Mirabilissimo100’s Weblog

ottobre 12, 2008

TESTIMONIANZE GIUDAICHE

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , , , — mirabilissimo100 @ 8:15 pm

GESU’ STORICO

Andrea Nicolotti

TESTIMONIANZE GIUDAICHE

Ho scelto di inserire in appendice, e quindi sotto condizione, quei passi nei quali tradizionalmente molti commentatori scorgono espliciti o impliciti riferimenti a Gesù di Nazareth e ai Cristiani. Per secoli, Ebrei e Cristiani, convinti dell’impossibilità che la tradizione rabbinica avesse tralasciato di lasciare qualche testimonianza su Gesù, hanno estrapolato dagli scritti uno svariato numero di passi, e li hanno collegati al Cristianesimo nascente, sempre senza tenere sufficiente conto del contesto e della tradizione testuale.

Il risultato di questa attività è la pubblicazione di numerose raccolte di detti rabbinici su Gesù e il Cristianesimo1.

Che alcuni passi del Talmud e della Misnah, così come ci sono pervenuti, contengano passi ostili a Cristo e alla sua Chiesa, è indubbio; ma il problema sta nello stabilire il momento in cui tali passi furono introdotti nel testo, o furono modificati in senso anticristiano. In realtà, le prime testimonianze manoscritte complete risalgono all’alto medioevo, ed i frammenti o le citazioni più antiche ci mostrano una tradizione testuale molteplice, ampiamente uniformata in epoca altomedievale e ancor di più con l’avvento della stampa.

Un diverso approccio ai testi è stato inaugurato dagli studi di Johann Maier2; egli ha preso in esame tutti quei passi in cui tradizionalmente si sono viste allusioni cristiane, dimostrando come pochissimi di quei passi reggano ad un’indagine critica. “Per il giudaismo il cristianesimo fu in un primo tempo un fenomeno marginale tra altri; più tardi, il cristianesimo innalzato a religione di stato fu a tal punto visto come la prosecuzione di «Roma», che elementi specificamente cristiani non vennero nemmeno percepiti in quanto tali. Le affermazioni anticristiane contenute nei testi rabbinici riposano su interpolazioni e rielaborazioni posteriori, e sono quindi da considerarsi come fonti per la conoscenza dei rapporti tra giudaismo e cristianesimo non nell’antichità bensì nel primo medioevo”3.

Quindi, resta accertata la presenza di passi anticristiani nella letteratura rabbinica; ma è dubbio il momento storico in cui furono inseriti. A buon diritto, quindi, ho scelto si inserirne alcuni in appendice, in quanto la loro origine antica, e quindi il loro valore storico di testimonianze dei primi secoli dell’era cristiana, sono stati messi in dubbio dai succitati studi.

Il Talmud babilonese ci riporta questo racconto (tra parentesi quadre le parole contenute solo in alcuni manoscritti):

“Viene tramandato: [al venerdì] alla sera della Parasceve si appese Ješu [ha-nôserî = il cristiano]. Un araldo per quaranta giorni uscì davanti a lui: «Egli [Ješu ha-nôserî] esce per essere lapidato, perché ha praticato la magia e ha sobillato e deviato Israele. Chiunque conosca qualcosa a sua discolpa, venga e l’arrechi per lui». Ma non trovarono per lui alcuna discolpa, e lo appesero [al venerdì] alla sera della Parasceve.

Disse Ulla: «Credi tu che egli [Ješu ha-nôserî] sia stato uno per il quale si sarebbe potuto attendere una discolpa? Egli fu invece un istigatore all’idolatria, e il Misericordioso ha detto «Tu non devi avere misericordia e coprire la sua colpa!». Con Ješu fu diverso, perché egli stava vicino al regno” (Sanhedrin B, 43b)4.

La spiegazione tradizionale è la seguente5: il passo si riferisce a Gesù, del quale viene anche ricordato con precisione il giorno di esecuzione. L’accenno all’araldo che per quaranta giorni rimanda l’esecuzione di Gesù, è una risposta dell’apologetica ebraica al racconto cristiano della passione, che ci descrive invece un processo frettoloso e privo di testimoni. Il verbo “appendere” al posto di “crocifiggere” non è un problema, perché riscontrabile anche nel Nuovo Testamento (At. 10,39; Gal. 3,13) e in Giuseppe Flavio. La divergenza tra la dichiarazione “esce per essere lapidato” e la successiva morte di croce, è forse un modo per far concordare la verità della crocifissione con l’idea di un processo interamente ebraico.

L’analisi opposta, invece, preferisce riferire il passo ad un’altra persona, che solo casualmente fu prima lapidata e poi appesa alla Parasceve; egli aveva cinque discepoli (di cui si parla più avanti), tutti lapidati come lui; la frase “con Ješu fu diverso, perché egli stava vicino al regno” significa che quest’uomo era un collaborazionista romano6.

Un’altra frase del rabbi Abbahu (Palestina, III-IV sec.) è stata vista come una condanna di Cristo:

“Se qualcuno ti dice: «Io sono Dio», egli è un mentitore; «Io sono il figlio dell’uomo», alla fine dovrà pentirsene; «Io ascenderò al cielo», egli ha detto questo, ma non lo compirà” (Ta‘anit J, 2,1)7.

La frase si adatta bene a Gesù ma anche ad altri uomini che secondo la testimonianza di Celso in Fenicia e Palestina si attribuivano tali qualità divine (Origene, Contra Celsum VII,9). Invece, secondo altri, si tratta della descrizione stereotipata di un dominatore arrogante8.

Un altro passo in cui compare il nome di Gesù, è conservato nel Talmud babilonese (‘Aboda Zara 16b); ne abbiamo però altre due recensioni abbastanza differenti (Tosefta Hullin 2,24 e Midrash Qohelet Rabba 1,1.8). Si tratta di un racconto di rabbi Eli‘ezer ben Hyrkanos (I-II sec.).

 

Tosefta Hullin

 

“Mentre una volta passeggiavo lungo la strada di Sepphoris, trovai Giacomo, un uomo di Kfar Siknin, e mi disse una parola di eresia in nome di Ješûa‘ ben Pntjrj:

 

Midrash Qohelet Rabba

 

“Io, una volta, andavo lungo la strada di Sepphoris. Mi venne incontro un uomo e Giacomo da Kfar Siknaja era il suo nome. Egli mi disse una parola in nome di Ješû ben Pndr’ e questa parola mi ha fatto piacere:

 

‘Aboda Zara

 

“Io, una volta, passeggiavo sulla strada superiore di Sepphoris, e trovai un uomo dei discepoli di Ješu ha-nôserî e Giacomo da Kfar Siknaja era il suo nome. Egli mi disse:

[Continuando con la sola recensione babilonese:]

«Sta scritto nella vostra Torà: Tu non devi portare il prezzo del meretricio e del cane nella casa del Signore Dio tuo [Deut. 23,19]. Si può dunque fare una latrina per il sommo sacerdote?»

Ma io gli risposi di no.

Egli mi disse: «Così mi ha insegnato Ješu ha-nôserî: Dal prezzo del meretricio è raccolto, al prezzo del meretricio deve tornare [Mic. 1,17]. Dal luogo della sporcizia sono venuti, al luogo della sporcizia devono tornare».

E la cosa mi piacque, e per questo sono stato arrestato, per eresia”9.

Per chi vi vede un passo cristiano, siamo di fronte ad un detto di Gesù riportato da una fonte rabbinica, che richiama la sua lotta all’osservanza pedissequa e letterale della legge giudaica. E la condanna del rabbi Eli‘ezer, è una condanna del pensiero cristiano. La questione dell’uso del denaro ottenuto col peccato che non può essere impiegato nel Tempio (qui chiamato “casa del Signore”) richiama alla mente la questione dei trenta denari di Giuda (Mt. 27,6-7).

Si è pensato che questo passo si riferisca certo a Gesù, ma che il suo logion sia stato inventato dai Giudei per screditarlo10; per altri, invece, il passo originariamente non aveva nulla a che fare con Gesù, ma la confusione sarebbe frutto di una maldestra interpolazione medievale. La mescolanza tra Ješûa‘ ben Pntjrj (Pantera?), Ješû ben Pndr’ (Pandera?) e Ješu ha-nôserî (il cristiano), lo studio del contesto e della trasmissione del testo, rivelerebbero un improprio accostamento a Gesù11.

Esistono numerose citazioni rabbiniche di un certo Ješûa‘ ben Pandera o Panteri/Pantera‘; il fatto che fonti non ebraiche (Celso) parlassero di un certo Gesù figlio di Panther fa pensare alla stessa persona (corruzione del greco parthénos, vergine, o nome di soldato romano?). Secondo Maier, però, tale interpretazione è errata. Ben Pandera era un mago ricordato nella tradizione palestinese, come anche Ben Stada: queste figure vennero poi confuse con Gesù, poi chiamato ha-nôserî, e i passi attribuiti erroneamente a lui. Ma in realtà, questo avvenne molto più tardi12.

Di notevole importanza un testo dello Šemônê ‘esre (le Diciotto benedizioni), che apriva la celebrazione sinagogale. Non ci è pervenuto un testo originario, ma diverse redazioni, una delle quali (quella di un frammento della Genizah del Cairo) ci conserva esplicita menzione dei cristiani (o “nazareni”) all’interno della dodicesima benedizione:

“Che per gli apostati non vi sia speranza; sradica prontamente ai nostri giorni il dominio dell’usurpazione, e periscano in un istante i Cristiani (nôserîm) e gli eretici (minim): siano cancellati dal libro della vita e non siano iscritti con i giusti. Benedetto sei tu, Signore, che schiacci gli arroganti”13.

Che i Giudei maledicessero i Cristiani nella preghiera, è testimoniato anche da Giustino, Girolamo ed Epifanio; Giustino, in particolare, rinfaccia ai Giudei di maledire nelle sinagoghe coloro che si son fatti cristiani14. Ma solo la redazione sopra riportata li nomina chiaramente, mentre le altre a noi pervenute sono rivolte genericamente ai minim (eretici), senza altre determinazioni. Certo è che nel termine minim si possono comprendere anche i Cristiani, ma non solo. Non è detto poi che esistesse una sola redazione della preghiera, uguale per tutti, anche se essa secondo la tradizione talmudica è originaria di Jamnia, negli anni ’80 del I secolo, sotto rabbi Gamaliele I.

Le fonti cristiane sembrano riferirsi ad una maledizione esplicita contro i cristiani; d’altra parte, la ricostruzione delle varie redazioni del testo è alquanto difficile, ed è stato messo in dubbio il valore assoluto del frammento della genizah.

In conclusione, se è chiaro un intento di maledizione dei Cristiani nella preghiera giudaica, non è chiaro quando e dove in essa fu inserito esplicitamente tale nome15.


NOTE AL TESTO

1 Ad esempio: R. M. MEELFÜHRER, Jesus in Talmude, Altdorf, 1681; H. LAIBLE, Jesus Christus im Thalmud, Leipzig, 1891; R. T. HERFORD, Christianity in Talmud und Midrash, London, 1903, e molti altri.

2 In italiano la buona raccolta di Gesù Cristo e il cristianesimo nella tradizione giudaica antica, Brescia, 1994.

3 J. MAIER, Gesù Cristo e il cristianesimo nella tradizione giudaica antica, Brescia, 1994, dalla presentazione in copertina.

4 In J. MAIER, op. cit, p. 204.

5 Ad esempio in R. PENNA, L’ambiente storico culturale delle origini cristiane, Bologna, 1984, pp. 244-245.

6 Cfr. J . MAIER, op. cit., pp. 202-214.

7 In J . MAIER, op. cit., p. 96.

8 Cfr. J . MAIER, op. cit., p. 96; R. PENNA, op. cit., pp. 245-246.

9 In J . MAIER, op. cit., pp. 147-149.

10 Cfr. J. JEREMIAS, Gli agrapha di Gesù, Brescia, 1965, pp. 47-49.

11 Cfr. J . MAIER, op. cit., pp. 143-169.

12 Cfr. J . MAIER, op. cit., pp. 232-243.

13 In J . MAIER, op. cit., p. 63, con altri passi paralleli; R. PENNA, op. cit., p. 248.

14 Cfr. W. HORBURY, The Benediction of the Minim and Early Jewish-Christian Controversy, in «Journal of Theological Studies» XXXIII (1982), pp. 19-61.

15 Cfr. Cfr. J . MAIER, op. cit., pp. 55-64; R. PENNA, op. cit., pp. 248-249.

http://www.orarel.com/cristianesimo/jesus/app/giudaiche.htm

Il VII Concilio Ecumenico approva la venerazione delle Sante Icone

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , , — mirabilissimo100 @ 8:14 pm

Il VII Concilio Ecumenico approva la venerazione delle Sante Icone

 

Il VII Concilio Ecumenico, che si riunì a Nicea, in Bitinia, dal 24 settembre al 13 ottobre 787, riunì 350 vescovi, ai quali si unirono in seguito, altri diciassette Esarchi, che abiurarono l’eresia iconoclasta. Insieme ai rappresentanti del papa e dei Patriarchi di Antiochia e di Gerusalemme, i monaci, così ferocemente perseguitati dagli imperatori iconoclasti Leone III l’Isauro (717-741) e Costantino V Copronimo (741-775), erano fortemente rappresentati da 136 di loro. In questo ultimo grande Concilio, riconosciuto da tutte le Chiese Apostoliche, i Santi Padri conclamarono la memoria eterna dei difensori dell’Ortodossia: il Patriarca Germano (715-730), San Giovanni Damasceno, Giorgio di Cipro e tutti coloro che si erano offerti all’esilio e alla tortura per la difesa delle Sante Icone.

Essi dichiararono: « Definiamo con ogni accuratezza e diligenza che, a somiglianza della preziosa e vivificante Croce, le venerande e Sante Immagini, sia dipinte che in mosaico, di qualsiasi altra materia adatta, debbono essere esposte nelle Sante Chiese di Dio, nelle sacre suppellettili e nelle vesti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle vie; siano esse l’immagine del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, o quella della Immacolata Signora nostra, la Santa Madre di Dio, degli angeli degni di onore, di tutti i santi e pii uomini. Infatti, quanto più continuamente essi vengono visti nelle immagini, tanto più quelli che le vedono sono portati al ricordo e al desiderio di coloro che esse rappresentano e a tributare ad essi rispetto e venerazione. … L’onore reso all’immagine passa a colui che essa rappresenta; e chi adora l’immagine, adora la sostanza di chi in essa è riprodotto. »

 
 http://www.mariedenazareth.com/1.0.html?&L=4
 

ottobre 9, 2008

GESU’ EBREO NEI SINOTTICI E NELLA STORIA

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , , , — mirabilissimo100 @ 2:31 am

                                     Lea Sestieri

[Tratto da un intervento presso l’Amicizia Ebraico Cristiana di Torino, 28 maggio 1997]


Premessa

Ringrazio l’Amicizia Ebraico-Cristiana di Torino che ha voluto premere un po’ per questo invito che, alla fine, ho accettato. Come diceva la Presidente, il titolo assegnato a questo intervento è piuttosto lungo e pesante, perché mette insieme due cose, di cui una dipende dall’altra; la seconda deriva dalla prima, però ha avuto sviluppi abbastanza diversi.

Dividerò perciò questa conversazione in due parti, quella che si interessa più di Gesù cresciuto ebreo, più esattamente dell’ebraicità di Gesù secondo i Vangeli Sinottici (spiegherò perché ho preferito i Vangeli Sinottici); la seconda invece riguarderà quello che è successo in seguito, e cioè come l’ebraismo nel corso dei secoli ha visto la figura di Gesù, come l’ ha colta e, inevitabilmente, l’ha anche mal sopportata, per poi ritornare invece a una sua comprensione più chiara. Io che amo i paradossi, dico che probabilmente questo viene dal fatto che Gesù è ebreo ed è stato “convertito al cristianesimo”, perché, forse, il primo vero cristiano non è Gesù, ma è Paolo: sarebbe Paolo che ha convertito Gesù al cristianesimo. Naturalmente questo ve lo dice un’ebrea. Probabilmente questo può essere accettato o no, non importa, ma è una cosa messa lì per far pensare e discutere. Fatto questo chiarimento, passiamo a vedere se veramente la predicazione di Gesù è “ebraica” o no.

  1. GESU’ NEI VANGELI SINOTTICI

Viene da domandarsi immediatamente come è successo che negli ambienti ebraici in questi ultimi anni sia sorto questo interesse su Gesù ebreo, sulla ebraicità di questo Gesù. Sono già stata invitata a parlarne molte volte e in diversi ambienti. Viene da domandarsi da dove venga questo interesse improvviso.

Vorrei partire da una risposta molto semplice. Nel 1985 è uscito il Sussidio per una corretta interpretazione dell’ebraismo in vista delle relazioni religiose della Chiesa Cattolica con l’ebraismo. In questo sussidio leggiamo: “Gesù è ebreo e lo è per sempre”. È un’affermazione ufficiale uscita dal Vaticano; la firma di questo documento è del cardinale Willebrands presidente, di mons. Duprey vicepresidente e di mons. Mettia segretario.

Viene allora da domandarsi un’altra cosa (e questa può essere una prima risposta): ormai la Chiesa Cattolica insiste sulla ebraicità di Gesù. Se si afferma che “Gesù è ebreo e lo è per sempre”, può nascere la curiosità di sapere perché – ecco la seconda domanda – perché in Vaticano hanno sentito la necessità di scrivere questa frase. La risposta sta nelle parole di Clemens Thomas, Teologia cristiana dell’ebraismo. L’Autore è un cristiano di cui non abbiamo dubbi su quello che scrive e che sente. Gesù è stato degiudaizzato, estraniato, grecizzato, europeizzato, destoricizzato e quindi, – egli afferma – bisognava ad un certo punto farlo ritornare alle sue origini, cioè quello che è stato veramente. Questa è la risposta cristiana: è una risposta intelligente, e, d’altra parte, è di un teologo tra i più attenti in questo periodo.

Passiamo ora al fatto se veramente la predicazione di Gesù, a parte la nascita ebraica, è così ebraica o no.

A questo punto occorre un chiarimento. Affrontiamo prima la vita e poi l’opera. Noi considereremo solamente la vita di Gesù, non quello che è successo dopo la sua vita. Se vogliamo parlare di Gesù ebreo, dobbiamo limitarci a quella parte che risponde all’ebraismo, non a quello che succede con la sua morte, con la sua risurrezione; questo non entrerà nella nostra conversazione.

1.2. La vita di Gesù

Limitiamo le nostre osservazioni alla sua predicazione, come è raccontata dai Vangeli Sinottici cioè Matteo, Marco, Luca, lasciando da parte Giovanni. In Giovanni noi abbiamo non più l’ebreo Gesù, ma Gesù il Cristo, già fuori di quello che può essere Gesù l’ebreo.

 

1.2.1. L’infanzia e l’adolescenza

Che Gesù sia nato ebreo non c’è nessun dubbio, come Maria sua madre è stata ebrea (è ebreo chi è figlio di madre ebrea): ce lo dicono i tre Sinottici e lo affermano tutti quelli che parlano di Maria. Negli scritti Apocrifi troviamo la storia di Maria; non c’è dubbio, Maria è un’ebrea qualunque. Ricordiamo Giuseppe quale marito di Maria: anche il marito è ebreo. Ma il marito non ci interessa: quello che importa è la madre. Se la madre è ebrea il figlio è ebreo, perché l’ebraicità di un essere che nasce si riferisce alla madre e non al padre; ragione per cui, qualunque sia stato suo padre, divino non divino – non voglio discuterne assolutamente – Gesù è nato ebreo.

Appena nato, Gesù viene circonciso. È un altro fatto che fa di lui un ebreo, per cui egli entra immediatamente nella collettività ebraica, in quello che fin da Abramo costituisce il patto con Dio, mediante la circoncisione.

Non solo: dopo la sua circoncisione, ai trenta giorni è portato a Gerusalemme per il “riscatto del primogenito”. Che vuol dire? Il primogenito maschio di una donna deve assolutamente essere riscattato, perchè il primogenito appartiene a Dio (cf Es 13,19). Questo avviene nel Santuario: questo rituale si faceva mediante sacrifici di animali (oggi si fa con della offerte).

Nella presentazione al Tempio, per il riscatto c’è una frase bellissima. Simeone attesta: “Adesso posso morire tranquillo” (cf Lc.2, 29). Noi ci domandiamo perché dice: “Perché so che è venuto il Salvatore” (cf Lc. 2,30). Questo fatto lo inserisce già in un determinata visione: e questo succede nel Tempio, nel Santuario. Dopo ciò, il bambino ritorna a Nazareth.

Vorrei anche fare un’altra osservazione sulla questione della nascita. Essa è ambientata a Betlemme, nella maniera che tutti sappiamo; il ricordarlo ci dà gioia, perché è rievocata in forma simpatica e suggestiva. Che sia avvenuta esattamente così nessuno lo può dire: ci possono essere molti dubbi in proposito. Ci si può domandare quale necessità Giuseppe aveva di portarsi appresso la moglie in quella situazione, sapendo che ella stava per partorire. D’altra parte conosciamo pure che tante donne partoriscono in viaggio: può darsi che sia successo a Maria quello che avviene a tante donne. In ogni modo, il racconto di Betlemme è una narrazione che ci piace e che leggiamo volentieri. Ci pare che qualche cosa fin dal primo momento metta questo bambino in un’onda un po’ speciale.

Tornati a Nazareth, fino all’età dei dodici anni del bambino, tutto procede tranquillo. A questa età Gesù è alla vigilia del momento in cui deve entrare a far pienamente parte della collettività ebraica, ossia dell’ebraismo religioso; infatti, è ai tredici anni che si esigono dal bambino, che ormai non è più tale, la conoscenza e il compimento di tutti i precetti. Avviene così la cerimonia che ha il nome di bar-mizvà, cioè “figlio del precetto”: i genitori lo portano a Gerusalemme per questo. Conosciamo il racconto: Gesù si perde, non ritorna, resta a discutere con i sacerdoti. In tutto questo, cerchiamo di essere molto critici nella lettura dei Vangeli, perché quanto vi è scritto non è esattamente come sono andate le cose: e questo lo sappiamo, perché, oltre alla realtà, ci sono molti elementi che la superano, in quanto essi sono stati scritti dopo, in momenti in cui bisognava sottolineare determinati fatti.

Abbiamo delle parole che Gesù avrebbe affermato e che probabilmente non ha pronunciato: tanto è vero che nei Vangeli si distinguono le parole di Gesù – i loghia – e il resto. Da quello che noi possiamo trarre, è evidente che questo episodio, se non è avvenuto esattamente così, deve essere successo in maniera molto simile. Nel Talmud, in quelle poche pagine che dedica a Gesù (e questo lo vedremo nella seconda parte) e non sono, come vedremo, pagine tutte di elogio, sono scritte alcune frasi che ricordano questa discussione di Gesù con i Sacerdoti, nelle quali il Talmud si meraviglia di come questo bambino discutesse con i Sacerdoti. Anche se il Talmud, che tende a sminuire la figura di Gesù, riconosce questo, è probabile che questa discussione sia stata di un certo livello.

Gesù, trovato dai genitori, ritorna con loro a Nazareth, e seguita la sua vita.

Intanto muore il padre. Egli continua il lavoro paterno del falegname. A questo momento, egli ormai maggiorenne, grande e maturo entrerà nel mondo, in quel mondo di Galilea che poi sarà tutto il mondo. Da questo momento, per capire quanta ebraicità c’è nella predicazione di Gesù, dobbiamo pensare all’ambiente che Gesù trova, in quale società egli comincia a parlare. Se non conosciamo la sua ebraicità e la gente fra cui Gesù comincia a parlare, bisogna stare attenti, in quanto questo può cambiare l’opinione generale.

1.2.2. L’ambiente

Per esaltare la figura di Gesù e sminuire l’ambiente nel quale Gesù aveva svolto la sua predicazione, si è parlato partendo da certe frasi che noi leggiamo nei Vangeli. A proposito dei Farisei, si è sempre pensato che l’ambiente ebraico dell’epoca fosse un mondo anchilosato, che pensava solamente a offrire sacrifici, a questioni rituali e a nient’altro. Oggi che studiamo un po’ di più questa idea, sappiamo che in quei secoli l’ebraismo era di un pluralismo come poche volte; forse nemmeno oggi noi possiamo dire che l’ebraismo sia stato come allora. C’era di tutto, dentro l’ebraismo in quell’epoca.

 

1.2.3. Le varie correnti all’interno dell’ebraismo

Esistevano in quell’epoca diverse correnti: Sadducei, Farisei, Esseni. Adesso conosciamo pure Qumran, di cui non conosciamo esattamente i tempi, e i Battisti, (non dimentichiamo Giovanni Battista). Se si vogliono chiarire anche solo approssimativamente le relazioni, i contatti, gli incontri e gli scontri dell’uomo Gesù di Nazareth, ebreo con i connazionali, correligionari, è necessario ricordare i vari aspetti di questa popolazione apparentemente unitaria, in realtà divisa. Al vertice c’erano i sacerdoti cioè i Sadducei che erano accompagnati dai Leviti, i quali erano limitati alle questioni rituali, ma in realtà erano “collaborazionisti” con i Romani, come lo erano già stati con i Greci all’epoca dei Maccabei. In quei secoli, ribadisco, l’Ebraismo era di un pluralismo come lo è stato poche volte. Per questo per un certo periodo anche la predicazione di Gesù non è ancora una dottrina fuori l’Ebraismo, era una predicazione giudeo-cristiana: il pluralismo era tale che, come massimo, si poteva parlare forse di un eresia ma nemmeno tanto. Dall’altra parte, c’erano i Farisei, della linea più stretta, non volevano il Senato. I Farisei, che oggi potremmo definire gli intellettuali, erano nati soprattutto per far capire al popolo, che non conosceva più l’Ebraico, il testo biblico. Quindi c’erano gli Scribi che spiegavano il testo e avevano prodotto la Torah orale.

Noi sappiamo che esiste una Torah scritta (Torah non vuol dire “legge” ma “insegnamento”). Disgraziatamente i Settanta hanno tradotto Nomos con Legge e questo ci perseguita da sempre. Torah è la stessa identica radice di maestro, quindi insegnamento scritto. Sono naturalmente i cinque libri di Mosè (il Pentateuco); poi sono stati aggiunti anche gli altri libri. A questa Torah scritta aggiungiamo quello che chiamiamo la Torah orale, questa è la grande novità. Che cosa è la Torah orale? Costituisce l’insegnamento orale, che sarebbe stato dato a Mosè nel Deuteronomio. La Torah orale sarebbe stata data a Mosè nello stesso momento in cui era stata data quella scritta, e quindi questa rivelazione sinaitica è altrettanto sacra che la Torah orale. È quello che non ammettevano assolutamente i Sadducei, che erano contro la Torah scritta. Il perché non la volevano, è importantissimo per interpretare i tempi.

 

1.2.3.1. I Farisei e la resurrezione

I Farisei, hanno avuto bisogno di una quantità di elementi per interpretare i testi, che loro usavano in una certa maniera, non solo ma riconoscevano un’altra cosa che i Sadducei non ammettevano – questa è una della ragioni di urto con Gesù -, e cioè la resurrezione. I Farisei credevano nella resurrezione. Ancora oggi gli Ebrei fra i tredici articoli di fede di Maimonide comprendono la resurrezione. Poi c’era chi era scandalizzato dagli sprechi, dall’uso, dall’affiliazione di quegli aristocratici che collaboravano, che facevano una loro vita speciale, una loro vita teologica-monastica, che sono i cristiani. Queste cose ci sono note da Plinio il Vecchio, Flavio Giuseppe, Filone, che ci hanno trasmesso le notizie dei tempi di Gesù. Grazie alla scoperta dei testi di Qumran, avvenuta nel 1947, oggi ne sappiamo molto di più. Poi ci sono quelli che sono molto rigidi e che vogliono combattere Roma e quelli che parlano del Messia. Perché verrà il Messia a liberarci. Questo lo dobbiamo anche ricordare: che se si parla di Messia nei Vangeli è perché in quell’epoca ogni madre in Israele che aspettava un bambino pensava che forse il suo poteva essere il Messia. Questo dice che febbre messianica c’era.

 

1.3. Gesù adulto

Andiamo ora a vedere come Gesù predica, per vedere se è veramente Ebraismo. Dobbiamo andare a Giovanni Battista. Mentre Gesù a Nazareth lavora, sorge intanto un uomo, di cui conosciamo quasi niente, e che si dice che battezza la gente. In verità, non battezza, perché quello di Giovanni non era un battesimo ma un bagno di purificazione.

Gesù esce dal Giordano dopo un bagno di purificazione. Ora, Giovanni battezzava perché diceva che con questa purificazione si poteva incominciare il cammino verso il Messia. A un certo momento si è pensato che Giovanni fosse quell’Elia che era aspettato come l’annunciatore. Quando Gesù sente queste notizie di Giovanni, si entusiasma, come si entusiasmavano tutti, come fanno tanti va anche lui: è da quel momento che la vita di Gesù cambia completamente.

Gesù comincia la sua predicazione. C’è chi afferma che questa predicazione è durata un anno, chi tre anni: è una predicazione che in ogni modo dura poco. Deve essere stata una predicazione sconvolgente, perché in così poco tempo ha potuto lasciare tutto questo strascico – lasciamo da parte la questione della divinizzazione -, ma se ha prodotto questo strascico, deve essere stata una predicazione molto importante. È a questo annuncio che adesso facciamo riferimento, insistendo che è un insegnamento che esce dall’ambiente ebraico. Fino adesso Gesù ha vissuto nel mondo ebraico, Giovanni è un ebreo, e Gesù comincia la sua azione come un ebreo.

 

1.3.1. Gesù l’ebreo

Su questa predicazione D. Flusser osserva tra l’altro che dai Vangeli non si può dedurre nessuna infrazione ai precetti da parte di Gesù, e ricorda che quanto si dice in relazione alle spighe di grano raccolte di sabato è da riferire ai suoi discepoli e non a lui. Ricorda che si parla anche di David che esattamente in un certo momento aveva fatto una medesima cosa. L’accusa di bestemmia rivolta a Gesù Cristo dagli scribi e dai sommi sacerdoti durante il processo, non è reale, in quanto soltanto l’abuso del Tetragramma (cioè il nome di Dio) costituisce bestemmia e nessuna accusa è stata mossa a Gesù in questo senso. E l’altro studioso di Gesù, che ha pubblicato un libro dal titolo L’Ebreo Gesù osserva che, per quanto concerne il principio fondamentale della fede giudaica, il solo scontro di rilievo riferito nei Vangeli tra Gesù e l’autorità costituita, riguarda i Sadducei, è solo in relazione alla resurrezione dei morti.

Dante Lattes ancora prima della Seconda Guerra Mondiale scriveva: “Gesù è un Ebreo che dice parole … ma ripete antiche dottrine agli ebrei della sinagoga nella quale si agita lo spirito ribelle celeste dell’Antico Testamento, l’universalismo profetico, la tenutezza di giustizia sociale, la fratellanza umana, questo per combattere l’anchilosamento dell’epoca”.

1.3.2. La grandezza di Gesù

La grandezza di Gesù non è in quello che nella sua predicazione ha cercato in contrario alla spirito d’Israele, ma in quello che dello spirito d’Israele essa riafferma. Prima cosa, la sua maniera d’insegnare era esattamente quella di altri capi, cioè di altri Rabbini, di altri maestri. C’erano state scuole di poco anteriori a Gesù, famose quelle di Hillel e Shammai: solamente che loro non insegnavano ai Gentili. In Matteo 5, Gesù dice che non era venuto a cambiare ma a compiere; e non solo, dice ancora che “non passerà dalla legge neppure uno iota” (Mt 5,18). Quindi lui voleva predicare dentro quello che aveva imparato, e quando noi leggiamo, in Luca 4, che Gesù entra nella sinagoga a Nazareth e legge il testo di Isaia 61, Gesù fa esattamente quello che noi facciamo ogni sabato quando, dopo aver letto una sezione dei 5 libri, cioè il Pentateuco, proclamiamo una sezione dei Profeti che, in un certo senso, combacia.

 

1.3.2.1. L’amore

Se noi facciamo attenzione alle sue parole, quando qualcuno gli domanda: “Secondo te qual è il comandamento più grande?” Lui risponde:”Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore con tutta la tua anima e con tutta la tue forze”. Cosa sono queste parole? Queste parole noi le troviamo in Deuteronomio 6, 6. Esse sono la preghiera che noi diciamo due volte al giorno che comincia con lo Shemà, cioè: “Amerai il Signore Dio tuo con tutta la mente, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze”. Egli non si ferma qui, – questo è importante – continua e dice:” Amerai il prossimo tuo come te stesso”. È Levitico 19,18; in Levitico 19 non solo c’è il verso 18 – e questo Gesù lo sapeva molto bene – c’è anche il verso 34 che dice riguardo allo straniero:”tu l’amerai come te stesso”. I Rabbini traducono:”Amerai il prossimo tuo che è stato creato nella stessa maniera come sei stato creato tu, a immagine e somiglianza di Dio”.

Ancora una volta Gesù è in mezzo a questi due amerai, cioè,”amerai Dio” e “amerai l’uomo”: è nella totalità del concetto d’amore dell’ebraismo, perché non si può amare Dio senza amare il prossimo. Quindi Gesù trasmette e trametterà questa lezione a tutto l’ambiente cristiano.

 

1.3.2.2. Le Beatitudini e il Padre Nostro

Fermiamoci sulla questione delle “beatitudini” e del “Padre Nostro”, due cose stupende per i cristiani. Nel Vangelo i “Beati voi” sono una sintesi che Gesù o chi per lui (perché non sappiamo se Gesù ha detto esattamente in questa maniera, ma i concetti saranno senz’altro i suoi). Quando diciamo:”Padre Nostro che sei nei cieli” noi ebrei lo diciamo nelle nostre preghiere; è una preghiera che diciamo tutti i giorni, come quando diciamo “Beati i poveri di spirito”, c’è Isaia 57. Praticamente Gesù conosceva perfettamente i testi, quindi conosceva le preghiere ebraiche, e ha voluto trasmettere queste preghiere. Egli voleva ravvivare questa gente, che non sapeva, che sentiva magari solo dire quella determinata preghiera e nient’altro, che è quello che sentiamo qualche volta ancora oggi. Lui voleva rinnovare questo ambiente, quello che noi troviamo.

 

1.3.2.3. Il regno dei cieli e il Messia

Diciamo ancora qualcosa che si riferisce al “Regno dei cieli”. La prima volta che si parla del Regno dei cieli della vita ebraica è nel racconto di Mosè, quando ci parlano del Mar Rosso. Figuratevi se questo Regno dei cieli era quello di Mosè! Lui parla del Regno di Dio, nella parabola del seme che deve morire perchè nasca il grano. Cosa vuol dire questo? E’ stato qualcosa che la mistica ebraica ha elaborato e rinnovato. Secondo il concetto ebraico, ci sono 613 precetti. Nel caso cristiano sarà tutto quello che la Chiesa Cristiana indica. Se noi non avremo lavorato seriamente, se non avremo seguito questi ordini di Dio, allora il Messia non verrà. Ma il Messia verrà se noi avremo seguito tutto questo. I Rabbini e i mistici dicono che ognuno di noi è portatore del Messia, nel senso che se noi ci porteremo bene, riusciremo a cambiare qualcuno. Questo è materia di discussione.

Se noi avremo questa illusione e continueremo a comportarci come ci siamo comportati, forse un giorno arriverà questo Regno messianico. Il Regno di Dio secondo l’ebraismo e secondo Gesù, non è il Regno di Dio dell’aldilà, è il Regno di Dio qui, perchè il Messia secondo l’ebraismo non è un essere divino, tant’è che ogni tanto qualcuno dice di essere il Messia. Qualche tempo fa c’è stato persino negli Stati Uniti. Il Messia secondo l’idea ebraica non è un essere divino.

Allora perchè il Regno di Dio è vicino? Gesù passa al Regno di Dio, ma questo passaggio viene da quella fede nell’immortalità dell’anima. Ci sono i vari titoli che hanno dato a Gesù: lo chiamavano Profeta, anche se si sapeva che i Profeti erano finiti; lo hanno chiamato Signore, Mar, e Mar in ebraico vuol dire qualunque signore, come quando oggi uno vuol dire il Signor tale dice Mar tale. Ciò viene da una cattiva traduzione greca che ha tradotto questo Mar con Signore e significa tutt’altra cosa.

Gesù non ha detto a nessuno che era il Messia. Al contrario, quando Pietro gli risponde che per lui egli è il Messia, gli dice: “Non diffondete questa cosa” (Matteo 16,20; Luca 9,20), Gesù non si dichiara mai il Messia. Quando glielo domandano nel processo Lui risponde: “Tu l’hai detto, non io”

Poi c’è la questione dei miracoli. Ce n’erano tanti miracoli conosciuti prima. Ce ne sono stati in quell’epoca, c’erano dei carismatici, quindi non era l’unico. Nel fare la questione, dobbiamo ricordarci che c’erano i Romani, e che tutto questo poteva suscitare ribellioni; c’erano gli Zeloti, e c’è addirittura chi vuole interpretare la figura di Gesù come uno Zelota, come un ribelle a Roma. Non dobbiamo dimenticare qual è la scelta. Che Lui è condannato perchè secondo i Romani voleva farsi passare per re.

 

2. GESU’ E GLI EBREI

Ora vogliamo vedere come Gesù Ebreo sia stato visto dagli Ebrei non nel momento della sua vita -perchè l’abbiamo visto nella sua nascita e la sua predicazione – ma nella storia.

 

2.1. Gli Ebrei ai tempi di Gesù

Come prima ho detto, è stato il primo “cristiano convertito”. C’è il Gesù come lo vedono gli Ebrei: non solo quello che scaturisce dai Vangeli, ma anche dai Vangeli apocrifi. Di questo periodo possediamo una quantità grande di Vangeli apocrifi. La scoperta che è stata fatta ad Nag Hammad dei Vangeli gnostici. Noi possiamo domandarci se c’erano tante tendenze, e Gesù poteva entrare in una di queste tendenze. Perchè è successo tutto questo? Le cose non erano così semplici. Fino alla morte di Gesù le cose potevano essere interpretate come io le ho interpretate, ma dopo la sua morte le cose sono cambiate insieme con quei cambiamenti cioè della morte di Gesù e della sua resurrezione e della fede nelle sue parole, come il Risorto agli Apostoli, in quella che si chiama Pentecoste, che praticamente mi sembra vicino, perchè è una rivelazione attesa quanto quella del Sinai. Io avvicino sempre Shavuot, la Festa delle Settimane, alla Pentecoste cristiana, perche sia l’una che l’altra sono due rivelazioni. Ma dopo questo le cose cominciano a cambiare. Si verifica immediatamente un’inflazione, per ragioni che noi risolleveremo, che sono politiche, religiose e del tutto contingenti .

Abbiamo detto che la predicazione di Gesù durante la sua vita fu più oggetto di distruzione che di emarginazione, che il conflitto si produce essenzialmente con i capi dei Sacerdoti, i Sadducei e gli Anziani, e la condanna, come dice Giovanni 11,50: fu più una necessità politica, sacrificare uno piuttosto che molti, che una imposizione religiosa. Dopo la sua morte infatti, alcuni continuavano a vedere in lui il Profeta, altri un giusto perfetto, altri un riformatore della dottrina di Dio, venuto ad abolire il culto sacrificale nel Santuario.

Nei primi due secoli non si riscontra una opposizione né generalizzata né ufficiale a Gesù come persona umana nella sua esistenza.

Nelle sue Antichità giudaiche, Giuseppe Flavio lo ricorda come un uomo capace di portenti e maestro di quanti amano la verità. D’altra parte bisogna ricordare che i primi cristiani furono giudei cristiani rispettosi della Torah come lo fu Gesù, come è raccontato negli Atti 5,38. Ma dal III secolo in poi le cose cambiano. L’immagine dell’uomo Gesù e del suo vissuto ebraismo va attenuandosi di fronte all’affermazione di Gesù il Cristo, morto in croce per riscattare i peccati dell’umanità, e del suo discepolo, Paolo. Quando poi la Chiesa, sotto la spinta di Paolo, nella sua costituzione e nel suo trionfo con l’epoca di Costantino, iniziò la contrapposizione della parola di Gesù a quella della Torah, si diffuse l’affermazione della crudele specificità del Dio dell’ebraismo di fronte al Dio d’amore predicato da Gesù.

Ancora oggi qualche volta si sente dire: “Ama il prossimo tuo come te stesso” l’ha detto Gesù, e nessuno si ricorda che allora c’era già. Gli ebrei percependo che l’ebreo Gesù stava diventando lo spunto innocente, innocente veramente perchè lui non c’entrava niente, cercavano di ignorarlo o di ricordarlo inneggiando proprio questa affermazione.

 

2.1.2. Il Talmud e Gesù

Non è vero che il Talmud sia infarcito di improperi contro Gesù, per questo lo hanno accusato una quantità di volte . A lui sono state destinate una quindicina di pagine. Non tutte le frasi più dure si riferiscono alla sua nascita, non essendo accettati i racconti dei Vangeli secondo cui Gesù non aveva un padre naturale. Dalla sua predicazione è scritto: “Si burlò delle parole dei Salmi e commentò la Scrittura come i Farisei. Ebbe cinque discepoli, disse che non era venuto ad abrogare niente della legge né ad aggiungere niente”, questo è in Shabbat 116. Ci tengo alle citazioni perchè voi non pensiate che io sto raccontando storie. Nel suo libro Teologia Cristiana dell’ebraismo, Clemens Thomas nota che la Mishnà non contiene un solo passo di sfida a Gesù e al cristianesimo. Egli osserva: “Tale riservatezza polemica, una testimonianza inaudita di profonda forza interiore, in un epoca in cui i Padri della Chiesa predicavano in termini chiassosi contro il Giudaismo” (trad. it pagg. 96-97).

Per concludere circa l’atteggiamento ebraico verso Gesù, anche per lui è applicato il detto:”Anche se ha peccato, resta pur sempre un uomo”.

 

2.2. L’ebraismo medioevale

Quando la Chiesa di Roma e quella di Bisanzio adottarono verso gli Ebrei un processo denigratorio e diffamatorio, in cui il nome di Gesù e la sua morte venivano usati come punto di partenza, l’atteggiamento ebraico verso Gesù, considerato ormai la causa dei propri mali, divenne sempre più critico.

Prende allora forma per vari secoli una tradizionale critica e caricaturale, conosciuta col titolo di Colloqui di Gesù o Storie di Gesù, condannata dalla Chiesa nel 1413. Si tratta più di una letteratura dell’azione con tanti interessi polemici, che potrebbe essere definito un antievangelo ebraico, caratterizzato da ironia e sarcasmo.

Tuttavia nella stessa epoca in cui nasceva questo concetto, tra i secoli XIII e XIV, i saggi ebrei ricordano la figura di Gesù e lo stesso cristianesimo con tratti ben diversi. C’è chi definisce Gesù un saggio e chi lo ricorda come il primo Profeta misterioso, mentre altri lo ricordano come colui che ha preparato il mondo intero alla venerazione di Dio nella comunione dei cuori, come è scritto in Sof. 13,9.

 

2.3. L’ebraismo dopo l’Illuminismo

Questo è il pensiero ebraico fino all’epoca dell’Illuminismo. Con l’Illuminismo e l’emancipazione, l’atteggiamento ebraico di fronte a Gesù diventa oggetto di studio, per cercare di ricostruire le catene della realtà, anche se a pochi studiosi del XIX secolo si deve una prima impostazione critica storica di Gesù.

Ricordo soltanto: Samuel, Abram.

In un’opera, si presenta Gesù come un’essenza che introduce alcune concezioni divine e porta leggi morali differenti o superiori a quelle dell’ebraismo.

Cito: “Da un Maestro onorato nel suo circolo… chiunque disprezza Gesù disprezza l’ebraismo, giacchè fu l’ebraismo la fonte della sua dottrina”.

A riguardo delle vicende ebraiche dice: “Quando arrivò il suo ultimo periodo – che è questo nostro secolo – che purtroppo ha visto l’eccidio ebraico spaventoso…ma ha anche visto la creazione dello stato d’Israele, succede un capovolgimento di pregiudizi e di stereotipi. Alla luce degli orrori… che hanno messo il mondo cristiano di fronte alle proprie responsabilità nell’azione del destino ebraico, e il mondo ebraico di fronte, prima della soluzione finale… segue un cammino di libertà completamente nuovo”.

In questo rivolgimento è inevitabile che l’ebraismo nelle sue vaste accezioni si trovasse a prendere posizione anche sul problema religioso. L’ebraismo liberale e riformato ha dato maggiori contributi allo studio della figura di Cristo attraverso varie opere, tra cui alcune di notevole livello. Ha contribuito alla formazione di un’impostazione obbiettiva della visione sia della persona di Gesù sia di alcuni avvenimenti della sua vita.

 

2.4. L’ebraismo nel Novecento

Le opere precedenti mostrano ancora un atteggiamento apologetico nei confronti dell’ebraismo, mentre quelle successive alla Seconda Guerra Mondiale e alla creazione della Stato d’Israele sono più numerose e presentano maggiore padronanza di giudizi e critiche.

Verso il 1920 appaiono delle opere monografiche su Gesù con differente impostazione. Non sto a fare la lista, dico solamente che ce n’è una famosissima scritta in origine in ebraico, intitolata proprio Gesù di Nazareth. Per brevità riferisco solo alcuni passi. In quest’opera si scrive: “Gli ebrei non riconoscono la divinità di Gesù, non possono riconoscerne l’insieme. L’ebreo di oggi però non può mancare di rendere onore a ciò che Gesù ha fatto per la crescita della vita etica e spirituale, non può mancare di apprezzare Gesù come maestro religioso e dotto”.

Come ricordavo, alla fine della Seconda Guerra Mondiale sono stati molti, e moltissimi continuano ad essere ancora oggi coloro che s’interessano della figura di Gesù. Da parte ebraica si scrive continuamente, e vorrei dire che questi scritti sono stati iniziati proprio da quel famoso Gesù e Israele di Jules Isaac.

Leggo rapidissimamante qualche cosa. “Nel Gesù l’ebreo il figlio, che s’era perso è stato ritrovato, naturalmente perché c’è un nuovo approccio …ma non ritorna in forma pubblica”. Qui si aggiunge: “C’è chi lo fa ritornare come il leader di una banda ebraica, ribelle contro Roma…chi invece lo colloca nella più pura spiritualità ebraica, rivendicandone il carattere genuinamente ebraico per lo stile …e indicandolo come un ebreo tra ebrei”.

C’è chi vanta la sfida in piena sinagoga dicendo: “Gesù è un uomo e non Dio, Gesù è un ebreo non un cristiano. Gli ebrei non hanno respinto Gesù l’ebreo, e i cristiani nell’insieme non hanno accettato Gesù, come ebreo, e non lo hanno seguito”

C’è ancora chi scrive: “Gesù è come una parentesi che collega ebrei e cristiani, e li fa tendere in un rispetto reciproco verso lo scopo che è loro comune: la fraternità di tutti gli uomini, in un mondo di pace e sicurezza, nella fede in Dio e nel tempo della sua venuta”. C’è infine chi cerca di ricostruire, con l’appoggio dei ceppi ebraici, romani, greci e cristiani, la storia dei vari personaggi, dell’ambiente e dell’epoca, per concentrare l’attenzione sul Rabbi Gesù di Nazareth di famiglia ebrea, galileo, uomo pio.

Non ho citato Martin Lutero perché non ha scritto nessun libro su Gesù, ma ha scritto di Gesù in una quantità di testi, tra cui Le due fedi. Posso concludere con queste sue parole, nel suo Ascolta Israele: “Colui che vede in Gesù il Messia che ha compiuto la storia, colui che lo innalza ad un posto così alto, cerca di essere uno di noi. Se pretende di confessare la nostra fede nella redenzione ancora da attendere, allora le nostre vie si separano”. E in un suo discorso in memoria dice: “Credo con ferma fede che la comunità ebraica, nella linea di un rinnovamento dell’ebraismo, riconoscerà Gesù, non solamente come una grande figura della sua storia religiosa, ma anche nel contesto di uno sviluppo che si estende attraverso i millenni, il cui scopo finale è la redenzione d’Israele e del mondo”.

 

Conclusione

A questo punto, io credo, con altrettanta fermezza, che noi ebrei non riconosceremo mai Gesù come il Messia venuto, perchè ciò contraddirebbe il significato più profondo della nostra attesa messianica. Non vi sono nodi sulla corda sempre tesa della nostra attesa messianica. Questa è attaccata alla roccia del Sinai, è ancorata ad un chiodo, ancora invisibile, nelle fondamenta del mondo. In piedi, attaccati e incatenati, votati alla gogna dell’umanità, mostriamo con il corpo insanguinato del nostro popolo, l’aspetto non redento del mondo. Per noi non esiste il problema di Gesù, ma solamente quello di Dio.

 

 DIBATTITO

Domande

Quello che mi ha lasciato un po’ perplesso è quando lei ha detto che Gesù era ebreo, mentre diciamo che Paolo lo ha “convertito”. Noi però ricordiamo che Paolo perseguitava i primi seguaci del movimento cristiano: quindi, operava all’interno dell’ebraismo. Quando lo stesso Paolo dice di essere stato perseguitato da quelli della sinagoga è evidente che si muove ancora all’interno dell’ebraismo. Quindi Paolo non si è convertito subito al cristianesimo, è sempre rimasto dentro al movimento ebraico, tra le varie sue posizioni su Israele. Paolo non è mai diventato cristiano come intendiamo noi, anche perché i blocchi onorifici religiosi come intendiamo noi oggi allora non c’erano. L’ebraismo, come lei ha sottolineato, era un movimento ricchissimo, fluido e dinamico. La teologia parla dei “cristiani” di quel periodo come di tanti giudei. E’ importante quindi recuperare non solo l’ebraicità di Gesù, di Miriam sua madre, dei suoi fratelli, sorelle, “cugini”(come dicono i cattolici), dei suoi apostoli e discepoli, ma anche dello stesso apostolo Paolo. La sua domanda ha mirato a deligittimare qualsiasi interpretazione del pensiero di Gesù, anche della questione così importante della venuta di Dio, che non sia fondata su una concezione secondo la quale il Regno di Dio dipende dalla volontà etica dell’uomo.

 

Risposte:

Rispondo alla prima obiezione, che si riferiva alla condanna di Gesù e che parlava del Sinedrio.

Sono stata io la prima a dire che quel Sinedrio essendo. Eccetera. Non ho parlato del Sinedrio in particolare. Quando parlavo dei Sadducei e dicevo: I Sadducei erano politicizzati, collaborazionisti, ho affermato, è naturale, che pensavano più alla politica che alla religione. Non hanno condannato Gesù per una questione religiosa, in questo eravamo perfettamente d’accordo. Credo di essere stata abbastanza chiara. D’altra parte, è abbastanza chiaro che Gesù ha chiamato Dio, “Abbà, Padre”, come lo chiamavano altri ebrei. Erano in molti a chiamarlo “Abbà, Padre” non è stato lui l’unico, non si spacciava per “Figlio di Dio”.

Non diceva di essere “Figlio di Dio”, come è stato visto in seguito per la fede nella reurrezione, il che è una cosa magnifica. Aveva questa fede – io non lo nego assolutamente – ma evidentemente Gesù non si è considerato nella maniera come è stato creduto dopo. Gesù è stato una personalità eccezionale. Quello che ho detto, anche il giudizio dei vari Flusser eccetera, riconoscono che è stato una figura straordinaria: Non lo possiamo negare. Anche i profeti erano altrettante personalità eccezionali, senza arrivare alla loro divinizzazione.

Quanto alla questione che Paolo non si è convertito, che Paolo è rimasto ebreo, voglio solamente ricordare che nella Lettera ai Romani, Paolo non è più ebreo: quando egli parla di Gesù che muore per la salvezza del mondo e che con la sua grazia tutti i peccati saranno perdonati, quando parla del peccato originale, dei miracoli, del battesimo: non siamo più nell’ebraismo, Paolo è già un cristiano. Le lettere di Paolo – non voglio parlare della Lettera agli Ebrei, perché sappiamo che non era sua – ci dicono molte cose: che Paolo ormai era stato folgorato sulla via di Damasco. Il suo è stato un cammino di cristianizzazione, egli ha riconosciuto la divinità di Gesù (nelle sue parole questo è chiarissimo), quindi è decisamente un cristiano. Dicendo questo non critico, sto solamente raccontando quello che balza fuori. Non sono affatto un’anticristiana, nel senso che ognuno va rispettato in quello che crede; voglio solamente far riconoscere che Gesù è partito dall’ebraismo, anche se ha detto qualche cosa che non era dentro l’ebraismo.

Ho fatto una riflessione sui Sinottici per la semplice ragione che dovevo affrontare l’ebraicità di Gesù, cioè partendo da quanto poteva esserci di ebraico nella sua predicazione, comparandolo con quello che era l’ebraismo dell’epoca. Per questo ho lasciato da parte Giovanni; non è con questo che io abbia voluto dare un giudizio – quello che vale quello che non vale – perché tutti riconosciamo che valore ha il Vangelo di Giovanni.

Per quanto concerne quello che lei definisce “delegittimazione del Regno di Dio”, e quanto io abbia voluto mantenere questo concetto del Regno di Dio dentro l’idea ebraica: in fondo io continuo a considerare che quello che noi pensiamo di Gesù, ognuno di noi ne è responsabile; noi cerchiamo solo di fare un rapporto, non vogliamo per niente distruggere l’apporto del cristianesimo. Il cristianesimo fin dal principio, dal momento in cui si comincia a parlare del Bambino, fino al giorno della morte di Gesù, facendogli fare quella confessione di peccati, che cosa fa? Esattamente quello che noi diciamo: fa il cammino verso Dio. Che lo faccia per arrivare a quel cammino dell’aldilà, va benissimo, è magnifico, ma che con questo cammino, lui stia costruendo anche questa realtà migliore, per questo mondo di qua, è un fatto.

Quanto alla questione dell’Ultima Cena del Figlio di Dio, tra le tante cose, mi limito a dire che in essa mette Gesù, in definitiva, nella sfera messianica dell’epoca. Quando Gesù offre il pane ed il vino, oltre le interpretazioni cristiane, ci sono quelle ebraiche, che vedono in questa offerta il quinto bicchiere della cena della Pasqua giudaica. Che cos’è questo quinto bicchiere? È la coppa che si lascia sul tavolo in attesa della venuta di Elia. Quindi il calice di Gesù si pensa che sia il bicchiere che unisce Gesù all’idea messianica.

Quanto alla questione del “Figlio dell’uomo” e del “Figlio di Dio”, vorrei dare alcune indicazioni. Non sono gli altri che dicono a lui “Figlio dell’uomo”. Questa espressione si trova in Daniele, dove appare uno in sembianze di Figlio dell’uomo, una personalità divina. Si pensa che possa essere un riferimento a questa particolare natura di Gesù, forse anche a una natura divina. “Figlio dell’uomo” in ebraico si dice Ben Adam, espressione che diciamo ancora oggi in ebraico per qualsiasi persona: ogni essere umano è un figlio dell’uomo, senza nessunissima dietrologia, senza nessuna diversa interpretazione.

Quanto a “Figlio di Dio”, occorre notare che Gesù non parla mai di sé come Figlio di Dio. Inoltre nella Bibbia si parla di “figli di Dio”, che in genere sono gli Angeli. In Genesi 6 si parla degli angeli come “figli di Dio”. Sono chiamati “Figli di Dio” i re d’Israele. Di David, nel Salmo 2 è detto: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”; se si può pensare di una persona, che tutto era meno che una divinità, perché un essere più umano, più carnale di David non lo possiamo trovare! Anche nell’interpretazione ebraica si dice: “figlio di Dio” di un ebreo giusto, di una persona giusta.

Dai manoscritti di Qumran, abbiamo che i Qumranici si chiamavano l’un l’altro con l’appellativo “figli di Dio”. C’è scritto nei testi: “Noi, figli di Dio”. Era una frase che ricorreva. Questo per dire che in fondo Gesù usava una terminologia comune nell’epoca.

Sappiamo che i Qumranici chiamavano così anche il “Maestro di giustizia” di cui aspettavano il ritorno: essi lo ricordavano con il nome appunto di “Figlio di Dio”, però non lo veneravano né lo ritenevano assolutamente come Messia.

Torino, 28 maggio 1997

| home | | inizio pagina |

http://www.nostreradici.it/Gesu_ebreo.htm

Gesù rispettava la legge ebraica?

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , , — mirabilissimo100 @ 2:29 am

Gesù rispettava la legge ebraica?

Era un ebreo e si comportò come tale in quanto questo prevedeva la legge. Egli nel comportarsi come tale dimostrò che non era venuto per abolire la legge
17 «Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento.
Ma proprio perchè ha compiuto tutta la legge è potuto morire Egli giusto per gli ingiusti. In virtù di questo può essere il nostro avvocato davanti al padre e può aprirci un altra via di salvezza, oltre a quella di osservare la legge, quella di essere attraverso l’accettazione del suo sacrificio al nostro posto purificati, pur essendo trasgressori, per Grazia
Galati 3:10 Infatti tutti quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione; perché è scritto: «Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica». 11 E che nessuno mediante la legge sia giustificato davanti a Dio è evidente, perché il giusto vivrà per fede. 12 Ma la legge non si basa sulla fede; anzi essa dice: «Chi avrà messo in pratica queste cose, vivrà per mezzo di esse». 13 Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi (poiché sta scritto: «Maledetto chiunque è appeso al legno»), 14 affinché la benedizione di Abraamo venisse sugli stranieri in Cristo Gesù, e ricevessimo, per mezzo della fede, lo Spirito promesso.

Possiamo a questo punto citare in che cosa Gesù rispettava la legge ebraica:
1. Il nome Gesù (Giosuè) deriva dall’ebraico Yeshua, Yehoshua (Dio salva) e anche Joshua, nonché dal greco Iesous. Si tratta di un nome molto diffuso ai tempi del Salvatore. Anche oggi, peraltro, lo si ritrova pure tra gli ebrei, tant’è vero che, così si chiama il famoso scrittore vivente israeliano Abraham Yehoshua.

2. Come ogni bambino ebreo, anche Gesù viene circonciso nel Tempio all’ottavo giorno dalla sua nascita.
“Quando furono passati gli otto giorni per circonciderlo” (Lc 2,21) “…secondo l’usanza….secondo la Legge di Mosè, lo portarono a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come sta scritto legge di Mosè” (Lc 2,22-23).
In Giovanni 7,22-23 si legge: “Poiché Mosè ha dato la circoncisione”.

3. Il Vangelo di Luca racconta che Gesù inizia il suo ministero a circa trent’anni (3,23).

4. Gesù, fa sottolineare sia la conoscenza del Vecchio Testamento sia la sua devozione allo stesso, fa spesso riferimento ai Profeti ed ai Re ebrei. Cita Salomone (Mt 6,29), Isaia (Mt 12,18 ; Lc 3,3/6 ; 4,16), Giona nella pancia della balena (Mt 12,40; Lc 11,30), Mosè ed Elia a colloquio con lui (Mt 17,3-4; 17,12; Mc 1,44; Gv 3,14 7,19), Geremia (Mt 27,9-10), Abramo, Isacco e Giacobbe (Lc 20,37).

5. Rispetta le abluzioni dei Giudei per la purificazione Lc 2,22 Venuto poi il tempo della loro purificazione, secondo la legge di Mosè, lo portarono a Gerusalemme….

6. Sono citati, in modo dettagliato, i “filatteri” (dal greco: custodire):
Mc 5,25-28 E una donna che da molti anni era affetta da un flusso di sangue…..si ficcò in mezzo alla folla e da dietro gli (a Gesù) toccò la veste.
Lc 8,43-44 E una donna che da dodici anni soffriva di continue perdite di sangue….gli si avvicinò, toccò la frangia del suo mantello….
Questo dei filatteri non è un dettaglio da poco: esso evidenzia, per un ebreo, una religiosità osservata e praticata. Il mantello, appena richiamato, è il talled ebraico. Si tratta di un manto rettangolare, munito di frange e di fiocchi agli angoli, nel quale si avvolgono, durante il rito, i fedeli maschi, dall’età di tredici anni compiuti.
Quello che gli ebrei osservanti portano (come faceva Gesù) sotto le vesti, è denominato talled katan (piccolo).

7. Gesù raccomanda di salutarsi con la pace (Shalom):
Lc 10,5 “ …in qualunque casa entrate, dite prima: Pace a questa casa”. Si richiamano in tal modo sia una particolare usanza ebraica, sia il tipico saluto ebraico “Shalom”, che significa proprio pace.
Questa stessa raccomandazione viene rivolta da Gesù anche ai suoi discepoli dopo la sua resurrezione (Gv 20,19).
Emblematica, al riguardo, l’usanza ebraica ancora in uso di salutarsi semplicemente con Shalom (come dire: salve, ciao, buon giorno,ecc.).

8. Circa i comandamenti impartiti dall’Antico Testamento, Gesù stesso diceva
Mt 5,17-18 “Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; ma in verità vi dico che fino a quando non passeranno il Cielo e la terra, uno iota solo o un solo apice non passerà dalla legge fino a che non sia tutto adempiuto”. Jota: lettera greca, corrispondente allo jod, la più piccola lettera ebraica che non sempre si pronuncia.

9. La designazione di altri 72 discepoli (dopo i 12, tanti quante erano le tribù d’Israele), fa riferimento alle 72 nazioni che, secondo gli Ebrei, popolavano allora la terra.
Proseguiamo nell’evidenziare espliciti richiami dei Vangeli alle tradizioni ed ai costumi ebraici del tempo.
Lc 10,1 Dopo questi fatti il Signore [Gesù] designò ancora settantadue discepoli e li inviò a due a due innanzi a sé, in ogni città e luogo che egli stava per visitare.
Annotazione in [1].

10. Teneva in considerazione pure la funzione del Sinedrio
Mt 5,22 Chi dice al suo fratello stupido, sarà sottoposto al sinedrio.

11. Così come pure quella dei sacerdoti
Mt 8,4 Gli [al lebbroso che chiede la guarigione] disse allora Gesù “Guardati dal dirlo a qualcuno. Ma và, mostrati al sacerdote e porta l’offerta [di ringraziamento] prescritta da Mosè a loro testimonianza.
Analogo in Mc 1,41-44 ; Lc 5,14 e Lc 17,14.

12. Gesù predicava anche che era necessario adempiere tutto quanto comandato da Dio nelle Scritture, vale a dire nell’Antico Testamento. Infatti, secondo Gesù non poteva considerarsi credente (nella religione ebraica, l’unica seguita da Gesù per tutto l’arco della sua vita terrena) chi conosceva la Legge, ma solo colui che la professava veramente, mettendone in atto gli insegnamenti (non alla forma, quindi, doveva essere data importanza, ma alla sostanza).

13. Egli frequentava assiduamente la Sinagoga (dal greco synagoghè: riunione) ed in essa predicava e insegnava, non solo di Sabato (lo Shabbàt ebraico), ma anche durante gli altri giorni (Mt 4,23 _Mc 1,21 _Lc 2,43/48; 4,15-16; 13,10; 20,1 _Gv 6,59; 18,20).
Shabbàt trae la sua radice dal verbo omonimo, impiegato con il significato di “smettere” e, di conseguenza, “riposare”.

14. Gesù esortava sempre a glorificare il Padre e a seguire scrupolosamente gli insegnamenti di Dio: i comandamenti e la Scrittura (Torah).
Mt 7,12 “Quanto dunque desideri che gli uomini vi facciano, fatelo anche voi ad essi. Questa è infatti la legge e i profeti”. Ed ammoniva: Mt 23,9 “Nessuno chiamerete sulla terra vostro padre, poiché uno solo è il vostro Padre, quello celeste”.

15. Rispettava i 10 comandamenti infatti a chi gli chiede quali sono i comandamenti da rispettare, Gesù così risponde Mt 19,18 “Sono: Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non dirai falsa testimonianza; onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso”.
Analoghi nella sostanza anche Mc 10,19 e Lc 18,20

16. Rispettava le Festività ebraiche :
a. Sabato: : la “festa” ebraica per antonomasia.
In più passi dei Vangeli emerge che Gesù venerava questa giornata, ancora prima di osservarla (Mc 2,27-28). Per ogni Ebreo è infatti un dovere assoluto santificare il Sabato, perché è il giorno in cui si riposò l’Altissimo. Tra l’altro, è proprio Gesù che mette anche in risalto come durante il Sabato (derogando dall’osservare un assoluto riposo) sia comunque sempre lecito far del bene e, ancor più, prodigarsi per salvare una vita (Gv 2,6; Mt 12,1-12,12; Mc 3,4; Lc 14,14). Peraltro, ciò è quanto, ancora oggi, insegna l’ebraismo.
Di questa giornata così importante per gli Israeliti, si fa riferimento esplicito in numerosi passi dei Vangeli (Mt 27,62; Mc 16,2; Lc 23,54- 24,1; Gv 20,1). La si ricorda, anche, come si è potuto verificare, a riguardo della sepoltura di Cristo.
b. Pasqua (dall’ebraico Pesach: passaggio), una festività importantissima tanto nella tradizione ebraica quanto in quella cristiana, che la riprende aggiungendovi nuovi motivi. Circa questa festività, il racconto dei Vangeli inizia con l’entrata di Gesù in Gerusalemme, nella settimana santa per osservare la Pasqua (ovviamente quella ebraica) [Mt 26,2; Mc 11,1-8; Lc 2,41- 19,28; Gv 11,55-12,12].
c. Festa dei Tabernacoli o delle Capanne: Gv 7,3 Ed era prossima la festa dei Giudei, la festa dei tabernacoli.

 

http://rispostebibbia.com/2008/03/01/gesu-rispettava-la-legge-ebraica/

 

 

SALMO 90

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , — mirabilissimo100 @ 2:27 am

Salmo 90(91)
Tu che abiti al riparo dell'Altissimo                                  
e dimori all'ombra dell'Onnipotente, 
dì al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, 
mio Dio, in cui confido». 

Egli ti libererà dal laccio del cacciatore, 
dalla peste che distrugge. 
Ti coprirà con le sue penne 
sotto le sue ali troverai rifugio. 
La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza; 
non temerai i terrori della notte 
né la freccia che vola di giorno, 
la peste che vaga nelle tenebre, 
lo sterminio che devasta a mezzogiorno. 

Mille cadranno al tuo fianco 
e diecimila alla tua destra; 
ma nulla ti potrà colpire. 
Solo che tu guardi, con i tuoi occhi 
vedrai il castigo degli empi. 
Poiché tuo rifugio è il Signore 
e hai fatto dell'Altissimo la tua dimora, 
non ti potrà colpire la sventura, 
nessun colpo cadrà sulla tua tenda. 
Egli darà ordine ai suoi angeli 
di custodirti in tutti i tuoi passi. 
Sulle loro mani ti porteranno 
perché non inciampi nella pietra il tuo piede. 
Camminerai su aspidi e vipere, 
schiaccerai leoni e draghi. 

Lo salverò, perché a me si è affidato; 
lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome. 
Mi invocherà e gli darò risposta; 
presso di lui sarò nella sventura, 
lo salverò e lo renderò glorioso. 
Lo sazierò di lunghi giorni 
e gli mostrerò la mia salvezza.
 
 
http://groups.google.com/group/ebrei-per-gesu?hl=it

EBREI MESSIANICI

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , — mirabilissimo100 @ 2:23 am
Ebrei Messianici
 
 
 
 

Pur non entrando ufficialmente nella Chiesa Cattolica, crescono di numero gli Ebrei che accettano Gesù come Messia e Salvatore.

Fin dai tempi di Gesù gran parte del popolo ebraico non ha accettato il Nazareno come il Salvatore e il Messia atteso e profetizzato. Nei tempi passati un ebreo che credeva in Gesù doveva rinnegare la propria origine ebraica, allontanarsi dalla sua famiglia e cancellare il suo passato. Quindi nel mondo giudaico un ebreo che crede in Gesù non è più ebreo. Ma, come lo erano Gesù, i suoi discepoli e gli Apostoli, così ci sono sempre stati, attraverso quasi 2000 anni, degli Ebrei che hanno accettato Yeshua (Gesù) come il Santo e il Redentore atteso da Israele.

 

 

                                                                    Fonte  www.nostreradici.it/

http://www.controlamenzogna.splinder.com/archive/2007-10

MASSIMO INTROVIGNE SMASCHERA LE FALSITA’ DI AUGIAS

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , , , — mirabilissimo100 @ 2:21 am

Una truffa intellettuale: Inchiesta sul cristianesimo di Corrado Augias e Remo Cacitti

di Massimo Introvigne

imgLa fede crede che Gesù sia risorto. La scienza sa che Gesù non è risorto, perché i morti non risorgono. La fede crede che i quattro Vangeli ci trasmettano il messaggio di Gesù Cristo. La scienza sa che non è così. La fede crede che la Chiesa ci permetta d’incontrare ancora oggi nella storia Gesù di Nazaret attraverso la continuità dell’istituzione da lui fondata. La scienza sa che Gesù non ha fondato nessuna istituzione, e che la Chiesa come la conosciamo semmai deriva dall’imperatore Costantino. Vecchiume che risale all’Illuminismo, e che riposa su una concezione dogmatica e arrogante di scienza definitivamente decostruita da Adorno e Horkheimer in poi, senza dimenticare la meta-scienza di Popper? Purtroppo no: lo scientismo è un passato che non vuole passare, come conferma un aspirante best seller in cerca di lettori, Inchiesta sul cristianesimo. Come si costruisce una religione (Mondadori, Milano 2008), confezionato sulla scia del successo del suo precedente Inchiesta su Gesù dal giornalista Corrado Augias, questa volta con Remo Cacitti, docente di Storia del cristianesimo antico all’Università di Milano.

Per quanto nell’anno di grazia 2008 questo possa sembrare un po’ vecchiotto, c’è ancora chi è convinto che si possa opporre alla fede – rappresentata per esempio da Benedetto XVI, oggetto di più di una battutina velenosa, e per definizione infondata e soggettiva – la Scienza storica con un’ideale S maiuscola, che sarebbe invece per definizione oggettiva, universale e certa. Cacitti va addirittura a ripescare dalle brume di uno scientismo anticlericale dimenticato l’archeologo e storico francese Salomon Reinach (1858-1932), che gli fornisce quello che può essere considerato il motto del libro: mentre la fede dice “io credo” la scienza della storia delle religioni, fondata su “fatti certi”, può dire con orgoglio “io so” (p. 265). Una volta entrati in (o per meglio dire, tornati a) questa logica, il gioco è fatto: a chiunque muovesse obiezioni in nome della religione o del semplice buon senso Monsieur le Professeur potrà additare la sua redingote e il suo cilindro accademici e invitare chi non insegna storia all’università a farsi più in là e non disturbare i manovratori.

Il problema, dunque, è non entrare in una logica che, dal punto di vista del metodo (e senza volere in alcun modo giudicare le persone o le intenzioni), costituisce un’oggettiva truffa intellettuale. Metodologicamente, infatti, non è in nessun modo accettabile contrapporre “la” scienza alla religione (che poi, nel libro, è sostanzialmente la religione cattolica, oggetto degli strali polemici degli autori). Esistono infatti innumerevoli scuole teologiche e forme di spiritualità, ma da un punto di vista sociologico è possibile parlare in modo sensato di “una” religione cattolica, definita dal magistero della Chiesa e illustrata nel Catechismo. Non è invece possibile parlare quando si tratta del cristianesimo, delle sue origini e di Gesù Cristo di “una” scienza. Anzitutto, ci sono più scienze che si occupano di questi temi: colpisce, per esempio, l’assenza nel testo di qualunque riferimento alla sociologia delle religioni, una scienza il cui più noto esponente statunitense contemporaneo, Rodney Stark, ha dedicato una delle sue opere fondamentali precisamente alle origini del cristianesimo. Inoltre, Cacitti certamente sa benissimo che se si leggono dieci storici delle origini del cristianesimo scelti a caso si troveranno dieci tesi diverse su quasi tutti i punti essenziali, non solo su questioni di dettaglio.

Ma soprattutto: in che cosa consiste il metodo storico “scientifico” di Cacitti, di cui si afferma con tanta sicumera la superiorità sul modo con cui si accosta alle origini cristiane Benedetto XVI? Si cita ripetutamente l’intenzione di privilegiare fonti diverse dai Vangeli, tra cui gli storici romani: ma dal momento che queste fonti ci dicono molto poco su Gesù Cristo si torna necessariamente al Nuovo Testamento, sia pure con una spruzzata di testi apocrifi e gnostici. A proposito dei Vangeli e delle lettere di Paolo, si afferma quindi che alcune affermazioni vanno intese come effettivo resoconto di fatti storicamente avvenuti, altre solo come metafore o descrizioni di esperienze spirituali a torto scambiate per realtà storiche o empiriche, altre ancora come affermazioni messe in bocca post factum a Gesù per giustificare interessi o posizioni della Chiesa nascente. Il metodo non è nuovo: il controverso esegeta irlandese, residente negli Stati Uniti, John Dominic Crossan e il suo Jesus Seminar avevano prodotto addirittura un Vangelo “a colori” dove attribuivano colorazioni diverse a quanto, secondo loro, Gesù avrebbe detto per davvero e a quanto sarebbe stato inventato dagli evangelisti. Il problema però è chi e come decide quali parole e fatti attribuiti a Gesù sono autentici e quali sono inventati. Dichiariamo autentici i testi che pensiamo di poter considerare più antichi? Niente affatto: Cacitti riconosce che le affermazioni più chiare sul fatto che Gesù sia fisicamente risorto dai morti sono in testi di san Paolo “vicini all’evento, ovvero databili agli anni Trenta del I secolo” (p. 28). Eppure secondo lo storico italiano è “evidente” che si tratta di “una prospettiva religiosa, non storica” (ibid.). E perché è “evidente”? Cacitti lo dice in modo più sfumato e Augias più brutalmente: perché nel XXI secolo “alla resurrezione dei morti oggi nessuno crederebbe” (p. 72). A parte la solita mancanza di sociologia – uno sguardo alle Indagini mondiali sui valori convincerebbe gli autori che la maggioranza assoluta dei nordamericani e dei sudamericani, e un buon terzo degli europei, crede in pieno XXI secolo che Gesù sia risorto – la formula sembra precisamente quella rimproverata al Jesus Seminar: consideriamo autentici solo gli eventi e gli insegnamenti riportati nei Vangeli che risultano accettabili ai contemporanei, anzi a quella minoranza di contemporanei che segue i dettami dello scientismo. Il criterio spacciato per scientifico e storico in realtà è ideologico e deriva dai nostri pregiudizi. Così le affermazioni sul primato di Pietro e tutto quanto fonda un cristianesimo che non sia puro insegnamento morale sulla povertà e la pace “devono” essere aggiunte posteriori e non possono fare parte dell’insegnamento autentico di Gesù Cristo: il quale, diversamente, assomiglierebbe troppo a quello di Benedetto XVI e darebbe fastidio alla sensibilità liberal degli autori.

Che le cose stiano così è confermato dalle incaute incursioni su temi diversi da quelli delle origini cristiane. Per esempio, in tema di apparizioni della Madonna a Fatima, Lourdes e Medjugorje, Cacitti afferma ripetutamente che “non hanno assolutamente nulla di religioso” (p. 149). Poiché nello scientismo non c’è posto per le apparizioni, è evidente che la Madonna non appare. Ma più curiosa ancora è la pretesa di definire che cosa sia “religioso”. Avendo a suo tempo partecipato (unico studioso italiano invitato) al progetto europeo LISOR sulla definizione di religione, penso di avere qualche elemento per dire che, per esempio, nel messaggio di Fatima o nelle parole della Vergine a Lourdes, per tacere dell’esperienza dei fedeli e dei pellegrini nei rispettivi santuari, tutto è religioso secondo una qualunque delle maggiori nozioni di religione utilizzate nella sociologia contemporanea.

Anche sul rigore scientifico di Cacitti ci sarebbe poi da ridire, come quando definisce “chierici franchisti” i sacerdoti e religiosi uccisi durante la guerra di Spagna e canonizzati (p. 210: molti di loro non erano certamente “franchisti” e furono uccisi per la loro fede, non per le loro idee politiche) e quando confonde, tra i documenti del Vaticano II, la Nostra Aetate (che non è il testo “che apre alla libertà religiosa”, p. 246) con la Dignitatis humanae. Si passa invece dalla semplice svista alla manifestazione dichiarata del pregiudizio ideologico quando lo storico di Milano attacca “l’oscena strumentalizzazione di certi passi del Corano, operata da truci cristiani, per i quali sarebbe quel testo sacro a fomentare la violenza e il terrorismo islamici”: una posizione che “certo non è vera” (p. 66). Il maggiore sostenitore accademico contemporaneo della tesi secondo cui le giustificazioni di una certa violenza islamica si trovano in alcune sure del Corano, David Cook, il quale offre argomenti molto seri e tutt’altro che facili da smontare, sarà forse “truce” per gli standard di Cacitti, ma certamente non è un cristiano.

A suo tempo, in pubbliche interviste, Cacitti difese Il Codice da Vinci come fonte, se non di veri insegnamenti, almeno di valide “intuizioni”. Non dovrebbe quindi prendersela troppo con chi oggi pensa che il suo libro possa fare compagnia a Dan Brown nello scaffale delle fantasie anticattoliche: mentre il cristianesimo, quello vero, rimane un’altra cosa.
http://www.cesnur.org/2008/mi_augias.htm

CORRADO AUGIAS CONTRO GESU’

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , , , — mirabilissimo100 @ 2:19 am

Inchiesta sul Cristianesimo. Come si costruisce

una religione di Corrado Augias e Remo Cacitti  

“Quello che io posso constatare, Bauer a parte, è che fra le sue risposte in questo colloquio e ciò che un «semplice fedele» conosce della sua religione c’è un abisso. La vulgata cristiana, le nozioni accessibili a tutti, sono enormemente riduttive rispetto alla complessità teologica e intellettuale con la quale il cristianesimo è stato pazientemente costruito. Non ci sarà una congiura del silenzio, ma una diffusa e interessata ignoranza certamente sì.”

È sufficiente leggere la Premessa di Augias per rendersi conto del lavoro di ricerca e della serietà dell’indagine condotta senza la minima intenzione dissacratoria, né con la volontà di dare avvio a una crociata, ma semplicemente di sottoporre i risultati di anni di studio all’attenzione dei lettori. Il saggio è un lungo dialogo tra Augias e Remo Cacitti, docente di Letteratura cristiana antica e di Storia del cristianesimo antico alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano.
Dato che Gesù, per riprendere le parole con cui si apre il libro, “non ha mai detto di voler fondare una religione” la domanda legittima che ci si pone è: com’è nato il cristianesimo?
Per introdurre il tema vengono date precise informazioni storiche sulla vita di Gesù e sul contesto in cui si trovò ad operare. L’episodio della cacciata dai mercanti dal tempio è cruciale: il gesto appare chiaramente sovversivo sia alle autorità religiose che agli occupanti romani. A quel punto scatta la scelta di Pilato di eliminare quell’ingombrante e popolare rivoluzionario: la condanna alla croce, pena a cui erano destinati i ribelli e gli eversori, è perciò chiaramente politica.

Ma “la morte di Gesù e la distruzione di Gerusalemme e del Tempio” non conclusero assolutamente la vicenda della predicazione e del messaggio di Cristo, anzi diedero inizio a una nuova fase dell’umanità: videro infatti la nascita di una nuova religione, il cristianesimo appunto.
I testi, il “canone” di riferimento, sono principalmente i quattro vangeli del Nuovo Testamento che, viene sottolineato (e in questo si fa riferimento al precedente saggio di grande successo di Corrado Augias e Mauro Pesce, Inchiesta su Gesù) rappresentano non quattro persone fisiche ma quattro scuole di pensiero dottrinale.

Se poi la dottrina fissa nella Pentecoste (50 giorni dopo la morte di Gesù), cioè nella discesa dello Spirito Santo sugli apostoli, la nascita del cristianesimo, le sue origini furono in realtà molto “più movimentate e incerte”. All’inizio ci furono diversi cristianesimi, sorti in diverse zone, tra loro diversi, più o meno vicini alla matrice ebraica e ancora nel 70 d.C. gli adepti della nuova fede erano semplicemente una delle tante correnti dell’ebraismo. 
Importanti i consigli che vengono dati ai “profani” per interpretare i testi antichi su questa (e altre) materia: prima di emettere giudizi, contestualizzare sempre!

Per capire come “tutto è cominciato” bisogna soffermarsi sulla figura di Paolo di Tarso che, grazie all’abilità oratoria e alla passione del messaggio, fece molti seguaci. I nuovi adepti vennero liberati da alcuni vincoli: ad esempio il cibo poteva essere consumato anche con le modalità dei “gentili” (i non ebrei) e non era più necessaria la circoncisione. Tutto ciò facilitò l’avvicinarsi al nuovo credo da parte dei non ebrei, ma sollevò anche polemiche da parte degli ebrei vicini alla predicazione di Gesù.
Centrale per la nuova religione, e nella predicazione di Paolo, è il tema della resurrezione, storicamente non documentabile ma il cui significato simbolico è chiaro: Gesù è sempre vivo tra i suoi.
La tolleranza dei romani nei confronti delle religioni era ampia e riconosciuta, ma l’autorità romana avanzava una sola richiesta, che le varie religioni dei paesi conquistati non presentassero caratteri di eversione politica, il cristianesimo invece si pose come una specie di “concorrente politico” proprio perché la sua natura non poteva essere subordinata, pur rispettandola all’autorità politica.
Grandi le diversità delle varie forme di Cristianesimo nel secoli II e III dopo Cristo, unanime però il rifiuto della violenza e della guerra (scelta questa intollerabile per i romani) ma dopo l’Editto di Costantino, quando l’atteggiamento del mondo nei confronti dei cristiani cambia, anche questa posizione si ammorbidisce e viene considerata legittima la guerra per difesa, per sottolineare il nuovo lealismo civico da parte dei cristiani.
Ed ecco che Augias, tra dubbi e chiarimenti, ripercorre il cammino della nascita di una “struttura”, di un’organizzazione, di una gerarchia, insomma di ciò che caratterizza la Chiesa nei secoli, e che ancora oggi rimane indiscutibile fonte d’autorità.  

Non proseguiamo nell’analisi dettagliata del volume: spetta ai lettori, e sono davvero tanti, sciogliere dubbi, soddisfare curiosità, scoprire risvolti sconosciuti di una materia così poco studiata, anche se da molti data per assodata, come quella della storia del cristianesimo, attraverso la lettura di questo libro, chiaro e accessibile per linguaggio e argomentazioni a tutti.

Le prime pagine

                                                                       Premessa

                                                      CHE COSA GESÙ NON HA DETTO

Gesù non ha mai detto di voler fondare una religione, una Chiesa, che portassero il suo nome; mai ha detto di dover morire per sanare con il suo sangue il peccato di Adamo ed Eva, per ristabilire cioè l’alleanza fra Dio e gli uomini; non ha mai detto di essere nato da una vergine che lo aveva concepito per intervento di un dio; mai ha detto di essere unica e indistinta sostanza con suo padre, Dio in persona, e con una vaga entità immateriale denominata Spirito. Gesù non ha mai dato al battesimo un particolare valore; non ha istituito alcuna gerarchia ecclesiastica finché fu in vita; mai ha parlato di precetti, norme, cariche, vestimenti, ordini di successione, liturgie, formule; mai ha pensato di creare una sterminata falange di santi. Non è stato lui a chiedere che alcuni testi, i vangeli, riferissero i suoi discorsi e le sue azioni, né ha mai scritto personalmente alcunché, salvo poche parole vergate col dito nella polvere. Gesù era un ebreo, e lo è rimasto sempre; sia quando, in Matteo 5,17, ha detto: «Non pensiate che io sia venuto ad abolire la Legge o i profeti; non sono venuto per abolire ma per dare compimento»; sia quando, sul punto ormai di spirare, ha ripetuto l’attacco straziante del Salmo 22: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Davanti a queste incontestabili verità sorge con forza la do manda, la curiosità di sapere: ma allora com’è nato il cristianesimo? Chi e quando ne ha stabilito norme e procedure, riti e dogmi? Gesù non ha mai pensato di rendere obbligatori un comportamento o una verità certificati per decreto. Ha esortato, ha pregato, ha dato l’esempio. Soprattutto, nulla era più lontano da lui di una congerie di leggi, un’organizzazione monarchica, uno Stato sovrano dotato di territorio, moneta, esercito, polizia e giurisdizione, sia pure ridotti – ma solo dopo aspre lotte – a dimensioni simboliche. Torna di nuovo la domanda: ma allora chi ha elaborato tutto questo? perché? quando?
La vicenda del cristianesimo, ricostruita nel suo effettivo svolgimento secondo le leggi della ricerca storica e non della teologia, rappresenta una complessa avventura umana ricca di drammi, di contrasti, di correnti d’opinione che si sono scontrate sui piani più diversi: la dialettica, l’invenzione ingegnosa, la ricostruzione ipotetica di eventi sconosciuti a costo di affrontare i più inverosimili paradossi; l’amore per gli uomini, certo, nella convinzione di fare il loro bene, ma anche gli interessi politici, gli arbitrii e gli inganni; non di rado l’opposi¬zione al mutamento spinta fino allo spargimento di sangue.

In breve: se si esaminano i fatti con la sola ottica della storia, nulla distingue la lenta e contrastata nascita di questa religione da quella di un qualsiasi altro movimento in grado di smuovere coscienze e interessi, di coinvolgere la società nel suo insieme e le singole persone che nella e della società vivono. Sigmund Freud ha scritto nel suo L’avvenire di un’illusione: «Dove sono coinvolte questioni religiose, gli uomini si rendono colpevoli di ogni sorta di disonestà e di illecito intellettuale». Forse l’espressione è eccessiva, nel senso che non sempre e non per tutti è stato così. E, se di disonestà si può parlare, si è spesso trattato di una «disonestà» particolare, concepita cioè per offrire agli esseri umani una consolazione che la vita raramente concede. Di sicuro, però, è vero il reciproco della frase di Freud e cioè che la ricerca storico-scientifica, condotta con criteri rigorosi, obbedendo solo alla propria deontologia, esclude ogni «disonestà», il suo fine essendo di arrivare a risultati certi. Momentaneamente certi, aggiungo. Certi, cioè, fino a quando altre ricerche, altre scoperte, altri documenti falsificheranno quei risultati per proporne di nuovi.

© 2008, Mondadori

Inchiesta sul cristianesimo. Come si costruisce una religione – Corrado Augias, Remo Cacitti
276 pag., 18,50 € – Edizioni Mondadori 2008 
ISBN 978-88-04-58303-5

Gli autori

Corrado Augias, giornalista, è stato corrispondente dell'”Espresso” e della “Repubblica”. Ha condotto “Telefono giallo” e “Babele”, fortunata trasmissione culturale, e attualmente conduce il programma quotidiano “Le storie” per Rai3. Scrittore, ha pubblicato, fra l’altro, i romanzi L’ultima primavera (1985), Una ragazza per la notte (1992), Quella mattina di luglio (1995; Oscar Mondadori 2005), e i saggi, tutti editi da Mondadori, Il viaggiatore alato (1998), I segreti di Parigi (1996), I segreti di New York (2000), I segreti di Londra (2003), I segreti di Roma (2005) e, con Mauro Pesce Inchiesta su Gesù (2006), che hanno riscosso un grandissimo successo di pubblico. 
Le opere di Corrado Augias su Wuz

Remo Cacitti, friulano, insegna Letteratura cristiana antica e Storia del cristianesimo antico presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Milano. Lungo tutta la sua ricerca, ha tentato di rintracciare i percorsi attraverso cui il cristianesino nascente si è avviato, nella società tardo-antica, per testimoniare come l’annunzio del Vangelo fosse segno di contraddizione rispetto al mondo e, di più, appello alla conversione in vista dell’imminente giudizio di Dio sull’umanità e sulla sua storia. Di qui, l’attenzione per tutte le forme dell’escatologia cristiana, configurata non soltanto nella produzione letteraria ma anche, e con drammatica incisività, nella testimonianza di coloro che, per non rinunziare alla speranza di essere cittadini del cielo, consapevolmente accettavano di rinunziare, tramite il martirio, alla cittadinanza terrena. Tra i suoi libri ricordiamo: Grande sabato (1994), Dal Gesù storico al cristianesimo imperiale (1999), La povertà (con Bruno Maggioni e Arturo Paoli, 2001) e Antiche vie dell’eternità (con Aldo Magris e altri, 2006).
Le opere di Remo Cacitti su Wuz

25 settembre 2008
 
 
Di Grazia Casagrande

Esaltazione della santa Croce

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , , — mirabilissimo100 @ 2:15 am
    

14 Settembre


Esaltazione della santa Croce (Festa)

La Chiesa cattolica, molti gruppi protestanti e gli ortodossi celebrano la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, il 14 settembre, anniversario della consacrazione della Chiesa del Santo Sepolcro in Gerusalemme; in essa si commemora la croce sulla quale fu crocifisso Gesù. Celebrata la prima volta nel 335, nei secoli successivi, questa festività incluse anche la commemorazione del recupero della Vera Croce, fatto dall’imperatore Eraclio nel 628, dalle mani dei Persiani. Della Croce trafugata quattordici anni prima dal re persiano Cosroe Parviz, durante la conquista della Città santa, si persero definitivamente le tracce nel 1187, quando venne tolta al vescovo di Betlem che l’aveva portata nella battaglia di Hattin.

La celebrazione odierna assume un significato ben più alto del leggendario ritrovamento da parte della santa madre dell’imperatore Costantino, Elena. Nell’usanza gallese, a partire dal VII secolo, la festa della Croce si teneva il 3 maggio. Secondo l’Enciclopedia Cattolica, quando le pratiche gallesi e romane si combinarono: la data di Settembre assunse il nome ufficiale di Trionfo della Croce nel 1963, ed era usato per commemorare la conquista della Croce dai Persiani; la data in maggio fu mantenuta come ritrovamento della Santa Croce. In Occidente ci si riferisce spesso al 14 settembre come al Giorno della Santa Croce; la festività in maggio è stata rimossa dal calendario della forma ordinaria del rito romano in seguito alla riforma liturgica del 1970. Gli ortodossi commemorano ancora entrambi gli eventi il 14 settembre, una delle dodici grandi festività dell’anno liturgico, e il primo Agosto festeggiano la Processione del venerabile Legno della Croce, il giorno in cui le reliquie della Vera Croce furono trasportate per le strade di Costantinopoli per benedire la città.

La Chiesa cattolica compie la formale adorazione della Croce durante gli uffici del Venerdì Santo, mentre gli ortodossi celebrano un’ulteriore venerazione della Croce la terza domenica della Grande quaresima. In tutte le chiese greco-ortodosse, durante il Giovedì Santo, una copia della Croce viene portata in processione affinché la gente la possa venerare.

La Festa della Esaltazione della Santa Croce è la principale festa dell’Arcidiocesi di Lucca. La festa inizia dai vespri del 13 settembre e comprende la giornata del 14.
È celebre soprattutto per la processione notturna a lume di candela detta “La Luminara”.

Meditazione del giorno : Omelia attribuita a Sant’Efrem
« Elevato da terra, attirerò tutti a me » (Gv 12,32)

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 3,13-17.

Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorchè il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo.
E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo,
perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=09/14/2008#

Beata Vergine Maria Addolorata

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , , — mirabilissimo100 @ 2:14 am
 

15 Settembre

 

Beata Vergine Maria Addolorata (memoria)

La memoria della Vergine Addolorata chiama a rivivere il momento decisivo della storia della salvezza e a venerare la Madre associata alla passione del figlio e vicina a lui innalzato sulla croce. La sua maternità assume sul calvario dimensioni universali presentandosi come la nuova Eva, perché, come la disobbedienza della prima donna portò alla morte, così la sua mirabile obbedienza porti alla vita.

I Sette Dolori di Maria, corrispondono ad altrettanti episodi narrati nel Vangelo:
1) La profezia dell’anziano Simeone, quando Gesù fu portato al Tempio «E anche a te una spada trafiggerà l’anima».  
2) La Sacra Famiglia è costretta a fuggire in Egitto «Giuseppe destatosi, prese con sé il Bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto».  
3) Il ritrovamento di Gesù dodicenne nel Tempio a Gerusalemme «Tuo padre ed io angosciati ti cercavamo».  
4) Maria addolorata, incontra Gesù che porta la croce sulla via del Calvario.  
5) La Madonna ai piedi della Croce in piena adesione alla volontà di Dio, partecipa alle sofferenze del Figlio crocifisso e morente.  
6) Maria accoglie tra le sue braccia il Figlio morto deposto dalla Croce.  
7) Maria affida al sepolcro il corpo di Gesù, in attesa della risurrezione.

Questa memoria di origine devozionale fu introdotta nel calendario romano dal papa Pio VII (1814). (Mess. Rom.)

Meditazione del giorno : Beato Guerrico d’Igny
« Da quel momento il discepolo la prese nella sua casa »

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 19,25-27.

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!».
Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=09/15/2008#

Older Posts »