Mirabilissimo100’s Weblog

gennaio 30, 2010

MAGHEN DAVID-WIKIPEDIA

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Maghen David

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La pagina di discussione contiene dei suggerimenti per migliorare la voce

Maghen David o “Scudo di Davide”.

Lo Scudo di David (in ebraico מגן דוד /ma’gɛn da’vid/, o /’mɔjgen ‘dɔvɪd/ secondo la pronuncia askenazita), o anche sigillo di Salomone, è la stella a sei punte, comunemente chiamata Stella di David.

Insieme con la Menorah rappresenta la civiltà e la religiosità ebraica.

Diventata simbolo del sionismo fin dal primo congresso di Basilea (1898), è presente nella bandiera dello Stato di Israele (insieme alle fasce blu del Talled) a partire dal 1948, quando la bandiera sionista diviene quella ufficiale dello Stato di Israele.

La “stella a sei punte” è anche un simbolo molto diffuso nella cabala e nell’occultismo più in generale.

Continua…..

http://it.wikipedia.org/wiki/Maghen_David

SHOAH-WIKIPEDIA

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Shoah

Wikipedia

 

La parola “olocausto” sta a significare sacrificio; ossia grave rinuncia deliberatamente sopportata in vista di uno scopo. Per decenni il termine è stato utilizzato, a seguito dell’editoriale comparso nel 1942 sulle pagine del «Jewish frontier»,[senza fonte] per descrivere il sacrificio di vite umane a cui gli ebrei hanno dovuto sottostare sotto il periodo nazista. In greco il termine, che significa “tutto bruciato”, si riferiva ai sacrifici che venivano richiesti agli Ebrei dalla Torah: si trattava di sacrifici di animali uccisi e bruciati sull’altare del tempio. A partire dalla meta del secolo XX il termine olocausto viene utilizzato anche per indicare massacri o catastrofi su larga scala. A causa del significato religioso del termine, alcuni, sia ebrei che di altre fedi, trovano inappropriato l’uso di tale termine[1]: costoro giudicano offensivo paragonare o associare l’uccisione di milioni di ebrei ad una “offerta a Dio”.

A seguito di alterne e contraddittorie vicende politiche,tra cui il problema del mancato rientro (alyha) degli ebrei della diaspora nel neo stato di Israele, promesso alla fine della prima guerra mondiale dall’Inghilterra[non chiaro] il termine olocausto ha assunto nel tempo una diversa denominazione al fine di garantire anche agli ebrei attualmente rimasti fuori dello stato ebraico (ebrei della diaspora) il diritto di godere della cittadinanza israeliana[non chiaro].

Popolazione ebraica in Europa nel 1939

Il termine Shoah, tratto dal titolo del documentario di 9 ore realizzato dal regista ebreo Claude Lanzmann nel 1985 narrante le vicende storiche della seconda guerra mondiale, è stato adottato solo recentemente per descrivere la tragedia ebraica di quel tragico periodo storico e allo scopo di sottolinearne la unicità rispetto ai molti altri casi di genocidio[non chiaro] di cui purtroppo la storia umana fornisce altri esempi.

Shoah (in lingua ebraica השואה ), significa “desolazione, catastrofe, disastro”. Questo termine venne adottato per la prima volta, nel 1938, dalla comunità ebraica in Palestina, in riferimento alla Notte dei cristalli (910 novembre 1938)[senza fonte]. Da allora definisce nella sua interezza il genocidio della popolazione ebraica d’Europa. Ciò spiega come la parola Shoah non sarebbe sinonimo di Olocausto, in quanto la seconda si riferisce allo sterminio compiuto dai tedeschi nei confronti di ebrei, omosessuali, comunisti, Rom, testimoni di Geova, dissidenti tedeschi e pentecostali, mentre la prima definisce solamente il genocidio degli ebrei.

Infine molti Rom usano la parola Porajmos o Porrajmos («grande divoramento»), oppure Samudaripen («genocidio») per descrivere lo sterminio operato dai nazisti.

Le eliminazioni di massa venivano condotte in modo sistematico: venivano fatte liste dettagliate di vittime presenti, future e potenziali, così come sono state trovate le meticolose registrazioni delle esecuzioni. Oltre a ciò, uno sforzo considerevole fu speso durante il corso dell’olocausto per trovare metodi sempre più efficienti per uccidere persone in massa, ad esempio passando dall’avvelenamento con monossido di carbonio dei campi di sterminio dell’Operazione Reinhard di Bełżec, Sobibór e Treblinka, all’uso dello Zyklon-B di Majdanek e Auschwitz; camere a gas che utilizzavano monossido di carbonio per gli omicidi di massa venivano usati nel campo di sterminio di Chelmno.

In aggiunta alle esecuzioni di massa, i nazisti condussero molti esperimenti medici sui prigionieri, bambini compresi. Uno dei nazisti più noti, il Dottor Josef Mengele, era conosciuto per i suoi esperimenti come l'”angelo della morte” tra gli internati di Auschwitz.

La portata di quello che accadde nelle zone controllate dai nazisti non si conobbe esattamente fino a dopo la fine della guerra. Numerose voci e testimonianze di rifugiati diedero comunque qualche informazione sul fatto che gli ebrei venivano uccisi in grande numero. Quindi l’affermazione che tali eventi fossero sconosciuti non è corretta, alcune notizie filtravano e nel Novembre 1944 il giurista e ricercatore polacco Raphael Lemkin nel suo lavoro Axis Rule in Occupied Europe: Laws of Occupation – Analysis of Government – Proposals for Redres riportava le uccisioni di massa naziste fatte contro le popolazioni polacche, russe , indicando fra liquidati nel ghetto e morti in luoghi sconosciuti, dopo deportazioni ferroviarie, la cifra di 1.702.500 uccisi, secondo un dato fornito dallo “Institute of Jewish Affairs of the American Jewish Congress in New York” [8].

Si tennero anche delle manifestazioni come, ad esempio, quella tenuta il 29 ottobre 1942 nel Regno Unito; molti esponenti del clero e figure politiche tennero un incontro pubblico per mostrare il loro sdegno nei confronti della persecuzione degli ebrei da parte dei tedeschi.

I campi di concentramento per gli “indesiderabili” erano disseminati in tutta l’Europa, con nuovi campi creati vicino ai centri con un’alta densità di popolazione “indesiderata”: ebrei, intellighenzia polacca, comunisti e gruppi Rom. La maggior parte dei campi era situata nell’area del Governatorato Generale.

I campi di concentramento per ebrei ed altri “indesiderabili” esistevano anche nella stessa Germania: benché non fossero pensati specificatamente per lo sterminio sistematico, i prigionieri di molti di questi morirono a causa delle terribili condizioni di vita o a causa di esperimenti condotti su di loro da parte dei medici dei campi.

Alcuni campi, come quello di Auschwitz-Birkenau, combinavano il lavoro schiavistico con lo sterminio sistematico. All’arrivo in questi campi i prigionieri venivano divisi in due gruppi; quelli troppo deboli per lavorare venivano uccisi immediatamente nelle camere a gas (che erano a volte mascherate da docce) e i loro corpi bruciati, mentre gli altri venivano impiegati come schiavi nelle fabbriche situate dentro o attorno al campo. I nazisti costrinsero anche alcuni dei prigionieri a lavorare alla rimozione dei cadaveri e allo sfruttamento dei corpi. I denti d’oro venivano estratti (senza anestesia) e i capelli delle donne (tagliati a zero prima che entrassero nelle camere a gas) venivano riciclati per la produzione industriale di feltro.

Tre campi, Bełżec, Sobibór e Treblinka II, erano usati esclusivamente per lo sterminio. Solo un piccolo numero di prigionieri veniva tenuto in vita per svolgere i compiti legati alla gestione dei cadaveri delle persone uccise nelle camere a gas.

Il trasporto dei prigionieri nei campi era spesso svolto utilizzando convogli ferroviari composti da carri bestiame, con un ulteriore elemento di umiliazione e di disagio dei prigionieri.

L’antisemitismo era comune nell’Europa degli anni ’20 e ’30 (anche se le sue origini risalgono a molti secoli prima). L’antisemitismo di Adolf Hitler venne esposto nel suo libro del 1925, il Mein Kampf, che, inizialmente ignorato, divenne popolare in Germania quando Hitler acquistò potere politico.

Corpi rinvenuti a Buchenwald

Il 1º aprile 1933, poco dopo l’elezione di Hitler al cancellierato, il fanatico antisemita Julius Streicher, con la partecipazione delle Sturmabteilung ed attraverso le colonne della rivista antisemita Der Stürmer da lui diretta, organizzò una giornata di boicottaggio di tutte le attività economiche tedesche gestite da ebrei (l’ultima impresa gestita da ebrei rimasta in Germania venne chiusa il 6 luglio 1939). Nonostante la fredda accoglienza da parte della popolazione tedesca che fece rientrare il boicottaggio dopo solo un giorno, questa politica servì a introdurre una serie di progressivi atti antisemiti che sarebbero poi culminati nella Shoah.

Con una serie di successive leggi le autorità tedesche limitarono sempre più le possibili attività della popolazione ebraica fino a giungere, nel settembre 1935, alla promulgazione delle leggi di Norimberga che, di fatto, esclusero i cittadini di origine ebraica[9] da ogni aspetto della vita sociale tedesca.

L’iniziale politica tedesca di obbligare gli ebrei ad un’emigrazione «forzata» dai territori del Reich raggiunse il suo apice nel corso del pogrom del 910 novembre 1938, passato alla storia con il nome di «Notte dei cristalli», quando circa 30.000 ebrei vennero deportati presso i campi di Buchenwald, Dachau e Sachsenhausen ed obbligati ad abbandonare, spogliati di ogni bene, la Germania e l’Austria (annessa nel marzo di quell’anno alla Germania) per poter riottenere la libertà.

Allo scoppio del secondo conflitto mondiale la politica di emigrazione forzata non poté più essere praticata con successo a causa delle difficoltà imposte dalla guerra stessa. La nuova «soluzione» si basò sul fatto che in molte città d’Europa gli ebrei avevano vissuto in zone ben delimitate. Per questo i nazisti formalizzarono i confini di queste aree e imposero una limitazione degli spostamenti agli ebrei che vi erano confinati, creando i ghetti moderni. I ghetti erano, a tutti gli effetti, prigioni nelle quali molti ebrei morirono di fame e malattie; altri furono uccisi dai nazisti e dai loro collaboratori dopo essere stati sfruttati nell’impiego a favore dell’industria bellica tedesca.

Durante l’invasione dell’Unione Sovietica oltre 3.000 uomini appartenenti ad unità speciali (Einsatzgruppen) seguirono le forze armate naziste e condussero uccisioni di massa della popolazione ebrea che viveva in territorio sovietico. Intere comunità vennero spazzate via, venendo catturate, derubate di tutti i loro averi e uccise sul bordo di fossati.

Nel dicembre del 1941 Hitler decise infine di sterminare gli ebrei d’Europa, durante la Conferenza di Wannsee (20 gennaio 1942), molti leader nazisti discussero i dettagli della “soluzione finale della questione ebraica” (Endlösung der Judenfrage).

Bambini liberati dall’Armata Rossa.

Dalle minute della Conferenza risulta che il dottor Josef Buhler, segretario di Stato per il Governatorato Generale[10], spinse Reinhard Heydrich ad avviare la «soluzione finale» nel proprio distretto amministrativo.

Le decisioni prese a Wannsee portarono alla costruzione dei primi campi di sterminio nel contesto dell’Operazione Reinhard che provvide alla costruzione ed all’utilizzo di tre centri situati nel Governatorato Generale: Bełżec, Sobibór e Treblinka che complessivamente, tra il 1942 ed l’ottobre del 1943, portarono alla morte di 1.700.000 persone deportate dai ghetti attraverso l’utilizzo di camere a gas fisse e mobili[11] che sfruttavano il monossido di carbonio per le uccisioni.

Le «esperienze» maturate nei campi dell’Operazione Reinhard condussero all’ampliamento del campo di concentramento di Auschwitz, situato strategicamente in una zona di facile accessibilità ferroviaria, e alla creazione di quattro nuove grandi camere a gas ed impianti di cremazione presso il centro distaccato di Auschwitz II – Birkenau. Ad Auschwitz, per lo sterminio degli ebrei, vennero studiate nuove «soluzioni» che permettessero di eliminare il maggior numero di soggetti nel modo più rapido ed efficiente. Negli alti comandi nazisti, in particolare, si mirava al risparmio delle munizioni che divenivano preziosissime per l’avanzata sul fronte orientale. Vennero dunque utilizzate le camere a gas, nelle quali il gas Zyklon B (acido prussico) veniva immesso attraverso normali docce: le vittime morivano per asfissia nell’arco di 10-15 minuti.

Si calcola che durante la seconda guerra mondiale persero la vita circa sei milioni di ebrei. Le condizioni di abbrutimento e annichilimento della persona sono state riportate nelle pagine di Se questo è un uomo, capolavoro dello scrittore italiano Primo Levi, deportato ad Auschwitz e miracolosamente sopravvissuto alla prigionia nel campo di sterminio.

http://it.wikipedia.org/wiki/Olocausto

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  Bambini liberati dall’Armata Rossa

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 EBREI CON GESU’   BAMBINI NELLA SHOAH

  A cura di Tullio Laras    

QUANDO IL DOLORE VIENE VISSUTO DAI BAMBINI INNOCENTI E’ DAVVERO INGIUSTO E ASSURDO !

  Ultimamente abbiamo visto morire bambini sotto le macerie dei terremoti e inghiottiti dallo tzunami, è un tormento, un dolore senza spiegazione, le forze brute della natura si scatenano anche verso dei piccoli bambini innocenti. La shoah è la forza bruta che si è scatenata da uomini diabolici, e ha colpito anche molti bambini, bambini che non avevano davvero nessuna colpa, tranne quella di essere piccoli figli del popolo eletto. Ecco alcuni brani molto toccanti che fanno capire come dei bambini hanno vissuto la spaventosa e diabolica shoah:

    “C’era una volta la guerra”

Eravamo d’estate quando è uscita la legge che obbligava gli alunni ebrei a lasciare la scuola. Io avevo finito la terza elementare, sarei dovuta andare in quarta. Non me l’hanno fatto capire subito per non darmi dei dispiaceri. Però verso l’autunno mamma un giorno m’ha detto, col tono di quella che racconta una cosa senza importanza: “Sai, il prossimo anno non puoi più andare nella tua scuola e andrai in un’altra scuola dove ci saranno tutti bambini ebrei”. Per me è stata una doccia fredda: lasciare la maestra, lasciare i compagni. Così è stato. L’inizio è stato abbastanza difficile, però ho fatto amicizia coi nuovi compagni, poco per volta ho poi voluto bene alla maestra. Ad ogni modo io aspettavo con grandissima ansia il giorno in cui ci sarebbe stata la premiazione dei bambini alla scuola pubblica dov’ero andata. Perché io in terza avevo avuto il “premio di secondo grado”. Avevo meritato un premio, perché ero brava a scuola, di secondo grado perché ce n’era una più brava di me. Ma ero contentissima. La premiazione avveniva a metà dell’anno dopo e io aspettavo il giorno in cui sarei andata a ritirare il mio premio e a rivedere la mia maestra e i miei compagni. Il giorno prima di quello della premiazione suonarono alla porta di casa. Driin… chi sarà? Mia mamma va ad aprire. Era la bidella della scuola Mignon, che portava un pacchetto contenente un libro, e ha detto – potrei descrivervela, piccola e grassa-: “La signora direttrice manda questo premio per la bambina Elena O.; non deve venire domani alla premiazione per non profanare le scuole del Regno d’Italia”. E’ stato il primo dispiacere folle della mia vita. Ho pianto, ho urlato e… quel libro oltretutto era anche brutto, un libro di mitologia greca, fascistissimo. E ho pianto e urlato. Allora la mia mamma ha cercato di consolarmi dicendomi: “Faremo una bella festa noi in casa, faremo la premiazione”. Ha fatto venire tutte le zie che fingevano di essere le patronesse e tutti i cuginetti piccoli che erano piccolissimi e non capivano; ognuno ha avuto un piccolo premio, la mamma s’è messa al piano e così abbiamo fatto una gran bella festa a casa. Ma quello è stato il più grande dispiacere, il mio primo grande dispiacere.

Da “C’era una volta la guerra”, a cura di Sonia Brunetti e Fabio Levi. Silvio Zamorani editore, Torino 2002.

Così morì Emilia, che aveva tre anni; poiché ai tedeschi appariva palese la necessità storica di mettere a morte i bambini degli ebrei. Emilia, figlia dell’ingegner Aldo Levi di Milano, che era una bambina curiosa, ambiziosa, allegra e intelligente; alla quale, durante il viaggio nel vagone gremito, il padre e la madre erano riusciti a fare il bagno in un mastello di zinco, in acqua tiepida che il degenere macchinista tedesco aveva acconsentito a spillare dalla locomotiva che ci trascinava tutti alla morte. Scomparvero così, in un istante, a tradimento, le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli… Li vedemmo un po’ di tempo come una massa oscura all’altra estremità dalla banchina, poi non vedemmo più nulla.
da SE QUESTO È UN UOMO, Primo Levi, Opere, Einaudi 1947

 

 

Varsavia soffriva la fame

Varsavia soffriva la fame, ma Janusz Korczak riusciva sempre a trovare i viveri per i suoi bambini […]. Venne l’ordine di deportare tutti gli ebrei […].
Non si sa se avesse spiegato ai bambini del suo orfanotrofio a che cosa dovessero prepararsi e dove sarebbero stati condotti. Si sa soltanto che quando gli assassini assalirono la casa di Via Sienna 16 […], i duecento innocenti condannati a morte non piansero […]. Si stringevano al loro maestro […].
Fino ad oggi non si è saputo dove sia finito Korczak con i duecento orfani. Secondo ogni probabilità, nessuno di loro è sopravvissuto.

Giosuè Perle, La distruzione di Varsavia, diario trovato fra il materiale dell’archivio clandestino sepolto sotto le macerie del ghetto, in Ricorda cosa ti ha fatto Amalek, di Alberto Nierenstajn.

 

Nel ghetto di Varsavia

Agosto 1942
L’asilo infantile del dottor Janusz Korczak è ora vuoto. […]. Abbiamo visto i tedeschi circondare la casa. File di bambini che si tenevano per mano sono cominciati a uscire. C’erano tra loro creaturine di due o tre anni; i più grandi arrivavano forse a tredici. Ognuno portava in mano un fagotto e indossava un grembiule bianco. Camminavano a due a due, calmi, sorridendo, senza sospettare nemmeno lontanamente la loro sorte. Il corteo era chiuso dal dottor Korczak […]. La casa ora è vuota; le guardie puliscono le stanze dei bambini assassinati.

Mary Berg, “Il ghetto di Varsavia”. Diario 1939-1944

 

Lettera alla madre

“Carissima mamma, dopo la mia scappata [da casa] non ho potuto darti mie notizie per motivi che tu immagini. Ti do ora un dettagliato resoconto della mia avventura: partii cosi all’improvviso senza sapere io stesso che cosa stavo facendo. Camminai finché potevo, poi mi fermai a dormire in un fienile in località Osteria Matteazzi. Al mattino, svegliandomi con la fame, ripresi a camminare in direzione di Gombola, sfamandomi con le more. Arrivai a Gombola verso le nove e di lì cercai i partigiani, deciso a entrare a far parte di una qualche formazione. Riuscii a trovare patrioti che mi insegnarono la strada per andare al Comando che si trovava a Maranello di Gombola. Arrivai nella detta località stanco morto, ma mi feci coraggio e mi presentai. Dopo un po’ mi si presentò l’occasione di entrare a far parte della formazione Marcello.
“Sei contenta? Presentandomi a Marcello fui assunto e siccome ho studiato fui dislocato al Comando e attualmente mi trovo stabile relativamente sicuro in una località sopra a Gombola.
“Cosi non devi impensierirti per me che sto da re. La salute è ottima; solo un po’ precario il dormire. Per chiarire un increscioso incidente ti avverto che non ho detto quella cosa che mi hai fatto giurare. Cosi chiudo questa mia, raccomandandoti alto il morale, che ormai abbiamo finito. Affettuosamente ti bacia e ti pensa il tuo tesoro. Appena ricevuta la mia bruciala. Ancora ti saluto e ti abbraccio

Franco Cesana, era un ragazzo ebreo di quasi tredici anni. E’ il più giovane partigiano d’Italia caduto in battaglia.

Franco Cesana in: Formiggini Gina, Stella d’Italia Stella di David. Gli ebrei dal Risorgimento alla Resistenza

Eravamo tutti amici
Dalla testimonianza del dott. Paolo Rivoltella
Ricordo che andavamo tutti lì, in campo del Ghetto Novo, a giocare a calcio, cosa proibita, e da lì scappavamo per tutte le calli che ci davano un rifugio sicuro dalla grinfie dei vigili. Era bello, divertente, sì, divertente. E così anche la vita in città scorreva tranquillamente nonostante ci fosse come un senso di terrore che avvolgeva tutta Venezia. Si sentiva ogni tanto lo scoppio di una bomba a Marghera, se ci pensate, era a due passi dalle nostre case e aleggiava sempre quel misto di terrore e sconforto che si prova quando sai che sta accadendo qualcosa di tremendo, ma io, ragazzino, non me ne curavo più di tanto. Anche se mi rendevo conto che qualcuno dei miei amici, che aveva il padre in guerra, sentiva tutto questo molto, molto più di noi. Poi c’erano Angelo e Miriam, i figli dei nostri più cari amici, i Grassini, che avevano un fantastico monopattino, che io invidiavo da matti.
Io e Angelo eravamo due amici inseparabili e andavamo a scuola volentieri insieme a tutti i nostri amici del campo. Non ho mai pensato di separarmi da lui, solo perché era ebreo. Mai. Era un tipo vivace, simpaticissimo, e mi fabbricava le spade con cui, dopo la scuola, combattevamo fino a tardi. Eravamo dei veri guerrieri. Suo padre Raffaele e suo zio Guglielmo, detto Gelmo, erano proprietari di una macelleria, frequentata da tutto il quartiere, visto che Raffaele era gentile ed era molto bravo a trattare con la gente.
Era mattina e come ogni giorno stavo andando a scuola. Mi sedetti. Rimasi stupito di non trovare Angelo seduto al solito posto. Se fosse stato assente me lo avrebbe detto. Quel giorno non lo vidi e così non seppi nulla.
Il giorno dopo nulla… e l’altro ancora… lo vedevo in campo e giocavamo come al solito ai guerrieri e io continuavo a chiedergli perché non tornava in classe e lui mi rispondeva che aveva cambiato scuola, ormai frequentava quella ebraica. Pensavo lo facesse per professare la sua religione, normale!? Non solo lui ma anche tanti altri miei amici se ne erano andati così, di punto in bianco, in quella scuola dove studiavamo ebraico. Non riuscivo a capire, ma tanto lo vedevo comunque e giocavo sempre in campo con lui. Eppure una cosa non mi quadrava: aveva i miei stessi libri e le mie stesse materie; e allora perché non stava con me? Mio papà non mi illuminava di certo con delle spiegazioni. Ma, nonostante tutto, continuavamo ad andare alla sua macelleria, ma anche quella non funzionava più come una volta, e alcuni vecchi clienti avevano scelto di andarsene. Non sapevo perché.
Il pomeriggio dell’8 settembre io e mio padre, che eravamo alla stazione per lavoro, vedemmo ad un certo punto da un vaporetto spuntare un reparto tedesco che sparava a pelo d’acqua con una mitragliatrice piazzata sulla prua della barca. La situazione era peggiorata subito, in pochi giorni, e da lì capimmo che i nazisti facevano sul serio. Era iniziata una tragica pagina del libro della mia vita.
Mio padre e Raffaele sapevano. Sapevano da tanto e avevano programmato un piano che a quell’età non avevo capito. Era proprio per questo che da due settimane non vedevo più Angelo e Miriam. Mio padre aveva messo in giro la voce che se ne erano andati. Non li avevo neanche salutati. In realtà erano a casa loro, nascosti da chissà quale pericolo, per me non ne esistevano.
Mio padre si recava da loro giornalmente e filava tutto liscio. Era giunto il momento di partire. Ma penso proprio che il destino non sia mai andato incontro a loro positivamente, non li ha mai premiati. Avevano in mente proprio quel giorno, il 6 dicembre alle 5:00 della mattina di andarsene, ma proprio quella sera, con i registri in mano e tante vittime sulla coscienza, i fascisti e i nazisti cominciarono a rastrellare le case ebree senza tralasciarne nessuna. Arrivarono a casa loro dove intanto mio padre fingeva di essersi stabilito con i vari contratti d’affitto. Cercavano una famiglia ebrea, due nonni, un padre, una madre, due figli ed erano in quattro, armati fino ai denti, per prelevare delle persone innocenti, ridicolo no? Mio padre cercò di convincerli con la storia della partenza e fece vedere loro che aveva tutte le carte in regola per possedere quell’appartamento, ma non ci cedettero.
Una delle S.S. si avviò verso il lungo corridoio nella cui ultima stanza era rifugiata la famiglia che aveva avvolto i bambini nei materassi perché non si sentisse il loro pianto anche se in realtà erano i nonni che, coscienti della situazione, si disperavano di più. Stava per arrivare nella stanza quando, fu un vero miracolo!, le lampadine si fulminarono. Tirò un sospiro di sollievo nel vedere il Tedesco inciampare nel coperchio della cassa di imballaggio lasciato involontariamente lì, con il naso rotto e il sangue sgocciolante. Mio padre cercò di alleggerire il clima offrendogli le migliori cure e una grappa che risollevò il morale di tutti. Un maresciallo italiano, uno degli incaricati al rastrellamento, capita la situazione, convinse i tedeschi a lasciare la casa: lì non c’era altro che quel signore, in una notte non avevano concluso nulla! Mio padre era morto di paura. Se li avessero scoperti sarebbe stata anche la sua fine ma per fortuna quel brutto momento era passato. Era giunto invece il momento di partire. Si diresse nella stanza e trovò un disastro. Erano tutti così spaventati, sapevano di aver visto la morte. Riuscì a calmarli e a prepararli per la partenza che doveva avvenire immediatamente. Sentirono delle urla e dei colpi. Una corsa sulle scale. La porta che si era aperta e la vecchia domestica di Raffaele, affezionata alla famiglia, piangendo disperatamente raccontò cos’era successo quella notte. I genitori della madre di Angelo erano stati presi insieme a tutti quelli che avevano la sola colpa di essere Ebrei. Erano scioccati, sconvolti, ma non potevano ritardare la partenza, questione di secondi perché quelli della resistenza avevano i minuti contati. Non ci fu nulla da fare, nessuno voleva partire, volevano restare tutti uniti. Tanto che alla mattina si consegnarono al Foscarini, convinti di essere portati a lavorare e non di andare incontro alla morte. Solo dopo Raffaele capì di aver fatto l’errore. Avevano l’ultima possibilità di fuggire attraverso il campo Gloria e mio padre, deciso più che mai ad aiutarli, cercò di organizzare un’altra spedizione insieme a quelli della resistenza, facendoli passare per il cancello che dava sulle Fondamenta Nove. Lì non passava mai nessuno e con la laguna davanti avrebbero facilmente raggiunto un rifugio grazie alla barca del macello.
Ma i tedeschi avevano pensato a tutto. Avevano bloccato le vie d’uscita, il campo Gloria e le Fondamenta Nove. In qualche modo dovevano difendere la purezza della razza!
Sono stati deportati tutti quanti.
Ma ho rivisto Angelo e mi ricordo quel giorno come l’ultima fiammata che brucia tutto e non lascia che il ricordo di un limpido passato. Ormai che se ne era andato mi sentivo solo e infelice e per di più, per una promessa di mio padre a Raffaele, dovevamo vivere nel loro vecchio appartamento e custodire i loro beni insieme ad un prezioso cofanetto di gioielli. La casa era vuota, priva di vita.
Il giorno di Natale del ’43 è stato terribile.
Vado ad aprire… e vedo Angelo che mi fissa ma non mi sorride. Mi giro. Un signore in borghese con i baffetti mi chiede se in casa c’è mio padre. Lo vado a chiamare, chiarisce la questione con lui ed entrano nell’appartamento. Vengo a sapere che al campo di Fossoli vogliono far passare un felice Natale a quel povero bambino ebreo in una buona famiglia che lo potrà accogliere senza esitazioni.
Angelo non mi sfiorava nemmeno con lo sguardo. Se ne stava seduto lì, immobile, a fissare un punto della parete. Era lontano e io ero sordo ai suoi urli, cieco alla sua sofferenza, muto ai suoi sentimenti e lui guardava lontano lontano. Gli ho portato il suo monopattino, quello che invidiavo tanto, ma lui niente. Poi ci sedemmo a tavola e non mangiò nulla.
Mio padre cercò di corrompere il poliziotto a lasciare in casa il ragazzo ma quel signore con un sorriso spento disse che, se non avesse riportato indietro Angelo, avrebbero ucciso sua moglie e sua figlia prese in ostaggio per precauzione. Non c’era niente da fare. Angelo era già stato ucciso. Era già morto, chiuso e inespressivo. Non c’era più niente da fare già prima. Non mi salutò nemmeno.
Dopo pochi anni dalla fine della guerra, venni a conoscenza del ritorno di Guglielmo. Mi precipitai da lui per ridargli il cofanetto di gioielli che avevamo custodito. Ma non lo riconoscevo più. Lo zio di Angelo era come il nipote, un tipo vivacissimo, allegrissimo e con un gran senso dell’umorismo.
Ero rimasto scioccato. Non era più lui. Era come se gli avessero rubato l’anima così allegra e spensierata che era la sua linfa vitale ed ora era rimasto a secco.
Era sempre scuro e triste con lo sguardo perso nel vuoto e con la stessa espressione di Angelo, quando lo vidi l’ultima volta. Lo osservavo, era una sensazione strana, mio padre gli porse il cofanetto, ma lui rimase indifferente: non gli importava più nulla, ormai aveva perso tutto.
“E ora sono qui che racconto questa storia e dei ragazzi di III media che si assumeranno il compito di ricordare a se stessi e gli altri cos’è successo e cosa vuol dire veramente soffrire”.

Li hanno portati via. Testimonianze sulla deportazione
degli ebrei veneziani; a cura degli alunni del Convitto Foscarini
1943-1945. The Steven H. and Alida Brill Scheuer Foundation
NEW YORK

Nostalgia della casa

E’ più di un anno che vivo al ghetto,
nella nera città di Terezin,
e quando penso alla mia casa
so bene di che si tratta.
O mia piccola casa, mia casetta,
perché m’hanno strappato da te,
perché m’hanno portato nella desolazione,
nell’abisso di un nulla senza ritorno?
Oh, come vorrei tornare
a casa mia, fiore di primavera!
Quando vivevo tra le sue mura
io non sapevo quanto l’amavo!
Ora ricordo quei tempi d’oro:
presto ritornerò, ecco, già corro.
Per le strade girano i reclusi
e in ogni volto che incontri
tu vedi che cos’è questo ghetto,
la paura e la miseria.
Squallore e fame, queste è la vita
che noi viviamo quaggiù,
ma nessuno si deve avvedere:
la terra gira e i tempi cambieranno.
Che arrivi dunque quel giorno
in cui ci rivedremo, mia piccola casa!
Ma intanto prezioso mi sei
perché mi posso sognare di te.
1943 Anonimo

  

Primo Levi “Se questo è un uomo”, Einaudi 1958

http://www.edscuola.it/archivio/norme/circolari/nm61103.htm

http://groups.google.com/group/ebreicongesu?hl=it

Donne: fertilità a picco dopo i 30

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Donne: fertilità a picco dopo i 30

29/1/2010
 

La “riserva ovarica” cala del 90%

Con il passare del tempo la capacità di una donna nel concepire un figlio diminuisce: la ragione sta nel fatto che, dopo i trenta anni, è stato ormai utilizzato il 90% della loro “riserva ovarica”, ossia del numero potenziale degli ovuli con cui ciascuna di loro nasce. Sono le conclusioni a cui è giunto uno studio della University of St Andrews and Edinburgh University (Regno Unito) pubblicata su Public Library of Science One che per la prima volta ha calcolato il calo effettivo della riserva ovarica dal concepimento fino alla menopausa.

 

Lo studio ha raccolto informazioni provenienti da 325 donne inglesi, americane ed europee: dalle conclusioni emerge che ogni soggetto femminile nasce in media con circa 2 milioni di ovuli. Questa riserva nella grandissima maggioranza dei soggetti (95% dei casi) si riduce al12% a partire dai trenta anni, mentre a quaranta precipita al 3%. Considerando che, dell’elevato numero di partenza, solo 450 ovuli circa riescono ad arrivare a piena maturazione nell’arco della vita, l’impoverimento del bacino iniziale ha conseguenze importanti.  Insomma, i fatidici trenta sono il momento in cui l’orologio biologico femminile scatta implacabile, con un crollo della fertilità più elevato di quanto non si pensasse in passato.

Insomma, per le over trenta l’88% degli ovuli presenti in loro alla nascita è perso per sempre e con loro buona parte delle possibilità di restare incinte. Un vero ammonimento per le donne, come sottolinea il ricercatore Tom Kelsey, della St Andrews University: “Ci sono donne in attesa della prossima promozione o di incontrare ‘l’uomo giusto’. Ma intanto non sanno quanto drasticamente declina la loro riserva ovarica dopo i 30 anni”. Ogni anno che passa segna la perdita di una gran parte di questo patrimonio di ovuli: questo rapido declino era già noto, spiega   lo scienziato – “ma questo è il primo studio a tracciare il suo intero percorso, da prima della nascita fino alla fine degli anni di fertilità”. 

Lavorando insieme agli esperti dell’Università di Edimburgo, il dottor Kelsey ha letteralmente “contato” il numero di uova nelle ovaie delle 325 donne di varie età che hanno preso parte allo studio. Le informazioni sono state poi inserite in un programma informatico che ha studiato in che modo la produzione diminuisca con il tempo. L’analisi ha anche dimostrato che fino ai 25 anni gli stili di vita, fumo e alcol in primis, non hanno particolari effetti negativi sulla fertilità di una donna. In seguito, però le cose cambiano e sulla fertilità ha un peso molto marcato anche il modo in cui una donna si prende cura di se stessa e del suo corpo.

 

Gesuiti tedeschi accusati di stupro

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Gesuiti tedeschi accusati di stupro: nuovo scandalo sessuale nella chiesa conciliare

     Nuovo scandalo sessuale nella Chiesa. I gesuiti tedeschi accusati di stupro

Coinvolto uno dei più prestigiosi licei di Berlino. Il rettore: violenza mi ha sconvolto. I precedenti di Irlanda e Stati Uniti

La chiesa finisce nuovamente nel mirino delle polemiche. Un nuovo scandalo a sfondo sessuale, infatti, ha investito il mondo ecclesiale, questa volta in Germania. Sul quotidiano Berliner Morgenpost il rettore di uno dei licei più prestigiosi di Berlino, il Canisius-Kolleg al Tiergarten, gestito dai gesuiti, ha presentato le scuse ufficiali a nome dell’istituto per una serie sistematica di violenze sessuali avvenute negli anni Settanta e Ottanta da parte di due insegnanti. Le testimonianze di alcuni allievi hanno convinto il rettore che non si trattava di casi sporadici o isolati, ma di violenze sistematiche durate oltre un decennio. Almeno due insegnanti sacerdoti sono sospettati di aver compiuto gli abusi sugli studenti; entrambi hanno lasciato l’ordine dei gesuiti negli anni Ottanta e non insegnano più nella scuola.

IL RETTORE: SONO SCONVOLTO

Dopo che alcune vittime degli abusi si erano rivolte al rettore, padre Klaus Mertes, quest’ultimo ha scritto una lettera a circa 600 ex studenti dell’istituto, molti dei quali oggi occupano posizioni di rilievo nella società, nella politica e nell’economia tedesca. “La violenza dell’accaduto mi ha sconvolto”, ha dichiarato il rettore al Berliner Morgenpost. “Ho assicurato alle vittime tutta la mia discrezione. Adesso loro sono liberi di decidere se rivolgersi all’opinione pubblica o alla polizia”.

BUFERA PRETI PEDOFILI IN IRLANDA

Quanto accaduto in Germania è solo l’ultimo di una serie di scandali sessuali che ha visto protagonista la chiesa cattolica. Dopo la bufera che ha coinvolto alcuni sacerdoti in Nord America, recentemente è stata la chiesa irlandese a finire nella bufera. E’ stata una delle pagine più nere della storia d’Irlanda, e della storia della chiesa cattolica: l’abuso sessuale sistematico e ampiamente diffuso ai danni di bambini e adolescenti di entrambi i sessi, in scuole, orfanotrofi, riformatori e altri istituti gestiti da ordini religiosi cattolici irlandesi. Un dossier con le testimonianze di 2.500 vittime di violenze, avvenute tra gli anni ‘40 e gli anni ‘80, negli istituti gestiti da preti e suore, riporta i racconti atroci, di uomini e donne oggi adulti che ricordano di essere stati picchiati in ogni parte del corpo con le mani e con ogni tipo di oggetti, seviziati, stuprati, talvolta da più persone contemporaneamente.

LA CONDANNA DEL PAPA

E sul tema è intervenuto duramente anche il Papa che ha convocato tutti i vescovi irlandesi per il 15 e il 16 febbraio a Roma: due giorni di confronto sullo scandalo degli abusi sessuali del clero dell’Isola, durante i quali presumibilmente saranno resi noti ai rappresentanti delle diocesi irlandese i contenuti della lettera che Benedetto XVI ha annunciato avrebbe inviato ai fedeli d’Irlanda per chiedere scusa e per ribadire la contrarietà della chiesa a tali abusi. (è sufficiente?, n.d.r.)

LA COMPAGNIA DI GESU’, IL PIU’ GRANDE ISTITUTO RELIGIOSO

La Compagnia di Gesù, questo il nome ufficiale dei gesuiti, è considerata singolarmente il più grande istituto religioso della Chiesa cattolica. Fu fondata nel 1534 da un gruppo di sei studenti dell’Università di Parigi che erano guidati da Ignazio di Loyola. L’attuale superiore dei gesuiti, storicamente chiamato il Papa Nero, per via del colore della tonaca, per la durata a vita dell’incarico e per il peso dell’ordine nel mondo cattolico, è padre Adolfo Nicolas, eletto il 19 gennaio 2008. Al primo gennaio 2009 i gesuiti erano in totale 18.516, di cui 13.112 sacerdoti (- 193 rispetto al 2008). La provincia più numerosa è quella italiana, con circa 700 membri.

http://www.gruppoartistico.it/public/press/?p=3025

UFO: OPERA SATANICA

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MARIA SIMMA E PADRE AMORTH : GLI UFO SONO OPERA SATANICA »
 
 
http://it.gloria.tv/?media=48262
 
 CERCHI NEL GRANO NON SONO OPERA DEGLI UFO MA DELL’UOMO »
 
http://it.gloria.tv/?media=48258

Il dramma di Pietro Crisafulli: “Porterò mio fratello a morire in pace in Belgio”

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Eutanasia: il caso di Salvatore Crisafulli
“Porterò mio fratello a morire in Belgio”
 

“Siamo rimasti soli e non possiamo più aiutarlo, perché ha bisogno di cure 24 ore su 24. Non possiamo fare altro, ci hanno abbandonati al nostro destino, allora meglio farlo morire: lui è al corrente di questa nostra decisione ed è d’accordo”.

Così Pietro Crisafulli annuncia “un viaggio della morte” per suo fratello Salvatore, 45 anni, paraplegico, entrato in coma nel settembre del 2003 in seguito a un incidente stradale e risvegliatosi nell’ottobre del 2005. Lo porterà in Belgio per fargli praticare l’eutanasia visto che “da sette anni promettono un piano ospedaliero personalizzato a casa per lui, che non è stato mai realizzato”. Pietro Crisafulli, “deluso dai governanti e dalla Chiesa”, in passato è stato già protagonista di clamorose forme di protesta come l’annuncio di “staccare la spina” degli strumenti che tenevano in vita sua fratello Salvatore perché, anche quello volta, si era “sentito tradito dalla politica”. Si era anche schierato apertamente “per tenere in vita Eluana Englaro”. Un caso, però, che lui ritiene non paragonabile con l’ipotesi di eutanasia per suo fratello:”la mia non è una battaglia per la morte – afferma – ma per la vita”. “Io farò tutto questo – aggiunge – e camminerò con la testa alta perché ho combattuto per la vita di mio Salvatore. Lui non morirà di stenti, di fame e di sete, ma se ne andrà via dormendo”. La disperazione della famiglia si è acuita dopo che un altro dei fratelli Crisafulli, Marcello, è rimasto ferito in un incidente stradale e non può aiutare l’anziana madre a curare Salvatore. Sul caso la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Sistema sanitario nazionale ha avviato un’istruttoria e ha attivato un’ispezione dei carabinieri del Nas. Il presidente della Commissione d’inchiesta del Senato, Ignazio Marino, si chiede se “sia stato effettivamente” Salvatore Crisafulli a “comunicare tale scelta o se non sia frutto solo della disperazione ed esasperazione della famiglia per l’assenza di assistenza che denunciano”. “Ho sempre affermato il diritto di autodeterminazione e l’opportunità di una legge su testamento biologico in Italia – osserva Marino – ma sono altrettanto saldamente contrario all’eutanasia. Inoltre – conclude – credo che se la morte è decisa da qualcun altro non si possa chiamare eutanasia ma piuttosto omicidio”. Il vice presidente della commissione d’inchiesta sul Ssn, Laura Bianconi ha chiesto al ministro della Salute Ferruccio Fazio di attivarsi “prontamente con il Governatore Lombardo, perché si faccia chiarezza su questo ulteriore e gravissimo caso che coinvolge la sanità siciliana e che denota una totale mancanza di rispetto per i cittadini meno fortunati”. Pietro Crisafulli conferma intanto la sua intenzione: “domenica partirò con un camper e porterò mio fratello in Belgio per fargli praticare l’eutanasia”. Poi torna ad accusare “la politica, dal premier al presidente della Regione Siciliana, di avere promesso senza mantenere”. “Adesso – aggiunge – il governo se vorrà dovrà intervenire in extremis, come ha fatto con Eluana Englaro, per salvare la vita di Salvatore”.

Giovedì 28 gennaio 2010 20.40

  

http://unionesarda.ilsole24ore.com/Articoli/Articolo/165823

 

Metteremo fine a questa agonia”

Il dramma di Pietro Crisafulli: “Porterò mio fratello a morire in pace in Belgio”

 

 

gennaio 27, 2010

PEDOFILIA: SPOSE BAMBINE PALESTINESI

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Casamiento Musulmán: 450 niñas se casan con hombres mayores de 20 años en Gaza
22 Septiembre 2009

Profeta Ever Leyva: Musulmanes se casan con niñas menores de 10 años

 
 
 
 
 
 
Fue necesario el 9-11 para que muchos nos diéramos cuenta quienes en realidad son los musulmanes. Hay los que quieren “ayudarlos” inventando la palabra “extremistas” como para dar la idea de que existen dos grupos. Eso es mentira y es una falsedad.

 
 
 
 

QUE SE CASAN CON NIÑAS, como si fuera lo más natural en el mundo. Lo que ellos creen, lo que ellos practican es un peligro para Occidente, para los judíos y para los cristianos en particular. No nos vayamos a confundir. Estas cosas son las que ellos hacen y las que quieren que todos hagamos después que conviertan al mundo entero en “un paraíso musulmán. Mis queridos hermanos en CRISTO, el peligro musulmán existe, nos rodea, y en cada día se hacen más visibles en las noticias, y no precisamente por algún descubrimiento que hayan hecho, alguna obra que ayude a mejorar el mundo en que vivimos, sino todo lo contrario por actos terroristas y fanáticos que a todos nos concierne y que nos tiene que hacer pensar seriamente en el asunto.

 http://www.facebook.com/?ref=home#/note.php?note_id=271659717755&id=1114789825&ref=nf

Las cosas que presenta estas fotos no son de “musulmanes extremistas”, sino de musulmanes vulgares y regulares como cualquier orto tipo de persona QUE SE CASAN CON NIÑAS, como si fuera lo más natural en el mundo. Lo que ellos creen, lo que ellos practican es un peligro para Occidente, para los judíos y para los cristianos en particular. No nos vayamos a confundir.

Estas cosas son las que ellos hacen y las que quieren que todos hagamos después que conviertan al mundo entero en “un paraíso musulmán.

Mis queridos hermanos en CRISTO, el peligro musulmán existe, nos rodea, y en cada día se hacen más visibles en las noticias, y no precisamente por algún descubrimiento que hayan hecho, alguna obra que ayude a mejorar el mundo en que vivimos, sino todo lo contrario por actos terroristas y fanáticos que a todos nos concierne y que nos tiene que hacer pensar seriamente en el asunto.

Il senso del Giorno della Memoria

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Il senso del Giorno della Memoria

 

Renzo Gattegna, Presidente Unione Comunità Ebraiche Italiane

Sessantacinque anni fa, il 27 gennaio 1945, venivano aperti i cancelli di Auschwitz. Le immagini che apparvero agli occhi dei soldati sovietici che liberarono il campo, sono impresse nella nostra memoria collettiva. Ad Auschwitz, come negli innumerevoli altri campi di concentramento e di sterminio creati dalla Germania nazista, erano stati commessi crimini di incredibile efferatezza. Tali crimini non furono commessi solo contro il popolo ebraico e gli altri popoli e categorie oppressi, ma contro tutta l’umanità, segnando una sorta di punto di non ritorno nella Storia.

L’uomo contemporaneo, con il suo grande bagaglio di conoscenze, nel cuore del continente più civile e avanzato, era caduto in un baratro. Aveva utilizzato il suo sapere per scopi criminali, tramutando quelle conquiste scientifiche e tecnologiche, di cui l’Europa era allora protagonista indiscussa, in strumenti per annichilire e distruggere intere popolazioni, primi fra tutti gli ebrei d’Europa.

Da quel trauma l’Europa e il mondo intero si risvegliarono estremamente scossi. Si domandarono come era stato possibile che la Shoah fosse avvenuta. E, soprattutto, quali comportamenti e azioni mettere in atto per scongiurare che accadesse di nuovo.

Dalla consapevolezza dei crimini di cui il nazismo si era macchiato nacque nel 1948 la Dichiarazione universale dei diritti umani, promulgata dalle Nazioni Unite allo scopo di riconoscere a livello internazionale i diritti inalienabili di tutti gli uomini in ogni nazione.

La consapevolezza di ciò che era stato Auschwitz fu tra gli elementi fondamentali per la costruzione, identitaria prima ancora che giuridica, della futura Europa unita.

Scriveva il filosofo Theodor Adorno che dopo Auschwitz sarebbe stato “impossibile scrivere poesie”, intendendo rendere l’idea di quali implicazioni radicali comportava assumersene la responsabilità, negli anni della ricostruzione e della nascita dell’Europa unita.

Era indispensabile stabilire con esattezza ciò che l’Europa non sarebbe stata. Alle radici dell’impostazione ideale dell’attuale Unione Europea c’è il rispetto per la dignità umana e il rigetto per ciò che era accaduto, sia prima che durante la guerra, a causa di idee razziste e liberticide. Auschwitz è la negazione dei principi ispiratori dell’Europa coesa, economicamente, socialmente e culturalmente avanzata che conosciamo oggi.

Il 27 gennaio 2010 il Giorno della Memoria si celebra in Italia per la decima volta. Dieci anni sono passati da quando fu chiesto all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane di partecipare all’attuazione delle iniziative, promosse dalle istituzioni dello Stato italiano e in particolare dal Ministero dell’Istruzione, che avrebbero caratterizzato lo svolgimento di questa giornata. Oggi il Giorno della Memoria è diventato un’occasione fondamentale, per le scuole, di formare tanti giovani tramite una importante attività didattica e di ricerca.

Da allora l’ebraismo italiano si è a più riprese interrogato sul modo di proporre una riflessione che non fosse svuotata dei suoi significati più profondi, riducendosi a semplice celebrazione. Al di là delle giuste, necessarie parole su Shoah e Memoria, crediamo infatti che occorra cercare di perpetuare il senso vero di questo giorno.

Molti sono stati in questi anni gli studi, gli articoli, le riflessioni, le pubblicazioni di studiosi e intellettuali che hanno tentato di definire e ridefinire costantemente il senso della Memoria.

Esiste infatti una problematica della relazione tra Storia e Memoria. La Shoah è ormai consegnata ai libri di Storia, al pari di altri avvenimenti del passato. Pochi testimoni sono rimasti a raccontarci la loro esperienza. Si potrebbe ipotizzare una Memoria cristallizzata nei libri, come un evento importante ma lontano nel tempo, da studiare al pari di qualsiasi altro capitolo di un libro scolastico, con il rischio di rendere distante il significato e la ragione vera per cui il Giorno della Memoria è stato istituito per legge.

L’umanità esige che ciò che è avvenuto non accada più, in nessun luogo e in nessun tempo. E’ di enorme importanza che le nuove e future generazioni facciano proprio questo insegnamento nel modo più vivo e partecipato possibile, stimolando il dibattito, le domande, i “perché” indispensabili per la comprensione di quei tragici eventi.

Scriveva la filosofa Hannah Arendt, che il male non ha né profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. E’ una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale.

La filosofa che forse più in profondità ha studiato le aberrazioni del nazismo, coniando quella ormai famosa espressione, “la banalità del male”, riferita a uno dei principali esecutori della Shoah, dà una definizione di tetra neutralità e ignavia a chi non pensa, a chi non riflette, a chi non ha idee proprie, a chi non dà valore e giudizio alle proprie azioni e alle loro conseguenze. La Arendt collega il “bene” direttamente al pensiero, fonte vitale di comprensione del mondo.

Favorendo noi una riflessione vivace nei ragazzi, renderemo forse il servizio migliore a questo Giorno che, per essere vissuto nel modo più autentico, necessita di un pensiero non statico, non nozionistico.

Occorre fornire alle nuove generazione gli strumenti, anche empirici, per riflettere su cosa l’umanità è stata in grado di fare, perché non accada mai più.

Questo, forse, è il senso più vero del Giorno della Memoria, ed è un bene prezioso per tutti.


http://www.ucei.it/giornodellamemoria/index2.htm

DON GIULIO ANTONIOL DIVENTERA’ PADRE

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Belluno. «Lascio l’altare e divento papà»

L’ex prete confessa: «Amo un’albanese»

Era parroco del Duomo di Feltre ma da settembre è stato
sospeso dal sacerdozio: «La fede non mi bastava più»

BELLUNO (26 gennaio) – Dal settembre scorso è stato sospeso dal sacerdozio, su sua stessa richiesta, e ora don Giulio Antoniol, ex parroco del Duomo di Feltre, annuncia che diventerà padre a coronamento della sua storia d’amore con una ragazza albanese.

«Semplicemente mi sono innamorato – ha raccontato, indicando di essere in attesa del ritorno allo stato laico chiesto al vescovo e al Papa – e con convinzione abbiamo desiderato un bambino». La nascita è prevista per settembre. «La mia volontà – ha spiegato riguardo alla decisione di lasciare la tonaca – è stata sempre quella divivere la fede in chiesa e in comunità ma con il tempo le cose sono cambiate. Mi rendevo conto che ciò non bastava più».

Dei suoi propositi, nell’estate scorsa, aveva parlato con il vescovo di Belluno – «che da lì in avanti ha sempre avuto con me un rapporto paterno» – e non nasconde gli imbarazzi quando incontra persone che conosce e che gli mancano il Duomo gremito per la messa e i parrocchiani «ma trovo altrettanta gratificazione dalla vita di coppia nella quale lavare i piatti è espressione d’amore».

http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=88963&sez=NORDEST

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