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dicembre 20, 2016

Siria:

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domenica 18 dicembre 2016

Mhardeh, città cristiana alla mercé di Al-Nusra

Sulle tracce dei martiri cristiani del Medio Oriente

Aleteia, dicembre 2016
di Alexandre Meyer

I visi sono gravi, i tratti accusano la disperazione, l’affaticamento, l’irritazione. “Otteneteci dei visti per partire tutti da qui”, sbotta il dottor Zahlouk Abdullah. Parlando a nome degli uomini intorno a noi, il cardiochirurgo laureatosi in Francia, ha vissuto a Lione dove è nata sua figlia, poi a Tolosa e Nizza per più di cinque anni. Suo figlio, educato in Francia, ha conseguito il baccalaureato lo scorso anno. Negli ultimi anni, ha dovuto imparare a operare sui marciapiedi, ai piedi delle case devastate dalle bombe che colpivano continuamente il villaggio di Mhardeh fin dall’inizio di questi tragici avvenimenti.
Alexander, capo missione di SOS Cristiani d’Oriente in Siria, alza le mani impotente: “Quello che mi chiedete, non siamo in grado di farlo. In ogni caso vi chiedo di compilare per me un elenco di ciò che è necessario per sopravvivere qui, farò del mio meglio per procurarvelo.”
Nel cortile della piccola casa parrocchiale adiacente alla Chiesa greco-ortodossa di Notre-Dame, la più antica della città, costruita nell’ VIII° secolo attorno alle grandi colonne con capitelli corinzi di un antico tempio pagano, caschi rossi scaricano un piccolo furgone. Estintori, barelle, sedie a rotelle, kit di pronto soccorso che l’associazione umanitaria ha portato, si accumulano lungo le pareti.
Caschi rossi
130 volontari, di età compresa tra i 22 e i 52 anni che indossano un giubbotto fluorescente e un casco rosso da soccorritore volontario. Formate quattro anni fa, le squadre di questi volontari di soccorso accorrono nei luoghi bombardati.
La maggior parte dei giovani sa maneggiare il piccone e l’estintore per liberare le vittime o spegnere un incendio. Per la maggior parte sono studenti universitari che danno manforte all’ospedale o alla banca del sangue. Ma mancano di tutto.
Un boato rimbomba in lontananza. Un volontario prende il binocolo appeso al muro e corre sul tetto per verificare il luogo in cui la bomba è caduta. Un altro boato. Si sta avvicinando. Il fumo sale nei pressi del villaggio. Con uno sguardo stanco il dottore conta mentalmente il numero degli obici artigianali che i volontari hanno collezionato qui, come i pezzi di un museo dell’orrore: schegge acuminate come lame di rasoio, obici aperti come funghi, bombole di gas squarciate, pinne dei razzi, chiodi, bulloni …
Da un pezzo di proiettile dipinto d’oro (vedi presentazione), uno dei residenti ha fatto un piccolo vaso e ce lo mostra adornato con un mazzo di fiori artificiali, “No, noi cristiani di Mhardeh non abbiamo paura della morte. Diamo forma ai loro strumenti di morte per disegnare la pace e la gioia.” “Non siamo favorevoli alla dittatura, continua il medico, afferrandomi il braccio, ma la vita con queste persone è impossibile. Questa è la democrazia?! Smettete di sostenere i nostri nemici vi prego! Tutti intorno a noi, Al-Nosra, FSA [Free Syrian Army, ndr], Fatah al-Sham, chiamateli come volete, ci lanciano razzi fatti in Francia! ”
Un simbolo che Al-Nosra vuole vedere scomparire.
La cittadina paga un prezzo pesante per la sua ostinata resistenza. Nel mese di ottobre, si è beccata 150 razzi che hanno provocato 8 morti e 67 feriti. L’ultima vittima, una madre di famiglia squarciata in due da un missile Grad che ha perforato il tetto della sua camera da letto, è morta lasciando quattro figli e un marito distrutto e inconsolabile. Egli ci mostra la sua casa polverizzata senza dire una parola, forte e dignitoso. Due giorni dopo la nostra partenza, una donna e la sua figlia di 8 anni saranno ferite sulla via principale, un ragazzo e sua zia non sopravviveranno all’esplosione.
Mhardeh si trova al centro dell’asse nord-sud che collega Aleppo a Damasco, a circa 260 chilometri dalla capitale siriana. Testa di ponte fedele al governo accampato a 100 chilometri a nord di Homs, è bagnata a nord dal fiume Oronte, arginato con una diga per la fornitura di energia elettrica, tramite una moderna centrale idroelettrica. Dipende amministrativamente dal Governatorato di Hama, nei pressi della piana di Ghab.

La città ha sofferto gli attacchi incessanti dei ribelli islamici che vorrebbero ridurre al nulla questo simbolo. Infatti, con i suoi 25.000 abitanti prevalentemente cristiani, Mhardeh ha cinque chiese: (greco-ortodosse) e una chiesa protestante (il 10% dei residenti sono presbiteriani). Abbarbicata su un promontorio roccioso, è circondata da zone con popolazioni sunnite le cui angherie ci sono imposte alla luce del sole. La località più vicina, Halfaya, che si trova a 200 metri ad est delle prime case, è regolarmente sotto i tiri di un cecchino. E’ in prossimità di questo villaggio che è situata la centrale elettrica caduta in mano ai terroristi lo scorso agosto. Da allora, gli abitanti vivono nel buio; vengono usati i generatori a benzina per l’illuminazione e il mazout (un olio minerale) per cucinare e scaldare il salotto della casa con una stufetta a olio.
L’asilo nido
Alla piccola scuola di Mhardeh, i bambini sogliono raccogliere le olive e seminare grano nei dintorni. La direttrice si lascia sfuggire un sospiro, ci consegna dei piccoli croissant farciti con olive e spezie, una specialità di questo breve periodo di avvento prima di Natale. Dopo il giro coi magri e sostanziosi dolci si conclude la riunione. Il sacerdote greco ortodosso del Patriarcato di Antiochia riflette per noi il pensiero di tutti qui: “Incomprensioni, rammarico, tristezza, stanchezza. Nessuno può accettare il destino a noi riservato. Né il vedovo che ha perso la moglie e le figlie, né la madre che ha perso un figlio “.
I bambini in grembiulino rosa cantano allegramente ogni volta che noi varchiamo la porta di un’aula. Le loro facce tonde sono illuminate con un grande sorriso, ma nei loro occhi, si riflette una tristezza indicibile.
Resistere o morire
“Tutti vogliono la pace e la democrazia, ma i takfiri [islamisti, n.d.r.] derubano, rapiscono e umiliano i cristiani.” Simon Alwakil ha preso bene in mano la difesa della sua città. Generale Nazionale delle Forze di Difesa, egli è il capo delle operazioni per l’area di Mhardeh. Amato dai suoi uomini e dagli abitanti dei villaggi, il vecchio capo d’impresa dal fiorente business ha messo i suoi mezzi e le sue risorse a disposizione per il bene della sua città natale. Ci riceve nel suo ufficio e ci espone i problemi complessi che deve risolvere.
La minaccia è permanente: 18 donne e bambini sono stati rapiti dall’inizio del conflitto. Simon ha messo in gioco le sue conoscenze ed ha ottenuto il loro rilascio. Suo fratello è stato rapito. Suo figlio è stato tenuto in ostaggio per diversi mesi ad Aleppo.
I tradimenti sono molto comuni: per quello di un medico musulmano di Mhardeh si stabilì il riscatto. Attratto dal guadagno, il figlio del medico era uno dei suoi rapitori ad Aleppo. Quello dei vicini sfollati dalle manovre militari, che dormivano da lui in nome della carità e dell’ospitalità. Vicini che hanno visto che i suoi uomini sparavano razzi sul villaggio. “La ribellione non è motivata dal rovesciamento del governo per il bene della gente, ma per servire i propri interessi” ha aggiunto il generale. “Anche la Russia non agisce solo gratuitamente, ma anche nel proprio interesse. L’esercito russo si è diffuso in tutta la Siria e gli uomini che rimangono qui non mi ispirano molta fiducia. “.
Allora il generale ha reclutato 150 uomini tra gli abitanti per creare la sua brigata. Ha alzato barricate intorno alla città, ha acquistato un carro armato sovietico e delle autoblindo armate. Le sue armi leggere vengono dall’Iran. I suoi uomini vengono addestrati e formati in Libano o presso il “grande fratello” persiano. Si può contare solo sul sostegno della forza aerea siriana per respingere ondate di attaccanti. Dal momento in cui in estate, quando la milizia ha fermato l’azione di 4000 fanti, sostenuto dai MiG-21, l’uomo è diventato una vera leggenda. Gli abitanti sono demoralizzati e senza fiato, ma il generale ha fatto loro una promessa: «Noi ci saremo!”
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