Mirabilissimo100’s Weblog

marzo 27, 2011

Fukushima: Alta radioattività, sgomberati i tecnici reattore 2

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TMNews

Fukushima, alta radioattività, sgomberati i tecnici reattore 2

Interrotte le operazioni di raffreddamento reattori. Manifestazioni a Tokyo e Nagoya contro il nucleare

 
Fukushima, alta radioattività, sgomberati i tecnici reattore 2
 
 
 
 
 
Osaka, 27 mar. (TMNews) – La squadra di tecnici, circa 500, che sta lavorando, giorno e notte, alla centrale nucleare di Fukushima, colpita dal terremoto/tsunami che ha devastato il Giappone nordorientale l’11 marzo scorso, è stata costretta a interrompere le operazioni di raffreddamento a causa di un’alta radioattività nel reattore 2. Lo ha annunciato la società di gestione dell’impianto.

Il tasso di radioattività misurato in alcuni campioni di acqua ritrovata nel sottosuolo nella sala delle turbine, situata dietro il reattore è di 1.000 millisieverts per ora, ha dichiarato il portavoce della società Tokyo Electric Power (Tepco). “Questo valore è 10 milioni di volte più elevato del livello di radioattività dell’acqua che si trova generalmente in un reattore in buono stato”, ha spiegato.

Centinaia di persone hanno manifestato oggi a Tokyo e Nagoya (centro) per chiedere lo stop di tutte le centrali nucleari nel Paese, dopo l’incidente di Fukushima. In un paese dove tradizionalmente gli antinuclearisti sono rari e hanno poco spazio sui media, circa 300 persone si sono radunate a Nagoya raccogliendo l’appello lanciato dagli studenti, preoccupati per la situazione alla centrale nucleare Fukushima Daiichi (N°1) nel nord-est dell’arcipelago.

“Non vogliamo un’altra Fukushima”, hanno sottolineato i dimostranti chiedendo la sospensione delle attività alla centrale di Hamaoka, a circa a 120 chilometri da Nagoya sulla costa sud dell’isola di Honshu. “Voglio poter scegliere il tipo di vita da vivere e non voglio lasciare materiale pericoloso alle future generazioni”, ha dichiarato Shigeko Furumichi, 63 anni, un abitante di Nagoya.

Anche a Tokyo, circa 300 persone hanno manifestato nel quartiere chic di Ginza scandendo slogan come “Non abbiamo bisogno del nucleare”.

Bla 270901 mar 11 MAZ

 
 
 
 
 
 

LIBIA: TRIPOLI CHIEDE IL CESSATE IL FUOCO-LA GUERRA CONTINUA E I RIBELLI AVANZANO

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LA STAMPA.IT
27/03/2011 – ATTACCO A GHEDDAFI

Libia, i ribelli avanzano ancora
Tripoli chiede il cessate il fuoco

  
 

Il ministro Frattini lavora a piano italo-tedesco: “Il raiss in esilio”

Dopo la riconquista di Agedabia e Brega, i ribelli libici proseguono nella loro avanzata e guardano verso al-Bisher, una città una trentina di chilometri più a ovest lungo la strada che porta alla città natale di Muammar Gheddafi, Sirte. Ma il regime libico è tornato a chiedere il cessate-il-fuoco e una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza Onu.

A Tripoli, il portavoce del governo, Mussa Ibrahim, ha detto sabato notte che gli attacchi aerei della coalizione hanno ucciso soldati e civili lungo la strada tra Agedabia e Sirte: «Stanotte i raid aerei continuano a pieno ritmo. Stiamo perdendo molte vite, soldati e civili», ha detto e ha rinnovato il suo appello alla tregua e a una riunione urgente al Palazzo di Vetro.

In effetti i raid, lanciati dalla coalizione occidentale per proteggere i civili, stanno effettivamente spostando l’equilibrio di potere sul terreno e sabato notte sono proseguiti senza sosta. I caccia francesi hanno anche distrutto almeno cinque aerei e due elicotteri delle forze lealiste nelle regioni di Zindan e Misurata.

Ma intanto l’Italia pensa al dopo. Il ministro degli Esteri Franco Frattini, impegnato da giorni in un’ampia rete di contatti per tentare di risolvere la crisi, ha delineato i contorni di un piano per relegare Gheddafi in esilio. Dopo che tutta l’Europa e l’Onu hanno ripetuto che il Colonnello non è un interlocutore accettabile, non si può pensare ad una soluzione che contempli la sua permanenza al potere», ha detto Frattini a ’Repubblica’.

«Chiaro, altra cosa è pensare a un esilio per Gheddafi, l’Unione Africana si è già fatta carico di trovare una soluzione». Frattini presenterà il suo piano alla riunione a Londra, martedì, tra i ministri degli Esteri della coalizione internazionale. «Abbiamo un piano e vedremo se si potrà tradurre in una proposta italo-tedesca.

Magari da elaborare in un documento congiunto da presentare martedì». Il capo della diplomazia italiana ha detto che il piano deve comprendere un cessate-il fuoco monitorato dall’Onu, ampie consultazioni con i gruppi tribali libici e un corridoio umanitario permamente, a cui il governo italiano sta già lavorando con il governo turco.

http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/395199/

 

GAZA: RAID ISRAELE-2 PALESTINESI MORTI

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TMNews

Raid Israele su Gaza, due palestinesi uccisi

Esercito israeliano non ha confermato l’attacco. I principali movimenti palestinesi si dicno pronti ad un ritorno alla calma

 
Gaza, 27 mar. (TMNews) – Due palestinesi sono rimasti uccisi nel corso di un raid aereo israeliano sulla Striscia di Gaza. Lo riferiscono fonti ospedaliere palestinesi. “Due palestinesi sono stati uccisi e un altro è rimasto ferito questa mattina in un raid dell’aviazione israeliana contro obiettivi a est di Jabaliya”, ha annunciato Adham Abou Senmya. L’esercito israeliano non ha confermato l’attacco.

Ieri, i principali movimenti palestinesi di Gaza, riuniti sotto l’egida di Hamas, si sono detti pronti a “un ritorno alla calma” e a una tregua tacita, dopo un escalation di violenze, a condizioni che Israele faccia la stessa cosa.

(Fonte Afp) Bla 270906 mar 11 MAZ

 

marzo 26, 2011

SIRIA: LA RIVOLTA CONTRO IL GOVERNO NON SI FERMA-DECINE DI MORTI

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LEGGO.IT

SIRIA, DECINE DI MORTI
SU FB APPELLO ALLA RIVOLTA

Sabato 26 Marzo 2011 – 14:55
 

DAMASCO – Anche in Siria la prima crepa l’ha fatta il web. Ancora Facebook e Twitter. E i video girati con i telefonini diffusi su youtube. E ancora messaggi, informazioni e appuntamenti per alzare la voce, insieme, contro il regime. Questa volta è contro gli Assad che si scaglia la rabbia che corre in rete, nella più recente e impensabile rivolta entrata nel cuore del Medio Oriente più blindato. È su Fecebook e Twitter che è comparsa per prima la voce sui morti oggi a Latakia, caduti sotto il fuoco delle forze di sicurezza nella città capoluogo della regione alawita da cui proviene la famiglia presidenziale degli Assad. E che la lotta sia contro la famiglia al potere da 40 anni lo si legge a chiare lettere nel nome dato al più attivo tra i gruppi creati su Facebook, metà in inglese e metà in arabo, che si traduce in «La rivoluzione siriana 2011, contro Bashar al Assad». Sul sito compaiono post a distanza anche di un solo minuto uno dall’altro e contengono messaggi di varia natura: dalla solidarietà espressa verso «i fratelli di Daraa», l’altra città da giorni teatro delle proteste, alle convocazioni per nuove manifestazioni.

Ci sono poi i video che mostrano i cortei e la folla, ma anche il volto insanguinato di un dimostrante a terra che ricorda drammaticamente le ultime immagini di Neda a Teheran, morta nelle grandi manifestazioni del giugno 2009 di cui è diventata il simbolo. Di questo ragazzo steso in terra che muove a fatica il volto ricoperto di sangue non si sa ancora nulla, non si sa nemmeno se sia vivo o morto. Le immagini datate 26 marzo durano 17 secondi in tutto, sotto il titolo «Martirio di un giovane a Latakia». Niente più e niente di verificabile. Così come non sono subito verificabili i numerosi brevi messaggi che compaiono su Twitter, sebbene da questi possano partire allarmi e possano fornire indicazioni su quanto sta accadendo sul terreno. Attraverso gli account del servizio di microblogging si è infatti per tutto il giorno riferito dei disordini a Latakia, degli spari, di voci sulle forze di sicurezza che impedivano l’ingresso in ospedale a feriti, fino ad un violento intervento al campus dell’Università di Tishreen dove sarebbero stati arrestati alcuni studenti. Non ci sono richiami espliciti all’Iran, all’Egitto o alla Tunisia; ma la tecnica è la stessa. Ed è infallibile. La forza della mobilitazione sul web è ancora una volta il coraggio che suscita ed infonde nello scoprire di essere in molti e di potersi parlare. Nel sapere che qualcuno prima di te ha lanciato uno slogan, ha postato un video, ha denunciato la violenza e l’oppressione e che non si fermerà.

http://www.leggo.it/articolo.php?id=113614

lampedusa: neonato nato in un barcone trasportato con i genitori in elicottero

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lampedusa: neonato nato in un barcone trasportato con i genitori in elicottero

Palermo, 26 mar. – (Adnkronos) – E’ atteso a Lampedusa (Agrigento) il neonato partorito a bordo del barcone con a bordo 330 somali ed eritrei, partito dalla Libia quattro giorni fa ed attualmente in navigazione a circa 60 miglia dalla piu’ grande delle Pelagie. Un elicottero si e’ levato dalla nave “Etna” della Marina militare, che ha preso a bordo la mamma, il piccolo e il papa’, e si sta dirigendo a Lampedusa.

“All’aeroporto e’ gia’ arrivata la nostra ambulanza, presteremo le prime cure a tutti e tre – dice all’ADNKRONOS Pietro Bartolo, direttore del Poliambulatorio di Lampedusa e responsabile per l’emergenza sanitaria nell’isola -. Poi con un elicottero li trasferiremo all’ospedale Cervello di Palermo”.

Intanto in soccorso del barcone con a bordo oltre 300 persone, sui cui viaggiavano anche la mamma e il neonato, si stanno dirigendo alcune motovedette della Capitaneria di porto e della Guardia di finanza. La nave della Marina, che ha prelevato il piccolo, sta invece scortando l’imbarcazione, a bordo della quale ci sarebbero 26 donne e dieci bambin.

26/03/2011

CALABRIA REGIONE AD ALTO RICHIO SISMICO

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Rischio sismico in Calabria: cause e rimedi
 
Articolo a cura di Mario Pileggi, Geologo
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La Calabria regione a più alto rischio d’Italia
Cento anni fa, a causa del terremoto del 23 ottobre del 1907, crollava uno dei monumenti nazionali esistente in Calabria: la “Torre delle cento camere”. Al momento del crollo la Torre si trovava ad una distanza di centinaia di metri dal mare vicino al tracciato ferroviario di Gerace Marina e da alcuni autori era paragonata al tempio di Giove Serapide di Pozzuoli per la testimonianza delle oscillazioni del mare sulla costa Jonica calabrese.
La ricorrenza dell’evento, meno noto del ben più grave terremoto del 1908 ma significativo della sismicità del territorio calabrese, stimola qualche riflessione per il recupero della memoria storica e utile per la messa in sicurezza delle popolazioni.
I terremoti, come alluvioni non sono eventi dovuti alla fatalità, ma sono dati legati alla storia ed alle caratteristiche geostrutturali della Calabria. A differenza del resto della catena appenninica, l’Arco Calabro è costituito da antichissime rocce cristalline come i graniti e sottoposte, da milioni di anni, a movimenti vari e sollevamento dell’ordine di molti centimetri all’anno. I connotati del paesaggio calabrese sono segnati da enormi fratture a Graben ed Horst legate a imponenti processi di geotettonica ancora in atto; processi di rapida trasformazione con terremoti, tsunami, alluvioni e frane che, tra l’altro, da sempre rendono difficile il “governo del Territorio”
L’alta sismicità della Calabria in pratica è una delle manifestazioni dei rapidi processi di evoluzione geologica in atto nella regione e nel centro del Mediterraneo. E poiché i processi geologici, com’è noto, durano milioni di anni, è evidente che terremoti distruttori (come ad. es. quelli del 1638, 1783, 1888, 1905, 1908 che hanno gravemente colpito tutti i 409 comuni della nostra regione) continueranno a scuotere la Calabria ancora per molto tempo. Così com’è altrettanto evidente che più ci si allontana dall’ultimo forte evento sismico, più aumentano le probabilità del suo ripetersi.
L’elevata sismicità, le condizioni di degrado del patrimonio edilizio (la Calabria è la regione italiana con il patrimonio edilizio più degradato e meno resistente alle sollecitazioni prodotte dai sismi), il dissesto idrogeologico e, non ultima, la carenza di adeguati Piani comunali di Protezione Civile, sono i fattori che rendono estremamente elevato il rischio sismico in Calabria.
Carta elaborata da D. Molin, M. Stucchi e G. Valensise per conto del Dipartimento della Protezione Civile utilizzando la banca dati GNDT e il Catalogo dei Forti Terremoti Italiani di ING/SGA. I limiti dei valori di Imax seguono i confini comunali. Aprile 1996
Calabria. Classificazione sismica 2004
Massime intensità microsismiche osservate nei comuni italiani
Rischio sismico in Calabria. Classificazione 2004
Calabria. Precedente classificazione sismica
Calabria. Vecchia classificazione sismica.
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http://www.calabriaonline.com/specialecol/buono_di_calabria/miniere_di_calabria/terremoto01.php


Articolo a cura di Mario Pileggi, Geologo
Rischio sismico in Calabria: cause e rimedi
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La necessità di mettere in sicurezza gli edifici più esposti a terremoti
Nella regione a più elevato rischio sismico d’Italia restano da mettere in sicurezza molti edifici pubblici ed in particolare molte delle scuole dei 409 comuni della Calabria.
La necessità degli interventi di messa in sicurezza delle aule a rischio è stato sottolineato anche dal Capo della Protezione Civile Bertolaso che, per il decennale del terremoto di San Giuliano di Puglia , rende noto come “ad oggi solo il 10% delle scuole nei Comuni ad alto ed altissimo rischio sono da considerarsi sicure.” “In Italia ci sono quindicimila scuole dove studiano 8 milioni di bambini e ragazzi che si trovano in zone ad alto e altissimo rischio sismico – sottolinea Bertolaso – La loro messa in sicurezza è una priorità”.
In Calabria il numero degli edifici considerati a rischio è di circa 1800 dei quali oltre mille ricadenti in comuni classificati nella zona di massima pericolosità.
In proposito va considerato che la più recente normativa antisismica suddivide il territorio nazionale nelle seguenti categorie:
Zona 1: E’ la zona più pericolosa, dove possono verificarsi forti terremoti; comprende, in tutta l’Italia 708 comuni dei quali circa un terzo, esattamente 261 comuni, sono in Calabria.
 Zona 2: Nei comuni inseriti possono verificarsi terremoti abbastanza forti e comprende complessivamente 2.345 comuni dei quali 148 della Calabria.
 Zona 3: I 1.560 comuni ricadenti in questa zona possono essere soggetti a scuotimenti modesti.
 Zona 4: E’ la meno pericolosa con 3.488 comuni dove le possibilità di danni sismici sono basse.
In pratica, i comuni della Calabria ricadono tutti nella prima e seconda zona, e, quindi, nelle due più pericolose.
Ma c’è di più: l’introduzione della nuova normativa, tra l’altro, ha comportato il passaggio nella zona a più elevata pericolosità di 114 comuni, come ad esempio Cosenza e Lamezia Terme, che con la precedente legge del 1984 erano classificati di seconda categoria.
Calabria. Massime intensità microsismiche
Calabria. Classificazione sismica 2004
Calabria. Massime intensità microsismiche
Terremoto del 23.10.1907
Area epicentrale Calabria meridionale – Studio CFTI (BOA997)
Per ogni zona sono inoltre previste norme precise e vincoli cui è obbligatorio attenersi per costruire nuovi edifici o ristrutturare quelli già esistenti. Inoltre, la nuova normativa prevede l’obbligo di procedere alla verifica su tutto il territorio degli edifici “strategici”, per poi intervenire: in pratica scuole, ospedali, caserme, ponti e importanti vie di collegamento, che devono rispondere alla categoria di appartenenza. La verifica spetta ai proprietari degli edifici; e dunque, in caso di strutture pubbliche come le scuole, agli enti locali.
Ai ritardi nella messa in sicurezza degli edifici pubblici e privati più densamente popolati si aggiungono quelli della inadeguata e,o mancata pianificazione comunale di emergenza e per l’allertamento per il rischio idrogeologico ed idraulico per come disposto dalle Linee guida e dalla Direttive regionali e nazionali della Protezione Civile.
Si comprende la gravità di questi ritardi se si considera che sono proprio i comuni ad avere un ruolo di protagonisti nella mitigazione del rischio sismico. Infatti la pianificazione di emergenza permette ai comuni la definizione degli scenari di danno, l’ organizzazione di un corretto modello di intervento di protezione civile e incisive attività di informazione rivolte ai cittadini per creare una vera e propria sensibilità per i temi legati alla prevenzione e alla mitigazione dei rischi.
La scarsa attenzione dei comuni riguardo ai piani di emergenza in caso di terremoto si rileva anche dal fatto che nessun sindaco calabrese ha vinto o è stato premiato nel Concorso nazionale “Restare in piedi” dedicato ai comuni a rischio sismico d’Italia. Un fatto che la dice lunga sull’impegno e l’opera di pianificazione e prevenzione del rischio sismico degli Enti locali nella regione a più alto rischio d’Italia.
 
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http://www.calabriaonline.com/specialecol/buono_di_calabria/miniere_di_calabria/terremoto02.php


Articolo a cura di Mario Pileggi, Geologo
 
 
 
Rischio sismico in Calabria: cause e rimedi
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I rimedi per la mitigazione degli effetti e per la messa in sicurezza popolazioni

Alla conoscenza della realtà esistente e dei rischi a cui si va incontro, deve accompagnarsi la consapevolezza che è possibile difendersi dai terremoti e convivere con essi, come dimostrano le più avanzate ricerche e tecnologie utilizzate in altre realtà quali, ad esempio, gli Stati Uniti ed il Giappone dove l’attività sismica è superiore a quella calabrese (in California in media ogni 2 anni si verifica un terremoto di intensità pari a quella del disastroso sisma del novembre ’80 in Irpinia). In pratica, disponiamo di conoscenze e strumenti per ridurre i rischi entro limiti accettabili. La messa in sicurezza della regione non è un’utopia, ma un obiettivo che si può e si deve perseguire.
Cosa fare dunque per difendersi e convivere anche in Calabria con i terremoti?
Oltre ad immediati ed adeguati finanziamenti per gli interventi di risanamento e di bonifica sismica del patrimonio edilizio esistente ed in particolare delle costruzioni di maggior rilievo e più esposte al rischio di crollo, devono essere redatti i piani comunali di emergenza e per l’allertamento per il rischio idrogeologico ed idraulico nel rispetto delle apposite Direttive regionali e nazionali. Mentre la messa in sicurezza delle costruzioni richiede spese molto rilevanti (in tutta l’Italia servono 4 miliardi, 50 euro a studente per dieci anni) e l’intervento determinante del governo nazionale, la redazioni dei Piani comunali di emergenza hanno costi irrisori e possono essere redatti in tempi brevi.
È indispensabile una capillare azione di sensibilizzazione e di crescita della coscienza sismica di massa utile per attuare una razionale, estesa ed efficace Protezione Civile. E attrezzarsi di innovative strutture software (software, modelli, servizi, ecc.) come supporto collaborativo al lavoro degli operatori civili negli scenari di emergenze/disastri e per studiare le caratteristiche sismo-tettoniche della regione e nei mari circostanti mediante l’istallazione di un’articolata e diffusa rete di monitoraggio (stazioni GPS permanenti,sismografi, accelerometri, inclinometri, etc.).
In proposito è da considerare che gli effetti di un sisma sulle costruzioni possono variare enormemente entro distanze molto brevi, addirittura dell’ordine di alcune decine di metri. Ciò si deve al fatto che l’intensità delle scosse sismiche viene incrementata dalla presenza di condizioni locali sfavorevoli che le conoscenze scientifiche disponibili consentono di valutare a priori. Esistono quindi i mezzi e le conoscenze per individuare, anche a livello comunale, le aree a diverso comportamento sismico (microzonizzazione sismica) e quindi per elaborare mappe del diverso rischio sismico del territorio, che unite alla mappa delle zone soggette ad inondazioni; a quella delle aree in frana o potenzialmente franose; alla carta geopedologica; alla carta delle risorse idriche e a tutte le altre carte tematiche previste dalle apposite Linee Guida, consentono di visualizzare sia il diverso grado di pericolosità delle aree del territorio sia la distribuzione e valorizzazione delle risorse naturali presenti. In proposito non è fuori luogo ricordare la grande disponibilità dei preziosi giacimenti minerari che, come i terremoti, sono connessi alle condizioni geostrutturali ed ai processi geodinamici che caratterizzano il territorio della regione.
La Calabria, oltre ad essere la regione a più alta sismicità, è anche una delle zone d’Italia più ricche di depositi minerari metallici e litoidi. D’altra parte sulla disponibilità ed utilizzazione di giacimenti minerari nella regione, come per gli eventi sismici, non mancano i dati che ne documentano l’attività nel passato remoto e recente della storia calabrese.
Geologo Mario Pileggi del Consiglio nazionale di Amici della Terra

Carta di rischio. Stima dei crolli in 100 anni.
Scarica la nuova classificazione sismica per la Calabria
Scarica la tabella dei Comuni ad alto e medio rischio sismico in Italia
Scarica la tabella dei Terremoti in Calabria
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Articolo a cura di Mario Pileggi, Geologo

http://www.calabriaonline.com/specialecol/buono_di_calabria/miniere_di_calabria/terremoto03.php

LAMPEDUSA:L’ITALIA AIUTA I CLANDESTINI TUNISINI E GLI ITALIANI?

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , , , , — mirabilissimo100 @ 12:34 pm
SBARCHI: I CLANDESTINI SCAPPANO!
  
  
L’ITALIA AIUTA I CLANDESTINI TUNISINI E GLI ITALIANI?
Gli italiani del Sud, sono disoccupati, l’Italia invece di pensare ai sui abitanti, aiuta i clandestini tunisini.
La Tunisia non è povera, come turismo fa concorrenza all’Italia!
  
  
Frattini: 2.500 dollari al migrante che accetta rimpatrio!

Con questa proposta molti tunisini veranno in Italia, per prendersi i 2.500 dollari!
Forse quasi tutti gli abitanti tunisini vorranno fare il viaggetto per prendersi il denaro come clandestino che rimpatria!

 
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TMNews

Frattini: 2.500 dollari al migrante che accetta rimpatrio

Oltre al pacchetto di aiuti offerto ieri alla Tunisia: “per favorire le transizioni democratiche sostenere rilancio economico”

 
Roma, 26 mar. (TMNews) – Fino a 2.500 dollari a ogni clandestino giunto in Italia che accetterà di rientrare volontariamente nel suo Paese e un pacchetto di aiuti economici alla Tunisia in modo che possa affrontare in modo autonomo il problema sottosviluppo che è alla radice dell’ondata migratoria: queste le proposte presentate ieri a Tunisi dal ministro degli Esteri Franco Frattini, intervistato dal Quotidiano Nazionale. Frattini è stato a Tunisi con il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, per discutere con il nuovo governo tunisino le condizioni perché Tunisi metta un freno al flusso migratorio che sta sbarcando su Lampedusa.

“Il modo migliore per favorire le transizioni democratiche è sostenerne il rilancio economico. Se l’Europa non è pronta, noi crediamo che sia opportuno iniziare a prendere impegni nazionali. E così abbiamo offerto da un lato un sostegno per il bilancio del Paese nordafricano con una linea di credito da 95 milioni di euro, e dall’altro abbiamo predisposto un pacchetto di aiuti che incida sui settori che hanno un valore aggiunto, a cominciare dalle piccole e medie imprese. Una proposta globale che cerca di affrontare le radici del problema”, ha spiegato il ministro, che ha “ben presente” anche il problema rappresentato nel breve periodo da Lampedusa: “Abbiamo fatto fronte a una richiesta di fuoristrada, motovedette, radar che arriverà a fornire aiuti per 70 milioni di euro e abbiamo pure aggiunto la disponibilità di addestratori di polizia. A questo ha corrisposto l’impegno del governo tunisino di cominciare con effetto immediato un controllo piu stringente per bloccare le partenze”.

Quanto al rimpatrio dei clandestini, principio accettato da Tunisi, “per favorire questo processo abbiamo proposto che ogni tunisino che accetta volontariamente il rimpatrio sia accompagnato da un aiuto economico che il governo italiano è pronto a mettere a disposizione per aiutare il suo reinserimento sociale. L’Oim, l’organizzazione delle migrazioni, dà una ‘dote’ di 1.500 dollari. Noi possiamo superare questo importo, fino a 2.000 o magari 2.500 dollari, dando così la possibilità di creare le condizioni per un rientro di migliaia di persone”.

Ieri, Frattini aveva annunciato che l’Italia ha accordato alla Tunisia una linea di credito di 150 milioni di euro per rilanciare l’economia, in particolare per la promozione del turismo italiano che nelle prossime settimane vedrà il varo di una campagna in Italia.

mgi-aqu

 
 
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«L’Oim, l’organizzazione delle migrazioni, dà una ‘dotè di 1.500 dollari. Noi possiamo superare questo importo, fino a 2.000 o magari 2.500 dollari, dando così la possibilità di creare le condizioni per un rientro di migliaia di persone».
 
ACCORDO ITALIA-TUNISIA PER 150 MLN I ministri degli Interni Roberto Maroni e degli Esteri Franco Frattini hanno preso accordi con le autorità tunisine per contrastare l’ondata di clandestini che da settimane sta invadendo le coste del Sud Italia. I colloqui si sono tenuti a Tunisi: in cambio dei controlli marittimi del governo di Tunisi, l’Italia fornirà uomini e mezzi di addestramento e una linea di credito di 150 milioni di euro.

http://www.leggo.it/articolo.php?id=113603
 
 

LEGGO.IT

LIBIA, MIGRANTI SCAPPANO
DAL CENTRO DI MINEO -VIDEO.
“DENARO A CHI RIMPATRIA”

Sabato 26 Marzo 2011 – 13:08
Ultimo aggiornamento: 13:11
                  

Immigrati in fuga dal centro di Mineo

PALERMO – Altre due imbarcazioni, con a bordo decine di immigrati, sono state avvistate al largo dell’isola di Lampedusa. Il loro arrivo è previsto in serata. Intanto avanza verso Lampedusa il barcone con a bordo 330 eritrei di cui si erano perse due giorni fa le tracce. Stamattina all’alba è arrivata a Lampedusa la prima nave cisterna con acqua inviata dalla Regione siciliana con a bordo quasi 5.000 metri cubi di acqua potabile per fare fronte alla crisi idrica. Per il pomeriggio è previsto l’arrivo di un’altra nave cisterna con 1.500 metri cubi d’acqua. «Entro giungo prossimo – ha spiegato l’assessore regionale siciliano Giosuè Marino – invieremo a Lampedusa circa 60.000 metri cubi di acqua».

FRATTINI LANCIA “DOTE” A CHI RIMPATRIA «L’Oim, l’organizzazione delle migrazioni, dà una ‘dotè di 1.500 dollari. Noi possiamo superare questo importo, fino a 2.000 o magari 2.500 dollari, dando così la possibilità di creare le condizioni per un rientro di migliaia di persone». È quanto spiega, in un’intervista sul Quotidiano Nazionale, il ministro degli Esteri Franco Frattini parlando della ‘dotè da mettere a disposizione di ogni immigrato che accetterà di rimpatriare volontariamente nel proprio paese. L’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) Š un ente intergovernativo fondato nel 1951 e che raggruppa oggi 123 stati. «Abbiamo detto al governo di tunisino – spiega Frattini, che ieri è stato a Tunisi con il collega Roberto Maroni – che ovviamente dobbiamo rimpatriare i clandestini e loro hanno ben presente che questo si deve fare». Ed «abbiamo proposto che ogni tunisino che accetta volontariamente il rimpatrio sia accompagnato da un aiuto economico che il governo italiano è pronto a mettere a disposizione per aiutare il suo reinserimento sociale». «Il modo migliore per favorire le transizioni democratiche è sostenerne il rilancio economico» torna così a ribadire Frattini. «Se l’Europa non è pronta, noi crediamo che sia opportuno iniziare a prendere impegni nazionali. E così – spiega – abbiamo offerto da un lato un sostegno per il bilancio del Paese nordafricano, con una linea di credito da 95 milioni di euro, e dall’altro abbiamo predisposto un pacchetto di aiuti che incida sui settori che hanno un valore aggiunto, a cominciare dalle piccole e medie imprese. Una proposta globale che cerca di affrontare le radici del problema».

ACCORDO ITALIA-TUNISIA PER 150 MLN
I ministri degli Interni Roberto Maroni e degli Esteri Franco Frattini hanno preso accordi con le autorità tunisine per contrastare l’ondata di clandestini che da settimane sta invadendo le coste del Sud Italia. I colloqui si sono tenuti a Tunisi: in cambio dei controlli marittimi del governo di Tunisi, l’Italia fornirà uomini e mezzi di addestramento e una linea di credito di 150 milioni di euro.

IMMIGRATI IN FUGA DAL CENTRO DI MINEO
Immigrati in fuga dal centro di accoglienza di Mineo hanno messo in allarme gli abitanti di tutto il catanese. Come mostrato in un servizio di Sky Tg24 gli immigrati scavalcano la rete di sicurezza nonostante il filo spinato e si allontanano per le campagne, per evitare i controlli.

ALBERGATORE OFFRE HOTEL A VERONA «Per i profughi, siano essi libici, tunisini o di altre nazionalità, metto a disposizione duecento posti letto con possibilità di colazione, pranzo e cena, basta che me lo chiedano». A riferirlo è il responsabile di un residence di Verona, Giorgio Tedeschi che lo scorso 3 marzo, con una lettera alla Prefettura, e il 22 marzo, con un’altra alla Provincia, ha dato la sua disponibilità ad ospitare i profughi. Il titolare del residence non ha ricevuto alcuna risposta. «Siamo a confermarvi – si legge nelle missiva pubblicata da ‘l’Arenà – la disponibilità della struttura per ospitare eventuali profughi libici/tunisini per una capienza di circa 200 posti, con possibilità di somministrazione pasti». Ma il responsabile del residence si dice perplesso «nesuna risposta e adesso leggo che c’è difficoltà a reperire posti letto per i profughi, anche a causa della stagione turistica alle porte… Sinceramente c’è qualcosa che mi sfugge. E mi disturba che, magari inconsapevolmente, si dia un’immagine razzista degli albergatori veronesi». Recentemente, sulla polemica profughi, la disponibilità scaligera di posti, parole del Sindaco Flavio Tosi, era stata di circa 30 persone. «Da parte nostra – continua Tedeschi – siamo pronti ad affrontare qualsiasi evenienza: con le nostre 96 stanze possiamo ospitare senza problemi duecento persone e siamo in grado di garantire i pasti. Inoltre siamo vicini al casello di Verona sud, alle tangenziali e all’aeroporto, meglio di così. Dopo i fax ho provato anche a telefonare, vorrei sbagliarmi ma ho come la sensazione di dare fastidio».

ANCORA SBARCHI A LAMPEDUSA, SONO UN CENTINAIO
Ancora sbarchi a Lampedusa, dove si trovano ancora oltre 4mila immigrati. La notte scorsa altri 92 profughi sono approdati sull’isola. E’ intanto partita la nave militare San Marco diretta a Taranto, con circa 500 migranti che dovrebbero essere trasferiti in una tendopoli a Manduria. E’ arrivata una nave cisterna con 4 mila metri cubi d’acqua per fare fronte all’emergenza idrica. Per domani e’ invece previsto l’arrivo di una nave passeggeri in grado di imbarcare circa mille persone.

 

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  Benvenuti in Tunisia, un Paese vicino, dall’atmosfera esotica, che non finirà mai di sorprendervi.
Non una, ma tante vacanze diverse. Più di 1300 km di costa, con 300 giorni di sole all’anno. 3 millenni di storia. Il fascino delle oasi ai bordi del deserto e delle escursioni a dorso di dromedario. L’emozione dei rally sahariani. Il relax della talassoterapia. Il piacere del golf, delle immersioni subacquee, del windsurf. E ancora, una grande tradizione gastronomica e la calorosa accoglienza della gente.
La Tunisia è facilissima da raggiungere, grazie a frequenti collegamenti aerei. Tutti i giorni da Milano e Roma.

CONTATTI: SitoWeb:www.tunisietourisme.com.tnEMail: tunisia.turismo@libero.it

 
     
 
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Gli itinerari da seguire
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nel Deserto in Tunisia

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 mirabilissimo100

LIBIA: LA GUERRA CONTRO LA LIBIA E’ GIUSTA?

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , , — mirabilissimo100 @ 11:34 am
LIBIA: LA GUERRA CONTRO LA LIBIA E’ GIUSTA?
  
IL MONDO E’ IMPAZZITO
Caso Libia; volevano far cadere Gheddafi, hanno preparato gli insorti, poi sono intervenuti con ONU-NATO-UE,
per coprire ed appoggiare un’aggressione contro una nazione con la scusa dei diritti umani.
Vediamo che la Nato e alleati ed Onu appoggiano gli insorti, ma in Libia metà della popolazone è con Gheddafi,
quindi questo intervento ONU-NATO è un’aggressione verso una nazione.
D’ora in poi si può cambiare il governo di qualsiasi nazione, è ingiusto!
  
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LIBIA:  COME I SERVIZI FRANCESI PREPARARONO LA RIVOLTA
 
DI MIGUEL MARTINEZ
kelebeklerblog.com

L’attacco alla Libia ha probabilmente molte cause, che non conosceremo finché non potremo leggere le carte segrete; e quando potremo leggere le carte segrete, non gliene importerà più niente a nessuno, come avviene oggi con il Vietnam.

La nostra ipotesi – non la verità, la nostra ipotesi – è che l’attacco alla Libia sia in buona parte quello che la buonanima di Lenin avrebbe chiamato un conflitto inter-imperialista.

In sostanza – le grandi imprese italiane, fortemente appoggiate dal governo, hanno investito fortemente in Libia; e la Libia ha garantito l’energia che manda avanti la famosa Azienda Italia. Che poi è quella che permette al centrodestra di sopravvivere elettoralmente.

Per farlo, le aziende italiane hanno accettato condizioni molto favorevoli al governo libico, creando problemi seri alle aziende francesi. E queste ultime hanno un rapporto storico con uno Stato ben più serio di quello italiano.

Sia chiaro, se gli imprenditori francesi decidono di scippare quelli italiani, la cosa non ci fa soffrire particolarmente, e non tifiamo minimamente per i secondi. Però, più che tifare, a noi interessa capire.

Mentre l’Italia poteva permettersi il lusso di tifare per gli attacchi all’Iraq o all’Afghanistan, qui per la prima volta dovrà pagare un prezzo altissimo; e i primi a doverlo pagare saranno gli imprenditori italiani.

Da qui, una conseguenza assolutamente sorprendente. Certo, ci sono voci isolate di sinistra contro la guerra; ma la vera opposizione, dovuta a cause molto materiali, proviene dalla base del centrodestra, e viene cavalcata dalla Lega e dal quotidiano Libero.

Franco Bechis è un giornalista di Libero che fa da guardia del corpo mediatico di Silvio Berlusconi.

Lo fa però documentando le contraddizioni e le meschinità degli avversari del barzellettiere nazionale, e quindi presenta spesso materiali interessanti per chi, come noi, considera con lo stesso disprezzo gli esponenti di entrambe le fazioni.

Basandosi su documenti dei servizi francesi e su un articolo della newsletter (a pagamento) Maghreb Confidential, Bechis racconta la storia di Nouri Mesmari, capo del protocollo di Gheddafi, fuggito in Francia dove lavora con il Dsge – i servizi segreti francesi – alla preparazione di una curiosa spedizione mista di imprenditori e militari francesi a Benghasi. La delegazione incontra a Benghasi Abdallah Gehani, un colonnello dell’aeronautica che avrebbe poi preparato la rivolta libica.

Bechis racconta poi degli incontri tra Mesmari, il Dsge e i futuri dirigenti della rivolta…

Noi non crediamo, in genere, che una singola pista o una singola serie di incontri spieghi realtà enormi come una guerra.

Ma Franco Bechis presenta comunque un’interessante documentazione per una futura ricerca sulle vere cause di questa guerra: come sempre, noi ci troviamo già in guerra, prima ancora di sapere perché.

SARKOZY MANOVRA LA RIVOLTA LIBICA

DI FRANCO BECHIS
libero-news.it

Prima tappa del viaggio. Venti ottobre 2010, Tunisi. Qui è sceso con tutta la sua famiglia da un aereo della Lybian Airlines Nouri Mesmari (nella foto sopra), capo del protocollo della corte del colonnello Muammar El Gheddafi. È uno dei più alti papaveri del regime libico, da sempre a fianco del colonnello.

L`unico- per capirci- che insieme al ministro degli Esteri Mussa Koussa aveva accesso diretto alle residence del raìs senza bisogno di bussare.
L`unico a potere varcare la soglia della suite 204 del vecchio circolo ufficiale di Bengasi, dove il colonnello libico ha ospitato con grandi onori il premier italiano Silvio Berlusconi durante le visite ufficiali in Libia. Quello sbarco a Tunisi di Mesmari dura poche ore. Non si sa chi incontri nella capitale dove ancora la rivolta contro Ben Ali cova sotto le ceneri.
Ma è ormai certo che proprio in quelle ore e in quelle immediatamente successive Mesmari getti i ponti di quella che a metà febbraio sarebbe diventata la ribellione della Cirenaica.
E prepara la possibile spallata a Gheddafi cercando e ottenendo l`alleanza su due fronti: il primo è quello della dissidenza tunisina. Il secondo è quello della Francia di Nicholas Sarkozy.
Ed entrambe le alleanze gli riescono.

Lo testimoniano alcuni clamorosi documenti della Dgse (direzione generale della sicurezza estera), il servizio segreto francese e una clamorosa serie di notizie fatte circolare in ambienti diplomatici francesi da una news letter loro dedicata, Maghreb Confindential (di cui esiste una versione sintetica e accessibile a pagamento).

Mesmari arriva a Parigi il giorno successivo, 21 ottobre. E da lì non si muoverà più. In Libia non ha nascosto il suo viaggio in Francia, visto che si è portato dietro tutta la famiglia. La versione è che è a Parigi per delicate cure mediche e probabilmente per un`operazione. Ma di medici non ne vedrai mai nemmeno uno. Quel che vedrà invece ogni giorno sono funzionari del servizio segreto francese.

La riunione Sicuramente ai primi di novembre sono visti entrare all`Hotel Concorde Lafayette di Parigi, dove Mesmari soggiorna, alcuni stretti collaboratori del presidente francese Sarkozy. Il 16 novembre c`è una fila di auto blu fuori dall`hotel. Nella suite di Mesmari si svolge una lunga e fitta riunione. Due giorni dopo parte per Bengasi una strana e fitta delegazione commerciale francese. Ci sono funzionari del ministero dell`Agricoltura, dirigenti della France Export Cereales e della France Agrimer e manager della Soufflet, della Louis Dreyfus, della Glencore, della Cani Cereales, della Cargill e della Conagra.

Una spedizione commerciale, sulla carta, per cercare di ottenere proprio a Bengasi ricche commesse libiche. Ma nel gruppo sono mescolati anche militari della sicurezza francese, travestiti da business man.

A Bengasi incontreranno un colonnello dell`aereonautica libica indicato da Mesmari: Abdallah Gehani. È un insospettabile, ma l`ex capo del protocollo di Gheddafi ha rivelato che è disposto a disertare e che ha anche buoni contatti con la dissidenza tunisina.

L`operazione è condotta in gran segreto, ma qualcosa giunge agli uomini più vicini a Gheddafi. Il colonnello intuisce qualcosa. Il 28 novembre firma un mandato di cattura internazionale nei confronti di Mesmari.

L`ordine viene trasmesso anche alla Francia attraverso i canali protocollari.

I francesi si allarmano, e decidono di eseguire formalmente l`arresto.

Quattro giorni dopo, i12 dicembre, viene fatta filtrare la notizia proprio da Parigi. Non si indica il nome, ma si rivela che la polizia francese ha arrestato uno dei principali collaboratori di Gheddafi. La Libia si tranquillizza sulle prime. Poi viene a sapere che Mesmari è in realtà agli arresti domiciliari nella suite del Concorde Lafayette. E il raìs comincia ad agitarsi.

La furia del raìs Quando arriva la notizia che Mesmari ha chiesto ufficialmente alla Fancia asilo politico, Gheddafi si infuria fa ritirare il passaporto perfino al suo ministro degli Esteri, Mussa Kussa, accusato di responsabilità nella defezione e nel tradimento di Mesmari.
Poi prova a inviare suoi uomini a Parigi con messaggi per il traditore: “torna, sarai perdonato”. Il 16 dicembre ci prova Abdallah Mansour, capo della redio-televisione libica. I francesi però lo fermano all`ingresso dell`Hotel. I123 dicembre arrivano altri libici a Parigi. Sono Farj Charrant, Fathi Boukhris e All Ounes Mansouri.

Li conosceremo meglio dopo il 17 febbraio: perché proprio loro insieme ad Al Hajji guideranno la rivolta di Bengasi contro i miliziani del colonnello.
I tre sono autorizzati dai francesi a uscire a pranzo con Mesmari in un elegante ristorante sugli Champs Elysèe. Ci sono anche funzionari dell`Eliseo e alcuni dirigenti del servizio segreto francese. Tra Natale e Capodanno esce su Maghreb Confidential la notizia che Bengasi ribolle (in quel momento non lo sa nessuno nel mondo), e perfino l`indiscrezione su alcuni aiuti logistici e militari che sarebbero arrivati nella seconda città della Libia proprio dalla Francia. Oramai è chiaro che Mesmari è diventato la levain mano a Sarkozy per fare saltare Gheddafi in Libia. La newsletter riservata su Maghreb comincia a fare trapelare i contenuti della sua collaborazione.

Mesmari viene soprannominato ” Libyan Wikileak”, perché uno dopo l`altro svela i segreti della difesa militare del colonnello e racconta ogni particolare sulle alleanze diplomatiche e finanziarie del regime, descrivendo pure la mappa del dissenso e le forze che sono in campo.
A metà gennaio la Francia ha in mano tutte le chiavi per tentare di ribaltare il colonnello. Ma qualcosa sfugge. Il 22 gennaio il capo dei servizi di intelligence della Cirenaica, un fedelissimo del colonnello, generale Aoudh Saaiti, arresta il colonnello dell`aeronautica Gehani, il referente segreto dei francesi fin dal 18 novembre.

Il 24 gennaio viene trasferito in un carcere di Tripoli, con l`accusa di avere creato una rete di social network in Cirenaica che inneggiava alla protesta tunisina contro Ben AL. È troppo tardi però: Gehani con i francesi ha già preparato la rivolta di Bengasi.

Franco Bechis
Fonte: http://www.libero-news.it/
23.03.2011

Guerra di Libia: la verità comincia ad affiorare. Obama è vittima o complice?

Oggi il SOLE24 ore a pagina 3 racconta finalmente la storia della SAS Special Air Service inglese e della sua presenza in terra di Libia da prima dell’inizio delle “manifestazioni” di opposizione da parte dei “patrioti insorti”. Dello stesso tono le rivelazioni di ”La Repubblica” ( che personalmente non ho letto, ma mi viene riportata) che riecheggia quanto scritto da “Libero” di ieri. Chi ci segue, conosce questi fatti dal 24 febbraio in cui scrivevamo che erano sbarcati il 2 febbraio. Abbiamo anche detto, la scorsa settimana che la NATO ha esaurito il suo ciclo e vedete coi vostri occhi che anche questa previsione si sta concretizzando. Non sono un profeta, sono gli altri che vi nascondono le notizie.

Adesso diventa più facile spiegarsi come mai i ”manifestanti” siano riusciti ad impadronirsi di caserme e manovrare carri armati sopraffacendo le autorità e le forze di polizia di città come Tobruk o Benghazi. Avete mai visto dei manifestanti trasformarsi in un esercito armato senza che un paese straniero ci mettesse lo zampino?

Resta adesso da capire se giornalisti italiani che riproducono fedelmente tutto e soltanto quel che viene da Londra, lo facciano perché privi di senso critico o perché schiavi dei loro bisogni.

In più i commandos del SAS si sono attivati nella specialità di ogni intelligence addestrato al sabotaggio e al terrorismo: far saltare depositi di munizioni, infrastrutture e compiere assassinii mirati di seguaci del Colonnello. Alcuni capi di tribù favorevoli al governo, sono stati vittime di assassini misteriosamente comparsi e subito svaniti. Gli elicotteri servono alla esfiltrazione dei colpevoli dal luogo del delitto e a recuperare piloti caduti e non certo a effettuare bombardamenti. Ma il primo elicottero è stato bloccato oltre un mese prima della decisione di effettuare bombardamenti….

Si delinea quindi il quadro di un attacco premeditato da parte della triplice a danno di un paese sovrano e l’intervento dell’ONU a favore degli insorti altro non è se non l’esecuzione di un desiderio degli Stati Uniti. Lecito a questo punto chiedersi a che pro si è sostituito George Bush jr con il democratico di colore che prometteva di metter fine alla politica dello sceriffo.

Intanto le tribù libiche sembrano non essere in grado di contrattaccare anche se appoggiate dalle forze aeree di sei nazioni. Allego ( clikka sul titolo “le tribu libiche” in fondo all’articolo) un elenco ragionato delle tribù della Libia che consente di far capire a tutti che a parte le vecchie tribù della setta senussita, non ci sono adesioni alla “rivoluzione”. Non ci sono mai state, se si eccettuano alcuni amici , vecchi e nuovi, della Gran Bretagna.

Quando non si fabbrica più nulla, quel che si può esportare è la democrazia. A questo proposito, se interessa, leggete il libro del premio Nobel Amartya Sen – già rettore di Oxford – su questo tema ” La democrazia degli altri“.

Antonio De Martini
Fonte; http://corrieredellacollera.com
Link: http://corrieredellacollera.com/2011/03/23/guerra-di-libia-la-verita-comincia-ad-affiorare-obama-e-vittima-o-complice-di-antonio-de-martini/
23.03.2011

Letribulibiche – http://corrieredellacollera.files.wordpress.com/2011/03/letribulibiche1.pdf

  
  
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In Libia la sola certezza è che vinceranno gli integralisti islamici

  
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articolo di lunedì 21 marzo 2011

 

Occhio agli estremisti

di Magdi Cristiano Allam

 

I dirigenti americani ed europei non sembrano rendersi conto che nei Paesi nordafricani rischiano di prendere il potere regimi teocratici. Il ruolo dei militari, affamati di privilegi

Nella guerra esplosa in Libia e che vede l’Italia in prima linea l’unica vera certezza, al di là delle reali intenzioni che l’hanno scatenata e dei suoi ipotetici sviluppi regionali e internazionali, è che a vincere saranno gli integralisti islamici e che, di riflesso, le popolazioni delle sponde meridionale e orientale del Mediterraneo saranno sempre più sottomesse alla sharia, la legge coranica che nega i diritti fondamentali della persona e legittima la dittatura teocratica. Un esito che è esattamente l’opposto dei proclami ufficiali di Sarkozy e Obama straripanti delle parole d’ordine «libertà» e «democrazia».

Nel suo intervento dopo l’inizio dei bombardamenti aerei e missilistici francesi, americani e britannici, Gheddafi ne ha attribuito la responsabilità ai «Paesi cristiani» e ha denunciato la «nuova crociata contro l’islam». Contemporaneamente i suoi nemici interni hanno esultato per l’operazione ribattezzata «Odissea all’alba» scatenata dalla sedicente «Coalizione dei volenterosi», brandendo i kalashnikov e inneggiando «Allah Akhbar», Dio è grande. Al di là che ci credano veramente o lo facciano strumentalmente, l’islam emerge come il riferimento ideologico che ispira sia la reazione di Gheddafi per salvare il proprio potere, sia l’azione dei ribelli tesa a rovesciare il regime libico.

Sempre nelle scorse ore in Egitto il referendum popolare ha registrato la schiacciante vittoria dell’asse tra il regime militare espresso dal Partito nazional-democratico e i Fratelli musulmani, concordi nell’emendare l’attuale Costituzione per favorire il contenimento dei poteri del capo dello Stato e la crescita del ruolo dei partiti dell’opposizione e specificatamente dei Fratelli musulmani, ma soprattutto d’accordo nel non mettere in discussione l’articolo due della Costituzione che recita: «L’islam è la religione dello Stato, l’arabo è la sua lingua ufficiale, la sharia è la fonte principale della sua legislazione». Per contro è stato pesantemente sconfitto il «popolo della rivolta» che ha infiammato l’animo degli occidentali facendoci illudere che con l’allontanamento del presidente Mubarak fosse scoccata l’ora della democrazia e della libertà.
Coloro che ritraggono il regime militare egiziano e il deposto presidente Mubarak come espressione di una laicità corrispondente alla separazione tra la sfera secolare e quella religiosa, ignorano che il loro potere si fonda su una Costituzione che è l’anticamera della teocrazia.

Non sorprende affatto che oggi i militari vadano a braccetto con i Fratelli Musulmani pur di salvare il proprio potere e perpetuare i propri privilegi. Il potere in Egitto da 7mila anni è stato fortemente centralizzato per la necessità vitale di garantire il controllo della gestione dell’acqua del Nilo, senza cui verrebbe messa a repentaglio la vita degli egiziani. Egoisticamente noi europei possiamo considerarci rassicurati da un potere centralizzato forte che garantisce i nostri interessi materiali. Finora ci è andata bene perché tra i militari e gli integralisti islamici, hanno prevalso i primi. Ma il rischio che prossimamente prevalgano i fautori della dittatura teocratica è sempre più consistente.

Ciò non significa che nell’eventualità che delle dittature teocratiche prendano il sopravvento dal Marocco all’Irak noi italiani ed europei non potremmo più fare affidamento sulle forniture di petrolio e gas, sui loro fondi sovrani o sull’accesso ai loro mercati. Ma significa che per poter beneficare di questi beni materiali dovremo essere pronti ad aprire le nostre porte all’ideologia del radicalismo islamico, acconsentendo che i nostri figli subiscano il lavaggio di cervello di chi predica la sottomissione al Corano e a Maometto. È ciò che con modalità diverse stanno facendo da decenni l’Arabia Saudita e l’Iran degli ayatollah. Ed è lo scenario che si prospetta sia in Egitto sia in Tunisia, dove i Fratelli musulmani e i loro omonimi di Ennahda hanno già sottoscritto un accordo con i militari che consta di due punti: 1). I militari manterranno la guida dello Stato e controlleranno la Difesa, la Sicurezza e la Politica estera. 2). Gli integralisti islamici saranno riconosciuti come la principale forza dell’opposizione e avranno mano libera nei dicasteri chiave di Affari religiosi, Magistratura e Istruzione. Sulla base di questo accordo gli integralisti islamici non presenteranno un loro candidato alle prossime elezioni presidenziali e in cambio i militari garantiranno il regolare svolgimento delle prossime elezioni legislative senza ostacolare l’eventuale trionfo dei candidati islamici. Su questa falsariga potrebbe delinearsi il dopo-Gheddafi in Libia, ma anche il futuro degli altri Paesi arabi in preda ai sommovimenti interni.

Obama, Sarkozy, Merkel, Cameron e Berlusconi sono consapevoli che questa campagna militare, preannunciata a Parigi dal «Vertice per il sostegno al popolo libico», si risolverà con l’avvento al potere non di democrazie laiche e liberali ma bensì di regimi islamici, dove il ruolo dei militari sarà sempre più vacillante, che tenteranno di sottomettere anche noi alla legge coranica? E a noi italiani ed europei ci starà bene svendere la nostra anima pur di avere in cambio i beni materiali che ci permetteranno di continuare ad accumulare ricchezza per poter consumare sempre di più?

http://www.ilgiornale.it/interni/quanti_sbagli_obiettivo_giusto/21-03-2011/articolo-id=512685-page=0-comments=1


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LIBIA: GINO  STRADA ” LA GUERRA NON SI DEVE FARE MAI”
 
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 22 03 2011
ilfattoquotidiano.it
 
Strada: “Bisognava pensarci prima
La guerra? Non si deve fare mai”
 
di Wanda Marra

L’opinione pubblica tace e le coscienze dormono, ma secondo il leader di Emergency, nonostante sia stato preso alla sprovvista, “il movimento arcobaleno reagirà”

“La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando non si fa nulla per anni, anzi per decenni”. Gino Strada, fondatore di Emergency (che tra l’altro proprio in questi giorni sta lanciando il suo mensile E, in edicola dal 6 aprile), mentre arriva il via libera della comunità internazionale all’attacco contro la Libia e cominciano i primi bombardamenti, ribadisce il suo “no” deciso alla guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, citando la Costituzione italiana.

Che cosa pensa dell’intervento militare in Libia?
Questo è quello che succede quando ci si trova davanti a situazioni lasciate incancrenire. L’unica cosa che auspico è che si arrivi in fretta a un cessate il fuoco. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è molto ambigua nella formulazione: vanno adottate “tutte le misure necessarie per proteggere la popolazione civile”. Vuol dire tutto e niente.

Dunque, lei è contrario?
Assolutamente. Il mio punto di vista è sempre contro l’uso della forza, che non porta da nessuna parte.

Ma allora bisogna stare a guardare mentre Gheddafi bombarda la sua popolazione?
Sono un chirurgo. Non faccio il politico, il diplomatico, il capo di Stato. Non so in che modo si è cercato di convincere Gheddafi a cessare il fuoco. E poi le notizie che arrivano sono confuse e contraddittorie.

Però, alcuni punti sembrano chiari: che Gheddafi è un dittatore, contro il quale c’è stata una rivolta popolare e che sta massacrando i civili, per esempio…
Che Gheddafi sia un dittatore è molto chiaro. Che stia massacrando i civili è chiaro, ma impreciso: lo fa da anni, se non da decenni. E noi, come Italia, abbiamo contribuito, per esempio col rifornimento di armi. Se il principio è che bisogna intervenire dovunque non c’è democrazia, mi aspetto che qualcuno cominci i preparativi per bombardare il Bahrein. Che facciamo, potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? Sia chiaro, non ho nessuna simpatia per Gheddafi, ma non credo che l’uso della violenza attenui la violenza. Quanti dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti? E poi: con questo ragionamento, la Spagna potrebbe decidere di bombardare la Sicilia perché c’è la mafia.

Questo conflitto però viene percepito come intervento umanitario, più di quanto non sia accaduto, per esempio, con quelli in Afghanistan e in Iraq. Lei non crede che questo caso sia diverso da quelli?
Ogni situazione è diversa dall’altra. I cervelli più alti del pianeta hanno una visione della politica che esclude la guerra. Voglio rifarmi a ciò che scrivono Einstein e Russell, non a ciò che dicono i Borghezio e i Calderoli. Sarkozy non mi sembra un grande genio dell’umanità. E dietro ci sono sempre interessi economici.

Ma qual è la soluzione?
A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. A questo punto che si può fare? Niente, trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni sempre in termini di “quanti aerei, quante truppe, quante bombe”. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi.

Che cosa pensa della posizione italiana?
Vorrei conoscerla. Frattini un paio di giorni fa ha detto che “il Colonnello non può essere cacciato”. Cosa vuol dire: che non si deve o non si può? Noi non abbiamo nessuna politica estera, come d’altra parte è stato ai tempi dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Salta agli occhi come questa guerra stia scoppiando senza una vera partecipazione emozionale. E senza nessuna mobilitazione pacifista. Per protestare contro l’intervento in Afghanistan ci furono manifestazioni oceaniche in tutto il mondo.
A Roma eravamo tre milioni.

E adesso dove sono quei tre milioni?
Non è un dettaglio il fatto che le forze politiche che allora promuovevano le mobilitazioni, in Parlamento poi hanno votato per la continuazione della guerra. E, infatti, la sinistra radicale ha perso 3 milioni di voti.

Ma al di là della politica, l’opinione pubblica tace.
Questa guerra è arrivata inaspettata: se andrà avanti sicuramente ci sarà una mobilitazione per chiedere che si fermi il massacro.

Inaspettata o no, il silenzio del movimento pacifista colpisce.
Il movimento pacifista esiste e porta avanti le sue battaglie, da quella per la solidarietà, alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, al no agli esperimenti nucleari. E certamente si farà sentire per chiedere la fine del massacro.

Dunque, secondo lei non c’è un addormentamento delle coscienze?
Certo che c’è, e non potrebbe essere il contrario. Abbiamo un governo guidato da uno sporcaccione, e nessuno dice niente. Ha distrutto la giustizia, e nessuno dice niente. Sono anni che facciamo respingimenti e si incita all’odio e al razzismo. Non sono cose che passano come gocce d’acqua.

Dal Fatto Quotidiano del 20 marzo 2011

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/20/strada-%E2%80%9Cbisognava-pensarci-prima-la-guerra-non-si-deve-fare-mai%E2%80%9D/98894/

 
 
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LIBIA: LE RAGIONI DEL NO A QUESTA GUERRA
 
22 03 2011
ilfattoquotidiano
 
Le ragioni del no a questa guerra
 
di Salvatore Cannavò
 
 
La guerra è già scoppiata, con buona pace del Presidente della Repubblica che la nega, e sarà una guerra ancora una volta fondativa: di nuovi equilibri e di nuovi corsi politici. Nonostante l’attacco alla Libia si ammanti di ragioni umanitarie e progressiste – la difesa dei civili – non si possono omettere domande e considerazioni rilevanti.

La “comunità internazionale” si è accorta solo ora che Gheddafi è un pericolo? che la popolazione civile libica viene umiliata e, ora, massacrata? Perché hanno fatto a gara a stipulare contratti, a vendere armi, a sostenere un regime impresentabile? Gheddafi andava bene fino a quando garantiva commesse petrolifere e bloccava il flusso degli immigrati dal sud al nord e diventa un nemico da eliminare quando la popolazione libica – e non altri! – lo ha messo in crisi e alle strette? E perché intervenire con tale ritardo e non quando Gheddafi era schiacciato all’angolo e chiuso in qualche bunker? Rispondere che dietro tutto questo c’è un ragionamento geopolitico e una spinta al profitto è fin troppo facile. Così come è facile vedere come le potenze occidentali abbiamo ricominciato il loro “piccolo risiko” nordafricano con un gioco di alleanze e competizioni incrociate di cui, stavolta, la vittima sacrificale è l’Italia. Lo scontro diplomatico che si è aperto tra la Farnesina e il Quai d’Orsai lo dimostra con clamore. Gli Usa hanno agito nello stesso modo e l’Italia si è ritrovata al traino di una situazione che non ha voluto e che, anzi, ha cercato di evitare per molto tempo. E mentre il filo-Usa La Russa cerca di sembrare l’allievo modello agli occhi di Washington, Berlusconi mastica amaro perché la guerra è anche contro la sua politica estera e di approvigionamento delle fonti energetiche. Gli Usa lo avevano avvertito più volte e i dispacci resi pubblici da Wikileaks lo avevano confermato: l’amicizia con la Libia non piaceva all’amministrazione statunitense e oggi è venuta l’occasione per regolare un po’ di conti. Come si vede, il destino del popolo libico c’entra poco.

Si va quindi alla guerra ma c’è qualcuno che ha tratto un bilancio serio delle altre guerre umanitarie? Davvero non si vede che l’Afghanistan è terra di nessuno, che l’Iraq è restato un campo di battaglia e che, dopo dieci anni, anche il Kosovo sta per esplodere di nuovo? Gli analisti più seri possono davvero sostenere che la politica, inaugurata agli inizi degli anni 90 da Bush senjor e poi rilanciata da Bush figlio abbia aiutato l’umanità, i popoli, il miglioramento della qualità delle relazioni internazionali? O non sia servita, invece, a migliorare l’approvvigionamento petrolifero degli Usa, e a riequilibrarne per via militare il declino economico? Non solo, ma nessuno sente il bisogno di giustificare l’ipocrisia con cui si aiutano i libici mentre regna l’indifferenza nei confronti di altri popoli e altre repressioni: in Arabia Saudita, in Bahrein, in Siria, nello Yemen o nella stessa Palestina. E che dire dei massacri perpetrati in Africa o nello Sri Lanka. Che dire della situazione indecorosa che regna da anni in Myanmair?

E dunque, si può obiettare, che proponi? Bisogna attrezzarsi a bombardare mezzo mondo, per un’assurda par condicio, oppure ritirarsi e non fare nulla?

Su questo punto valgono innanzitutto le parole utilizzate da Gino Strada nella sua intervista al Fatto quotidiano: “A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. A questo punto che si può fare? Niente, trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni sempre in termini di ‘quanti aerei, quante truppe, quante bombe’. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi”. La tattica del lasciare incancrenire le situazioni per risolverle solo con l’accetta delle bombe è vecchia quanto le diplomazie militari. Se il mondo fosse governato meglio avremmo visto un isolamento di Gheddafi realizzato in tempi insospettabili; avremmo visto parlamenti e governi rifiutarsi di stipulare Trattati di amicizia con il solo scopo di fermare l’immigrazione africana (con la conseguenza di farla morire di fame e di sete nel deserto sahariano); avremmo visto una politica estera ed economica in grado di realizzare uno sviluppo concreto dei paesi più poveri senza rapinare le loro risorse; avremmo visto cooperazione e sviluppo andare di pari passo; avremmo visto governi e parlamenti scendere immediatamente al fianco delle popolazioni ribelli. Quelle rivolte hanno dato il senso e il segno di un nuovo corso che, oggi, l’intervento militare rischia di frenare. Avremmo visto un’ipotesi di intervento fondata sull’interposizione di protezione, anche se la stessa ipotesi di truppe Onu schierate a difesa delle popolazioni civili è stata sabotata negli anni dalle politiche occidentali.

Ma il no alla guerra non può essere disgiunto dal sostegno alle rivolte arabe, unica via per garantire la cacciata dei tiranni e progettare una nuova democrazia in tutta l’area. E in questo non aiuta certamente l’attitudine di una sinistra divisa tra due posizioni sbagliate: difendere l’attacco militare, anzi farsi paladina dell’oltranzismo atlantico chiedendo al governo italiano di essere più fedele di quanto la riottosità della Lega possa garantire; difendere Gheddafi in nome di un “antimperialismo” astratto per cui i nemici dei miei nemici sono comunque miei amici. Un riflesso minoritario ma che si è fatto largo e che sta condizionando la reazione di chi la guerra la ripudia. Due riflessi e due politiche che hanno impedito di essere al fianco delle rivolte arabe con tutta la determinazione necessaria. Eppure, proprio mentre si iniziano a ricordare i dieci anni dal G8 di Genova, quello che allora fu definita “la seconda superpotenza mondiale” avrebbe nuove ragioni da presentare e nuovi argomenti da far sentire.

 
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GREENREPORT.IT

21 marzo 2011

Guerra di Libia. Così non si difendono i diritti umani

10 tesi della Tavola per la Pace sull’intervento militare

Flavio Lotti *

 

1. Una cosa è la Risoluzione dell’Onu, un’altra è la sua applicazione. Una cosa è difendere i diritti umani. Un’altra è scatenare una guerra.

2. La Carta dell’Onu autorizza missioni militari (art. 42), non qualsiasi missione militare.

3. L’iniziativa militare contro Gheddafi è stata assunta in fretta da un gruppo di paesi che hanno fatto addirittura a gara per stabilire chi bombardava per primo, che non ha nemmeno una strategia comune, che non ha un chiaro comando unificato ma solo una forma di coordinamento, con una coalizione internazionale che si incrina ai primi colpi e che deve già rispondere alla pesante accusa di essere andata oltre il mandato ricevuto. Si poteva iniziare in modo peggiore?

4. Da tempo si doveva intervenire in difesa dei diritti umani. Lo abbiamo chiesto ripetutamente mentre l’atteggiamento del governo italiano e della comunità internazionale e, diciamolo, di tanta parte dei responsabili della politica oscillava tra l’inerzia e le complicità con Gheddafi. Se si interveniva prima, non saremmo giunti a questo punto.

5. E ancora oggi, mentre si interviene in Libia non si dice e non si fa nulla per fermare la sanguinosa repressione delle manifestazioni in Baharein, nello Yemen e negli altri paesi del Golfo. L’Italia e l’Europa, prima di ogni altro paese e istituzione, devono mobilitare ogni risorsa disponibile a sostegno di chi si batte per la libertà e la democrazia.

6. Ricordiamo che la risoluzione dell’Onu 1973 indica due obiettivi principali: l’immediato cessate il fuoco e la fine delle violenze contro i civili. Qualunque iniziativa intrapresa in attuazione di questa risoluzione deve essere coerente con questi obiettivi. Ovvero deve spegnere l’incendio e non alimentarlo ulteriormente, deve proteggere i civili e non esporli a una nuova spirale della violenza. Gli stati che si sono assunti la responsabilità di intervenire militarmente non possono permettersi di perseguire obiettivi diversi e devono agire con mezzi e azioni coerenti sotto il “coordinamento politico” dell’Onu previsto dalla Risoluzione 1973.

7. Ad attuare quelle decisioni ci doveva essere un dispositivo politico, diplomatico, civile e militare sotto il completo controllo dell’Onu. Quel dispositivo non esiste perché le grandi potenze hanno sempre impedito all’Onu di attuare quanto previsto dall’art. 43 della sua Carta e di adempiere al suo mandato. La costruzione di un vero e proprio sistema di sicurezza comune globale non è più rinviabile.

8. Non è questione di pacifismo. La storia e il realismo politico ci insegnano che la guerra non è mai stata una soluzione. La guerra non è uno strumento utilizzabile per difendere i diritti umani. La guerra non è in grado di risolvere i problemi ma finisce per moltiplicarli e aggravarli.

9. L’Italia ha un solo grande interesse e una sola grande missione da compiere: fermare l’escalation della violenza, togliere rapidamente la parola alle armi e ridare la parola alla politica, promuovere il negoziato politico a tutti i livelli per trovare una soluzione pacifica e sostenibile. L’Italia deve diventare il crocevia dell’impegno europeo e internazionale per la pace e la sicurezza umana nel Mediterraneo. Per questo l’Italia non doveva e non deve bombardare. Per questo deve cambiare strada. Subito.

10. Ricordiamo nuovamente quello che sta scritto nella Costituzione italiana. Art. 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

* Coordinatore nazionale della Tavola della pace

http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=9472

mirabilissimo100

 
 

 
 

LIBIA:MENTRE SI CERCA UNA VIA D’USCITA POITICA I RAID CONTINUANO

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TMNews

In Libia continuano i raid mentre si cerca via d’uscita politica

Tensione fra Italia e Francia, Frattini: martedì anche noi presenteremo le nostre idee per il comando della missio

 
 
Tripoli, 26 mar. (TMNews) – La coalizione internazionale non allenta la pressione militare sul regime libico del colonnello Muammar Gheddafi, pur iniziando a cercare un’uscita politica a un’operazione che rischia di prolungarsi e degenerare, e in attesa del vertice di martedì a Londra che dovrebbe ribadire il passaggio del comando militare della operazioni alla Nato, e vedere la nascita della “cabina di regia politica” voluta dalla Francia. E il ministro Frattini annuncia: l’Italia “sarà certamente nel gruppo di contatto per la Libia” e martedì presenterà “un piano diplomatico alternativo a quello anglo-francese”.

Nella notte le forze alleate hanno sferrato raid sulla città di Zliten, 160 chilometri a est di Tripoli, sulla regione occidentale di al Watia e hanno bombardato Tajura. Molti siti militari sono situati in questo sobborgo orientale della capitale, preso di mira ogni giorno dai raid della coalizione dall’inizio, il 19 marzo, delle sue operazioni in Libia.

La televisione nazionale aveva in precedenza indicato che “zone civili e militari a Zliten erano state bersaglio di bombardamenti dell’aggressore crociato colonialista”. La regione di al Watia, che ospita una base militare, è stata obiettivo inoltre di “missili di lunga gittata”, ha aggiunto la televisione.

Ieri il regime libico si è detto pronto ad accettare un piano dell’Unione africana (Ua) che propone la cessazione dei combattimenti e l’apertura di un dialogo tra libici, come strada preliminare a una “transizione” democratica. Lo hanno detto i membri di una delegazione governativa durante un vertice dell’Unione africana ad Addis Abeba, dove nessun rappresentante della guerriglia era presente.

Con l’avvicinarsi del vertice previsto martedì a Londra, il presidente francese Nicolas Sarkozy da parte sua ha annunciato “un’iniziativa franco-britannica” in vista di una soluzione politica al conflitto “per dimostrare che la soluzione non può essere soltanto militare”.

Italia e Francia sono ormai in rotta di collisione sulla situazione in Libia, praticamente su tutto: sulla condotta delle operazioni militari, sul comando e sul ruolo della Nato, sulla scelta degli obiettivi da colpire, sulle iniziative politico-diplomatiche da prendere in prospettiva per la fine delle ostilità. Al vertice di martedì si annuncia uno scontro aperto con Nicolas Sarkozy, che ieri ha parlato di un a”proposta politica franco-britannica: “Ha detto che ha delle idee” ha commentato in una intervista il ministro degli Esteri, Franco Frattini. “Siccome le abbiamo anche noi, a Londra presenteremo un nostro piano di azione. Ne parleremo assieme e assieme troveremo una quadra, mi auguro”. E aggiunge Frattini: “Noi abbiamo fortemente voluto che la Nato assumesse il comando e che la responsabilità politica fosse data a un gruppo di contatto. L’Italia ne farà parte e per questo io sarò a Londra martedì”.

Secondo il presidente francese, il vertice di Londra potrebbe prefigurare quel ‘gruppo di pilotaggio’ politico che, per Sarkozy, dovrebbe fissare gli obiettivi delle operazioni, affidando poi allo “stato maggiore di Napoli” della Nato il compito di coordinarle e condurle sul terreno. Fumo negli occhi per l’Italia, che già mal sopporta il protagonismo del presidente francese e che chiede a gran voce di affidare tutte le operazioni al “comando unico” della Nato.

Intanto nel corso delle ultime ore, i caccia-bombardieri della coalizione hanno condotto raid a Adjabiya, dove sono asserragliati i soldati filo-Gheddafi. I ribelli ne hanno approfittato per riprendere l’offensiva e penetrare in questo grande centro strategico 160 chilometri a sud di Bengasi, roccaforte dell’opposizione. Decine di abitanti hanno continuato a fuggire dai combattimenti. ” Quanto alla polemica sulle vittime civili, un responsabile del ministero della Sanità libico ha fatto sapere che i raid internazionali hanno provocato almeno 114 morti, principalmente a Tripoli e periferia, e 445 feriti da domenica a mercoledì.

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LAMPEDUSA:CONTINUANO GLI SBARCHI-2.500 DOLLARI AD OGNI CLANDESTINO CHE ACCETTA IL RIMPATRIO

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TMNews

Frattini: 2.500 dollari al migrante che accetta rimpatrio

Oltre al pacchetto di aiuti offerto ieri alla Tunisia: “per favorire le transizioni democratiche sostenere rilancio economico”

 
Roma, 26 mar. (TMNews) – Fino a 2.500 dollari a ogni clandestino giunto in Italia che accetterà di rientrare volontariamente nel suo Paese e un pacchetto di aiuti economici alla Tunisia in modo che possa affrontare in modo autonomo il problema sottosviluppo che è alla radice dell’ondata migratoria: queste le proposte presentate ieri a Tunisi dal ministro degli Esteri Franco Frattini, intervistato dal Quotidiano Nazionale. Frattini è stato a Tunisi con il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, per discutere con il nuovo governo tunisino le condizioni perché Tunisi metta un freno al flusso migratorio che sta sbarcando su Lampedusa.

“Il modo migliore per favorire le transizioni democratiche è sostenerne il rilancio economico. Se l’Europa non è pronta, noi crediamo che sia opportuno iniziare a prendere impegni nazionali. E così abbiamo offerto da un lato un sostegno per il bilancio del Paese nordafricano con una linea di credito da 95 milioni di euro, e dall’altro abbiamo predisposto un pacchetto di aiuti che incida sui settori che hanno un valore aggiunto, a cominciare dalle piccole e medie imprese. Una proposta globale che cerca di affrontare le radici del problema”, ha spiegato il ministro, che ha “ben presente” anche il problema rappresentato nel breve periodo da Lampedusa: “Abbiamo fatto fronte a una richiesta di fuoristrada, motovedette, radar che arriverà a fornire aiuti per 70 milioni di euro e abbiamo pure aggiunto la disponibilità di addestratori di polizia. A questo ha corrisposto l’impegno del governo tunisino di cominciare con effetto immediato un controllo piu stringente per bloccare le partenze”.

Quanto al rimpatrio dei clandestini, principio accettato da Tunisi, “per favorire questo processo abbiamo proposto che ogni tunisino che accetta volontariamente il rimpatrio sia accompagnato da un aiuto economico che il governo italiano è pronto a mettere a disposizione per aiutare il suo reinserimento sociale. L’Oim, l’organizzazione delle migrazioni, dà una ‘dote’ di 1.500 dollari. Noi possiamo superare questo importo, fino a 2.000 o magari 2.500 dollari, dando così la possibilità di creare le condizioni per un rientro di migliaia di persone”.

Ieri, Frattini aveva annunciato che l’Italia ha accordato alla Tunisia una linea di credito di 150 milioni di euro per rilanciare l’economia, in particolare per la promozione del turismo italiano che nelle prossime settimane vedrà il varo di una campagna in Italia.

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Ancora sbarchi a Lampedusa, giunti soccorsi per emergenza idrica

E’ arrivata la nave cisterna chiesta dal Comune. Altri 140 nordafricani sono approdati nella notte sull’isola

 
Palermo, 26 mar. (TMNews) – Sono proseguiti anche la notte scorsa gli sbarchi di nordafricani a Lampedusa. Nelle ultime ore altre due imbarcazioni con circa 140 persone hanno raggiunto l’isola dove al momento, nonostante continuino intensamente i trasferimenti via nave e con i ponti aerei, si trovano ancora più di quattromila immigrati.

Il primo dei due natanti è stato soccorso intorno 2 a circa sei miglia a sud dalla costa dalle motovedette della Capitaneria di porto e della Guardia di finanza, il secondo è approdato direttamente sulla terraferma. A mezzanotte, intanto, dopo aver caricato a bordo 500 persone, ha lasciato la rada lampedusana la nave San Marco, della Marina militare italiana, per far rotta verso il porto di Taranto dove arriverà questo pomeriggio.

Al molo di Lampedusa, poi, questa notte ha attraccato la nave cisterna che con i suoi 4mila metri cubi d’acqua dovrebbe rimediare all’emergenza idrica creatasi negli ultimi giorni.

Dopo le tensioni di ieri, legate al malcontento degli immigrati nei confronti del cibo e dei beni di prima necessità distribuiti loro sulla banchina del porto, un gruppo di cittadini lampedusani ha distribuito nel pomeriggio centinaia di razioni di couscous, contribuendo così a distendere il clima. Per domani, infine, è atteso sull’isola il presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo che incontrerà il sindaco Bernardino De Rubeis.

Xpa/Dmo

 
 
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