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febbraio 18, 2017

LA REINCARNAZIONE NELL’ EBRAISMO

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LA REINCARNAZIONE NELLE CREDENZE EBRAICHE

Rabbino cabbalista
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Benché sia una concezione non presente nella Torah scritta e non esplicita nel Talmud la credenza nella reincarnazione non è estranea nemmeno all’Ebraismo. Definita Ghilgul (גלגול) è insegnata infatti dalla Qabbalah, la componente mistico-esoterica della religione ebraica basata in buona parte sul valore mistico-occulto dei numeri e delle lettere alfabetiche ebraiche, grazie al quale vengono estratti dai testi sacri dei significati nascosti e più profondi rispetto a quelli ottenibili dallo studio ordinario.
 
La dottrina ebraica della reincarnazione si può allora rintracciare nei seguenti elementi:
Il principale continuatore della dottrina della reincarnazione secondo l’esegesi ebraica è l’Arizal anche attraverso uno dei suoi testi edito anche in inglese, Gate of reincarnation, dall’originale ebraico. Accettando il presupposto secondo cui non tutti gli uomini sono soggetti alla reincarnazione, spiegando poi che lo scopo del ghilgul è il tiqqun, in questo caso la rettificazione delle differenti anime Nefesh, Ruach e Neshamah, che possono essere raggiunte e completate in una stessa persona, egli enumera differenti concezioni di reincarnazione, facendone esempi pratici: dice ad esempio che ogni tipo di anima delle persone soggette alla reincarnazione dev’essere rettificato in vite differenti ed in rari casi tutte in una vita successiva soltanto e sottolineando anche che ne esiste un tipo in cui due persone si corrispondono senza per forza di cose essere stretti dalla stessa anima venuta al mondo due volte o in più situazioni differenti; la persona nasce e muore in più vite; più anime di persone differenti potrebbero essere rettificate nel corso di un unico ciclo di reincarnazioni.
Rabbi Shimon bar Yochay, rabbino del Talmud ed autore dello Zohar, fu a conoscenza del mistero della reincarnazione.
Anche il Gaon di Vilna ha scritto un commento al Libro di Giona adattandolo alla reincarnazione secondo l’interpretazione iniziale che trova l’analogia di Giona con l’anima dell’uomo, della barca come il suo corpo, del mare come questo mondo e della Terra asciutta come il Mondo Futuro.
Tra gli altri si ricordano Isaia Horowitz e Shlomo Alkabetz il quale afferma che vi sono tre tipi di reincarnazione rapportati alle caratteristiche dei tre patriarchi del popolo d’Israele: ad Avraham corrisponde il tipo in cui nelle vite successive si compiono buone azioni e si realizzano i precetti non compiuti o quelli trasgrediti nelle vite precedenti; ad Isacco, simbolo di timore e potenza, corrispondono le vite di anime reincarnate in animali puri, “rettificate” dai peccati dagli Ebrei; infine a Giacobbe, segno di bellezza ed armonia, corrispondono vite successive, fino a 2000, in cui si possono compiere Mizvot non compiute precedentemente per mancanza di opportunità.
« Il Creatore del mondo e di tutte le anime sa quello che accadde tra gli individui nelle vite precedenti »
(Zohar)
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Nel testo dell’Arizal e dello Zohar vengono espressi i seguenti princìpi:
Il primo caso riguarda la corrispondenza tra l’anima di Adamo, primo uomo e padre dell’Umanità, ed Avraham, primo padre del popolo d’Israele da cui sorsero anche altri popoli. Considerando che Avraham ebbe maggiori meriti di Adamo, ci si chiese allora perché non fosse stato creato come primo uomo; i maestri mistici ed i rabbini del Talmud considerano che, nel caso Avraham avesse commesso l’errore di Adamo come primo uomo, sarebbe stato quasi impossibile il tiqqun, la rettificazione del peccato originale. Questo è un ulteriore motivo per cui Avraham e Sarah, corrispondendo appunto ad Adamo ed Eva ed associati al tiqqun suddetto, vennero sepolti in Machpelah anche assieme al primo uomo ed alla prima donna dell’umanità. Questa corrispondenza non vale come reincarnazione vera e propria, ma vuole evidenziare come valga lo stesso principio, ossia quello della crescita spirituale e morale delle vite successive.
La serva di Iesse è il Ghilgul di Agar.
Un esempio analogo è quello della corrispondenza tra Mosè ed Abele o di Core e Caino; anche Esaù è il Ghilgul di Caino mentre Jetro è il Ghilgul soltanto del bene di Caino. Secondo un’altra opinione anche Hillel in parte corrisponde a Mosè.
Un caso molto vicino alla concezione comune di reincarnazione è quello della corrispondenza di Pinchas [o Fineas] e del profeta Elia.
Ancora il caso dell’affinità di reincarnazione tra Nimrod e Nabucodonosor.
Balaam è il Ghilgul di Labano infatti da questo ereditò la magia, appresa anche dall’angelo caduto Azazel.
Secondo Moshe Alshich, Rut è il Ghilgul della figlia primogenita di Lot; anche di Tamar.
 
Non è comunque esclusa la possibilità che una stessa anima possa vivere più vite in periodi storici differenti e sia soggetta a più rinascite dopo la morte:
a questo proposito si parla di anime nuove che non subiranno o non hanno subito sino a quel momento vissuto alcun tipo di reincarnazione; esse sono più forti delle altre;
vi è poi il caso di anime che, mancanti della forza necessaria ad ascendere al Cielo, vagano per il mondo a volte in gruppi in cielo, come turbini, ed a volte stazionando accanto ad animali, piante o oggetti inanimati per averne riferimento per il proprio movimento spirituale: l’Arizal ritiene che lo stazionamento ed il passaggio dal regno minerale al regno vegetale sino al regno animale e poi dell’uomo possa durare dai 20 anni o 100 sino a 1000 in ciascuno di essi;
simile a quest’ultimo caso è quello della sosta di un’anima di una persona spirata presso un uomo vivente: non si tratta di un vero e proprio possesso del corpo di quest’ultimo quanto piuttosto di qualcosa simile ad un accompagnamento senza alcun danno per l’uomo o la donna che ne sono il riferimento sovrannaturale. Dunque l’accompagnatore ospitante e l’anima accompagnatrice dovranno avere molte somiglianze nella propria natura spirituale, anime dello stesso genere;
l’ibbur riguarda il sostegno divino dato ad una persona con la collaborazione di un’anima di una persona spirata che sia Zaddiq, un giusto: viene insegnato in molti testi rabbinici, tra cui il Tanya, che gli Zaddiqim continuano la loro assistenza al mondo anche dopo la morte, ché anzi è ancor più completa perché libera dai peccati ed unita in modo perfetto all’Unità divina in collaborazione assoluta con Dio, ciò non escludendo l’impedimento di rivolgersi in preghiera a persone spirate o ad angeli, divieto che prevale secondo la fede unica in Dio il cui Regno regge ogni cosa, anche il Mondo dell’Aldilà. Spesso l’anima ospitata potrebbe invece necessitare del supporto dell’ospitante per un proprio tiqqun. Una volta rettificati tutti i gradi delle anime proprie, nell”Olam Ha-Ba quella persona potrà raggiungere lo stesso livello dello stesso Zaddiq o dei vari Zaddiqim che lo supportarono durante i cicli di reincarnazione e rettificazione delle anime. L’assistenza dell’anima di uno Zaddiq ad una persona viva viene paragonata al caso Talmudico del prestito il cui credito viene poi estinto nel Gan Eden secondo i meriti fatti ottenere al secondo dal primo attraverso le Mitzvot e di cui entrambi potranno godere i benefici in quanto entrambi capaci di ciò durante quel ciclo o i più cicli di reincarnazione.
Uno degli esempi di ibbur è quello dei figli di Giacobbe sui principi delle dodici tribù d’Israele entrati ad esplorare la Terra d’Israele per ordine di Mosè: essi furono loro di supporto sino a quando decisero però di parlare male della Terra d’Israele, ciò avvenne da parte di tutti i principi ad esclusione di Caleb e Giosuè; dei colpevoli l’Arizal dice che vennero abbandonati dal supporto delle anime dei figli di Giacobbe loro assegnato e questa maldicenza fu infatti uno dei peccati principali che impedirono poi a quella generazione di entrare in Terra d’Israele.
 
Le discussioni ammettono 3 possibili cicli di reincarnazione per persone non rette nei casi in cui ve ne sia necessità, numero, anche questo, che ha rilevanza simbolica anche secondo l’aspetto del ciclo di vita vissuto. Per le persone rette può avvenire un numero superiore di reincarnazioni;
vi è poi l’Yibbum che, precetto della Torah oggi non più possibile per insufficienza nei livelli di purità e santità, riguarda il matrimonio di un uomo con la sposa del proprio fratello dopo la morte di quest’ultimo: questo precetto veniva comandato non solo per onorare la memoria spirituale del fratello ma anche per rendergli meriti ed onori con la nascita di figli che poi sarebbero stati dunque discendenza sua. Sebbene non si tratti di reincarnazione, l’Arizal sottolinea che questo vale come suo paragone. L’Yibbum non presenta una reincarnazione all’interno della famiglia lasciata e ciò sebbene il cognato faciliti in questo modo una modalità simile alla reincarnazione ma di questa assente ed intesa come rettificazione per il fratello morto: l’Yibbum è necessario al fine di avere figli in nome del fratello che altrimenti sarebbe considerato morto senza una discendenza; particolare la tradizione secondo la quale il primo figlio nato da questa nuova coppia di sposi avrebbe ricevuto il nome del fratello che non riuscì ad adempiere in vita al precetto biblico della procreazione perché morto prima.
Il processo di reincarnazione così descritto riguarda il tiqqun, la rettificazione dell’anima dai peccati commessi nelle vite precedenti non con l’intento di punire durante le vite successive ma con quello di purificazione ed aumento dei meriti: secondo questa teoria le vite successive delle sole anime coinvolte in questi cicli saranno sempre purificate dai peccati delle vite precedenti o attraverso la rinascita stessa o tramite il compimento di azioni che aggiungano un numero di meriti sempre maggiore. Non è presente quindi il rischio che gravi o lievi peccati commessi nelle vite precedenti possano influenzare il corso delle vite successive o, come anche i peccati o le sofferenze patite, possano danneggiare l’anima ospitata nel caso di un ibbur; anche per questo viene insegnato che è molto difficile che una persona divenga consapevole delle vite vissute in precedenza.
 
« …preservando la misericordia per 1000 (2000) generazioni… »   (Esodo 34.7)  
 
Secondo questo versetto (in ebraico per mille, אלפ (alaf), al plurale, אלפים, si può intendere duemila) per l’Arizal ci si riferisce al ciclo di reincarnazione dei retti che può contare sino a 2000 “reincarnazioni” per una stessa persona mentre per i non retti vale il versetto che afferma: sino alla quarta generazione, contando quindi 3 reincarnazioni in un totale di 4 vite.
 
Vi possono essere quindi cicli di tre reincarnazioni ma si può arrivare sino a venti, trenta ed oltre: questo dipende dal tipo di reincarnazione, se si tratta di un caso tra i vari ibburim o tra i vari ghilgulim. La Qabbalah esclude quindi che un’anima di uomo o donna possa divenire, nella sua interezza, un essere completo differente come animali, piante o oggetti perché, ad esempio, di natura superiore a quella degli animali comunque esistente. Nel ciclo delle reincarnazioni la sola interazione tra uomini ed animali, piante o altro, come nel caso sopra descritto, avviene per “anime vaganti” che non sono ancora giunte in Gan Eden. Anche gli ebrei di oggi usano chiedere a Dio un sostegno spirituale per queste anime durante la Benedizione degli alberi, benedizione che viene effettuata al principio della Primavera di ogni anno.
 
Il motivo della reincarnazione come modo per poter rettificare la propria anima, secondo i meriti aggiunti e per acquisirne un numero più alto, passaggio aggiunto all’espiazione completa dei propri peccati solo dopo la morte nel Ghehinnom, è il privilegio di avere un’opportunità in più in un’altra vita anche per compiere maggiori buone azioni, in particolare quelle non compiute nelle vite precedenti; la ricompensa di questi sarà manifesta nell’era messianica e nell”Olam Ha-Ba in modo da potervi giungere completamente rettificata grazie al percorso durante la propria vita o le molte reincarnazioni, ciò anche per rettificare le trasgressioni compiute in precedenza; nel caso invece di un’anima di una persona non retta occorre invece un intervento divino di maggior forza individuato nell’espiazione nel Ghehinnom che ha una durata massima di un anno e che nella Tradizione ebraica, inteso come Inferno e Purgatorio contemporaneamente, permetterà a quest’anima di espiare grazie all’intervento divino suddetto per poi giungere comunque nel Gan Eden finalmente rettificata e purificata. Come detto quindi ciò non esclude che anche l’anima di chi è sottoposto a reincarnazione debba espiare i propri peccati nel Ghehinnom infatti nelle vite successive, oltre a meriti comuni, si deve aderire a quelli mancati precedentemente.
 
Anche se per motivi differenti, similmente l’Arizal ammette che l’uomo soltanto è passibile di reincarnazioni perché il fuoco dello studio della Torah lo protegge dal fuoco del Ghehinnom. Questo studio per la donna non è considerato obbligo quindi essa è soggetta, dopo la morte, all’espiazione dei peccati tramite il fuoco del Ghehinnom e non attraverso reincarnazioni successive.
 
La donna non è quindi soggetta al ciclo delle reincarnazioni anche perché più fragile dell’uomo e quindi con un bisogno maggiore della protezione e dell’intervento divino. In alcuni casi eccezionali, come non essere riuscita ad avere figli e per aver avuto rapporti sessuali proibiti con altre donne, è necessaria la reincarnazione per la gravità del peccato commesso. Nel testo sulle “reincarnazioni” l’Arizal afferma che talvolta donne che hanno commesso i peccati prima ricordati, con individui dello stesso sesso, potrebbero avere una vita successiva “[quasi] come uomini” (Gate of reincarnation).
 
L’espiazione dei peccati nel Ghehinnom può valere anche per gli uomini.
 
Quando l’era messianica sarà completata, e tutto il mondo vivrà nella completa rettificazione, non vi sarà più bisogno del ciclo delle reincarnazioni. Nella resurrezione, con la rivelazione del Messia, potrà succedere che due corpi possano ricevere comunque le due anime distintamente anche se una stessa persona avesse sostenuto in un ibbur soltanto, contribuendo alla rettificazione delle due stesse. Un corpo di una persona potrà ricevere soltanto un’anima definita Nefesh mentre un altro potrà ricevere sia Nefesh che Ruach o Nefesh, Ruach e Neshamah anche rettificate nel corso di una stessa reincarnazione se espressioni originarie di quell’anima principalmente attiva alla sua creazione al principio di tutto; può succedere poi che in seguito ad una reincarnazione in un secondo corpo l’anima della persona nell’era messianica risorga nel secondo corpo e non più nel primo maggiormente macchiato dalle colpe della prima vita e ciò nel caso di un’unica anima nefesh in entrambe le vite.
 
I maestri insegnano che prima di nascere le anime di ogni sposo ed ogni sposa sono unite sino a quando, una volta presenti nel mondo, in vita Dio si occupa di farli incontrare affinché si riuniscano come individui nuovamente divenuti un’entità completa. In un commento ad una parte del Talmud, a tal proposito l’Arizal spiega che il versetto che afferma come Dio li riunisca contro la loro volontà non si riferisce ad anime gemelle ma all’anima di un uomo reincarnato che, per adempiere alla Mizvah della procreazione, si riunisca con una donna diversa da quella a cui era unito nel corso della prima vita, sua sola anima gemella. L’Arizal insegna infatti che la potenza della Volontà divina è tale da permettere che essi possano vivere assieme in modo corretto e conforme accettando poi senza astio o disprezzo questa possibilità; ciò è vero alla luce dell’insegnamento secondo cui soltanto l’uomo, e non la donna, è soggetto alla reincarnazione. Questo tipo di coppia, riunita da Dio, nell’Halakhah presenta la medesima valenza giuridica del caso di matrimonio tra individui le cui anime erano unite prima di nascere.
Vi è poi il caso di due coniugi che si reincarnano per non essere riusciti ad avere figli, obbligo biblico, nella vita precedente: essi si riuniranno rincontrandosi anche nella reincarnazione al fine di adempiere all’obbligo di questa Mizvah. Talvolta però si reincarnano in periodi storici differenti.
 
(Talmud, Rabbi Yeoshuah)
 
Chaim Vital racconta che spesso il suo maestro Arizal scorgeva anche le anime di Zaddiqim o studiosi di Torah stare in piedi sulle loro tombe inoltre poteva intravedere anime sostare presso oggetti inanimati ed indicare i nomi di tali persone nonché le loro mancanze in vita per quelle reincarnazioni.
Secondo lo studioso Gershom Scholem la dottrina della trasmigrazione era diffusa nel II secolo presso le comunità manichee e cristiane, non è impossibile che il suo ingresso nell’Ebraismo sia dovuto proprio alle influenze delle filosofie indiane veicolate dal Manicheismo, dal Neoplatonismo così come dagli insegnamenti degli Orfici.
Estratto da
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Lo Zohar. Per parlare di questo libro occorre però dire prima qualcosa sulla Kabbalah (si veda anche http://camcris.altervista.org/qabbalah.html ). L’ebraismo è stato fortemente influenzato dalla Kabbalah che significa ‘ricezione’ o ‘ciò che è stato ricevuto’. Kabbalah è un termine generale che sta ad indicare un insegnamento religioso tramandato oralmente dall’origine di generazione in generazione. In particolare però il termine kabbalah dopo l’XI secolo cominciò ad essere usato per indicare quel tipo di pensiero mistico giudaico che si diceva trasmesso dal lontano passato e che era stato affidato come dottrina segreta a pochi privilegiati e che diventerà, dal XIV secolo uno studio a cui si dedicheranno apertamente molti. La Kabbalah è composta di complicate dottrine esoteriche a cui si sentono tuttora attratti coloro che studiano e praticano le arti occulte. Essa ha determinato nuovi riti e costumi ed ha influenzato l’halakah. La Kabbalah comprende più libri tra i quali il più importante è lo Zohar (ebraico per ‘Splendore’) che comparve attorno al 1300, ed è lo scritto che dopo il Talmud ha esercitato l’influenza più profonda sul giudaismo. Lo Zohar viene attribuito ai seguaci di Simeone Bar Yochai (II secolo d.C.) che riferivano gli insegnamenti mistici che il loro maestro avrebbe imparato, a loro dire, da Elia negli anni trascorsi nascosto in una caverna! Il testo fu messo in circolazione solo nel tredicesimo secolo da un certo Moses de Leon (1240-1305), che sosteneva di possedere un antico manoscritto che Nachmanide (1194-1270) aveva spedito dalla terra santa in Spagna. Dopo la morte di Moses de Leon però si apprese che questo manoscritto non esisteva e che Moses de Leon aveva attribuito i suoi scritti (redatti con una tecnica di scrittura automatica) a Simeone Bar Yochai per venderli a coloro che erano interessati a testi mistici antichi. Gli studiosi moderni dicono che la maggiore parte dello Zohar fu redatto da Moses de Leon.
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