagna.

La sua mancanza di base morale lo ha portato ad avere una completa mancanza di coraggio morale nell’affrontare il vasto apparato schierato contro di lui.

Al punto in cui non annuncia decisioni politiche che sa essere impopolari non solo con la sua base, ma anche con il centro del paese, che deve essere rieletto nel 2020. Lascia il lavoro al disgustoso e stupido Mike Pompeo.

Il bisogno di Trump di essere apprezzato è il suo tallone d’Achille ed è stato usato dal Deep State per distruggerlo.

Si immagina un uomo di capacità superiori e quindi è stato facile per lui essere guidato dal suo naso (perché ricorda, non crede in nulla eccetto il suo tornaconto) e da quello di Bolton impegnandosi ad abrogare unilateralmente qualsiasi trattato che sia inopportuno per la loro causa di sottomissione mondiale sulla base del fatto che non è giusto per l’America.

Quindi, le nuove armi della Russia sono qualcosa che gli Stati Uniti non sono in grado di affrontare, così per contrastarle il trattato INF deve andare fuori. È deplorevole, vergognoso, cattivo, qualunque cosa Trump torni a dire a riguardo.

Il potere imperiale cresce sempre più paranoico mentre pensa che tutti cercano di distruggerli.

Perché il potere imperiale sa nel suo cuore che è terribile. Che ha abusato e distrutto le persone in tutto il mondo e sono arrabbiati. Sanno che questo è vero e perché vorrebbero la vendetta, si aspettano che tutti gli altri vogliano la stessa cosa.

Il dettato politicamente forte e negozia solo per debolezza. Lasciare il trattato INF lasciando aperta la porta ad un accordo è un’ammissione che le armi della Russia devono essere neutralizzate rompendo il trattato per mettere i missili USA alle porte della Russia perché Bolton non può concepire un giorno in cui la Russia e gli Stati Uniti non siano avversari.

Ho detto fin dall’inizio che Trump avrebbe dovuto permettere ai neocon di gestire le cose per un po,e poi, quando i loro piani si sarebbero arenati, li avrebbe invertiti tutti e avrebbe usato quell’inversione per vincere l’ampio sostegno di una guerra stanca e incazzata per l’Elettorato americano, a prescindere dalla sfacciata frode elettorale dei democratici.

Ma Trump è oltre questo ora. Ci ha raccontato del suo odio per l’Iran nelle campagne elettorali e tutto quello che Bolton e Mattis e il resto della Gang, che non può invadere senza conseguenze hanno dovuto vendere Trump con lo stanco refrain per cui più morti, più truppe, più armi sarebbe il percorso verso la vittoria.

Trump è così disperato per un paio di decimi di PIL che ha venduto il suo popolo per questo. Rimarrà in carica abbastanza a lungo da passare da salvatore a pessimo presidentedata dal fatto , proprio come ogni altro potenziale riformatore statunitense.

La rimozione dai fallimenti di questi tre principali leader del mondo sempre più libero è data dal fatto che la fiducia in loro, nei loro governi e nei sistemi che li supportano e li sostengono, sta fallendo rapidamente.

E la fiducia persa non viene mai riguadagnata. Una volta che la fiducia pubblica è stata violata, non viene mai recuperata. Ed è da qui che scaturisce un rapido cambiamento sociale, catturando chi pensa di avere il controllo completo del tutto, come Macron ha superato le proteste dei diesel.

Tutte queste persone sono degli sciocchi dalla mente debole. James O’Keefe di Project Veritas Action ha scritto un brillante articolo durante l’estate in cui ha definito la differenza tra coraggio morale e coraggio fisico. Quasi ogni uomo è disposto a dare la vita per la sua causa. Questo è il coraggio fisico.

È facile non dover vivere con le conseguenze dei tuoi atti da quando sei morto.

Ma il coraggio morale è quello di essere disposto ad apparire il cattivo, a resistere alla folla e rischiare la tua reputazione per quello in cui credi.

Questo è il motivo per cui i conservatori in parlamento voteranno per l’affare Brexit di maggio. Non vogliono essere incolpati per il casino di una Brexit dura che temono. Questo è il motivo per cui Macron implementerà le peggiori politiche neoliberali. Non vuole essere definito un traditore dai media e dall’oligarchia che lo ha creato.

Per questo Trump rischia ora il suo marchio e la sua reputazione. Era disposto a parlare il discorso ma non a camminare. Ora si diverte su Twitter come un patetico perdente mentre la profezia di Putin sulla sua presidenza diventa realtà.

“I presidenti cambiano”, ha detto a Oliver Stone nelle interviste di Putin, “La politica non funziona”.

E mentre ci avviciniamo al momento in cui una massa critica di persone vede i costi per mantenere questo vuoto di coraggio morale, che noi deifiniamo una società, che va a superare i benefici della stessa, allora più siamo vicini al peggiore tipo di caos .

Traduzione:  Luciano Lago

 

 

novembre 27, 2018

SIRIA: USA ANCORA BUGIE SULLE ARMI CHIMICE PER CONTINUARE LA GUEERRA

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 8:41 pm

Gli Stati Uniti intendono convincere l’OPCW che Damasco ha ancora scorte di armi chimiche

Gli Stati Uniti intendono convincere l’OPCW che la Siria ha mantenuto la capacità di produrre e usare armi chimiche. Lo ha annunciato oggi il rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW), Kenneth Ward, alla 4a Conferenza di revisione dell’OPCW.

“Secondo le stime degli Stati Uniti, la Siria ha ancora scorte di sostanze chimiche, in particolare, cloro e sarin, che possono essere utilizzati negli attacchi futuri. L’esercito siriano ha anche munizioni, inclusi proiettili, bombe aeree e munizioni improvvisate che possono essere utilizzate in attrezzature chimiche “, ha detto Ward.

Nello stesso tempo, l’ambasciatore statunitense non ha potuto fare a meno di riconoscere il fatto documentato che la Siria ha distrutto le sue scorte di armi chimiche nel 2014. Tuttavia, ha sottolineato, secondo Washington, si tratta della distruzione di scorte ufficialmente dichiarate e che “Damasco non ha dichiarato tutte le sue scorte di armi chimiche e la loro capacità di produzione”.

Secondo la TASS, Ward ha cercato di presentare ai partecipanti della conferenza dei paesi OPCW prove che comportassero la responsabilità di Damasco per gli incidenti chimici in Siria nel 2014, 2015 e 2017. In realtà, i resoconti su di essi sono pieni di supposizioni e prove non confermate con conclusioni che la Russia e i suoi partner nell’OPCW ,  considerano insostenibili.

Si noti che il discorso accusatorio contro la Siria nel discorso dell’ambasciatore americano è messo in piedi per giustificare attacchi alla Russia e all’Iran – “i due stati che garantiscono l’uso impunito delle armi chimiche da parte della Siria, proteggendo il regime dalle conseguenze nell’arena internazionale, continuando a sviluppare propri programmi per la produzioni di armi chimiche. “Alla fine di ottobre le autorità siriane hanno approvato la visita degli ispettori della struttura congiunta dell’UN-OPCW alle strutture di due istituti di ricerca in Siria per verificare la presenza di armi chimiche. Da parte sua, il vice ministro degli Esteri siriano Faisal Mikdad , ha dichiarato che il governo di Damasco non impedisce in alcun modo l’indagine delle organizzazioni internazionali sulla presenza di armi chimiche nella Repubblica Araba. Nello stesso tempo, il ministero degli Esteri ha dichiarato che le autorità del paese sono sempre pronte a fornire tutte le condizioni per gli esperti dell’ONU e dell’OPCW per verificare che la Siria adempie ai suoi obblighi nei confronti della comunità internazionale.Secondo Al-Masdar News, il meccanismo congiunto UN-OPCW per verificare la presenza di armi chimiche in Siria ha scelto i centri Barza e Jamrayya, situati a nord di Damasco.
(Eurasia Daily)

 

E’ degno di nota che pochi giorni fa, il ministro degli esteri russo Lavrov ha accusato Washington di esercitare forti pressioni sui membri dell’OPCW (tangenti/pressioni ai singoli membri e pressioni/ricatti sui rispettivi governi) affinché si allineino a risultati che giustifichino un aumento dell’aggressività statunitense.-
Attualmente la nuova campagna di Washington contro la Siria va su due direttive: accuse sulle armi chimiche e approvazione del ‘Caesar Act’* che dispone ulteriori misure sanzionatorie per i paesi che approvvigionano la Siria di combustibile e tecnologia. Questi due punti naturalmente ‘ringalluzziscono’ la combattività dei jihadisti di Idlib che recentemente si sono riuniti in un blocco unico sotto al Qaeda.
E’ da notare che le nuove accuse degli Stati Uniti sulle armi chimiche siriane, avvengono dopo che gli USA hanno proposto ed ottenuto di ampliare i poteri dell’OPCW e aumentarne il bilancio. Il risultato è andato nella direzione voluta, dato che la mozione è stata approvata con 99 voti favorevoli su 27 contrari. I nuovi poteri contemplano anche che l’OPCW si esprima sulla paternità degli attacchi chimici ( e questo è estremamente pericoloso se l’organizzazione è fortemente influenzata).
La Russia ha commentato il risultato dichiarando che dare all’OPCW ulteriori poteri oltrepassa i limiti del suo trattato di fondazione, la Convenzione sulle armi chimiche del 1997.
Inoltre-  secondo una nota del ministro degli Esteri russo – i rinnovati atti  ostili riflettono solo la discordia interna della politica americana che viene ripercossa in ambito internazionale, ed “il risultato è imbarazzante‘.(Vietato Parlare)

22 11 2018

http://www.vietatoparlare.it/gli-stati-uniti-intendono-convincere-lopcw-che-damasco-ha-ancora-scorte-di-armi-chimiche/?fbclid=IwAR2GBlgm5CEVmV-gng-gB0R3GRQAm8i7jkghcTXIG8EV8Z_nu1IF-r-2_tc

 

Older Posts »