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gennaio 16, 2017

LA PRESENTAZIONE DI GESU’ AL TEMPIO

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gesu-tempio-simeone-anna

Siamo di fronte ad un racconto molto interessante: Maria e Giuseppe che vanno ad offrire il loro primogenito (2,21-24), l’incontro, mentre stanno entrando nel Tempio, con l’anziano Simeone (2,25-35), l’annuncio della profetessa Anna (2,36-38).

Sono tre eventi su cui dobbiamo meditare a lungo, ma prima, come premessa, vorremo parlare di qualcosa che non affiora direttamente dal testo, ma che molti interpreti fanno notare. Nel nostro articolo sulla Visitazione (mese di Gennaio) abbiamo parlato a lungo di Maria “Arca dell’Alleanza”.

Ai tempi di Davide l’Arca rimase tre mesi nella casa di Obed Edom (2 Sam 6,10-12); quandoDavide vide che Obed Edom fu benedetto dal Signore, andò allora e trasportò l’Arca a Gerusalemme. Ricordiamo che Maria, Arca dell’Alleanza, rimase tre mesi nella casa di Elisabetta e che soltanto dopo molto tempo giunge a Gerusalemme portando il bambino non nel grembo ma in braccio. È su questo dato che fanno forza gli interpreti. Essi vedono nel Signore che giunge al Tempio realizzarsi due grandi profezie antiche.

La prima è quella che troviamo nel libro di Daniele 9,24: “Settanta settimane sono state fissate per il tuo popolo e la santa città per mettere fine all’empietà… per suggellare visioni e profezie, per consacrare il Santo dei Santi”.

Ebbene colui che “è sacro per il Signore” al concludersi della settantesima settimana entra davvero nella santa città e nel Tempio. I calcoli tornano: sono passati 40 giorni dalla nascita di Gesù, 450 dall’annuncio dell’Angelo a Zaccaria, cioè 490 giorni pari a settanta settimane.

La seconda profezia è quella di Malachia 3,1-3: “Ecco entrare nel suo Tempio il Signore… e purificherà i figli di Levi”. Si rimane stupiti quando Luca, parlando materialmente di Maria e Giuseppe dice: “Quando venne il tempo della loro purificazione…”. È logico che si pensi alla “purificazione di Maria”, ma quel “loro” fa pensare che Luca guarda oltre e vi vede realizzata la profezia di Malachia dove si parla della “purificazione dei “figli di Levi”.

È in questa trasposizione che il plurale “loro”, impossibile da cambiare in “sua”, acquista tutto il suo vero valore. Gesù non è andato al Tempio per essere purificato e consacrato. È lui che entrando nel Tempio lo ha consacrato definitivamente purificando i figli di Levi. Maria lo ha quindi portato perché desse simbolicamente inizio alla sua missione.

Gesù, Maria e Giuseppe

Dopo il racconto della nascita (2,1-20) eccoci immersi nella vita normale di Israele. Maria e Giuseppe, dopo aver ubbidito al decreto dell’imperatore (2,1-6) sono ora in atteggiamento di ubbidienza a Dio. Si costata quanto sia vero quello che dice Paolo: “Quando giunse la pienezza del tempo Dio mandò suo figlio nato da donna, nato sotto la legge”.

Ebbene in Luca 2,22-24 per tre volte si parla della Legge di Mosè, cioè del Signore. La piccola famiglia è in tutto obbediente alla Legge e si usa un’espressione che richiama l’inizio del testo di Paolo: “Quando si compirono gli otto giorni dalla circoncisione…; quando si compirono i giorni della loro purificazione…”.

Nel parlare biblico si è soliti contemplare il trascorrere del tempo nella sua tensione verso un atteso compimento in cui qualcosa di significativo deve realizzarsi. Per Gesù non contava la circoncisione, ma l’imposizione del nome e qui non si dice chi impone il nome ma si ricorda l’atto di ubbidienza a Dio e si dà quel nome che “fu dato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo materno”.

Così si ricorda, anche se c’è il pronome “loro” già spiegato sopra, la purificazione di Maria. La tutta santa non vuole apparire diversa dalle altre donne, come Gesù, quando si presenterà mescolato ai peccatori per farsi battezzare, non vuole apparire diverso dagli altri, forse perché sa che deve assumere il peccato di molti.

Ci si sofferma invece sulla presentazione del Primogenito “come è scritto nella Legge del Signore”. Luca conosceva bene la Scrittura e nel gesto di Maria vede ripetersi quanto, secoli prima, fece Anna dopo la nascita di Samuele. Essa andò al Tempio e disse al sacerdote: “Lo do al Signore perché appartiene al Signore” (1 Sam 1,28). Per lei era un dono del Signore alla sua sterilità. E poi il primogenito secondo la Legge (Es 13,2.12) appartiene al Signore. Si legge infatti:

“Ogni primogenito sarà chiamato santo (consacrato) al Signore”. Tutto ciò valeva per Maria: suo Figlio è tutto del Signore, per questo lo presenta al Signore. “Tutto”: forse per questo Luca non parla di riscatto possibile (Es 13,15). Il sacrificio di due tortore o due giovani colombi non riguarda Gesù, ma la purificazione di Maria.

Forse, in quel momento, Maria e Giuseppe potevano pensare che ora avevano esaurita la loro missione: dare vita e una famiglia al figlio. Ma quello che udì Maria dall’anziano Simeone mentre entravano nel Tempio, ci impone una domanda: “Con quali sentimenti Maria offrì il Figlio”. Certamente dalle parole di Simeone aveva capito di non avere una vita facile. Di questo ora dobbiamo parlare.

L’incontro con l’anziano Simeone

Il racconto precedente doveva essere molto importante per Luca se solo ora parla di quello che avvenne quando la piccola famiglia stava per entrare nel Tempio. Qui si parla di un anziano di nome Simeone, simbolo di tanti altri che in Israele aspettavano il Consolatore, la salvezza messianica.

Simeone viveva in questa ansiosa attesa guidato dallo Spirito come gli antichi profeti. Ora, lo Spirito gli fece sapere che non sarebbe morto prima di vedere il Cristo, il Messia. A questo titolo la comunità pasquale aggiunge: “il Signore”.

Era da molto tempo che mancavano i profeti (1 Mac 2,8; 14,41; Sal 94,3). Ora però l’attesa è finita, il momento della definitiva salvezza è giunto e lo Spirito è in azione e Simeone mosso dallo Spirito va al Tempio e subito riconobbe il Messia in braccio alla madre. Lo prese tra le braccia e, immaginiamo, alzando gli occhi e il bambino verso il cielo, intona la sua lode a Dio. La sua attesa è finita e perciò può concludere con gioia la sua vita perché ha visto il Salvatore. E quanto dice di Lui è molto importante.

Sì, è la “gloria di Israele” perché è segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo ed è una presenza dal respiro universale: è per tutti i popoli e rivelazione per tutte le genti. Sono parole che ricordano il terzo canto del Servo di Dio (Is 49) e che ora si compiono in Gesù.

In Isaia il Servo sente l’inutilità della sua missione in Israele, ma Dio gli dice: “È troppo poco per te che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Israele e ricondurre gli scampati del popolo, voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terra” (Is 49,6). Questo è quello che avviene di Gesù guidato dallo Spirito.

Fin qui è tutto uno scoppio di gioia tanto che Maria e Giuseppe si stupirono delle cose che si dicevano di Gesù: Maria sente cantare il futuro di suo figlio. Ma subito sentirà parlare del futu-
ro di sofferenza del Messia. Ha inizio così la presentazione di Maria, la Dolorosa (2,34-35).

Una spada ti trapasserà l’anima

Simeone li benedisse e rivolto a Maria disse: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, e come segno di contraddizione; e anche a te una spada trafiggerà l’anima perché siano svelati i pensieri di molti cuori”. Sono altre parole che Maria deve conservare e confrontare perché solo a poco a poco riuscirà a capirne il senso.

Certamente però ha capito che sarà coinvolta nel destino di suo Figlio. Ed è questo che certamente accetta quando, entrata nel Tempio, offre il suo Figlio al Signore. Questo dice che la Maternità di Maria ha uno scopo storico-salvifico e che tutta la vita del Figlio la coinvolgerà. Certamente, in quel momento, non poteva capire tutto, ma a poco a poco riuscirà a penetrarne sempre di più il senso vivendo in ascolto del Figlio.

Un giorno Gesù disse: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No! Sono venuto a portare la spada. D’ora in poi se in una famiglia ci sono cinque persone si metteranno tre con due e due contro tre”. Maria ha sperimentato questo. Un giorno i suoi familiari se la trascinarono dietro perché volevano andare a prendere Gesù di cui si diceva che era fuori di sé.

Quando arrivarono mandarono a chiamarlo, ma Gesù disse: “E chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” e volgendo lo sguardo verso i suoi discepoli disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli. Chiunque fa la volontà di Dio è mio fratello, mia sorella e madre”. Maria prende atto della divisione o spada che ha diviso la sua parentela. I suoi parenti infatti non credevano in Gesù (Gv 7,5).

Questo racconto dei fratelli e della madre fa da cornice a quella grande contestazione dell’agire di Gesù accusato di essere amico del demonio (Mc 3,10-11.22-34). L’immagine di Gesù contestato e persino trattato da bestemmiatore (Lc 5,2) è continua nel Vangelo. Come dice la lettera agli Ebrei: “Durante la sua vita ha dovuto sopportare una grande contestazione da parte dei peccatori” (Eb 12,3).

Gesù rivelazione del Padre e segno della sua presenza non ha raggiunto il suo scopo. Come Dio nel suo agire nella storia diventa motivo di rovina o di salvezza per molti in Israele (Is 8,14), così è di Gesù.

Di fronte a questi fatti Maria continua a conservare e a confrontare parole-eventi cercando di capire. In questo suo lavorío sarà poi aiutata dalla comunità cristiana. Infatti l’interpretazione della comunità meditando sulle parole dell’anziano Simeone, si accorge che per lui quello che ha valore è sottolineare l’intima unione Madre-Figlio.

La stessa spada che uccide il Figlio trapasserà l’anima di Maria. Non si tratta di due episodi, di due protagonisti, ma di una stessa passione sopportata allo stesso tempo dalla Madre e dal Figlio. Non si parla prima di Maria e poi del Figlio. Le parole del testo si intrecciano e i due sono messi sullo stesso piano. Maria si trova associata intimamente al destino e alla morte di Gesù e non solo per il dolore che ha provato ai piedi della croce, ma per il posto che essa occupa nell’economia della salvezza.

Un esempio su questa intima unione Madre-Figlio. La metafora della spada è probabilmente un implicito richiamo al testo di Ezechiele 14,17 dove si legge: “Una Spada attraversa questo paese”. La spada che attraversa Israele è la predicazione di Gesù, la Parola di Dio, che “è più tagliente di ogni spada a doppio taglio. Essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito… e sa discernere i sentimenti e il pensieri del cuore”. (Eb 4,12). Essa provoca la rovina di molti perché li obbligherà a svelare i pensieri occulti del loro cuore, prendendo posizione di fronte alla parola di Gesù.

Ebbene questa stessa spada attraversa la vita di Maria nel senso che essa comunicando con i sentimenti del suo popolo ne sente tutta la tragedia dovuta al rifiuto di Gesù; e questa tragedia diventerà ancora più dolorosa ai piedi della croce. La parola dell’anziano Simeone segna un culmine di infinita sofferenza.

L’agire di questa spada, rifiuto del Vangelo, si accentuerà nella storia con la divisione Giudei-cristiani e continuerà anche nella storia della Chiesa. La sofferenza di Maria non è mai finita perché essa ama tutti e vorrebbe che tutti accogliessero Gesù per salvarsi.

Un soffio di gioia (2,36-38)

Il racconto della presentazione si chiude con un senso di gioia, che sempre si alterna alla sofferenza. È parallelo alla prima parte del racconto dell’anziano Simeone. Qui la novità è che si tratta di una donna: la profetessa Anna.

Il titolo di profetessa dice che, come Simeone, è sotto l’agire dello Spirito e, come lui, giunge allo stesso tempo all’entrata del Tempio e come lui celebra Dio e si mise a parlare del bambino a tutti coloro che aspettano la “Liberazione”, cioè la salvezza di Israele.

È il positivo che si sovrappone alla tristezza che ha lasciata la seconda parte delle parole di Simeone. Sembra che dica: l’ultima parola della storia è sempre quella di Dio ed è gioia e salvezza. Alla Dolorosa succede la Donna gloriosa che partecipa alla gloria del Figlio.

http://www.donbosco-torino.it/…/06-Presentazione_Tempio.html

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