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settembre 22, 2008

FAQ su Angeli e Demoni e gli Illuminati: ma gli Illuminati esistono davvero?

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FAQ su Angeli e Demoni e gli Illuminati: ma gli Illuminati esistono davvero?

di Massimo Introvigne

illuminati

Angeli e Demoni di Dan Brown è l’ultimo fra molti romanzi che affermano che gli Illuminati sono, o sono stati, una potentissima società segreta. Ma è solo un romanzo?

Non secondo lo stesso Dan Brown. Nel suo sito Web il romanziere americano sostiene che: “Società segrete come gli Illuminati ricorrono alle misure più estreme per rimanere nascoste. Benché molti rapporti di servizi segreti siano stati scritti su questa società, pochi sono stati pubblicati. Le teorie sul complotto degli Illuminati parlano di un’infiltrazione del Parlamento inglese e del Dipartimento del Tesoro americano, di un collegamento segreto con la massoneria, di un’affiliazione con sette sataniche clandestine, e perfino della rinascita del loro antico proposito di distruggere il Vaticano. Separare la realtà dalla finzione a proposito degli Illuminati può essere difficile a causa della massiccia quantità di disinformazione che è stata diffusa su questa società segreta. Alcuni pensano che questa pletora di disinformazione sia stata creata dagli Illuminati stessi per screditare in anticipo ogni informazione fattuale che possa essere venuta alla luce. Questa tattica per occultare i fatti – nota come ‘semina di notizie’ – è spesso usata dai servizi segreti americani”. Dan Brown sembra qui più credulone quanto all’esistenza ai giorni nostri e al potere degli Illuminati del suo stesso personaggio Robert Langdon.  

 

Eppure l’esistenza degli Illuminati è un fatto storico, vero?

Sì. L’Ordine degli Illuminati è  fondato il 1° maggio 1776 all’Università di Ingolstadt, allora parte del Regno di Baviera, in Germania, da un professore di diritto, Adam Weishaupt (1748-1830). Gli Illuminati costituivano un’interessante organizzazione, che da una parte offriva ai suoi membri rituali esoterici, dall’altra aveva uno scopo politico e mirava a rovesciare il regime monarchico, cattolico e piuttosto conservatore, del Regno di Baviera, sostituendolo con una repubblica ispirata alle idee dell’Illuminismo.  

 

Ma l’Ordine degli Illuminati era una branca della massoneria?

All’origine Weishaupt è piuttosto critico nei confronti della massoneria, e si propone di fondare un ordine autonomo con rituali diversi. Tuttavia, i suoi primi rituali non riescono ad attirare un numero sufficiente di seguaci, e nel febbraio 1777 Weishaupt si fa iniziare come massone in una loggia di Monaco di Baviera chiamata Zur Behutsamkeit (“Alla Prudenza”). Nel 1780 un personaggio già piuttosto noto nella massoneria tedesca, il barone Adolf Franz Friedrich Ludwig von Knigge (1752-1796), aderisce agli Illuminati e nel periodo gennaio 1781 – gennaio 1782 ne rielabora i rituali in una forma più propriamente massonica. Ma, se è vero che questi rituali sono di tipo massonico e che molti dei membri degli Illuminati sono massoni, tecnicamente non si può affermare che l’Ordine degli Illuminati sia “una branca” della massoneria, trattandosi piuttosto di un ordine indipendente.

 

E gli Illuminati hanno avuto successo?

In un certo senso, sì. I nuovi rituali di Knigge attirano parecchi membri, e gli Illuminati nel corso della loro storia iniziano circa 2.500 persone in Baviera e in numerosi altri Stati europei, un numero non piccolo per gli ordini iniziatici in generale. In un altro senso, però, gli Illuminati falliscono: non riescono a realizzare il loro progetto politico. Tra il 1784 e il 1787 la polizia bavarese si impadronisce di parecchi documenti compromettenti che provano come quello degli Illuminati sia in effetti un complotto che mira a rovesciare il governo. Alcuni membri sono arrestati, ma non sono trattati troppo severamente: se la cavano con qualche mese di prigione o con forti multe. Weishaupt fugge dalla Baviera e conduce un’esistenza piuttosto pacifica in altri Stati della Germania fino alla morte nel 1830. Gli Illuminati sopravvivono per qualche anno fuori della Baviera grazie a uno dei loro dirigenti, Johann Joachim Christoph Bode (1730-1793), ma nel 1790 cessano ogni attività.

 

Nei piani degli Illuminati c’è veramente qualche cosa di sinistro?

Sì. I loro scopi politici non sono perseguiti solo con mezzi legali. Nell’ottobre 1786 la polizia perquisisce la residenza di un importante membro degli Illuminati, il diplomatico Franz Xavier von Zwack (1755-1843), e sequestra documenti che mostrano come l’Ordine progetti di usare il veleno contro i suoi nemici, ancorché non ci siano prove che questi piani siano mai stati messi in esecuzione.

 

Ma gli Illuminati non dichiarano che il loro Ordine è ben più antico del 1776?

Certo. All’inizio, Weishaupt spiega che gli Illuminati sono stati fondati dall’ultimo re di Persia che ha professato la religione zoroastriana, Yadzegerd III (†651 d.C.), che egli confonde peraltro con Yadzegerd II (†457 d.C., re di Persia dal 438 al 457), e a partire di qui costruisce una complessa genealogia in cui coinvolge molti noti personaggi storici. Quando Knigge aderisce all’Ordine, chiede a Weishaupt le prove di questa genealogia. Weishaupt gli risponde con una lettera del gennaio 1781 in cui afferma che la genealogia è una “innocente mistificazione”, necessaria perché ben pochi sarebbero interessati a un ordine che si presentasse come appena fondato (cfr. René Le Forestier, Les Illuminés de Bavière et la franc-maçonnerie allemande, Hachette, Parigi 1914, p. 227 – questo volume, che deriva dalla tesi di laurea di un illustre storico francese, costituisce ancora oggi la fonte primaria per quanto riguarda gli Illuminati). Invece di offendersi, Knigge è d’accordo sul fatto che una genealogia mitica sia necessaria, e ne costruisce una nuova di zecca dove dichiara che gli Illuminati sono stati fondati da Noè e “risvegliati” (il termine è di origine massonica) dopo un periodo di declino da san Giovanni Evangelista.

 

E i templari? Non c’entrano anche loro con gli Illuminati?

Sì, ma solo secondo la genealogia di Knigge. In realtà tutta la massoneria tedesca dell’epoca rivendica i templari come antenati. La spiegazione sta nel fatto che, quando la massoneria penetra nell’Europa continentale dalla Gran Bretagna, molti nobili europei cui è proposta l’adesione sono riluttanti a entrare in un’organizzazione le cui reali origini si situano nelle corporazioni dei “liberi muratori” che comprendevano, accanto agli architetti, anche i semplici operai edili. Nel 1736 il cavaliere André Michel de Ramsay (1686-1743) assicura in un famoso discorso ai nobili francesi che spera di reclutare nella massoneria che in realtà le corporazioni di liberi muratori britanniche hanno dato ricetto a “cavalieri perseguitati”, creando così un’origine del tutto mitica – ma più accettabile – per le logge massoniche. In Germania, dove già da anni corrono speculazioni su una pretesa continuazione segreta dell’Ordine dei Templari dopo la soppressione del 1307, i “cavalieri perseguitati” di Ramsay sono rapidamente identificati, appunto, con i templari. È vero che dopo il 1307 i templari hanno continuato a esistere per qualche tempo in alcuni paesi europei, ma l’idea di una loro prosecuzione dopo il XV secolo è considerata dagli specialisti accademici della loro storia “completamente demenziale” e legata a leggende “uniformemente sciocche” (così si esprime la storica francese Régine Pernoud [1909-1998] nel suo I Templari, trad. it., Effedieffe, Milano 1993, p. 11). In verità tutte le organizzazioni esoteriche fondate dal XVIII secolo a oggi si dotano di genealogie mitiche che risalgono ai templari, a Noè, a san Giovanni o a Salomone e passano per personaggi famosi della storia, della letteratura e dell’arte. In genere i loro membri meno sprovveduti sono consapevoli del carattere meramente simbolico e mitico di queste genealogie. Certamente sia Weishaupt sia Knigge sanno bene che le genealogie che propongono ai membri degli Illuminati sono “simboliche” o, per esprimersi più semplicemente, inventate da loro. Non esistono Illuminati prima del 1776. 

 

Ma allora non sono stati gli Illuminati a progettare e guidare la Rivoluzione francese?

Non è proprio così. Autori ostili alla Rivoluzione, come il protestante John Robison (1739-1805) e il cattolico padre Augustin Barruel (1741-1820), sostengono dopo il 1789 che la Rivoluzione è frutto di un complotto massonico nel corso del quale la massoneria francese è stata diretta dagli Illuminati. In questa sede non è necessario sciogliere i complessi nodi storici relativi ai rapporti fra massoneria, Illuminismo e Rivoluzione francese. Possiamo però affermare con sicurezza che gli Illuminati, che nel 1789 stavano per cessare la loro esistenza, non hanno guidato la Rivoluzione francese, e non hanno neppure dato un contributo importante alla sua progettazione. I legami fra l’Ordine bavarese e la massoneria francese esistono, ma sono piuttosto tenui. La maggioranza dei massoni francesi (peraltro nel XVIII secolo assai divisi fra loro) non ama gli Illuminati, né sarebbe comunque disposta a farsi “dirigere” da un ordine tedesco. Per una serie di ragioni politiche, gli scritti di Robison hanno tuttavia particolare successo negli Stati Uniti, dove il presidente Thomas Jefferson (1743-1826) è ripetutamente accusato dai suoi avversari di essere un membro degli Illuminati.

 

Tuttavia, non è forse vero che il retro del sigillo ufficiale degli Stati Uniti – quello che compare tuttora sulle banconote da un dollaro e raffigura una piramide tronca sormontata da un occhio in un triangolo – è un simbolo degli Illuminati?

No, non è vero, nonostante si continui a ripeterlo quasi ovunque. Il simbolo con la piramide tronca e l’occhio nel triangolo non si ritrova affatto presso gli Illuminati. In realtà non è neppure un simbolo massonico, anche se nella massoneria del XVIII e XIX secolo, che è affascinata da tutto quanto riguarda l’Egitto, si trovano talora simboli simili. La specifica piramide usata nel simbolo americano è tratta dalla Pyramidographia, un volume pubblicato nel 1646 a Londra da John Greaves (1602-1652) dopo un viaggio in Egitto. L’occhio nel triangolo è presentato dal segretario del Congresso americano, Charles Thomson (1729-1824) – che tra l’altro non è mai stato massone –, nel suo discorso nel 1792 che precede il voto con cui il Congresso adotta ufficialmente il Sigillo, come un simbolo cristiano, l’“occhio della Provvidenza” trinitaria che presiede ai destini degli Stati Uniti. Come tale, il simbolo si ritrova nell’iconografia cristiana non solo a prescindere ma anche ben prima del suo uso in alcune fonti massoniche.

 

Eppure molti hanno accettato la teoria secondo cui gli Illuminati guidano il mondo, o almeno gli Stati Uniti…

In realtà l’hanno accettata in pochi prima del 1975. Dalla metà del secolo XIX al la teoria del “grande complotto degli Illuminati” si ritrova solo presso una minoranza di autori “complottisti” non particolarmente noti al grande pubblico. Nel 1975 è pubblicata la trilogia Illuminatus di cui sono autori Robert Joseph Shea (1933-1994) e Robert Anton Wilson (nato nel 1932). I tre romanzi sono scritti in tono satirico, e Shea e Wilson fanno parte del gruppo neo-pagano (difficile da capire se non lo si inquadra nella controcultura hippie da cui nasce) dei Discordiani, che venerano Eris, dea della Discordia e del Caos, giocando “scherzi cosmici” al mondo intero. Si tratta in realtà di romanzi libertari, dove Weishaupt non muore in Germania ma emigra nelle colonie britanniche del Nuovo Mondo, dove prende il nome di George Washington e diventa il primo presidente degli Stati Uniti. Quando questi si rivelano uno Stato reazionario e repressivo guidato dagli Illuminati, i Discordiani organizzano la resistenza in nome del Disordine, del Caos e della Grande Dea Eris. Solo dopo la trilogia di Shea e Wilson gli Illuminati cominciano ad apparire pressoché dovunque, dal Pendolo di Foucault di Umberto Eco (1988) al film Lara Croft: Tomb Raider (2001), e in innumerevoli altre pellicole, romanzi, fumetti, giochi di ruolo. Purtroppo non tutti si rendono conto della natura della trilogia Illuminatus, anzi alcuni sostengono esplicitamente che Shea e Wilson fingendo di scherzare hanno fornito informazioni assolutamente accurate. Queste teorie hanno un certo successo in ambienti fondamentalisti protestanti americani. Sono esposte in particolare da Milton William Cooper (1943-2001), che muore il 5 novembre 2001 in uno scontro a fuoco con agenti di polizia. Cooper si rifiutava di pagare le tasse al governo degli Stati Uniti, sostenendo che era controllato dagli  Illuminati.

 

E la Skull and Bones (“Teschio e Ossa”), la famosa società segreta che riunisce studenti ed ex-alunni dell’Università di Yale? Si sente spesso dire che è una branca degli Illuminati…

In realtà le due organizzazioni non hanno niente a che fare. La società Skull and Bones è fondata nel 1832 da William Huntington Russell (1809-1885), quando come abbiamo visto gli Illuminati non esistono più da oltre quarant’anni. Alcune vaghe somiglianze derivano dal fatto che sia gli Illuminati di Weishaupt sia la Skull and Bones di Russell hanno tratto elementi dalle società “segrete” studentesche che esistevano nelle università tedesche fin dal XVIII secolo. Tra parentesi, molte leggende che circolano sulla società Skull and Bones sono prive di fondamento. È vero che ne fanno parte persone ricche e potenti, ma è anche vero che le persone ricche e potenti non sono precisamente rare tra gli ex-alunni di un’università come Yale. La Skull and Bones è la species di Yale di un genus, la società “segreta” studentesca, ancora molto diffuso negli Stati Uniti ma scomparso in Europa da così tanto tempo che ci riesce difficile capirlo. Tra l’altro, nel 1986 è stato definitivamente accertato che il famoso teschio che entra nel nome della Skull and Bones non è quello del leggendario capo indiano Geronimo (1829-1909). Gli Apache, cui la società era disponibile a restituire il teschio, lo hanno fatto esaminare, hanno concluso che non ha niente a che fare con Geronimo, e hanno rifiutato di prenderlo in consegna.

 

Tuttavia un Ordine degli Illuminati ricompare  nel XX secolo, non è vero?

Sì. Nel quadro del cosiddetto “risveglio dell’occultismo” tedesco che inizia nell’ultimo decennio del XIX secolo, Leopold Engel (1858-1931) “risveglia” l’Ordine degli Illuminati il 12 marzo 1901. Engel e il co-fondatore Theodor Reuss (1855-1923) – che più tardi diventerà famoso per le sue attività nel campo della magia sessuale e la sua collaborazione (non sempre pacifica) con il famoso magista inglese Aleister Crowley (1875-1947) – avevano cominciato a parlare di un “risveglio” dell’Ordine dal 1896. Più tardi cercheranno di retrodatare questo “risveglio” al 1880, una data certamente falsa. Come sempre avviene in questi casi, Engel e Reuss assicurano ai membri del neonato ordine sia che le sue origini sono molto antiche, sia che si tratta di una legittima ripresa degli Illuminati di Baviera, la cui successione si sarebbe trasmessa di padre in figlio all’interno della famiglia di Reuss. Si afferma che gli Illuminati trovano le loro origini in India e poi in Egitto, hanno ispirato il  Rinascimento e la successiva fioritura delle arti e delle scienze in Italia (da cui i riferimenti a Gian Lorenzo Bernini [1598-1680] e Galileo Galilei [1564-1642], ben noti ai lettori di Angeli e Demoni), e hanno avuto tra i loro membri un numero impressionante di personaggi storici famosi, dal mitico Ulisse e da Aristotele (384-322 a.C.) fino allo stesso Thomas Jefferson. Ma anche stavolta Engel finisce per ammettere – per iscritto – che tutta questa genealogia ha un carattere mitico e simbolico e non va presa alla lettera. Engel più tardi dichiarerà pure che l’idea di una successione dagli Illuminati di Baviera trasmessa all’interno della famiglia di Reuss è semplicemente scaturita dalla fervida fantasia di quest’ultimo.

 

Ma chi era in realtà Leopold Enge?

Un personaggio piuttosto interessante. Lo si può definire un membro della cerchia più interna del gruppo di seguaci (organizzato come network più che come vero movimento religioso) del visionario e mistico austriaco Jakob Lorber (1800-1864). Engel “riceve” grazie alle sue doti medianiche l’undicesimo volume che completa l’incompiuto Grande Vangelo di Giovanni di Lorber. Ancora oggi molti lorberiani (non tutti) accettano questo volume come parte integrante del corpus di Lorber. Engel è anche un prolifico autore di romanzi di fantascienza e di racconti per fascicoli popolari, un genere un tempo disprezzato ma oggi riscoperto dai critici. In effetti, sembra che Engel viva una doppia vita come seguace di Lorber e come fondatore degli Illuminati, mantenendo separate le sue due attività, anche se nel materiale che predispone per il suo Ordine degli Illuminati non è difficile notare un’influenza lorberiana.

 

E gli Illuminati di Engel esistono ancora?

Sì, benché ridotti a poca cosa Perseguitati nella Germania nazista, gli Illuminati sopravvivono in Svizzera grazie all’attività di Felix Lazerus Pinkus (1881-1947), un ricco economista di idee socialiste. Pinkus inizia Hermann Joseph Metzger (1919-1990), un ex-panettiere e ipnotista da teatro, che mantiene in vita l’Ordine degli Illuminati fino alla sua morte nel 1990 e ne stabilisce un centro a Stein, nel Cantone svizzero dell’Appenzello Esterno. Un piccolo numero di suoi discepoli vive o almeno si riunisce periodicamente ancora oggi a Stein, e si tratta degli unici eredi legittimi dell’Ordine degli Illuminati di Engel. Beninteso, oggi chiunque può aderire a un ampio numero di “Ordini degli Illuminati”, alcuni addirittura via Internet (purché sia fornito di carta di credito), ma si tratta di ordini che esistono solo sulla carta e in ogni caso non hanno neppure quella “legittimità” che deriva da una successione che origina da Engel.

 

Dan Brown ha ragione quando definisce gli Illuminati come i protagonisti di un complotto per “distruggere il Vaticano” in nome della ragione e della scienza?

Come si è visto, i nomi di scienziati famosi citati come membri degli Illuminati fanno parte di genealogie mitiche che non hanno nessuna base storica. Gli Illuminati di Baviera reclutavano principalmente fra avvocati, funzionari governativi, e anche membri del clero di idee illuministe, e avevano fra i loro membri pochissimi “scienziati” di professione, se pure ne avevano qualcuno. Alle loro nuove reclute insegnavano una blanda versione dell’Illuminismo, vicina alla filosofia di Immanuel Kant (1724-1804). Weishaupt assicurava loro di essere contro la sempre insidiosa influenza dei Gesuiti (benché questi fossero stati soppressi – non definitivamente, come diventerà chiaro solo più tardi – nel 1773), ma non contro la Chiesa cattolica o il cristianesimo in generale. Tuttavia, chi arrivava a fare parte della sua cerchia interna si trovava esposto a insegnamenti dal tono decisamente anticlericale e anti-cattolico, e alcuni documenti propagandavano apertamente la lotta contro la religione e l’ateismo. Anche nell’Ordine degli Illuminati di Engel c’erano aspetti anticlericali, benché non  si trattasse di un tema cui era dedicata particolare attenzione. Di qui a sostenere che gli Ordini degli Illuminati storicamente esistiti si proponessero di “distruggere il Vaticano” c’è un salto logico, e la pretesa sarebbe stata obiettivamente ridicola considerando le forze reali che gli Illuminati – anche quelli di Baviera – potevano davvero mettere in campo.

 

Gli Illuminati sono, o almeno sono stati, una società segreta molto potente?

Certo non lo sono oggi. Il massimo che può sperare il gruppo di Stein, ridotto a una dozzina di membri, è sopravvivere. Né l’Ordine degli Illuminati di Engel ha mai avuto un particolare potere. Ha avuto, questa sì, una certa influenza culturale, e due romanzieri di qualche fama, Gustav Meyrink (1868-1932) e Franz Spunda (1890-1963), ne hanno fatto parte. Si tratta però di un’influenza in gran parte limitata alla subcultura esoterica. Le cose stanno diversamente per gli Illuminati di Baviera, un’organizzazione molto più rilevante che merita più di una nota a pié di pagina nella storia tedesca. Gli Illuminati di Weishaupt riescono a reclutare perfino tre teste coronate, il duca Carlo Augusto di Sassonia-Weimar (1757-1828), il duca Ernesto II di Sassonia-Gotha (1745-1804), e il duca Carlo Guglielmo Ferdinando di Brunswick (1735-1806). Ed è Carlo Augusto di Sassonia-Weimar a persuadere ad affiliarsi agli Illuminati, nel 1783, le loro due reclute più famose: Johann Wolfgang Goethe (1749-1832) e Johann Gottfried von Herder (1744-1803), i due più importanti intellettuali tedeschi dell’epoca, che peraltro si fanno iniziare per compiacere il duca ma non diventano mai veramente attivi nell’Ordine. È anche certo che Weishaupt e i suoi più stretti collaboratori, senza che le teste coronate e i grandi letterati lo sappiano, utilizzano gli Illuminati per un complotto politico rivoluzionario molto reale, che avrebbe potuto avere successo. Detto questo, è anche importante ribadire che l’influenza degli Illuminati – modestissima fuori della Germania – non va esagerata, e che nel 1790 le loro attività cessano definitivamente. Coloro che vogliono convincerci che un grande complotto degli Illuminati spiega tutta la storia mondiale dal XVIII secolo – se non dal Rinascimento – fino a oggi hanno l’onere di una prova che non hanno mai neppure cominciato a fornire.

 

http://www.totustuus.biz/users/alzatevi_andiamo/FAQ_Illuminati.htm

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“Codice Arcadia”: un nuovo capitolo della saga di Rennes-le-Château

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“Codice Arcadia”: un nuovo capitolo della saga di Rennes-le-Château

di Massimo Introvigne

 

Chi ha paura di Rennes-le-Château? Si tratta di un paesino francese del dipartimento dell’Aude, ai piedi dei Pirenei orientali, nella zona detta del Razès. La popolazione si è ridotta a una quarantina di abitanti, ma ogni anno i turisti sono decine di migliaia. Dal 1960 a oggi a Rennes-le-Château sono state dedicate oltre cinquecento opere in lingua francese, almeno un paio di bestseller in inglese e un buon numero di titoli anche in italiano. Negli ultimi anni si nota peraltro una fase di stanca della relativa leggenda, meno popolare di un tempo nella stessa area anglofona e da cui alcuni dei primi propagatori si sono pubblicamente dissociati. Cerca di fare rivivere il mito in declino, da ultimo, The Arcadian Cipher di Peter Blake e Paul Blezard, che esce ora da Marco Tropea con il titolo Codice Arcadia.

Per chi ancora non conosce Rennes-le-Château, giova ricordare che il paese si trova all’interno di quel “paese cataro”, segnato dalle vestigia dell’antica eresia medioevale, che una sapiente promozione ha reso in anni recenti una delle più ambite mete turistiche francesi. Rennes-le-Château rimarrebbe però una nota a pie’ di pagina nel ricco turismo “cataro” contemporaneo se del paese non fosse diventato parroco, nel 1885, don Berenger Saunière (1852-1917). Personaggio bizzarro, nel 1909 si rifiuta di trasferirsi in un’altra parrocchia e nel 1910, dopo avere perso un processo ecclesiastico, subisce una sospensione a divinis. Pure privato della parrocchia, rimane fino alla morte nel paese, che aveva arricchito con nuove costruzioni – fra cui una curiosa “torre di Magdala” – e scandalizzato con una serie di scavi nella cripta e nel cimitero, alla ricerca non si sa bene di che cosa. Diventato più ricco di quanto fosse consueto per un parroco di campagna, si favoleggia che abbia trovato un tesoro. Tutto poteva spiegarsi, peraltro – come sospettava il suo vescovo – con un meno romantico traffico di donazioni e di messe. In epoca recente si è sostenuto che Saunière avesse scoperto nella cripta importantissimi manoscritti antichi, ma quelli che sono emersi sono falsi evidenti del XIX se non del XX secolo. È possibile che – nel corso dei lavori per restaurare la chiesa parrocchiale (un’attività che va in ogni caso ascritta a merito dell’originale parroco) – don Saunière avesse scoperto qualche reperto di epoca medioevale, ma in ogni caso non in quantità sufficiente da arricchirsi. Si continua a ripetere anche che Saunière sarebbe stato in rapporti con ambienti esoterici di Parigi, ma le prove addotte non permettono di formulare alcuna conclusione sicura. La figura di Saunière non è priva di interesse, e le sue costruzioni mostrano che si trattava di un uomo singolarmente attento alle allegorie e ai simboli, forse con qualche reale interesse esoterico, sulla scia di una tradizione locale. Tuttavia la leggenda di Saunière non sarebbe continuata nel tempo se la sua perpetua, Marie Denarnaud (1868-1953) – cui il sacerdote aveva intestato le proprietà e le costruzioni di Rennes-le-Château, per sottrarle al vescovo con cui era in conflitto – non avesse continuato per anni, anche per incoraggiare eventuali acquirenti, a favoleggiare di tesori nascosti. E se un altro personaggio, Noel Corbu (1912-1968), dopo avere acquistato dalla Denarnaud le proprietà dell’ex-parroco per trasformarle in ristorante, non avesse cominciato, a partire dal 1956, a pubblicare articoli sulla stampa locale dove – animato certo anche dal legittimo desiderio di attirare turisti in un borgo remoto – metteva i presunti “miliardi” di don Saunière in relazione con il tesoro dei catari.

Negli anni 1960 le leggende diffuse da Corbu su scala locale acquistano fama nazionale dopo avere attirato l’attenzione di esoteristi – fra cui Pierre Plantard (1920-2000), che aveva animato in precedenza il gruppo Alpha Galates – e di giornalisti interessati ai misteri esoterici come Gérard de Sède, che pubblica nel 1967 L’or de Rennes. Tre autori inglesi di esoterismo popolare – Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln – si incaricheranno di elaborare ulteriormente le sue idee, trasformandole in una vera industria editoriale, avviata con la pubblicazione, nel 1982, de Il Santo Graal. Secondo de Sède e i suoi continuatori inglesi, il parroco aveva scoperto il segreto di Rennes-le-Château, dove sarebbe depositato non solo un tesoro favoloso – variamente attribuito al tempio di Gerusalemme, ai visigoti, ai catari, ai templari, alla monarchia francese, e cui il sacerdote avrebbe attinto solo per una piccola parte -, ma anche – rivelato dalle presunte pergamene ritrovate da don Saunière, dalle iscrizioni del cimitero, dalle forme stesse degli edifici e di quanto si trova nella chiesa parrocchiale – un tesoro di tipo non materiale, la verità stessa sulla storia del mondo. Nel paesino pirenaico esisterebbero documenti in grado di provare che Gesù Cristo – verità accuratamente nascosta dalla Chiesa cattolica – aveva avuto figli da Maria Maddalena, che questi figli portano in sé il sangue stesso di Dio e che pertanto hanno il diritto di regnare sulla Francia e sul mondo intero. Il Santo Graal sarebbe, più propriamente, il sang réal, il “sangue reale” dei discendenti fisici di Gesù Cristo. Discendenti di Gesù e della Maddalena sarebbero stati i re merovingi, il cui regno sarebbe stato usurpato dai carolingi e dai capetingi. Ma i catari, i templari, i grandi iniziati – dallo stesso Saunière al pittore Nicolas Poussin (1594-1655), il quale ne avrebbe lasciato una traccia nel suo famoso quadro del Louvre I pastori di Arcadia, che raffigurerebbe precisamente il panorama di Rennes-le-Château – hanno custodito il segreto come cosa preziosissima, lasciando trapelare di tanto in tanto qualche indizio.

Caduti i merovingi, una società segreta avrebbe tramandato nella storia il segreto del Graal, facendo delle varie massonerie soltanto un suo pallido strumento. La società emerge nel 1972 con la fondazione legale del Priorato di Sion da parte di Pierre Plantard, che lascia intendere di essere egli stesso un discendente dei merovingi e il custode del Graal. Il Priorato, afferma Plantard, esisterebbe da oltre mille anni, e avrebbe avuto come Gran Maestri diversi personaggi illustri della storia e della letteratura. Un ordine medievale chiamato Priorato di Sion è effettivamente esistito, ma non vi sono prove storiche della sua prosecuzione fino ai giorni nostri. È difficile non concludere che il collegamento fra Rennes-le-Château, i merovingi e il Priorato di Sion è puramente leggendario, e che il Priorato è un’organizzazione esoterica le cui origini non vanno al di là dell’esperienza di Plantard e dei suoi collaboratori. A questa tesi oggi nella sostanza dimostrata – che certo toglie al mito il suo fascino e al turismo in direzione di Rennes-le-Château molte delle sue ragioni – continuano a ribellarsi epigoni, che per la verità si trascinano un po’ stancamente sulla strada mitologica già percorsa dai primi autori esoterici. Abbiamo letto, per esempio, che una montagna vicina al villaggio francese chiamata Cardou deriva il suo nome da Corps Dieu, “Corpo (di) Dio”, e che nelle sue viscere sarebbe sepolto Gesù Cristo. Che, a cercare bene, si troverebbe studiando la leggenda anche la tomba della Madonna. Che i reali d’Inghilterra sono a loro volta discendenti fisici di Gesù Cristo tramite i Merovingi. E chi più ne ha più ne metta: sembra veramente difficile aggiungere o inventare ancora qualcosa. Ci provano gli autori di Codice Arcadia, dopo una prima parte piuttosto lunga – e non necessariamente pertinente – sul significato esoterico delle opere d’arte dai Babilonesi ai giorni nostri, dove Peter Blake (figlio del noto restauratore di opere d’arte Henley Blake) dà prova almeno di un certo gusto artistico. Segue una seconda parte dove si ripetono pedissequamente, ignorando una letteratura critica ormai davvero abbondante, tutte le tesi che abbiamo esaminato su Rennes-le-Château: leggiamo così ancora una volta di visite del parroco Saunière a Parigi (mai provate), di un suo interesse per la pittura di Poussin (totalmente inventato), della sua scoperta di “qualcosa che poteva spaventare la Chiesa di Roma al punto da comprarne il silenzio o che gli permise di ricattarla minacciando di rivelare quanto sapeva” (p. 162): una tesi tanto cara ai fautori della leggenda quanto sfornita di qualsivoglia prova. Lungo il percorso, per provare che Gesù Cristo non è stato crocifisso ma è sopravvissuto, ha avuto moglie, figli e infine una tomba si mobilita l’apologetica anticristiana di Mirza Ghulam Ahmad (1835-1908), fondatore di uno scisma islamico, il Movimento Ahmadiyya, sul quale gli autori non appaiono peraltro troppo informati.

Finalmente – e per la verità abbastanza brevemente – Blake e Blezard aggiungono la loro tessera al mosaico di ipotesi su Rennes-le-Château, lasciandosi guidare, oltre che da altri quadri, da L’educazione di Pan di Luca Signorelli (1467?-1523), che beninteso conterrebbe allusioni al panorama dei monti vicini al paesino francese. Blake dichiara così di avere scoperto nella zona (ma non sotto il Cardou) una “tomba naturale” che avrebbe contenuto i corpi di Gesù Cristo e della Maddalena. Come non farebbe neppure il più pasticcione fra gli archeologi, Blake avrebbe messo a soqquadro il sito, così da rendere impossibile qualunque conferma indipendente della sua cervellotica ipotesi. Ma, rovesciando tutte le regole logiche sull’onere della prova, chiede alla Chiesa cattolica di confermarla o smentirla concludendo con un invito perentorio che è difficile non definire farneticante. “Le prove della validità della mia scoperta – scrive – non possono che trovarsi fra i confini neutrali dello Stato Vaticano in forma di due salme [di Gesù e della Maddalena]… Ha la Chiesa il potere di comprovare o confutare la mia teoria? Forse è giunta l’ora (…) che la Chiesa attenui la sua insistenza sulla resurrezione fisica e mostri al mondo le spoglie mortali di Cristo” (p. 246). Spiace dirlo: ma veramente non si sentiva il bisogno di una traduzione italiana dell’ennesimo polpettone fanta-archeologico e fanta-teologico su presunti misteri di Rennes-le-Château. I primi propagatori di questa leggenda anticristiana avevano almeno una certa allure; gli epigoni scoprono rozzamente le carte, e inducono qualunque lettore minimamente avvertito a chiudere con fastidio il volume prima di arrivare alla prevedibile conclusione.

http://www.totustuus.biz/users/alzatevi_andiamo/Arcadia.htm

Dal sito del CESNUR

Il Codice da Vinci: FAQ – Risposta ad alcune domande frequenti

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Il Codice da Vinci: FAQ – Risposta ad alcune domande frequenti

di Massimo Introvigne

da Cristianità n. 327  gennaio-febbraio 2005

dan brown

Il Codice Da Vinci è solo un romanzo: perché criticarlo come se fosse un’opera storica?

Chi pone questa domanda di solito non ha letto la pagina de Il Codice Da Vinci intitolata Informazioni storiche, dove l’autore Dan Brown afferma che «tutte le descrizioni […] di documenti e rituali segreti contenute in questo romanzo rispecchiano la realtà» e si fondano in particolare sul fatto che «nel 1975, presso la Bibliothèque Nationale di Parigi, sono state scoperte alcune pergamene, note come Les Dossiers Secrets» con la storia del Priorato di Sion.
Forse in risposta alle molte controversie, a partire dalla sesta ristampa la pagina Informazioni storiche – pagina 9 dell’edizione italiana Mondadori – era sparita, sostituita da una pagina 9 interamente bianca: ma naturalmente rimaneva nell’edizione inglese, e nelle prime sei tirature italiane in possesso di un numero relativamente ristretto di «fortunati». Forse dopo che chi scrive ha fatto reiteratamente notare la curiosa sparizione di pagina 9 in Italia nel corso di trasmissioni radiofoniche e televisive, questa è «miracolosamente» ricomparsa.

 

Ma queste pergamene, note come Les Dossiers Secrets, esistono davvero?

Presso la Bibliothèque Nationale di Parigi sono stati non «scoperti» ma depositati nel 1967, non nel 1975, Les Dossiers secrets de Henri Lobineau. Non si tratta di pergamene ma di testi che parlano del modo di interpretare certe pergamene, le quali non erano allora né sono adesso alla Biblioteca Nazionale di Parigi, ma erano state consegnate da Pierre Plantard (1920-2000), insieme a un suo manoscritto, a un autore di libri popolari sui «misteri della Francia», Gérard de Sède (1921-2004), che avrebbe poi rielaborato e pubblicato il manoscritto come L’Or de Rennes ou la Vie insolite de Bérenger Saunière, curé de Rennes-le-Château (Julliard, Parigi 1967). Oggi le pergamene (ammesso che si tratti proprio di quelle) sono in possesso di Jean-Luc Chaumeil, un controverso autore francese di libri sull’esoterismo che afferma di averle ricevute da Plantard negli anni 1970, mentre Les Dossiers secrets si trovano ancora alla Biblioteca Nazionale di Parigi.

 

Le pergamene e i Dossier secrets sono autentici documenti sulla storia dell’antico Priorato di Sion?

È assolutamente certo che sia Les Dossiers secrets sia le pergamene sono documenti falsi compilati nello stesso anno 1967, e tutte le persone coinvolte nella falsificazione lo hanno ammesso, sia pure dopo qualche anno. Gérard de Sède, che li ha fatti conoscere per primo nel suo libro L’Or de Rennes in un’opera pubblicata vent’anni dopo li definiva «apocrifi» ispirati da un «sensazionalismo mercantile» (G. de Sède, Rennes-le-Château. Le dossier, les impostures, les phantasmes, les hypothèses, Robert Laffont, Parigi 1988, p. 107), e sosteneva perfino di avere disseminato ne L’Or de Rennes sufficienti indizi perché un lettore attento potesse leggere tra le righe che si trattava di falsi (ibid., p. 108). Secondo Gérard de Sède le pergamene erano state fabbricate da Philippe de Chérisey (1925-1985), un marchese attore di sceneggiati televisivi e appassionato di enigmistica. In effetti, de Chérisey non solo ha ripetutamente ammesso di avere confezionato queste pergamene, sia in lettere sia in testi pubblicati a stampa (Circuit, presso l’Autore, Liegi 1968; L’Or de Rennes pour un Napoléon, presso l’Autore, Parigi 1975; L’Énigme de Rennes, Parigi 1978), ma a partire già dall’8 ottobre 1967 (come attesta una lettera del suo avvocato B. Boccon-Gibod, cortesemente trasmessa a chi scrive dal ricercatore inglese Paul Smith) si è mosso – sostanzialmente senza ottenere soddisfazione fino alla morte – perché gli venisse riconosciuto il compenso pattuito e mai pagato da Pierre Plantard e dallo stesso de Sède. Infine, anche il terzo dei tre moschettieri coinvolti nella mistificazione, Pierre Plantard, ha ammesso che i documenti sono falsi. Nell’aprile 1989 sul numero 1 della seconda serie della sua rivista Vaincre Plantard si fa intervistare e dichiara che Les Dossier secrets (che sono firmati da un certo «Philippe Toscan du Plantier») sono documenti falsi fabbricati da Philippe de Chérisey e da Philippe Toscan du Plantier, che sarebbe stato un suo giovane discepolo che agiva però sotto l’influsso dell’LSD (Noël Pinot, «L’Interview de M. Pierre Plantard de Saint-Clair», Vaincre [2a serie], n. 1, aprile 1989, pp. 5-6). È possibile che in realtà non esistesse nessun «Philippe Toscan du Plantier» e che co-autore dei falsi con de Chérisey sia Plantard stesso. Ma l’essenziale è che tutti e tre gli autori dei Dossier secrets e degli altri «documenti» depositati negli stessi anni alla Biblioteca Nazionale di Parigi abbiano ammesso la loro natura di falsi, pubblicamente e per iscritto.

 

Ma che cosa contenevano di tanto interessante Les Dossiers secrets e perché secondo Dan Brown confermano l’essenziale de Il Codice Da Vinci?

Secondo Les Dossiers secrets de Henri Lobineau (tra parentesi, anche «Henri Lobineau» è un nome inventato dai tre moschettieri di cui sopra) i legittimi pretendenti al trono di Francia sono tuttora i Merovingi, detronizzati nel 751 dai Carolingi. E, contrariamente a quanto si crede, i Merovingi non sono estinti ma hanno discendenti ancora viventi, l’ultimo dei quali era nel 1967 Pierre Plantard, che dunque era l’unico vero pretendente al ruolo di re di Francia (s’intende, in caso di un’improbabile restaurazione monarchica). Per proteggere dai Carolingi e poi da altri nemici i discendenti dei Merovingi sarebbe nata una società segreta, il Priorato di Sion, che – sempre secondo i documenti falsi depositati alla Biblioteca Nazionale di Parigi negli anni 1960 – avrebbe avuto come Gran Maestri alchimisti ed esoteristi come Nicolas Flamel (ben noto anche ai lettori dei romanzi della serie Harry Potter, ma personaggio storico nato nel 1330 e morto nel 1418), Robert Fludd (1574-1637) e il principale originatore della leggenda dei rosacroce, Johann Valentin Andreae (1586-1654), nonché scienziati come Leonardo da Vinci (1452-1519) e Isaac Newton (1642-1727). Gli ultimi Gran Maestri sarebbero stati gli scrittori Charles Nodier (1780-1844) e Victor Hugo (1802-1885), il musicista Claude Debussy (1862-1918), il poeta e drammaturgo Jean Cocteau (1889-1963) e monsignor François Ducaud-Bourget (1897-1984), un sacerdote legato allo scisma di monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991), che avrebbe trasmesso la carica a Plantard. Per puro caso la verità sul Priorato di Sion e le famose pergamene, nascoste nella chiesa parrocchiale di un un paesino francese di meno di cento abitanti nel dipartimento dell’Aude, ai piedi dei Pirenei orientali, Rennes-le-Château, sarebbero state scoperte nel 1897 dal parroco del paese, Berenger Saunière (1852-1917), che grazie alla conoscenza del segreto sarebbe entrato in relazione con gli ambienti esoterici e politici dell’epoca e sarebbe diventato favolosamente ricco.

 

Un momento: nel Codice Da Vinci il punto essenziale è che i Merovingi, protetti dal Priorato di Sion, non sono solo i legittimi pretendenti al trono di Francia ma sono i discendenti dei figli nati dal matrimonio fra Gesù Cristo e Maria Maddalena. Di questo Les Dossiers secrets e gli altri documenti non parlano?

No, non ne parlano affatto. La parte della storia relativa a Gesù Cristo e a Maria Maddalena nasce tra il 1969 e il 1970, quando della vicenda del Priorato di Sion comincia a interessarsi un attore inglese che aveva recitato nello sceneggiato televisivo The Avengers (in Italia Agente speciale) negli anni 1960 con il nome di Henry Soskin, ed era poi diventato regista di documentari su soggetti misteriosi con il nome di Henry Lincoln. Questo attore e documentarista inglese entra in contatto con il trio de Chérisey – Plantard – de Sède e decide di riscrivere la storia de L’Or de Rennes in una forma più adatta al pubblico di lingua inglese, presentandola prima in tre documentari trasmessi dalla BBC tra il 1972 e il 1979 e poi in un libro pubblicato nel 1982 con l’aiuto di Michael Baigent e Richard Leigh The Holy Blood and the Holy Grail (tradotto in italiano nello stesso anno come Il Santo Graal, Mondadori, Milano). Lincoln si rende conto che a chi spetti il titolo di pretendente al trono di Francia è di scarso interesse per il pubblico inglese. Nello stesso tempo era stato introdotto da Plantard nel piccolo mondo delle organizzazioni esoteriche francesi dove aveva conosciuto Robert Ambelain (1907-1997), una figura notissima di questo ambiente. Nel 1970 Ambelain aveva pubblicato Jésus ou Le mortel secret des templiers (Robert Laffont, Parigi), dove sosteneva che Gesù Cristo aveva una compagna, pur non essendo legalmente sposato, e identificava questa «concubina» in Salomé. Lincoln mette insieme la storia del matrimonio di Gesù, che ricava da Ambelain, con quella dei Merovingi di Plantard e «rivela» che i Merovingi protetti dal Priorato di Sion sono importanti, ben al di là della rivendicazione del trono di Francia, perché discendono da Gesù Cristo e dalla Maddalena.

 

Ma Lincoln sapeva che i documenti erano falsi?

Sì: non solo perché nell’ambiente delle organizzazioni esoteriche dove si era introdotto in Francia lo sapevano più o meno tutti, ma perché glielo aveva detto Philippe de Chérisey, come risulta da lettere di quest’ultimo (alcune riprodotte in Pierre Jarnac, Les Archives de Rennes-le-Château. Tome 2, Belisane, Nizza 1988). In effetti il punto debole de Il Santo Graal è proprio che troppe persone conoscono l’origine spuria dei documenti su cui si fonda. Così, dopo avere trattato direttamente con de Chérisey dietro le spalle di Plantard, poi avere rinnegato anche il marchese-attore, nel 1986 Lincoln e soci procedono brutalmente alla «bonifica» o «de-plantardizzazione» del Priorato di Sion con The Messianic Legacy (in italiano L’eredità messianica, Tropea, Milano 1996). Presentano come grande scoperta quello che in un certo ambiente francese tutti sanno: Plantard è un mistificatore (anche se forse non soltanto un mistificatore) e molti dei documenti sono falsi. Ma altri, insistono gli inglesi, sono veri: forse non è Plantard l’ultimo discendente di Gesù Cristo e il vero Priorato di Sion non è il suo, ma comunque esistono discendenti del matrimonio fra Gesù Cristo e la Maddalena, lo sono stati i Merovingi, e c’è un «vero» Priorato di Sion che sta dietro a molte vicende contemporanee: la P2, lo scandalo del Banco Ambrosiano, lo scisma di monsignor Lefebvre, le vicende della mafia italiana e tante altre, in un tour de force che fa girare la testa al lettore e le cui componenti hanno in comune solo un’avversione quasi patologica al «Vaticano» e alla Chiesa cattolica.

 

E Il Codice Da Vinci deriva da Il Santo Graal?

Ne deriva tanto direttamente che due degli autori de Il Santo Graal, Baigent e Leigh – offesi anche perché Brown, a loro dire, avrebbe aggiunto le beffe al danno chiamando il cattivo della storia Leigh di nome e Teabing (un’anagramma di Baigent) di cognome – hanno avviato nell’ottobre 2004 un’azione legale contro Dan Brown accusandolo di avere nella sostanza copiato il loro libro (dove ci sono già il collegamento con la cappella di Rosslyn, la chiesa di Saint-Sulpice, l’idea che il Santo Graaal sia il Sang réal, cioè una persona che ha in sé il sangue di Gesù Cristo). Lincoln «ha deciso di non partecipare all’azione per la violazione del diritto d’autore a causa delle sue cattive condizioni di salute, ma dichiara di sostenerla» (Elizabeth Day, «Da Vinci Code Bestseller Is Plagiarism, Authors Claim», The Sunday Telegraph, 3 ottobre 2004). Il 6 aprile 2006 Brown ha vinto il caso per una ragione tecnica: in base alla legge inglese è lecito utilizzare per un romanzo materiale tratto da un’opera “storica”, non importa se di pessima qualità, e Baigent, Leigh e Lincoln hanno sempre sostenuto che il loro era un saggio “storico” e non un’opera di fiction. Peraltro la sentenza (di cui si veda il testo integrale) ha confermato sia che Il Codice da Vinci si è ampiamente ispirato a Il Santo Graal, sia che quest’ultimo si basa sulla “complessa mistificazione” di Plantard. Si legga anche la significativa “autobiografia” depositata da Dan Brown come memoria nel processo.

 

Non potrebbe avere ragione L’eredità messianica, nel senso che documenti falsi sono stati fabbricati per corroborare una storia vera? Cominciando dall’inizio, il Priorato di Sion esiste?

Esiste certamente. È stato fondato il 7 maggio 1956 ad Annemasse da Pierre Plantard con statuti regolarmente depositati presso la Sotto-Prefettura di Saint-Julien-en-Genevois con il nome completo di Priorato di Sion – C.I.R.C.U.I.T. (Cavalleria di Istituzione e Regola Cattolica e di Unione Indipendente Tradizionalista). Gli statuti all’articolo 3 danno anche conto delle origini del nome, il quale deriva non da Gerusalemme ma dal Monte Sion, una montagnola presso Annemasse, dove si intende realizzare «un PRIORATO che servirà da centro di studio, meditazione, riposo e preghiere» per uno dei tanti ordini esoterici che proliferavano in Francia all’epoca. Del resto, il Priorato di Sion riprendeva lo schema di altre organizzazioni che Plantard aveva fondato fin da quando aveva 17 anni nel 1937 con il nome rispettivamente di Union Française, Rénovation Nationale Française e Alpha Galates. Con queste organizzazioni il Priorato di Sion aveva in comune interessi politici (monarchici: Plantard era partito da un interesse per l’Action Française, ancorché ad Annemasse si occupasse soprattutto di sostenere un progetto di realizzazione di case popolari) e il fatto di non avere mai superato la dozzina di membri. Comunque, il Priorato di Sion fondato nel 1956 ad Annemasse esiste ancora oggi, come minuscola organizzazione nel variegato panorama degli ordini iniziatici francesi.

 

Ma il Priorato di Sion non è stato fondato da Goffredo di Buglione (1060-1100)?

Negli anni 1960, quando preparava la falsificazione dei Dossiers secrets, Plantard – che, come sappiamo, aveva tratto il nome «Priorato di Sion» da una montagnola sopra Annemasse dove pensava nel 1956 di installare una casa per ritiri spirituali – ha ritrovato nella storia delle Crociate (cui si è più volte ispirato per le sue fantasie) una «Abbazia di Nostra Signora del Monte Sion» fondata nel 1099 a Gerusalemme appunto da Goffredo, divenuto re di Gerusalemme in seguito alla Prima Crociata. La comunità di monaci dell’abbazia (e non «priorato», dal momento che il superiore è chiamato abate e non priore) in Palestina continua a esistere fino al 1291, quando è travolta dall’avanzata musulmana. I pochi monaci sopravvissuti si rifugiano in Sicilia, dove la loro comunità si estingue nel XIV secolo. Si tratta di una normale comunità monastica senza alcun collegamento con i Templari, la Maddalena o segreti esoterici il cui «recupero» da parte di Plantard si risolve nel semplice riferimento a un nome.

 

E i vari personaggi famosi – Leonardo da Vinci, Newton, Victor Hugo – non hanno avuto relazioni con il Priorato di Sion?

Certamente no: né con quello di Plantard, fondato nel 1956, e neppure con l’abbazia di monaci fondata in Palestina, estinta nel XIV secolo. In realtà Plantard ha ricavato il suo elenco di Gran Maestri del Priorato di Sion dall’elenco di presunti Imperator, cioè capi supremi,  e “membri eminenti” dell’AMORC, l’Antico e Mistico Ordine Rosae Crucis, fondato nel 1915 negli Stati Uniti da Harvey Spencer Lewis (1883-1939) e con esponenti della cui branca francese Plantard era in contatto fin dagli anni 1940. Tranne Cocteau e monsignor Ducaud-Bourget tutti i nomi di Gran Maestri del Priorato di Sion si ritrovano, vedi caso, in genealogie mitiche costruite da esponenti dell’AMORC (alcuni dei quali hanno peraltro in seguito lasciato lo stesso AMORC). In verità tutte le organizzazioni esoteriche fondate dal XVIII secolo a oggi si dotano di genealogie mitiche che risalgono ai Templari, a Noè, a san Giovanni o a Salomone e passano per personaggi famosi della storia, della letteratura e dell’arte. In genere i loro membri meno sprovveduti sono consapevoli del carattere meramente simbolico e mitico di queste genealogie.

 

Ma Leonardo non ha lasciato tracce della sua conoscenza del segreto del Priorato di Sion ne L’ultima cena, dove il personaggio raffigurato alla destra di Gesù Cristo sembra proprio una donna?

L’idea è stata definita «assurda» da una delle maggiori specialiste contemporanee di Leonardo, la professoressa Judith Veronica Field, docente alla University of London e presidentessa della Leonardo Da Vinci Society (cfr. Gary Stern, «Expert Dismiss Theories in Popular Book», The Journal News, 2 novembre 2003). Poiché tuttavia nei quadri ognuno vede quello che vuole vedere, più o meno suggestionato dalle letture che ha fatto, è importante segnalare che se il personaggio raffigurato da Leonardo alla destra di Gesù Cristo sia una donna o un uomo non è poi così importante per tutta la questione che ci occupa. Né è necessario tornare sulla vexata quaestio se Leonardo fosse eterosessuale, omosessuale o bisessuale, su cui ormai esiste una vasta letteratura, e se il suo gusto per forme maschili talora effeminate non costituisca a suo modo un elemento di cui tenere conto in questa discussione. Chi si affanna a discutere di questo problema si lascia sfuggire l’essenziale. Ammettendo – per assurdo – che Leonardo pensasse che la persona seduta alla destra di Gesù Cristo nell’Ultima Cena fosse una donna, ci si deve ancora chiedere in che modo questo dimostri che: (a) egli credeva che quella donna fosse la Maddalena; (b) il fatto che Leonardo lo credesse prova che sia vero; (c) la Maddalena ha partecipato all’Ultima Cena perché era la moglie di Gesù Cristo; (d) i due hanno avuto figli; (e) i quali avrebbero dovuto governare la Chiesa; (e) e per preservare questa verità è nato un ordine occulto, il Priorato di Sion; (f) del quale faceva parte Leonardo. Come si vede, la strada da percorrere è molto, molto lunga. Di tutti questi passaggi non solo non ci sono prove ma si sa con certezza chi, quando, dove e come ha inventato la leggenda del Priorato di Sion. 

 

E le pergamene trovate dal parroco Saunière a Rennes-le-Château e portate ad esaminare a Parigi, in un viaggio in seguito al quale il parroco è diventato miliardario?

Non sono mai esistite pergamene (benché il parroco, nel corso di lavori nella chiesa parrocchiale, abbia trovato diversi reperti archeologici, esposti nel Museo di Rennes-le-Château e che non hanno niente a che fare con la Maddalena né con il Priorato di Sion) e Saunière, che ha tenuto taccuini minutissimi di che cosa faceva e quali somme spendeva giorno per giorno (anch’essi consultabili al Museo di Rennes-le-Château), non è mai stato a Parigi in vita sua. Non è neanche diventato miliardario, pur avendo potuto acquistare alcune proprietà e costruirvi una villetta e una torre-biblioteca. Questa non favolosa ma reale agiatezza è stata spiegata nel corso di processi canonici intentati a Saunière dal vescovo di Carcassonne, monsignor Paul Félix Beuvain de Beauséjour (1839-1930), i cui atti sono pure consultabili. Dal 1896, Saunière prende la strada – illegale dal punto di vista del diritto canonico e di quello civile, ma non inventata da lui e per nulla misteriosa – del «traffico di Messe». Tra il 1896 e il 1915 dai suoi taccuini si ricavano elementi per concludere che egli ha ricevuto onorari per almeno centomila Messe: cinquemila o seimila Messe all’anno negli anni d’oro. La documentazione esiste: parte da lettere e annunci dove un «sacerdote povero» domanda onorari per la celebrazione di Messe spediti a conventi e privati o pubblicati su riviste pie in tutta la Francia, nonché in Germania, Svizzera, Spagna, Italia, passa per liste di centinaia di donatori più volte sollecitati e arriva ai bollettini postali e ai conti tenuti mese per mese. L’obiezione, secondo la quale in un’epoca in cui non era tollerato (a differenza di oggi) cumulare diverse intenzioni per una sola Messa era impossibile che Saunière potesse celebrare cinquemila o seimila messe all’anno non mette in dubbio il traffico, ma semplicemente l’onestà del sacerdote: ed è un’obiezione che si risponde da sola. Molto semplicemente, il parroco di Rennes-le-Château intascava regolarmente onorari per Messe che non avrebbe mai celebrato.

 

Ma a Rennes-le-Château non ci sono strani simboli lasciati da Saunière, di tipo diabolico o massonico, che confermano le sue frequentazioni esoteriche?

Si tratta di pure fantasie. I lavori per il rifacimento della chiesa parrocchiale sono stati commissionati da Saunière nel 1896 a una ditta famosa, la H. Giscard Père et Fils di Tolosa, che è la sola responsabile del progetto. La H. Giscard, fondata nel 1885 e in cui lavorano diversi membri della famiglia Giscard, è una ditta che ha servito numerose parrocchie nonché il Carmelo di Lisieux. La sua sede è oggi trasformata in museo, ma il pronipote del fondatore, Joseph Giscard, continua a lavorare come scultore. Lo stile convenzionale dei Giscard è famoso in Francia e solo l’ignoranza di alcuni dei diffusori della leggenda di Rennes-le-Château ha potuto scambiare per sinistri o diabolici simboli che si trovano in molte altre chiese: così il diavolo che sorregge l’acquasantiera (un diavolo, evidentemente, sconfitto dall’acqua santa) o la scritta sopra il portale della parrocchiale Terribilis est locus iste (Genesi 28, 17) che deriva dalla visione della scala di Giacobbe. Il tradizionalista vescovo di Carcassonne monsignor Félix-Arsène Billard (1829-1901), che viene a vedere la nuova chiesa in occasione di una missione popolare, nel giorno di Pentecoste 1897, certamente non ci trova nulla da ridire: e chi vede nella Via Crucis della parrocchiale simboli «massonici» dovrebbe riflettere sul fatto che molti simboli utilizzati dalla massoneria sono stati corporativi e cattolici ben prima di diventare massonici. I Giscard nell’Ottocento sono piuttosto noti, e apprezzati nel mondo cattolico, per il loro stile (fin troppo) convenzionale, del tutto privo di singolarità e di sorprese.

 

Si dice anche che il pittore Nicolas Poussin (1594-1655) abbia raffigurato nel suo famoso quadro I pastori d’Arcadia una tomba che si trova a Rennes-le-Château, dando così un segnale della sua appartenenza al Priorato di Sion e della conoscenza dei suoi segreti…

In un certo senso, fra le tante mistificazioni di Rennes-le-Château questa è la più divertente. La cosiddetta «tomba di Arques» di cui si parla è stata fatta costruire nel 1932 (sostituendo una tomba precedente costruita nel 1903 e che non assomigliava neppure vagamente a quella de I pastori d’Arcadia) da Louis Bertram Lawrence (1884-1954), un imprenditore americano di origine francese. Vi sono state sepolte Emily Rivarès Lawrence (1863-1932) e Marie Rivarès (1843-1922), rispettivamente madre e nonna dell’imprenditore, nonché due gatti imbalsamati della stessa Marie Rivarès. Tutti i documenti amministrativi relativi a queste costruzioni e ricostruzioni sono tuttora esistenti. La tomba si può anche ritenere vagamente ispirata al quadro seicentesco di Poussin, del resto molto noto. Nel 1988 è stata demolita dall’attuale proprietario con l’autorizzazione del competente consiglio comunale, quello di Peyrolles, stufo di vederla profanata da vandali alla ricerca di segreti del Priorato di Sion. Comunque sia, Poussin non poteva certo riprodurre nel XVII secolo una tomba costruita nel 1932.

 

Ammettendo che quella del Priorato di Sion sia una mistificazione, non ci sono prove nei Vangeli «apocrifi» o «gnostici» che Gesù Cristo avesse sposato la Maddalena, e che la prima comunità cristiana non pensasse affatto che fosse Dio? E non ha la Chiesa cattolica per questo arbitrariamente scelto solo quattro Vangeli «innocui» come canonici al Concilio di Nicea del 325, appoggiata dalla forza delle armi dell’imperatore Costantino (280-337)?

Niente affatto: ci sono testi del primo secolo cristiano dove Gesù Cristo è chiaramente riconosciuto come Dio. All’epoca del Canone Muratoriano – che risale circa al 190 d.C. – il riconoscimento dei quattro Vangeli come canonici e l’esclusione dei testi gnostici era un processo che si era sostanzialmente completato, novant’anni prima che Costantino nascesse. Quanto alla Maddalena, lo gnostico Vangelo di Tomaso, che piace tanto a Dan Brown, ben lungi dall’essere un testo proto-femminista ne fonda la grandezza sul fatto che «[…] si fa maschio». A Simon Pietro che obietta «Maria deve andare via da noi! Perché le femmine non sono degne della Vita», Gesù risponde: «Ecco, io la guiderò in modo da farne un maschio, affinché ella diventi uno spirito vivo uguale a voi maschi. Perché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel Regno dei cieli» (Vangelo di Tomaso, 114). Certo, vi è qui una nozione gnostica di androginia che non va presa necessariamente alla lettera: ma siamo comunque ben lontani dal femminismo. Né si parla di figli di Gesù Cristo e della Maddalena.
Brown insiste pure su un brano del cosiddetto «Vangelo di Filippo», dove si leggerebbe che «la Maddalena era la compagna del Salvatore. Cristo la amava più degli altri discepoli e la baciava sulla bocca». Gli specialisti fanno osservare che non esiste a rigore nessun «Vangelo di Filippo» (questo titolo è stato attribuito da studiosi moderni a un testo che di titolo è privo),  che la parola copta (questa la lingua in cui ci è pervenuto il testo, anche se Dan Brown pensa erroneamente che si tratti di aramaico) tradotta con «compagna» ha una pluralità di significati, e che in corrispondenza della parola «bocca» nel testo c’è una lacuna, per cui la frase suona «la baciava su…», e «sulla bocca» è una congettura desunta dal fatto che altri personaggi nello stesso testo e in testi della stessa epoca ricevono «baci sulla bocca», a indicare una stretta comunanza spirituale. Ma queste obiezioni da specialisti non sono neppure necessarie a fronte del fatto che il cosiddetto «Vangelo di Filippo» è piuttosto un catechismo gnostico di scuola valentiniana del tardo II o del III secolo. Come tale, non aspira a trasmettere informazioni reali sul Gesù storico ma solo a dire che cosa deve credere un buon gnostico valentiniano che, a questo punto della storia, fa già parte di una religione diversa e separata dal cristianesimo della «Grande Chiesa». Una lettura completa del cosiddetto «Vangelo di Filippo» mostra la contrapposizione radicale che questa scuola gnostica, agli antipodi di Dan Brown e de Il Codice Da Vinci, stabiliva fra il nostro mondo com’è, creato da un Dio minore e malvagio, e l’ideale mondo degli gnostici. Le caratteristiche più evidenti del carattere decaduto e malvagio di questo mondo sono la sessualità e la procreazione. Il rapporto che Gesù ha nel testo con i discepoli e con la Maddalena è un rapporto del tutto privo di caratteri sessuali, e il «bacio» che ne è il simbolo sta precisamente a indicare questo mondo alternativo.

 

Il Codice Da Vinci lascia anche intendere che l’Opus Dei è una «setta» che è entrata in conflitto con la Chiesa in quanto a conoscenza della verità sul Priorato di Sion. C’è qualcosa di vero?

Anzitutto, nessuno può ricattare altri sulla base della «verità sul Priorato di Sion», che è ben nota e documentata: si tratta di una mistificazione che passa da Plantard a de Sède, da de Sède a Lincoln, e da Lincoln a Dan Brown. Quanto all’Opus Dei (dove tra l’altro non ci sono «monaci», a differenza di quanto pensa Dan Brown), si tratta di un’istituzione non solo canonicamente approvata e lodata dalla Chiesa cattolica, ma il suo fondatore, Josemaría Escrivá (1902-1975), è stato canonizzato come santo dal Papa nel 2002. Le «informazioni» di Dan Brown provengono da un’associazione di ex-membri e altre persone ostili all’Opus Dei, l’Opus Dei Awareness Network, esplicitamente menzionata nel romanzo, che è collegata al più vasto «movimento anti-sette» (le cui discutibili tesi sono ampiamente criticate altrove su questo sito) e le cui faziose opinioni non sono in alcun modo condivise dalla gerarchia cattolica.

 

Ma come può un cumulo di sciocchezze avere quaranta milioni di lettori?

La questione è complessa sul piano sociologico. Rimandando a un mio libro di prossima pubblicazione una trattazione più ampia, mi limito a suggerire che incontra e mette insieme due tipi di mode molto diffuse: quella dei complotti e delle società segrete che dominerebbero il mondo, e quella di un anti-cattolicesimo sempre più manifesto e virulento.

 

http://www.totustuus.biz/users/alzatevi_andiamo/FAQ.htm

IL CODICE DA VINCI-MA LA STORIA E’ UN’ALTRA COSA

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“Il Codice Da Vinci”: ma la storia è un’altra cosa

di Massimo Introvigne

img1. L’anti-cattolicesimo come «ultimo pregiudizio accettabile»
Immaginiamo questo scenario. Esce un romanzo in cui si afferma che il Buddha, dopo l’illuminazione, non ha condotto la vita di castità che gli si attribuisce, ma ha avuto moglie e figli. Che la comunità buddhista dopo la sua morte ha violato i diritti della moglie, che avrebbe dovuto essere la sua erede. Che per nascondere questa verità i buddhisti nel corso della loro storia hanno assassinato migliaia, anzi milioni di persone. Che un santo buddhista scomparso da pochi anni – che so, un Daisetz Teitaro Suzuki (1870-1966) – era in realtà il capo di una banda di delinquenti. Che il Dalai Lama e altre autorità del buddhismo internazionale operano per mantenere le menzogne sul Buddha servendosi di qualunque mezzo, compreso l’omicidio. Pubblicato, il romanzo non passa inosservato. Autorità di tutte le religioni lo denunciano come un’odiosa mistificazione anti-buddhista e un incitamento allo scontro fra le religioni. In diversi paesi la sua pubblicazione è vietata, fra gli applausi della stampa. Le case cinematografiche, cui è proposta una versione per il grande schermo, cacciano a pedate l’autore e considerano l’intero progetto uno scherzo di cattivo gusto.
Lo scenario non è vero, ma ce n’è uno simile che è del tutto reale. Solo che non si parla di Buddha, ma di Gesù Cristo; non della comunità buddhista, ma della Chiesa cattolica; non di Suzuki e del suo ordine zen ma di san Josemaría Escrivá (1902-1975) e dell’Opus Dei da lui fondata; non del Dalai Lama ma di Papa Giovanni Paolo II. Il romanzo in questione ha venduto tre milioni e mezzo di copie negli Stati Uniti, è sbarcato anche in Italia e la Sony ne sta traendo un film, che sarà diretto da Ron Howard e per cui è già cominciata una propaganda internazionale. Come è stato correttamente osservato dallo storico e sociologo americano Philip Jenkins, il successo di questo prodotto è solo un’altra prova del fatto che l’anti-cattolicesimo è «l’ultimo pregiudizio accettabile» (1).

2. «Il Codice da Vinci» e il Priorato di Sion
Il Codice Da Vinci (2) mette in scena una caccia al Santo Graal. Quest’ultimo – secondo il romanzo – non è, come la tradizione ha sempre creduto, una coppa in cui fu raccolto il sangue di Cristo, ma una persona, Maria Maddalena, la vera «coppa» che ha tenuto in sé il sang réal – in francese antico il «sangue reale», da cui «Santo Graal» –, cioè i figli che Gesù Cristo le aveva dato. La tomba perduta della Maddalena è dunque il vero Santo Graal. Apprendiamo inoltre che Gesù Cristo aveva affidato una Chiesa che avrebbe dovuto proclamare la priorità del principio femminile non a san Pietro ma a sua moglie, Maria Maddalena, e che non aveva mai preteso di essere Dio. Sarebbe stato l’imperatore Costantino (280-337) a reinventare un nuovo cristianesimo sopprimendo l’elemento femminile, proclamando che Gesù Cristo era Dio, e facendo ratificare queste sue idee patriarcali, autoritarie e anti-femministe dal Concilio di Nicea (325). Il progetto presuppone che sia soppressa la verità su Gesù Cristo e sul suo matrimonio, e che la sua discendenza sia soppressa fisicamente. Il primo scopo è conseguito scegliendo quattro vangeli «innocui» fra le decine che esistevano, e proclamando «eretici» gli altri vangeli «gnostici», alcuni dei quali avrebbero messo sulle tracce del matrimonio fra Gesù e la Maddalena. Al secondo, per disgrazia di Costantino e della Chiesa cattolica, i discendenti fisici di Gesù si sottraggono e secoli dopo riescono perfino a impadronirsi del trono di Francia con il nome di merovingi. La Chiesa riesce a fare assassinare un buon numero di merovingi dai carolingi, che li sostituiscono, ma nasce un’organizzazione misteriosa, il Priorato di Sion, per proteggere la discendenza di Gesù e il suo segreto.
Al Priorato sono collegati i templari – per questo perseguitati – e più tardi anche la massoneria. Alcuni fra i maggiori letterati e artisti della storia sono stati Gran Maestri del Priorato di Sion, e alcuni – fra cui Leonardo da Vinci (1452-1519) – hanno lasciato indizi del segreto nelle loro opere. La Chiesa cattolica, nel frattempo, completa la liquidazione del primato del principio femminile con la lotta alle streghe, in cui periscono cinque milioni di donne. Ma tutto è vano: il Priorato di Sion sopravvive, così come i discendenti di Gesù in famiglie che portano i cognomi Plantard e Saint Clair.

3. «Fiction» o storia?
Molti obiettano a qualunque critica del romanzo che si tratta, appunto, di fiction che in quanto tale non è tenuta a rispettare la verità storica. Questi critici hanno semplicemente dimenticato di leggere la pagina Informazioni storiche, dove Brown afferma che «tutte le descrizioni […] di documenti e rituali segreti contenute in questo romanzo rispecchiano la realtà» (3), e si fondano in particolare sul fatto che «nel 1975, presso la Bibliothèque Nationale di Parigi, sono state scoperte alcune pergamene, note come Les Dossiers Secrets» (4) con la storia del Priorato di Sion.
Forse in risposta alle molte controversie, a partire dalla sesta ristampa la pagina Informazioni storiche, pagina 9 dell’edizione italiana Mondadori, è sparita sostituita da una pagina 9 interamente bianca: ma naturalmente rimane nell’edizione inglese (e nelle prime stampe italiane, per chi ha acquistato il volume nelle prime settimane di diffusione).
La parte che anche l’autore presenta come immaginaria ipotizza che il Priorato oggi si appresti a rivelare il segreto al mondo tramite il suo ultimo Gran Maestro, un curatore del Museo del Louvre che si chiama Jacques Saunière. Per impedire che questo avvenga, Saunière e i suoi principali collaboratori sono assassinati. Uno studioso di simbologia americano, Robert Langdon, è sospettato dei crimini, ma una criptologa che lavora per la polizia di Parigi – Sophie Neveu, la nipote di Saunière – crede nella sua innocenza e lo aiuta a fuggire. Il lettore è indotto a credere che responsabile degli omicidi sia l’Opus Dei, ma le cose sono più complicate. Sul conto di questi istituto si ripetono le più crude «leggende nere», cento volte smentite, ma dure a morire, desunte dalla letteratura internazionale che lo critica, esplicitamente citata. Nel romanzo, un nuovo Papa progressista ha deciso di rescindere i legami fra la Chiesa e l’Opus Dei che risalgono a Papa Giovanni Paolo II, e il prelato dell’Opus Dei accetta la proposta che gli proviene da un misterioso «Maestro»: pagando a questo personaggio una somma immensa, potrà ricattare la Santa Sede impadronendosi delle prove del segreto del Priorato di Sion – cioè della «verità» su Gesù Cristo – e minacciando di rivelarle al mondo. Un ex-criminale, ora numerario dell’Opus Dei, è «prestato» al Maestro, e proprio quest’ultimo lo spinge a commettere una serie di crimini. In realtà, il «Maestro» lavora per sé stesso: è un ricchissimo studioso inglese, anti-cattolico, che vuole rivelare il segreto al mondo e accusa il Priorato di tacere per timore della Chiesa. Fra morti ammazzati, enigmi e inseguimenti Robert Langdon e Sophie – fra i quali nasce anche l’inevitabile storia d’amore – finiscono per scoprire la verità: la tomba della Maddalena è nascosta sotto la piramide del Louvre, voluta dall’esoterista e massone presidente francese François Mitterrand (1916-1996), ma il sang réal scorre nelle vene della stessa Sophie, che è dunque l’ultima discendente di Gesù Cristo.

4. Errori e mistificazioni
Solo la diffusa ignoranza religiosa spiega come qualcuno possa prendere sul serio un tale cumulo di affermazioni a dir poco ridicole. Ci sono testi del primo secolo cristiano dove Gesù Cristo è chiaramente riconosciuto come Dio. All’epoca del Canone Muratoriano – che risale circa al 190 d.C. – il riconoscimento dei quattro Vangeli come canonici e l’esclusione dei testi gnostici era un processo che si era sostanzialmente completato, novant’anni prima che Costantino nascesse. Quanto alla Maddalena, lo gnostico Vangelo di Tomaso, che piace tanto a Brown, ben lungi dall’essere un testo proto-femminista ne fonda la grandezza sul fatto che «[…] si fa maschio» (5). A Simon Pietro che obietta «Maria deve andare via da noi! Perché le femmine non sono degne della Vita» (6), Gesù risponde: «Ecco, io la guiderò in modo da farne un maschio, affinché ella diventi uno spirito vivo uguale a voi maschi. Perché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel Regno dei cieli» (7). La cifra di cinque milioni di streghe bruciate dalla Chiesa cattolica è del tutto assurda, e Brown si dimentica del fatto che nei paesi protestanti la caccia alle streghe è stata più lunga e virulenta che in quelli cattolici.
L’idea stessa di un «codice Da Vinci» nascosto nelle opere dell’artista italiano è stata definita «assurda» dalla professoressa Judith Veronica Field, docente alla University of London e presidentessa della Leonardo Da Vinci Society (8). A fronte di questi svarioni, quello del traduttore italiano che chiama la torre dell’orologio del parlamento inglese «Big Bang» (9) invece di Big Ben sembra quasi un peccato veniale, ed è stato corretto nelle ristampe più recenti. Inoltre, chi conosca un poco la storia delle mistificazioni sul Graal sa che nel Codice Da Vinci vi è ben poco di nuovo: tutto è già stato detto in centinaia di libri su Rennes-le-Château (10), e – benché il nome di questa località francese non sia mai menzionato nel romanzo di Brown – i cognomi Saunière e Plantard fanno chiaramente riferimento alle stesse vicende.

5. Il mito di Rennes-le-Château: una falsificazione già da tempo smascherata
Rennes-le-Château è un paesino francese del dipartimento dell’Aude, ai piedi dei Pirenei orientali, nella zona detta del Razès. La popolazione si è ridotta a una quarantina di abitanti, ma ogni anno i turisti sono decine di migliaia. Dal 1960 a oggi a Rennes-le-Château sono state dedicate oltre cinquecento opere in lingua francese, almeno un paio di best seller in inglese e un buon numero di titoli anche in italiano. Se ne parla anche in film e in fumetti di culto, come Preacher o The Magdalena. Il paesino si trova all’interno di quel «paese cataro», cioè della zona dove l’eresia dei catari ha dominato la regione ed è sopravvissuta fino al secolo XIII, che una sapiente promozione ha reso in anni recenti una delle più ambite mete turistiche francesi. Rennes-le-Château rimarrebbe però una nota a pie’ di pagina nel ricco turismo «cataro» contemporaneo se del paese non fosse diventato parroco, nel 1885, don Berenger Saunière (1852-1917). È a lui che fanno riferimento tutte le leggende su Rennes-le-Château.
Il parroco Saunière era soprattutto un personaggio bizzarro. Nel 1909 si rifiuta di trasferirsi in un’altra parrocchia e nel 1910, dopo aver perso un processo ecclesiastico, subisce una sospensione a divinis. Pure privato della parrocchia, rimane fino alla morte nel paese, che aveva arricchito con nuove costruzioni – fra cui una curiosa «torre di Magdala» – e scandalizzato con una serie di scavi nella cripta e nel cimitero, alla ricerca non si sa bene di che cosa. Diventato più ricco di quanto fosse consueto per un parroco di campagna, si favoleggia che abbia trovato un tesoro. Tutto poteva spiegarsi, peraltro – come sospettava il suo vescovo – con un meno romantico traffico di donazioni e di messe. In epoca recente si è sostenuto che Saunière avesse scoperto nella cripta importantissimi manoscritti antichi, ma quelli che sono emersi sono falsi evidenti del secolo XIX se non del XX. È possibile che, nel corso dei lavori per restaurare la chiesa parrocchiale – un’attività che va in ogni caso ascritta a merito dell’originale parroco – don Saunière avesse scoperto qualche reperto di epoca medioevale, ma in ogni caso non in quantità sufficiente da arricchirsi. Si continua a ripetere anche che Saunière sarebbe stato in rapporti con ambienti esoterici di Parigi, ma di questo non vi è nessuna prova. La figura di Saunière non è priva d’interesse, e le sue costruzioni mostrano che si trattava di un uomo singolarmente attento alle allegorie e ai simboli, sulla scia di una tradizione locale. Ma nulla di più ha mai potuto essere provato.
La leggenda di Saunière non sarebbe continuata nel tempo se la sua perpetua, Marie Denarnaud (1868-1953) – cui il sacerdote aveva intestato le proprietà e le costruzioni di Rennes-le-Château, per sottrarle al vescovo con cui era in conflitto – non avesse continuato per anni, anche per incoraggiare eventuali acquirenti, a favoleggiare di tesori nascosti. E se un altro personaggio, Noel Corbu (1912-1968), dopo avere acquistato dalla Denarnaud le proprietà dell’ex-parroco per trasformarle in ristorante, non avesse cominciato, a partire dal 1956, a pubblicare articoli sulla stampa locale dove – animato certo anche dal legittimo desiderio di attirare turisti in un borgo remoto – metteva i presunti «miliardi» di don Saunière in relazione con il tesoro dei catari.
Negli anni 1960 le leggende diffuse da Corbu su scala locale acquistano fama nazionale dopo aver attirato l’attenzione di esoteristi – fra cui Pierre Plantard (1920-2000), che aveva animato in precedenza il gruppo Alpha Galates ed era stato anche condannato per truffe a sfondo esoterico – e di giornalisti interessati ai misteri esoterici come Gérard de Sède, che pubblica nel 1967 L’or de Rennes (11). Tre autori inglesi di esoterismo popolare – Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln – s’incaricheranno di elaborare ulteriormente le sue idee, trasformandole in una vera industria editoriale – grazie anche alla BBC, che batte la grancassa – avviata con la pubblicazione, nel 1979, de Il Santo Graal (12). Secondo de Sède e i suoi continuatori inglesi, il parroco aveva scoperto il segreto di Rennes-le-Château, dove sarebbe depositato non solo un tesoro favoloso – variamente attribuito al tempio di Gerusalemme, ai visigoti, ai catari, ai templari, alla monarchia francese, e cui il sacerdote avrebbe attinto solo per una piccola parte –, ma anche – rivelato dalle presunte pergamene ritrovate da don Saunière, dalle iscrizioni del cimitero, dalle forme stesse degli edifici e di quanto si trova nella chiesa parrocchiale – un tesoro di tipo non materiale, la verità stessa sulla storia del mondo. Nel paesino pirenaico esisterebbero i documenti in grado di provare che Gesù Cristo – verità accuratamente nascosta dalla Chiesa cattolica – aveva avuto figli da Maria Maddalena, che questi figli portano in sé il sangue stesso di Dio e che pertanto hanno il diritto di regnare sulla Francia e sul mondo intero. Che il Santo Graal sarebbe, più propriamente, il sang réal, il «sangue reale» dei discendenti fisici di Gesù Cristo, è affermato da quando Plantard entra nella storia di Rennes-le-Château. Il Codice Da Vinci si limita a ripetere queste affermazioni. Per prudenza, afferma Plantard, la discendenza dei merovingi da Gesù Cristo sarebbe sempre stata mantenuta come un segreto noto a pochi. Ma i catari, i templari, i grandi iniziati – dallo stesso Saunière al pittore Nicolas Poussin (1594-1655), il quale ne avrebbe lasciato una traccia nel suo famoso quadro del Louvre I pastori di Arcadia, che raffigurerebbe precisamente il panorama di Rennes-le-Château – hanno custodito il segreto come cosa preziosissima, lasciando trapelare di tanto in tanto qualche indizio.
Oggi, naturalmente, un Priorato di Sion esiste. È fondato nel 1956 da Pierre Plantard – che si fa chiamare anche «Plantard de Saint Clair», inventandosi un titolo nobiliare di fantasia che è alle origini delle affermazioni de Il Codice Da Vinci secondo cui anche «Saint Clair» sarebbe un cognome merovingio –, con tanto di atto notarile e carte da bollo. Plantard ha lasciato intendere di essere egli stesso un discendente dei merovingi e il custode del Graal. La prova che il Priorato esiste da mille anni dovrebbe consistere nel nome di un piccolo ordine religioso medievale chiamato Priorato di Sion. Questo è effettivamente esistito – e finito –, ma non ha relazioni di sorta né con i merovingi né con presunti discendenti di Gesù Cristo. È difficile non concludere che il collegamento fra Rennes-le-Château, i merovingi e il Priorato di Sion è puramente leggendario, e che il Priorato è un’organizzazione esoterica le cui origini non vanno al di là dell’esperienza di Plantard e dei suoi collaboratori. Non è esistito nessun Priorato di Sion – nel senso in cui oggi se ne parla – prima dell’arrivo di Plantard a Rennes-le-Château. Ora, naturalmente esiste: ma solo dal 1956.
Nella pagina Informazioni storiche de Il Codice Da Vinci si afferma, come ho accennato, che tutta la storia è confermata da documenti inoppugnabili. Si tratta dei famosi documenti in parte «ritrovati» nel 1975 nella Biblioteca Nazionale di Parigi e in parte trasmessi in precedenza allo scrittore Gérard de Sède. I documenti, però, sono stati «ritrovati» dalle stesse persone che li avevano nascosti nella Biblioteca Nazionale di Parigi: Plantard e i suoi amici. Ed è certissimo che non si tratta di documenti antichi ma di falsi moderni. Il principale autore dei falsi, Philippe de Chérisey – morto nel 1985 –, ha confessato di aver partecipato alla loro falsificazione, lamentandosi perfino per la loro utilizzazione avvenuta senza versargli il dovuto compenso, argomento su cui esistono lettere dell’avvocato di Chérisey (13).
Quanto a Poussin, la «prova» del suo collegamento con Rennes-le-Château avrebbe dovuto essere la fotografia di una tomba presente nel territorio del paesino francese, oggi distrutta, ma cui Poussin si sarebbe ispirato per il suo quadro I pastori di Arcadia. Peccato però che della tomba siano stati ritrovati il permesso e i piani di costruzione, datati 1903, ancorché la tomba sia stata completata nel 1933 (14): la tomba è dunque posteriore di quasi trecento anni al quadro di Poussin. Nessun «documento» e nessuna «prova», dunque. Solo fantasie, buone per vendere romanzi più o meno appassionanti, ma che dal punto di vista strettamente storico devono essere considerate autentica spazzatura.

* Articolo sostanzialmente anticipato, in una versione più breve, senza note e con il titolo Il Codice Da Vinci, in il Timone. Mensile di formazione e informazione apologetica, anno VI, n. 31, Fagnano Olona (Varese) marzo 2004, pp. 47-49.

(1) Cfr. PHILIP JENKINS, The New Anti-Catholicism. The Last Acceptable Prejudice, Oxford University Press, New York 2003; in una comunicazione personale, l’autore ha confermato di ritenere Il Codice Da Vinci un esempio tipico della mentalità descritta nel suo studio.
(2) Cfr. DAN BROWN, Il Codice Da Vinci, trad. it., Mondadori, Milano 2003.
(3) Ibid., p. 9.
(4) Ibidem.
(5) Vangelo di Tomaso, 114, in LUIGI MORALDI (a cura di), I Vangeli gnostici. Vangeli di Tomaso, Maria, Verità, Filippo, trad. it., Adelphi, Milano 2001, pp. 3- 20 (p. 20).
(6) Ibidem.
(7) Ibidem.
(8) Cfr. GARY STERN, Expert Dismiss Theories in Popular Book, in The Journal News, Westchester (New York) 2-11-2003, p. 1.
(9) D. BROWN, op. cit., p. 438.
(10) Cfr. un’introduzione all’immensa bibliografia sul tema, nel mio Rennes le Château: mistificatori e mistificazioni sul Graal, in Cristianità, anno XXIV, n. 258, ottobre 1996, pp. 7-9.
(11) Cfr. GERARD DE SEDE, L’or de Rennes ou la vie insolite de Bérenger Saunière, Curé de Rennes-le-Château, Julliard, Parigi 1967.
(12) Cfr. MICHAEL BAIGENT, RICHARD LEIGH e HENRY LINCOLN, Il Santo Graal, trad. it., Mondadori, Milano 1997.
(13) Cfr. lettera dell’avvocato B. Boccon-Gibod a Philippe de Chérisey, dell’8-10-1967, in cui parla di documenti «de votre fabrication et déposés à mon étude», all’indirizzo http://priory-of-sion.com/psp/id167.html, visitato il 20-5-2004.
(14) Cfr. PAUL SMITH, The Tomb at Les Pontils. The Real Truth, all’indirizzo http://priory-of-sion.com/psp/id33.html, visitato il 20-5-2004.
http://www.totustuus.biz/users/alzatevi_andiamo/storia_altra.htm

DISMANTLING THE DA VINCI CODE

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“Dismantling The Da Vinci Code”

di Sandra Miesel,

da «Crisis», numero 8, settembre 2003

 

“Il Graal” riprese Langdon “simboleggia la dea perduta. Quando è giunto il cristianesimo, le vecchie religioni pagane non si sono lasciate uccidere facilmente. Le leggende dei cavalieri alla ricerca del Graal perduto erano in realtà storie di ricerche proibite per ritrovare il femminino sacro perduto. I cavalieri che affermavano di “cercare il calice” parlavano in codice per proteggersi da una Chiesa che aveva soggiogato le donne, bandito la dea, bruciato i non credenti e proibito il rispetto pagano per il femminino sacro “. ( Il Codice Da Vinci , trad. it., p. 280) .
Il Santo Graal è la metafora preferita per indicare un obiettivo desiderabile ma difficile da conseguire, dalla mappa del genoma umano alla Stanley’s Cup. Sebbene il Graal originale — la coppa che si dice utilizzata da Gesù durante l’Ultima Cena — normalmente occupi le pagine del romanzo arturiano, il recente mega-best seller di Dan Brown, Il Codice Da Vinci , lo strappa dal reame della storia esoterica.
Tuttavia il suo libro è ben più che la storia di una ricerca del Graal. Brown reinterpreta totalmente la leggenda del Graal. Nel fare questo, Brown capovolge l’intuizione che il corpo della donna sia simbolicamente un contenitore e rende un contenitore simbolicamente un corpo di donna. E quel contenitore ha un nome che ogni cristiano riconoscerà, perché Brown afferma che il Sacro Graal era in realtà Maria Maddalena. Essa era il recipiente che conteneva il sangue di Gesù Cristo nell’utero, partorendone il figlio.
Nel corso dei secoli, i custodi del Graal hanno vigilato sulla vera (e continua) discendenza di Cristo e i sui resti della Maddalena, non su un recipiente materiale. Perciò Brown sostiene che “la ricerca del Santo Graal è […] la ricerca del luogo dove inginocchiarsi davanti alle ossa di Maria Maddalena”, una conclusione che avrebbe sicuramente sorpreso Sir Galahad e gli altri cavalieri del Graal che pensavano di cercare il calice dell’Ultima Cena.
Il Codice Da Vinci si apre con il macabro omicidio del curatore del Louvre all’interno del museo. Il crimine coinvolge l’eroe Robert Langdon, uno sportivo professore di simbologia proveniente da Harvard, e la nipote della vittima, Sophie Nevue, crittologa dai capelli rossi. Insieme allo storico milionario zoppo Leigh Teabing fuggono da Parigi a Londra un passo in anticipo sulla polizia e su un pazzo “monaco” albino dell’Opus Dei di nome Silas, che non si fermerà di fronte a nulla per impedire loro di trovare il “Graal”.
Ma nonostante il ritmo frenetico, in nessun punto all’azione viene permesso di interferire con una buona lezione. Prima che la storia si ritrovi al punto di partenza al Louvre, i lettori affrontano un fuoco di fila di codici, enigmi, misteri, e cospirazioni.
Con il suo principio affermato due volte, “a tutti piacciono i complotti”, Brown rievoca la famosa autrice che creava il suo prodotto studiando le caratteristiche dei dieci best-seller precedenti. Sarebbe troppo facile criticarlo per i personaggi sottili come una copertina di plastica, per la prosa indistinta e per l’azione improbabile. Ma Brown non sta tanto scrivendo malamente quanto scrivendo in un modo particolare, calcolato al meglio per attirare il pubblico femminile (le donne, dopo tutto, comprano la maggior parte dei libri della nazione). Ha coniugato una trama da thriller a una tecnica romanzesca. Notate come ogni personaggio sia un tipo estremo… brillante senza sforzo, untuoso, sinistro, o psicotico quando necessario, che si muove su sfondi lussuosi ma curiosamente piatti. Evitando la violenza e la ginnastica da camera da letto, mostra solo un breve bacio e un rito sessuale eseguito da una coppia sposata. Le allusioni spinte sono sfuggenti benché il testo indugi su qualche sanguinosa mortificazione dell’Opus Dei. In breve, Brown ha costruito un romanzo perfetto per un club di libri per signore.
La mancanza di serietà di Brown si rivela nei giochi (1) che fa con i nomi dei suoi personaggi — Robert Langdon, “professore alto di chiara fama” (distinto e virile); Sophie Nevue, “Nuova Eva della sapienza”; l’irascibile e taurino detective Bezu Fache, “collera di zebù”. Il servo che guida verso di loro la polizia è Legaludec, “duce legale”. Il curatore assassinato trae il cognome, Saunière, da un vero prete cattolico le cui buffonerie esoteriche diffusero l’interesse verso il segreto del Graal. Come scherzo nascosto, Brown inserisce perfino il suo editore nella vita reale (Faukman è Kaufman).
Mentre l’ampio uso delle formule romanzesche può essere il segreto della celebrità di Brown, il suo messaggio anti-cristiano non può avergli fatto male nei circoli editoriali: Il Codice Da Vinci ha debuttato in cima alla lista dei best-seller del New York Times . Manipolando il suo pubblico mediante le convenzioni della scrittura romanzesca, Brown invita i lettori a identificarsi con i suoi personaggi eleganti e fascinosi che hanno visto oltre le imposture dei chierici che nascondono la “verità” su Gesù e sua moglie. La bestemmia viene pronunciata con voce pacata e ridendo sommessamente: “Tutte le religioni del mondo sono basate su falsificazioni”.
Ma anche Brown ha i suoi limiti. Per schivare le accuse di fanatismo, include un crescendo di trucchi che assolve la Chiesa dall’assassinio. E benché presenti il cristianesimo come falso in radice, è disposto a tollerarlo per la sua opera caritativa.
(Naturalmente, il cristianesimo cattolico diventerà anche più tollerabile una volta che il nuovo papa liberale eletto nel precedente romanzo di Brown con protagonista Langdon, Angeli & Demoni , abbandonerà gli insegnamenti fuori moda. “Le leggi del terzo secolo non si possono più applicare ai moderni seguaci di Cristo”, dice uno dei cardinali progressisti del libro).

Da dove tra tutto questo?
In realtà Brown cita le sue fonti principali all’interno del testo del suo romanzo. Uno è un classico della cultura femminista accademica: I vangeli gnostici di Elaine Pagels. Le altre sono storie esoteriche popolari: La Rivelazione dei templari. Guardiani segreti della vera identità di Cristo di Lynn Picknett e Clive Prince; Il Santo Graal di Michael Baigent, Richard Leigh, e Henry Lincoln; La Dea nei Vangeli. La rivendicazione del femminino sacro e La Donna dalla giara di alabastro. Maria Maddalena e il Santo Graal , entrambi di Margaret Starbird. (i libri della Starbird, che si dice cattolica, sono stati pubblicati da Matthew Fox’s outfit, Bear & Co.) Un’altra influenza, almeno in seconda battuta, è L’Enciclopedia Femminile dei Miti e dei Segreti di Barbara G. Walker.
L’uso di fonti talmente inaffidabili pregiudica le pretese intellettuali di Brown. Ma la cosa ha apparentemente ingannato almeno alcuni dei suoi lettori: il revisore dei libri dei New York Daily News ha strombazzato: “La sua ricerca è impeccabile”.
Tuttavia, nonostante le arie da studioso di Brown, uno scrittore che pensa che i Merovingi abbiano fondato Parigi e dimentica che i papi un tempo vivevano ad Avignone, è difficile sia un ricercatore modello. E che affermi che la Chiesa abbia bruciato cinque milioni di donne in quanto streghe mostra un’ignoranza intenzionale — e in malafede — del dato storico. Le ultime cifre delle morti durante la caccia alle streghe in Europa vanno da 30.000 a 50.000 vittime. Non tutte furono eseguite dalla Chiesa, non tutte erano donne, e non tutte furono bruciate. L’affermazione di Brown secondo cui dai cacciatori di streghe venivano scelte le donne istruite, le sacerdotesse e le levatrici non solo è falsa, ma tradisce le sue fonti bendisposte nei confronti della dea.

Una moltitudine di errori
Il Codice Da Vinci è talmente pieno di errori che il lettore istruito applaude in realtà quelle rare occasioni dove Brown (suo malgrado) incespica nella verità. Qualche esempio della sua “impeccabile” ricerca: Brown sostiene che i movimenti del pianeta Venere tracciano un pentacolo (il cosiddetto pentagramma di Ishtar) che simboleggia la dea. Tuttavia esso non è una figura perfetta e nulla ha a che fare con la durata dell’Olimpiade. Gli antichi Giochi Olimpici venivano celebrati in onore di Zeus olimpico, non di Afrodite, e si svolgevano ogni quattro anni.
Erronea è anche l’affermazione di Brown secondo la quale i cinque anelli congiunti dei moderni Giochi Olimpici sono un segreto tributo alla Dea: ad ogni serie dei giochi si supponeva di aggiungere un anello al disegno ma gli organizzatori si fermarono a cinque. E sono semplicemente ridicoli i suoi sforzi di leggere la propaganda in favore della Dea nell’arte, nella letteratura, e anche nei cartoni animati Disney.
Nessun dato è troppo dubbio per essere incluso, e la realtà viene accantonata velocemente. Per esempio, il vescovo dell’Opus Dei incoraggia il suo albino assassino raccontandogli che anche Noè era un albino (una nozione tratta dal non-canonico 1 Enoch 106:2). Tuttavia l’albinismo in qualche modo non interferisce con la vista dell’uomo come dovrebbe fisiologicamente.
Ma un esempio molto più importante è il trattamento di Brown dell’architettura gotica come uno stile pieno di simboli di culto verso la Dea e di messaggi in codice per confondere i non iniziati. Basandosi sull’affermazione di Barbara Walzer che “come un tempio pagano, la cattedrale gotica rappresenta il corpo della Dea”, La rivelazione dei Templari afferma: “Il simbolismo sessuale è presente anche nelle grandi cattedrali gotiche, la cui costruzione fu promossa dai Templari. Elementi caratteristici […] rappresentano elementi anatomici femminili: l’arco, che introduce i visitatori nel corpo della Chiesa Madre, evoca la vulva”. Nel Codice Da Vinci, questi sentimenti sono trasformati nella spiegazione da parte di un personaggio di come la “lunga navata vuota della cattedrale fosse un segreto tributo pagano all’utero femminile […] completa di escrescenze labiali incassate e di un clitoride floreale a cinque petali al di sopra del portale”.
Queste osservazioni non possono essere accantonate come opinioni del “cattivo”; Langdon, l’eroe del libro, si riferisce alle sue conferenze a Chartres sul simbolismo della Dea.
Questa bizzarra interpretazione tradisce la non conoscenza del reale sviluppo o della costruzione dell’architettura gotica, e correggere gli innumerevoli errori diventa un noioso esercizio: I Templari nulla avevano a che fare con le cattedrali del loro tempo, che furono commissionate dai vescovi e dai loro canonici in tutta Europa. Essi erano uomini illetterati senza alcuna arcana conoscenza della “geometria sacra” tramandata dai costruttori di piramidi. Non dominavano gli stessi strumenti sui loro progetti, né fondarono corporazioni di massoni per costruirne per altri. Non tutte le loro chiese erano rotonde, né la rotondità era un insulto di sfida alla Chiesa. Piuttosto che essere un tributo al divino feminino, le loro chiese circolari onoravano la Chiesa del Santo Sepolcro.
In realtà guardando le chiese gotiche e quelle che le precedettero l’idea del simbolismo femminile si sgonfia. Le grandi chiese medievali tipicamente avevano tre porte frontali a ovest più triple entrate ai loro transetti a nord e a sud (quale parte dell’anatomia femminile rappresenta il transetto? o la volta della navata centrale di Chartres?). Le chiese romaniche — incluse quelle che precedono la fondazione dei Templari — hanno bande decorative simili che si inarcano sopra le entrate. Sia le chiese gotiche che quelle romaniche hanno ereditato dalle basiliche tardoantiche la navata lunga e rettangolare, derivata fondamentalmente dagli edifici pubblici romani. Né Brown né tantomeno le sue fonti considerano quale simbolismo coglievano nello schema di una chiesa ecclesiastici medievali come Suger di St.-Denis o Guillaume Durand. Certamente non culto nei confronti della Dea.

Affermazioni false
Se quanto sopra sembra uno schiacciatesta inflitto a un moscerino, i colpi sono necessari per dimostrare la totale falsità del materiale di Brown.
Le sue volontarie distorsioni della storia documentata si accoppiano più che bene con le sue strambe affermazioni su argomenti controversi. Ma per un postmodernista una costruzione della realtà vale l’altra.
L’approccio di Brown sembra consistere nel raccogliere ampie sezioni delle sue fonti e scuoterle insieme in una insalata di storia. Da Il Santo Graal Brown prende il concetto del Graal come metafora del lignaggio sacro spezzando arbitrariamente un termine francese medievale, Sangraal (Santo Graal), in sang (sangue) e raal (reale). Questo santo sangue, secondo Brown, discendeva direttamente da Gesù e da sua moglie, Maria Maddalena, alla dinastia Merovingia nei tempi bui della Francia, sopravvivendo alla sua caduta per persistere in diverse famiglie francesi moderne, inclusa quella di Pierre Plantard, uno dei capi del misterioso Priorato di Sion. Il Priorato — un’organizzazione reale registrata ufficialmente dal governo francese nel 1956 — fa affermazioni straordinarie riguardo la propria antichità come il “vero” potere dietro i Cavalieri Templari. Con ogni probabilità sorse dopo la seconda guerra mondiale e fu portato per la prima volta a pubblica conoscenza nel 1962. Ad eccezione del regista Jean Cocteau, la sua illustre lista di Gran Maestri — che include Leonardo da Vinci, Isaac Newton, e Victor Hugo — non è credibile, benché presentata come vera da Brown.
Brown non accetta una motivazione politica per le attività del Priorato. Al contrario, accoglie l’idea della Rivelazione dei templari dell’organizzazione come un culto di adoratori segreti della Dea che hanno conservato l’antica saggezza gnostica e i ricordi dell’autentica missione di Cristo, che se resi pubblici rovescerebbero completamente il cristianesimo. In maniera significativa, Brown omette il resto delle tesi del libro che vedono Cristo e Maria Maddalena, partner sessuali senza essere sposati, che eseguono i misteri erotici di Iside. Forse anche un pubblico di massa credulone ha i suoi limiti.
Da Il Santo Graal e dalla Rivelazione dei templari , Brown trae una visione negativa della Bibbia e un’immagine fortemente distorta di Gesù, che non è né il Messia né un umile carpentiere ma un ricco, istruito maestro religioso deciso a riconquistare il trono di Davide. Le sue credenziali sono amplificate dalla sua relazione con la ricca Maddalena che porta il sangue reale di Beniamino: “Quasi tutto ciò che i nostri padri ci hanno insegnato a proposito di Cristo è falso”, si lamenta uno dei personaggi di Brown.
Tuttavia è la cristologia di Brown a essere falsa, e lo è ciecamente . Brown pretende che l’attuale Nuovo Testamento sia una falsificazione post-costantiniana che ha soppiantato le vere narrazioni ora rappresentate solo dai sopravviventi testi gnostici. Afferma che Cristo non fu considerato divino fino al Consiglio di Nicea che lo votò in questo modo nel 325 agli ordini dell’imperatore. Poi Costantino — adoratore del sole per tutta una vita — ordinò che tutti i testi scritturistici più antichi fossero distrutti, ed è per questo che nessuna serie completa di Vangeli è anteriore al quarto secolo. I cristiani in qualche modo non riuscirono ad accorgersi dell’improvviso e drastico cambiamento nella loro dottrina.
Ma secondo lo specioso ragionamento di Brown, neanche il vecchio Testamento può essere autentico perché le Scritture ebraiche complete non sono più vecchie di un migliaio di anni. E i testi tuttavia furono trasmessi così accuratamente che si adattano bene ai rotoli del mar Morto anteriori di mille anni. L’analisi delle famiglie testuali, comparazioni di frammenti e citazioni più le correlazioni storiche datano sicuramente i Vangeli ortodossi al primo secolo e indicano come essi siano anteriori rispetto alle contraffazioni gnostiche. (Le Epistole di S. Paolo naturalmente precedono anche i Vangeli).
I documenti della Chiesa Primitiva e la testimonianza dei Padri anteniceani confermano che i cristiani hanno sempre creduto che Gesù fosse il Signore, Dio, e Salvatore, anche quando quella fede significava la morte. I primi canoni parziali delle Scritture risalgono alla fine del secondo secolo e ripudiano già gli scritti gnostici. Per Brown, non è sufficiente attribuire a Costantino la divinizzazione di Gesù. La vecchia adesione dell’imperatore al culto del Sol Invictus si proponeva quindi di riciclare l’adorazione del sole come la nuova fede. Brown ripropone vecchie (e screditate da lungo tempo) accuse da parte di virulenti anticattolici come Alexander Hislop che accusava la Chiesa di perpetuare i misteri babilonesi, e come i razionalisti del XIX secolo che consideravano Cristo solo come un altro dio salvatore morente.
Non sorprende che Brown non perda l’opportunità di criticare il cristianesimo e i suoi patetici seguaci. (La chiesa in questione è sempre la chiesa cattolica, benché il suo “cattivo” in un’occasione si faccia apertamente beffe degli anglicani; di tutte le cose, per il loro aspetto arcigno). Si riferisce in maniera continua e anacronistica alla Chiesa come al “Vaticano”, anche quando i papi non vi risiedevano. Rappresenta sistematicamente la Chiesa nel corso della storia come infida, smaniosa di potere, astuta, e omicida: “La Chiesa non può più servirsi dei crociati per ammazzare i non credenti, ma la sua influenza è altrettanto efficace. E altrettanto insidiosa”.

Il Culto della Dea e la Maddalena
La cosa peggiore agli occhi di Brown è che l’ostilità della Chiesa nei confronti del piacere, del sesso e della donna abbia soppresso il culto della Dea ed eliminato il femminino sacro. Sostiene che il culto della Dea dominasse universalmente il paganesimo precristiano con lo hieros gamos (matrimonio sacro) come rito centrale. Il suo entusiasmo per i riti di fertilità è l’entusiasmo per la sessualità, non per la procreazione. Cos’altro ci si aspetterebbe da un simpatizzante del catarismo?
In maniera stupefacente, Brown afferma che gli ebrei nel Tempio di Salomone adoravano Yahweh e la sua controparte femminile, la Shekinah, tramite i servigi delle prostitute sacre — probabilmente una versione distorta della corruzione del Tempio dopo Salomone ( 1 Re 14:24 e 2 Re 23:4-15). Inoltre, egli dice che il tetragramma YHWH deriva da “Jehovah, androgina unione fisica tra il maschile Jah e il nome preebraico di Eva, Havah”.
Ma come potrebbe dirvi qualunque studente del primo anno del corso di Scrittura, Jehovah è in realtà una interpretazione del XVI secolo di Yahweh usando le vocali di Adonai (“Signore”). Infatti, la Dea non dominava il mondo precristiano: non le religioni di Roma, i suoi sottoposti barbari, l’Egitto, o anche i territori semitici dove lo hieros gamos era un’antica pratica. Nemmeno il culto ellenizzato di Iside pare aver mai incluso il sesso nei suoi riti segreti.
Contrariamente alle affermazioni di Brown, le carte dei Tarocchi non insegnano la dottrina della Dea. Furono inventate per innocenti scopi di gioco nel XV secolo e non acquisirono associazioni occultistiche fino alla fine del XIX secolo. I pacchi di carte da gioco non hanno alcun simbolismo del Graal. L’idea che i diamanti simboleggino i pentacoli è un deliberato stravolgimento dell’occultista britannico A. E. Waite. E il numero cinque — tanto cruciale per gli enigmi di Brown — ha qualche collegamento con la Dea protettrice ma anche con miriadi di altre cose, inclusa la vita umana, i cinque sensi, e le cinque piaghe di Cristo.
Il trattamento di Maria Maddalena da parte di Brown è veramente deludente. Nel Codice Da Vinci , non è una prostituta pentita ma la consorte reale di Cristo e colei che è destinata ad essere il capo della Sua Chiesa, soppiantata da Pietro e diffamata dagli ecclesiastici. Fugge con la sua prole ad ovest verso la Provenza, dove i catari medievali conserverebbero gli insegnamenti originali di Gesù da vivo. Il Priorato di Sion veglia ancora sui suoi resti e sulle sue memorie, portati alla luce dal sotterraneo Santo dei Santi ad opera dei Templari. Il Priorato protegge anche i discendenti di lei, inclusa l’eroina di Brown.
Sebbene molti ancora raffigurino la Maddalena come la peccatrice che unse Gesù e la considerino uguale a Maria di Betania, tale confusione è in realtà opera successiva del Papa S. Gregorio Magno. L’Oriente le ha sempre mantenute separate e ha sempre affermato che la Maddalena, “apostola degli apostoli”, morì a Efeso. La leggenda del suo viaggio in Provenza non è anteriore al IX secolo, e i suoi resti non vi furono riportati fino al XIII secolo. I critici cattolici, inclusi i Bollandisti, hanno sfatato la leggenda e distinto le tre donne fin dal XVII secolo.
Brown usa due documenti gnostici, il Vangelo di Filippo e il Vangelo di Maria, per provare che la Maddalena era la “compagna” di Cristo, intendendo la partner sessuale. Gli apostoli erano gelosi che Gesù fosse solito “baciarla sulla bocca” e la favorisse nei loro confronti. Brown cita esattamente gli stessi passaggi citati nel Santo Graal e nella Rivelazione dei Templari e raccoglie persino il secondo riferimento dall’ Ultima Tentazione di Cristo . Ciò che questi libri tralasciano di menzionare è l’infamante versetto finale del Vangelo di Tommaso. Quando Pietro sogghigna che le “femmine non sono degne della vita”, Gesù risponde: “Ecco io la guiderò in modo da farne un maschio…. Perché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel Regno dei cieli”. (traduzione tratta da L. Moraldi, Vangeli apocrifi , Piemme, Casale Monferrato 1996; ndr)
Questo è certamente uno strano modo di “onorare” la propria sposa o di esaltare lo status delle donne.

I Cavalieri Templari
Brown allo stesso modo travisa la storia dei Cavalieri del Tempio. Il più vecchio degli ordini religiosi militari, i Cavalieri furono fondati nel 1118 per proteggere i pellegrini in Terra Santa. La loro regola, attribuita a S. Bernardo di Chiaravalle, venne approvata nel 1128 e generose donazioni garantirono a loro supporto numerose proprietà in Europa. Resi ridondanti dopo la caduta nel 1291 dell’ultima fortezza crociata, l’orgoglio e la ricchezza dei Templari — erano anche banchieri — attirò loro profonda ostilità.
Brown attribuisce maliziosamente la soppressione dei Templari al “machiavellico” papa Clemente V, che essi stavano ricattando con il segreto del Graal. La sua “ingegnosa operazione lampo” fece sì che i suoi soldati arrestassero improvvisamente tutti i Templari. Accusati di satanismo, sodomia, e blasfemia, essi furono torturati fino alla confessione e bruciati come eretici, i loro resti “gettati nel Tevere senza tante preoccupazioni”.
Ma in realtà, l’iniziativa per distruggere i Templari partì da Re Filippo il Bello, i cui ufficiali reali eseguirono gli arresti nel 1307. Circa 120 Templari furono bruciati dalle corti inquisitoriali locali della Francia per non aver confessato o aver ritrattato la confessione, come avvenne con il Gran Maestro Jacques de Molay. Alcuni Templari patirono la morte altrove sebbene il loro ordine venisse abolito nel 1312. Clemente, un francese debole e malaticcio manipolato dal suo Re, non bruciò nessuno a Roma, in quanto era il primo papa a regnare da Avignone (e tanto basta per le ceneri nel Tevere).
Inoltre, il misterioso idolo di pietra che i Templari furono accusati di adorare è associato alla fertilità solo in una delle oltre cento confessioni. Fu la sodomia la scandalosa — e forse vera — accusa verso l’Ordine, non la fornicazione rituale. I Templari sono stati prediletti dall’occultismo da quando il loro mito di maestri della segreta saggezza e di favolosi tesori cominciò a formarsi verso la fine del XVIII secolo. I frammassoni e perfino i nazisti li hanno acclamati come fratelli. Ora è il turno dei neo-gnostici.

Da Vinci travisato
Le interpretazioni revisioniste di Brown riguardo Leonardo da Vinci sono distorte quanto il resto del suo libro. Sostiene di essersi per la prima volta imbattuto in queste visioni “mentre studiavo storia dell’arte a Siviglia”, ma queste corrispondono punto per punto al materiale nella Rivelazione dei Templari . Uno scrittore che vede in un dito puntato un gesto di tagliare la gola, che afferma che la Vergine delle Rocce è stata dipinta per delle suore e non per una confraternita laica maschile, che sostiene che Da Vinci ha ricevuto “centinaia di ricche commissioni da parte della Chiesa” (in realtà solo una… e non fu mai eseguita) è semplicemente inaffidabile.
L’analisi di Brown dell’opera di Leonardo Da Vinci è altrettanto ridicola. Presenta la Monna Lisa come un autoritratto androgino quando è ampiamente noto ritragga una donna reale, Madonna Lisa, moglie di Francesco di Bartolomeo del Giocondo. Il nome non è certamente — come sostiene Brown — un derisorio anagramma delle due divinità egizie della fertilità Amon e L’Isa (in italiano per Isis). Chissà come mai si è lasciato sfuggire la teoria, propugnata dagli autori della Rivelazione dei Templari , che la Sindone di Torino sia un autoritratto fotografato di Leonardo Da Vinci!
Molte delle argomentazioni di Brown sono incentrate intorno all’ Ultima Cena di da Vinci, un dipinto che l’autore considera un messaggio in codice che rivela la verità su Gesù e il Graal. Brown sottolinea la mancanza del calice centrale sulla tavola come prova che il Graal non è un recipiente materiale. Ma il dipinto di Leonardo da Vinci mette in scena specificamente il momento in cui Gesù avverte: “Uno di voi mi tradirà” (Giovanni 13:21). Non c’è alcuna narrazione nel Vangelo di S. Giovanni. In esso l’Eucaristia non viene mostrata e la persona seduta accanto a Gesù non è Maria Maddalena (come sostiene Brown) ma S. Giovanni, ritratto come al solito come un giovane effeminato da Leonardo da Vinci, paragonabile al suo S. Giovanni Battista. Gesù si trova esattamente al centro del dipinto, con due gruppi piramidali di tre apostoli su ciascun lato. Sebbene Leonardo da Vinci fosse un omosessuale spiritualmente problematico, è insostenibile l’affermazione di Brown secondo cui egli codificò i suoi dipinti con messaggi anti-cristiani.

Il caos di Brown
Insomma, Dan Brown ha composto uno scritto miserevole, un pasticcio ricercato atrocemente. Perciò, perché prendersi la briga di fare una lettura così ravvicinata di un romanzo senza valore? La risposta è semplice: Il Codice Da Vinci segue la corrente esoterica. Può ben darsi faccia per lo Gnosticismo quello che fece I Misteri di Avalon per il paganesimo: ottenergli l’approvazione popolare. Dopo tutto, quanti lettori inesperti scorgeranno le inesattezze e le menzogne propalate come verità nascoste?
In più, facendo false affermazioni di erudizione, il libro di Brown infetta i lettori con una virulenta ostilità nei confronti del cattolicesimo. Dozzine di libri di storie occultistiche, accuratamente collegate da Amazon.com, seguono la sua scia. E gli scaffali dei librai ora sono zeppi di falsità. Se ne venderebbero pochi senza il collegamento con Il Codice Da Vinci . Se pure l’assalto di Brown alla Chiesa cattolica può essere un complimento ambiguo, ne avremmo fatto volentieri a meno.

Note

  • (1) I giochi di parole di Brown sono spesso difficoltosi da tradurre in lingua italiana. Robert Langdon nell’articolo originale viene reso con “bright fame long don”; in “Sophie Nevue” Sandra Miesel vede “wisdom New Eve” (probabilmente un gioco di parole in francese, così come Bezu Fache). Tuttavia “Langdon” potrebbe essere anche un riferimento a John Langdon, specialista di ambigrammi, cioè parole scritte in modo da essere leggibili allo stesso modo sia dall’alto verso il basso che viceversa. Il sito di Langdon è indicato tra i collegamenti del sito ufficiale di Dan Brown. Anche il nome di uno dei protagonisti, Leigh Teabing, è l’anagramma di Leigh Baigent, cioè i cognomi degli autori de Il Santo Graal , Michael Baigent e Richard Leigh.

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PROCESSO AL CODICE DA VINCI

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Processo al “Codice da Vinci”
Intervista al giornalista Andrea Tornielli
 

ROMA, venerdì, 5 maggio 2006 (ZENIT.org).- E’ in vendita da mercoledì 3 aprile il libro scritto dal giornalista Andrea Tornielli “Processo al Codice da Vinci” (in edicola con il “Giornale”, 234 pagine, 6,90 Euro).

Nel suo volume Tornielli risponde punto su punto, rivelando cosa c’è di vero e soprattutto di falso nel romanzo di Dan Brown: date, nomi, fatti, circostanze, retroscena, documenti segreti, pergamene autentiche e falsi clamorosi, testimonianze inedite.
Il vaticanista de “Il Giornale” prende in esame anche il film sul “Codice da Vinci” che Ron Howard ha appena finito di girare: i retroscena di quanto è accaduto, quanto è costato, il fatto che grazie a un esborso di un milione di dollari la produzione abbia potuto usare come set il Museo del Louvre.
Inoltre, nel settimo capitolo, Tornielli prende in considerazione le accuse rivolte da Dan Brown all’Opus Dei e spiega che cos’è, in realtà, la Prelatura fondata da san Josemaría Escrivá.
Per approfondire un tema che suscita tanto clamore nei mass media mondiali, ZENIT ha intervistato Andrea Tornelli.

Perché ha voluto scrivere un libro contro il romanzo di Dan Brown ed il susseguente film?
Tornielli: Perché purtroppo tanta gente ha letto il romanzo e vedrà il film pensando che ciò che viene detto sia vero. Un parroco mi ha raccontato di un giovane che dopo aver letto il “Codice Da Vinci” non voleva più sposarsi in Chiesa perché la Chiesa ha ingannato per duemila anni l’umanità.

Quali sono i temi e gli argomenti che ha approfondito per contrastare le tesi del “Codice da Vinci?”
Tornielli: Per controbattere al “Codice Da Vinci” non occorre essere teologi o esegeti: basta una buona enciclopedia. Mi sono soffermato soprattutto sulla grande mistificazione relativa alla figura di Gesù e alla sua presunta relazione con la Maddalena; ho analizzato come i Vangeli si sono formati e la grande differenza che esiste tra i testi canonici e quelli apocrifi e gnostici. Infine ho parlato del mito dei documenti segreti che sarebbero stati scoperti in Francia e del ruolo dell’Opus Dei.

Lei sostiene che Brown ha raccontato tante bugie. Può farci qualche esempio?
Tornielli: Tanto per cominciare Brown afferma, sulla base di un frammento molto corrotto di un tardo vangelo gnostico, che Gesù aveva una relazione con la Maddalena, che la Maddalena era sua moglie. Se davvero Gesù fosse stato sposato, i Vangeli lo avrebbero detto. E’ molto semplice: nei Vangeli il celibato non viene mai presentato come superiore alla condizione degli uomini e delle donne sposate. Pietro è sposato, altri apostoli lo erano… Se lo fosse stato anche Gesù, lo avremmo trovato scritto nei Vangeli.
Invece non esiste alcun indizio di tutto questo. Dan Brown dice che fu Costantino durante il Concilio di Nicea (325) a stabilire i Vangeli canonici – scartando quelli “scomodi” – e a trasformare Gesù da grande uomo a divinità. Peccato che la divinità di Cristo sia affermata chiaramente nei Vangeli (basti citare il prologo di Giovanni: “E il Verbo era Dio”) e che il Concilio di Nicea non si sia affatto occupato del canone. Esistono testimonianze precise sul fatto che già nella prima metà del secondo secolo la Chiesa considerava autentici i Vangeli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni.
Dan Brown afferma che il suo romanzo è in realtà un saggio scientifico: peccato che ogni pagina possa essere sbugiardata e che i documenti “segreti” che sarebbero stati scoperti nel 1975 alla Biblioteca Nazionale di Parigi (relativi alla discendenza reale dei Merovingi) siano in realtà dei falsi fabbricati su ordinazione e sistemati lì dalle stesse persone che poi avrebbero finto di “scoprirli”…

Monsignor Angelo Amato, Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha proposto di boicottare il film. Qual è il suo parere in proposito?
Tornielli: Io starei molto attento a parlare di boicottaggio, perché si rischia di fare pubblicità al film. Ma certamente credo si potrebbe consigliare a tutti di andare a mangiare la pizza invece che andare a vedere il film, oppure di andare al cinema a vedere un altro film. Tanto anche il “Codice Da Vinci” arriverà presto in Tv…

Qual è, a suo avviso, il fine di romanzi e film come quelli ispirati dal “Codice da Vinci”?
Tornielli: Fare soldi: e questo obiettivo è riuscito. Ma anche cercare di demolire i fondamenti del cristianesimo presentando presunte verità e rivelazioni, che in realtà sono del tutto prive di qualsiasi consistenza.
 

ZI06050508

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VATICANO CONTRO IL CODICE DA VINCI

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LA SANTA SEDE SCOMUNICA L’OPERA CHE STA PER ESSERE PRESENTATA AL FESTIVAL DI CANNES

Vaticano contro il film sul «Codice da Vinci»

29/4/2006

di Marco Tosatti

CITTA’ DEL VATICANO. La saga del Codice da Vinci si arricchisce di un altro capitolo: una «scomunica» di altissimo livello, che naturalmente non potrà non riempire di gioia autori, produttori e tutti quanti militano sotto le bandiere di Dan Brown. L’ha pronunciato, l’anatema, addirittura il Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, monsignor Angelo Amato; e per giudicare il peso di questa uscita basterà ricordare che una volta la Congregazione, già Sant’Uffizio, era chiamata «La Suprema», proprio per sottolineare il ruolo eccezionale nel firmamento vaticano.

Un intervento dunque di peso ben diverso rispetto alle pur roventi polemiche che deflagrarono nel 1988 contro L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese. Monsignor Amato, teologo raffinatissimo e grande esperto di spiritualità bizantina, intervenendo a un convegno all’università della Santa Croce, ha incoraggiato sic et simpliciter a «boicottare il film». Una breve digressione dal testo scritto che aveva preparato, ma sufficiente per capire che Il Codice da Vinci proprio non gli va giù. Il tema del convegno era il rapporto che fra i media e il magistero della Chiesa e le sfide culturali che ne derivano. In questo contesto ha inserito il riferimento al romanzo dei record (quarantatré milioni di copie vendute) secondo cui Gesù non è morto ma si è sposato con Maria Maddalena, mettendo al mondo dei figli.

In questo modo Dan Brown ha portato all’onor del mondo una leggenda ancora viva in una setta islamica del Kashmir. Il giudizio di monsignor Amato, peraltro condiviso dagli studiosi cristiani, non solo cattolici, è che libro e film son solo un coacervo di «offese, calunnie, errori storici e teologici nei confronti di Gesù, dei Vangeli, della Chiesa». E qui il prelato ha messo a segno un punto, nei confronti del «politically correct» imperante in Occidente: «calunnie, offese ed errori che se fossero stati indirizzati al Corano o alla Shoah avrebbero provocato giustamente una sollevazione mondiale», ma che se «rivolti alla Chiesa e ai cristiani rimangono impuniti». L’episodio dovrebbe dunque far riflettere: «Penso – ha aggiunto Amato – che in questi casi i cristiani dovrebbero essere più sensibili al rifiuto della menzogna e della diffamazione gratuita».

Parole che riguardano la proposta provocatoria di uno scrittore cattolico italiano, Vittorio Messori, tesa alla creazione di una «Anti defamation League» a difesa dei cristiani, come ne esiste una per i figli di Israele. Certo, tutto sembra concordare in un disegno ben delineato per aiutare il lancio della pellicola. Anche le polemiche – questa volta romanissime – legate – a un mega-manifesto del Codice da Vinci appeso a coprire la facciata di una chiesa, San Pantaleo, e per di più nel cuore di Roma, sulla centralissima arteria di Corso Vittorio, a dieci metri da piazza Navona. La chiesa è in restauro, i lavori sono a cura del ministero dell’Interno (che ha anche la proprietà dell’edificio); e come succede in questi casi la superficie dei ponteggi era coperta da un’affissione pubblicitaria. Fare pubblicità, sulla facciata di una chiesa, a quello che il predicatore della Casa Pontificia, Cantalamessa, il venerdì santo, ha bollato in maniera durissima, è sembrato proprio una provocazione al rettore della parrocchia, che ne ha ottenuto la rimozione.

Tuonava il francescano Cantalamessa: «Si fa un gran parlare del tradimento di Giuda e non ci si accorge che lo si sta rinnovando; Cristo viene ancora venduto, non più ai capi del sinedrio per trenta denari, ma a editori e librai per miliardi di denari… Nessuno riuscirà a frenare questa ondata speculativa, che anzi registrerà un’impennata con l’uscita imminente di un certo film». Detto fatto. Era un episodio secondario, se si vuole, questo della facciata di San Pantaleo; ma indicativo del malumore della Chiesa in generale, e in particolare di quello dell’Opus Dei, che viene dipinta come una specie di setta dedita al crimine.

Ma la strategia portata avanti dalla Prelatura fondata da Escrivà de Balaguer non è stata quella della censura, ma del dialogo. Nelle settimane scorse aveva inviato una lettera-appello alla Sony chiedendo di inserire all’inizio del film un avviso per gli spettatori, precisando che la storia è frutto di fantasia. Con rammarico, però, dicono i responsabili, «la Sony non ha mai risposto». In parallelo, si è deciso di approfittare dell’occasione «per far conoscere meglio al pubblico mondiale che cosa sia veramente la Chiesa, chi sia Gesù e cosa faccia l’Opus Dei». «Il primo effetto positivo – hanno detto Marc Carroggio e Brian Finnerty – è stato il rafforzamento della collaborazione inter-ecclesiale: molte realtà della Chiesa in diverse parti del mondo stanno collaborando per fornire informazioni sulla verità dei Vangeli e sulla fede cattolica. Molte persone in questi tre anni hanno ammesso che il libro è stato occasione di riavvicinamento alla Chiesa e alla fede».

Ma da Firenze viene un’ipotesi inquietante: e la propone Franco Cardini, ordinario di storia medievale all’Università di Firenze. Il Codice da Vinci potrebbe essere frutto delle frizioni tra Casa Bianca e Vaticano per la guerra in Iraq: «Il successo di Dan Brown appartiene obiettivamente ai messaggi mafiosi che la classe dirigente Usa ha inviato al Vaticano ed è un brandello della grande lotta per la conquista del potere universale».

 

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LE INESAURIBILI BUFALE DI DAN BROWN

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Le inesauribili bufale di Dan Brown

di Giulio Meotti (il Foglio, 3 settembre 2005)

E’ un diluvio di favole gnostiche e fascinazioni antipapali, voglia di setta e anticattolicesimo.
Ora anche un giallo di uno spagnolo su un Leonardo da Vinci sedotto a Milano dai rimasugli dell’eresia catara (che avrebbero portato con sé i resti di Cristo e della Maddalena), dove nell’Ultima Cena si affaccia misterioso anche un volto di donna.

L’intera storia della Chiesa sarebbe un’impostura orchestrata ponendo fine alla matriarcalità del cristianesimo sulla pelle di “cinque milioni di streghe”. Lo studioso Massimo Introvigne, fondatore e direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni, nel suo ultimo libro, “Gli illuminati e il Priorato di Sion” (Piemme, 214 pagine, 12,90 euro), racconta quale “verità” è servita da impianto storico e culturale a Dan Brown per “Il Codice da Vinci” (tradotto in 40 lingue, 25 milioni di copie) e “Angeli e demoni”.

Una delle tante leggende gnosticheggianti, alimentate dal ritrovamento egiziano di Nag Hammadi dopo la Seconda guerra mondiale, vuole Gesù Cristo sposato con Maria Maddalena, e i suoi eredi, i Merovingi, saliti in cima al trono di Francia. La Chiesa avrebbe ordito quindi l’omicidio di un buon numero dei Merovingi da parte dei Carolingi.

Il mistero è proseguito con la nascita di un’organizzazione misteriosa, il Priorato di Sion, che doveva proteggere la discendenza di Gesù.
Introvigne parla di “paradigma esoterico”, che non ha mai smesso di abitare l’occidente, e spiega il successo della fiction complottista attraverso il nuovo dogma contemporaneo: “Fate bene a credere, ma anche a non appartenere”, la Chiesa fa schifo, basta il “believing without belonging” della sociologa Grace Davie. Il programma della AbcNews sul “Gesù sposato” è stato uno dei più visti nel 2003. Brown, nell’introduzione al best-seller, scrive addirittura che “tutte le descrizioni di documenti e rituali segreti contenute in questo romanzo rispecchiano la realtà”, come se fosse un romanzo storico e non una menata fantasiosa. Una pagina, questa citata da Introvigne, eliminata però dal libro di Brown a partire dalla sesta ristampa italiana ma rimasta nell’edizione inglese.

Brown dice di essersi ispirato a “Les Dossier secrets de Henri Lobineau”, documenti depositati nel 1967 alla Biblioteca nazionale di Parigi da un esoterista francese di nome Pierre Plantard. Un falso penoso: lo hanno ammesso lo stesso Plantard, uno scrittore che ricavò un libro dai Dossiers e l’autore del falso, l’attore ed enigmista Philippe de Cherisey. Secondo i Dossiers, Plantard sarebbe l’ultimo Gran Maestro del Priorato di Sion, una società segreta che ha il compito di difendere i discendenti della dinastia dei Merovingi detronizzati, e i cui Grandi Maestri sarebbero stati, oltre a Leonardo, anche Isaac Newton, Victor Hugo e Claude Debussy.

In questo saggio appassionante e divertente, Introvigne ricorda che la divinità di Cristo non è stata introdotta al Concilio di Nicea del 325, per i presunti interessi politici di Costantino, ma era riconosciuta dal primo secolo d.C. E che i Vangeli gnostici non parlano mai di una relazione fra Gesù e la Maddalena, illazione buona per cucinare risentimenti anticattolici. Ma la piena di bufale suscitata dal “Codice da Vinci” non defluisce.

Il 29 agosto a Certaldo è stato “processato” il libro di Brown, per stabilire se la Maddalena fosse una prostituta o la sposa di Gesù (tesi difesa da Margherita Hack). Intanto, da Instanbul, Alì Agca si è offerto di aiutare Dan Brown a scrivere il seguito della bufala. A testimonianza del fatto che la realtà supera sempre la fantasia.

 

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LE BUFALE DE IL CODICE DA VINCI

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Le bufale de Il Codice da Vinci

Data: 16-10-2004
Autore:

MARCO RESPINTI


Fonte: Il Domenicale

 

Il popolarissimo romanzo di Dan Brown racconta una storia già mille volte raccontata e già mille volte sbugiardata. E dove innova, sbaglia. Né verosimile né storico, non convince nemmeno come fantasy. Leggete un altro libro.

 

«Ho scritto 12 libri di saggistica sinora, e ho deciso di smettere. […] Credo che la verità si possa diffondere meglio attraverso i romanzi». Lo dice – in una intervista rilasciata a Francesco Garufi nel libro Rennes le Château: un’inchiesta (Edizioni Hera, Roma 2004) – Michael Baigent, colui che assieme a Richard Leigh e a Henry Lincoln ha dato il la alla storia dei figli di Gesù attraverso best-seller fortunati quali Il Santo Graal. Una catena di misteri lunga duemila anni del 1982 (trad. it. Mondadori, Milano 2004) e L’eredità messianica del 1996 (trad. it. Tropea, Milano 1999). Lo dice lui e ne ha ben donde, giacché Il Codice Da Vinci di Dan Brown (trad. it. Mondadori 2003, oggi alla 31a ristampa) racconta le stesse storie dell’oggi disciolto trio britannico, salvo però non dirlo (l’ultimo reprint de Il Santo Graal strilla invece dalla fascetta: «Il libro che ha ispirato “Il Codice da Vinci” di Dan Brown»).

Ora, i libri di Baigent, Leigh e Lincoln sono saggi che inventano una storia, mentre il “giallo” di Brown è un romanzo che si crede un libro di storia. Anzi, che fa credere ai lettori di essere storicamente fededegno – magari proprio perché tacitamente si basa su Il Santo Graal e L’eredità messianica –, mentre invece è fiction, quanto pura è da vedere.

Infatti, la primissima edizione italiana del libro di Brown recava (come del resto l’originale inglese) una paginetta intitolata Informazioni storiche in cui si dava per vero quello che nel romanzo non è nemmeno verosimile; ma, nelle ristampe, la paginetta e le informazioni sono rimaste, mentre quel titolo a dir poco imbarazzante è scomparso (resta invece nella versione inglese).
Così, quello che continua a essere sempre e solo un romanzo dà da bere al lettore che nel 1099 sia stato davvero fondato quel Priorato di Sion, il quale, sia nei saggi di Baigent, Leigh e Lincoln sia nel thriller di Brown, custodisce la “sacra coppa” e la verità segreta sulla storia del mondo. Mentre non è affatto vero.

Immaginiamo Buddha…
«Immaginiamo questo scenario», scrive Massimo Introvigne, fondatore del Centro Studi sulle Nuove Religioni di Torino in un articolo di critica pubblicato sul sito della sua istituzione. «Esce un romanzo in cui si afferma che il Buddha, dopo l’illuminazione, non ha condotto la vita di castità che gli si attribuisce, ma ha avuto moglie e figli. Che la comunità buddhista dopo la sua morte ha violato i diritti della moglie, che avrebbe dovuto essere la sua erede.

Che per nascondere questa verità i buddhisti nel corso della loro storia hanno assassinato migliaia, anzi milioni di persone. Che un santo buddhista scomparso da pochi anni – che so, un Daisetz Teitaro Suzuki (1870-1966) – era in realtà il capo di una banda di delinquenti. Che il Dalai Lama e altre autorità del buddhismo internazionale operano per mantenere le menzogne sul Buddha servendosi di qualunque mezzo, compreso l’omicidio».

E prosegue: «Pubblicato, il romanzo non passa inosservato. Autorità di tutte le religioni lo denunciano come un’odiosa mistificazione anti-buddhista e un incitamento allo scontro fra le religioni. In diversi paesi la sua pubblicazione è vietata, fra gli applausi della stampa. Le case cinematografiche, cui è proposta una versione per il grande schermo, cacciano a pedate l’autore e considerano l’intero progetto uno scherzo di cattivo gusto. Lo scenario non è vero, ma ce n’è uno simile che è del tutto reale. Solo che non si parla di Buddha, ma di Gesù Cristo; non della comunità buddhista, ma della Chiesa cattolica; non di Suzuki e del suo ordine zen ma di san Josemaría Escrivá (1902-1975) e dell’Opus Dei da lui fondata; non del Dalai Lama ma di Papa Giovanni Paolo II».

Questo è Il Codice da Vinci. Esiste insomma un complotto ruotante attorno all’Opus Dei che, a Parigi, mira a impedire all’ultimo Gran Maestro del Priorato di Sion, Jacques Saunière, curatore del Museo del Louvre, di rivelare al mondo la verità sottaciuta e repressa da sempre dalla Chiesa. Vale a dire che Gesù non fondò su Pietro la vera Chiesa, ma che il Messia diede origine a una stirpe nata dal grembo di Maria Maddalena, moglie sua ma per bieco maschilismo relegata alla subalternità.

Questa progenie è la linea del sang réal così che il Santo Graal altro non è se non la nascosta tomba di Maria Maddalena. Fra intrighi polizieschi, assassinii e accuse incrociate, lo studioso statunitense di simbologia Robert Langdon e la criptologa Sophie Neuve, nipote di Saunière, arrivano addirittura all’ex presidente francese François Mitterrand, “noto” esoterista e massone che volle la piramide del Louvre per celarvi agli occhi del mondo nientemeno che la tomba-Graal della Maddalena.

La povera, infatti, attendeva da tempo la “liberazione”. Depositaria della priorità del principio femmineo su quello maschile, ella sposò quel tale Gesù che mai peraltro pretese di essere Dio. Costantino, poi, padre-padrone di quell’impero che andava divenendo cristiano, s’inventò una storia e una teologia nuove che potessero fare da instrumenta regni. Via le donne, su gli uomini, ed ecco inventato il primato di Pietro. Ma ci voleva una proclamazione solenne: ecco dunque il Concilio di Nicea del 325, autoritario e antifemminista.

Qui, fra i molti ricchi, belli e simbolici che esistevano, la Chiesa petrino-romancostantinian-maschilista-cattolica scelse come canonici quattro vangeletti innocui che non dicono alcunché di toccante, pungente o piccante. Gli altri vennero reietti dal club dei presentabili e bollati verboten giacché “eretici” o “gnostici”.

Quindi, scese in campo il suggello di quest’alleanza fra Trono & Altare usurpatori. Ci volle un po’ più di tempo, ma alla fine la dinastia dei merovingi venne fatta fuori dai carolingi, poi capetingi. Dagoberto II, l’ultimo dei mohicani-merovingi, fu infatti anche l’ultimo sovrano legittimo della stirpe maddaleniana del sang réal fatta fuori dal potere costantiniano. E dal papa, il quale benedisse il Cielo il giorno in cui un Carlo dei franchi un po’ carlone gli chiese di essere incoronato imperatore sacro e romano, in realtà cavalier servente dei Successori di Pietro.

Fu quel dì il trionfo della menzogna, la vittoria contro tutto ciò che per la Chiesa cattolica era “maddalenume”. Ma il “maddalenume” è un lumicino che ancora fumiga e così organizza la resistenza nel Priorato di Sion, di cui sono Gran Maestri certi luminari del genere umano, tedofori segreti della fiamma della verità vera, perseguitati dall’alleanza menzognera fra Trono & Altare. Fra questi vi è anche Leonardo da Vinci, che ha lasciato molti indizi della verità vera nelle proprie opere.

Il potere iniziatico di una nipote
Sembra un po’ Il senso della vita di Monty Python mescolato a Brian di Nazareth? In effetti… È una storia già sentita? Certo. È infatti quella di Rennes le Château, peraltro più volte demistificata (in ultimo dal citato libro di Francesco Garufi, recensito sul Dom n. 41). Addirittura i nomi sono gli stessi: Jacques Saunière richiama don Bérenger Saunière (1852-1917), parroco di quel paesino dei Pirenei.

Nel romanzo, i cognomi Plantard e Saint Claire, “tipici” degli ultimi discendenti merovingi di Gesù e della Maddalena, appartenevano agli antenati di Sophie Neuve prima che, per paura, essi lo cambiassero: ma è una citazione di Pierre Plantard (1920-2000) – il truffatore ben noto alla giustizia francese che fondò il Priorato di Sion, non nel 1099, ma nel 1956, davanti a un notaio – il quale rivendicò per sé il sacro lignaggio iniziatico (lo stesso che nel romanzo porta a Sophie) inventandosi un’aura merovingia con la creazione del nomignolo falsamente nobile «Plantard de Saint-Claire». Un’altra citazione, questa volta dal famoso “trio britannico”, è il personaggio di Sir Leigh Teabing, nel romanzo un «ex storico reale britannico», che ammicca a Richard Leigh.

E siccome chi di cabalismo di quart’ordine ferisce, di esso pure perisce, si potrebbe anche insinuare che qualcosa di arcano, di magico e d’iniziatico celi addirittura la scelta browniana di dare a Sophie il cognome che ha, Neuve, termine francese per “nipote” ma maschio: ne Il Codice Da Vinci, dove l’ambiguità regna merovingicamente sovrana, Sophie è invece evidentemente una femmina, nipote, nièce, di un Saunière, l’ultimo Gran Maestro del Priorato di Sion, che però è il cognome di un prete dei Pirenei che per definizione non figlia, che però aveva una perpetua chiacchierona e faccendiera, che giocava volentieri con la stirpe maddaleniana, che… Cosa vorranno mai dirci, insomma, gli astri di Brown con questo gioco di androginie linguistiche? Probabilmente un bel nulla, come l’intero suo tentar romanzescamente le improbabili essenze di una storia autenticamente fasulla.

Uno scherzo da prete
Dunque la stoffa del romanzo di Brown è la storia falsa del tesoro inesistente di Rennes le Château, il cui poco misterioso parroco, lungi dall’essere un massone o un iniziato che trovò le prove della genealogia maddaleniana in una cripta della propria chiesetta, era un trafficone che venne sospeso a divinis perché vendeva lucrose Messe.

Eppure se non fosse stato per la sua perpetua, Marie Denarnaud (1868-1953), la storia sarebbe finita lì, una solenne e simoniaca figuraccia. Don Saunière, infatti, la nominò intestataria di tutti i propri beni e questo per impedire al suo vescovo di entrarne in possesso. Fu poi la Denarnaud che alimentò le leggende del tesoro da Mille e una notte. Quindi giunse Noël Corbu (1868-1953), il personaggio che, collaborazionista ai tempi della Seconda guerra mondiale, fornisce il link con il nazismo magico alla ricerca di Graal, lance di Longino e verità nascoste in Tibet. Corbu acquistò dall’ex perpetua il complesso di don Saunière per farne un ristorante, ma poi ci prese gusto e, a partire dal 1956, cominciò a pubblicare sulla stampa locale vaneggiamenti di preti misteriosamente miliardari. Se ne interessarono allora gli esoteristi e i giornalisti.

Fra i primi spicca Pierre Plantard, già animatore del gruppo Alpha Galates; fra i secondi Gérard de Sède, autore, nel 1967, de L’or de Rennes ou la vie insolite de Bérenger Saunière, curé de Rennes-le-Château. La consacrazione arrivò però nella seconda metà degli anni Settanta quando Baigent, Leigh e Lincoln s’interessarono alla vicenda, pubblicando poi Holy Blood, Holy Grail, da noi Il Santo Graal. Scoppiò insomma la mania per l’esoterismo fatto in casa e a caso, e così la “storia maddaleniana” diventa il “segreto” più pubblicizzato del mondo, grazie anche (nota Introvigne) «alla BBC, che batte la grancassa». Che il Santo Graal sia il sang réal dei figli di Cristo lo si afferma peraltro solo a partire da Plantard, pure lui già amico dei nazisti. Detto questo – che non ammonta certo a plagio, ma a riciclaggio sì –, il numero delle sciocchezze e dei falsi di cui è irto il romanzo di Brown è legione.

Antichissimo, anzi nuovo
Partiamo dal Priorato di Sion, che esiste solo perché è stato fondato a metà del secolo scorso. La famosa nota sulle Informazioni storichede Il Codice da Vinci oramai orbata di titolo, parla di documenti di quell’ordine ritrovati nel 1975 alla Biblioteca Nazionale di Parigi: ma lì stavano perché lì ce li aveva in precedenza messi Plantard. Philippe de Chérisey, morto nel 1985, ha più volte confessato di esserne stato il principale autore, per altro non pagato e quindi costretto (vi sono delle lettere, questa volta autentiche) a ricorrere agli avvocati. Nel Medioevo esistette sì un piccolo ordine religioso denominato Priorato di Sion, ma ebbe vita brevissima e nessuna connessione con Maddalena, il Graal, i merovingi e i Pirenei.

Ma, una volta in più, anche lasciando da parte la vicenda di Rennes le Château, l’attendibilità delle notizie contenute ne Il Codice Da Vinci non aumenta.
Anzi. Anzi, proprio un libro come The Da Vinci Hoax: Exposing the Errors in “The Da Vinci Code”, pubblicato quest’anno per la Ignatius Press di San Francisco da Carl E. Olson e Sandra Miesel, che ignorano completamente la vicenda di Rennes le Château, rincara la dose.

Stando al romanzo, Gesù non era di natura divina né mai lo proclamò: fu solo al Concilio di Nicea che, con un colpo di mano petrino da parte dell’imperatore Costantino che lo convocò, si stabilì quel falso dogma. Olson e la Miesel rispondono citando un classico, il fondamentale Early Christian Doctrines, di John Norman Davidson Kelly del 1958, la cui seconda edizione riveduta uscì nel 1978 (viene costantemente ripubblicato: ultimamente nel 2000, dalla Continuum International Publishing Group di Londra e New York) e che in italiano è stato tradotto come Il pensiero cristiano delle origini (Dehoniane, Bologna 1984).

Già nei secoli precedenti Nicea, la natura sia divina sia umana di Gesù era universalmente riconosciuta, con il «Gesù è il Signore» della Lettera ai romani (10,9) e il «Gesù Cristo è il Signore» della Lettera ai filippesi (2,11) quali prime e più antiche confessioni di fede. A Nicea, del resto, non si stabilì affatto che Gesù, il Figlio di Dio, fosse divino, giacché questo era appunto creduto: ci si occupò invece di quale fosse l’esatta relazione esistente fra il Figlio e il Padre. Uguali? Di un’unica sostanza? Due persone distinte? Il Concilio giudicò quindi eretica una dottrina all’epoca popolare, l’arianesimo, secondo cui il Figlio era una divinità inferiore, creata dal Padre a un certo momento del tempo e non esistente ab aeterno.

Inoltre, all’epoca del Canone Muratoriano (siamo attorno al 190), i quattro Vangeli “sempliciotti” sono già canonici e gli gnostici invece out, il tutto una novantina d’anni prima della nascita di Costantino. Del resto, se c’è una costante certa nella storia del cristianesimo, fra ortodossia, scismi e ed eresie, è proprio la canonicità dei Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.
Se Brown predilige lo gnostico Vangelo di Tomaso, va ricordato che si tratta del testo che fonda la grandezza della “moglie” di Gesù sul fatto che ella «[…] si fa maschio».

Quello che quando Simon Pietro dice: «Maria deve andare via da noi! Perché le femmine non sono degne della Vita», Gesù replica: «Ecco, io la guiderò in modo da farne un maschio, affinché ella diventi uno spirito vivo uguale a voi maschi. Perché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel Regno dei cieli».

Il romanziere afferma poi che i primi cristiani s’impadronirono dell’uomo Gesù ammantandolo di una falsa divinità onde legittimare ed espandere il potere della Chiesa romana. Il vero Gesù, carico di umanità, sarebbe infatti quello che restituiscono appunto solo i Vangeli gnostici.

In realtà, i sinottici e Giovanni tratteggiano, spesso dettagliatamente, il Gesù falegname ebreo che diviene rabbi con molti riferimenti storici oggettivi e riscontrabili, e talora mostrano un attaccamento all’hic et nunc che ha pochi pari, laddove il “Gesù gnostico” appare un etereo conferenziere che tiene lunghi, complessi e criptici sermoni sugli “eoni” e su “gli arconti” adatti solo a una ristretta élite intellettuale.

L’Opus Dei, Geova e Asterix
Ma Dan Brown non si arrende e, sul proprio sito Internet, crea una pagina specifica con un titolo che non ammette dubbi, Bizarre True Facts from “The Da Vinci Code”.

Uno di questi è il fatto che l’Opus Dei «ha recentemente terminato la costruzione di una sua sede centrale nazionale, del costo di quarantasette milioni di dollari, situata al numero 243 di Lexington Avenue, a New York City». Embè? A parte il fatto che l’Opus Dei è una prelatura personale e non una «chiesa», come talora viene scritto nel romanzo, la cosa più assurda è invece il personaggio di Silas, un «monaco» albino che ne Il Codice Da Vinci è un assassino dell’Opus Dei. Gli è però che l’Opus Dei non è un ordine religioso e che i suoi membri sono per la stragrande maggioranza laici; i sacerdoti sono meno del 2%. Ma, come notano Olson e la Miesel, l’Opus Dei assume nel romanzo di Brown il posto che già fu della Compagnia di Gesù, “notoriamente” un “truce” “corpo speciale” a cui la Chiesa ha sempre affidato i lavori sporchi. Un po’ come gl’inquisitori, insomma.

Poi il nome di Dio. Ne Il Codice Da Vinci, uno dei protagonisti, Robert Langdon, esperto statunitense di simbologia, spiega coram populo l’origine di YHWH (pronunciato Yahweh), ovvero il sacro nome di Dio che gli ebrei osservanti credono non si debba mai pronunciare. Per bocca di Langdon, il romanzo dice che YHWH deriva da Geova, il quale sarebbe l’unione androgina del maschile Jah e del femminile Havah, ossia il nome preebraico di Eva. In realtà, qualsiasi enciclopedia seria informa sul fatto che “Geova” è un termine della lingua inglese (“Jehovah”) inesistente prima del secolo XIII e comunque poco usato fino al XVI. Fu creato artificialmente combinando le consonanti di YHWH (o JHVH) e le vocali di “Adonai” (“Signore”), che è il termine con cui, nell’Antico Testamento, gli ebrei sostituirono l’impronunciabile YHVH.

Inoltre, il nome ebreo (e non pre-ebraico) di Eva è hawwâ (pronunciato “havah”), che significa «madre dei viventi». Nulla di tutto questo ha caratteristiche androgine.

E come potrebbero mancare i templari? Secondo Brown, Papa Clemente V ne bruciò centinaia, disperdendone le ceneri nel Tevere. Nel romanzo lo dice lo storico Sir Leigh Teabing. Il fatto è invece che i templari furono bruciati principalmente a Parigi, poi in misura molto minore in altre tre cittadine francesi e forse a Cipro. Traccia di roghi romani non ve n’è. E comunque Papa Clemente V avrebbe potuto giocare ben poco con le loro ceneri nel Tevere: si tratta infatti del pontefice che aprì la Cattività avignonese e che dunque non stava nell’Urbe, ma nell’entroterra della costa mediterranea francese. Né i templari, nonostante Brown, self-confessed edotto in storia dell’arte, ebbero alcunché a che fare con l’architettura gotica.

In ultimo, nel romanzo si dice che “tutti sanno” che i merovingi hanno fondato Parigi. No: la città era un villaggio gallico fondato con il nome di Lutetia Parisiorum dalla tribù di quelli che in latino suonavano celti parisii; un nome che fa probabilmente riferimento a Lug, il dio celtico del sole. Per Olson e la Miesel, nessun parigino colto avrebbe mai commesso l’errore. Ma certo nemmeno un lettore delle avventure di Asterix, tradotto pure nella lingua di Brown.

Ora, se fosse un romanzo storico, Il Codice Da Vinci andrebbe criticato sul piano di Sir Walter Scott e di Alessandro Manzoni. Non essendolo, va trattato come fantascienza; ma come fantasy è bruttino, più simile alla serializzazione delle abbazie cum delicto di Ellis Peters (1913-1995) che a Umberto Eco. Letterariamente, poi, un passo come: «Da allora aveva la fobia dei luoghi chiusi: ascensori, metropolitane, campi di squash» stronca anche i più volenterosi.

http://www.totustuus.biz/users/alzatevi_andiamo/bufale2.htm

IL CODICE DA VINCI-FILM BLASFEMO A CANALE 5

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canale
Ora:
22/09/2008
21:10
DAL ROMANZO OMONIOMO DI DAN BROWN
Autore: DAN BROWN
Dettagli film: FILM Il codice Da Vinci con Tom Hanks;Audrey Tautou;Ian McKellen;Paul Bettany;Jean Reno;Etienne Chicot;Alfred Molina;Clive Carter;Seth Gabel – regia di Ron Howard (USA) – 2, , 6
 
Descrizione: Un professore americano di Harvard, Robert Langdon, viene accusato ingiustamente di un assassinio commesso all’interno del Louvre, a Parigi. Inseguito da un implacabile ispettore della polizia francese e da alcuni personaggi legati ad un misterioso ‘Maestro’, Langdon, con l’aiuto di una crittologa francese, deve riuscire a interpretare una serie di indizi lasciati dall’ucciso attraverso i quadri di Leonardo da Vinci. Le indagini porteranno alla luce le tracce per svelare un incredibile mistero, protetto per secoli da una setta segreta, che potrebbe sconvolgere e minare i fondamenti della religione cristiana…
 
Tutte le opere letterarie di DAN BROWN in Italiano e in Lingua originale
 
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PROGRAMMI DI lunedì 22 settembre 2008

 

Canale 5

20:00 TG5
20:30 METEO 5
20:31 STRISCIA LA NOTIZIA – LA VOCE DELLA SUPPLENZA
21:10 FILMISSIMI — IL CODICE DA VINCI – 1 TEMPO
22:10 TGCOM
22:11 METEO 5
22:12
FILMISSIMI — IL CODICE DA VINCI – 2 TEM
 
 
 
 
 
 
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CENTRO ANTI-BLASFEMIA
CANALE 5 SFIDA LA VERITA’ EVANGELICA GESU’ E IL SIGNORE IDDIO TRASMETTENDO IL FILM BLASFEMO  IL CODICE DA VINCI.
 
Il CODICE DA VINCI è un romanzo dove si fa passare come verità storica una bestemmia inventata negli anni ottanta da tre inglesi,
che hanno scritto un libro dove parlano di una loro ipotesi alla quale nemmeno loro credono.
L’ipotesi sarebbe che i Merovingi, re dei Franchi discenderebbero da Gesù e Maria Maddalena.
Molti studiosi seri hanno smantellato questa ipotesi blasfema, ma Dan Brown ha scritto un romanzo su questa bestemmia e da questo romanzo
è stato fatto l’omonimo film IL CODICE DA VINCI.
 
Gesù agnello di Dio, pieno di purezza e santità, ha sofferto flagellazioni, torture e la terribbile crocifissione per amor nostro,
e per ubbidienza ad Padre Celeste, Gesù non merita blasfeme e false calunnie.
 
 
SIA ANATEMA !Tutti dovremo un giorno comparire davanti al vero Signore Gesù Cristo,
 non davanti a quello partorito dall’immaginazione del trio inglese;

M.Baigent,R.Leigh,H.Lincoln, e dal romanziere Dan Brown che

da loro ha copiato, ma al Giudice di tutta la terra. 


 Il nostro destino eterno dipende dal rapporto che avremo avuto con Lui:
 “Chi crede nel Figlio ha vita eterna; chi invece rifiuta di credere
al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di
lui” (Giovanni 3:36).


San Paolo ci ha avvertiti;Lettera a Galati: 1,8-9
Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un
vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema!
 [9]L’abbiamo gia detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un
vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!
N.B. Sia Anatema corrisponde, sia maletto e vada all’inferno !

 

http://groups.google.com:80/group/centro-anti-blasfemia/pendmsg?hl=it

 
 
 
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