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aprile 30, 2017

GESU’ RISORTO INCONTRA DUE DISCEPOLI SULLA STRADA PER EMMAUS

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GESU' EMMAUS

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 24,13-35.
In quello stesso giorno, il primo della settimana, due discepoli di Gesù erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus,
e conversavano di tutto quello che era accaduto.
Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro.
Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste;
uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?».
Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo;
come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso.
Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute.
Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro
e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo.
Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!
Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».
E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano.
Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno gia volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro.
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista.
Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?».
E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro,
i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone».
Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

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29 APRILE SANTA CATERINA DA SIENA

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SANTA CATERINA DA SIENA DELICATA

 

SANTA CATERINA DA SIENA
Vergine e dottore della Chiesa, patrona d’Italia
29 aprile
Siena, 25 marzo 1347 – Roma, 29 aprile 1380
«Niuno Stato si può conservare nella legge civile in stato di grazia senza la santa giustizia»: queste alcune delle parole che hanno reso questa santa, patrona d’Italia, celebre. Nata nel 1347 Caterina non va a scuola, non ha maestri. I suoi avviano discorsi di maritaggio quando lei è sui 12 anni. E lei dice di no, sempre. E la spunta. Del resto chiede solo una stanzetta che sarà la sua “”cella”” di terziaria domenicana (o Mantellata, per l’abito bianco e il mantello nero). La stanzetta si fa cenacolo di artisti e di dotti, di religiosi, di processionisti, tutti più istruiti di lei. Li chiameranno “”Caterinati””. Lei impara a leggere e a scrivere, ma la maggior parte dei suoi messaggi è dettata. Con essi lei parla a papi e re, a donne di casa e a regine, e pure ai detenuti. Va ad Avignone, ambasciatrice dei fiorentini per una non riuscita missione di pace presso papa Gregorio XI. Ma dà al Pontefice la spinta per il ritorno a Roma, nel 1377. Deve poi recarsi a Roma, chiamata da papa Urbano VI dopo la ribellione di una parte dei cardinali che dà inizio allo scisma di Occidente. Ma qui si ammala e muore, a soli 33 anni. Sarà canonizzata nel 1461 dal papa senese Pio II. Nel 1939 Pio XII la dichiarerà patrona d’Italia con Francesco d’Assisi.
Festa di Santa Caterina da Siena, vergine e dottore della Chiesa, che, preso l’abito delle Suore della Penitenza di San Domenico, si sforzò di conoscere Dio in se stessa e se stessa in Dio e di rendersi conforme a Cristo crocifisso; lottò con forza e senza sosta per la pace, per il ritorno del Romano Pontefice nell’Urbe e per il ripristino dell’unità della Chiesa, lasciando pure celebri scritti della sua straordinaria dottrina spirituale.
Quando si pensa a santa Caterina da Siena vengono in mente tre aspetti di questa mistica nella quale sono stati stravolti i piani naturali: la sua totale appartenenza a Cristo, la sapienza infusa, il suo coraggio. I due simboli che caratterizzano l’iconografia cateriniana sono il libro e il giglio, che rappresentano rispettivamente la dottrina e la purezza. L’insistenza dell’iconografia antica sui simboli dottrinali e soprattutto il capolavoro de Il Dialogo della Divina Provvidenza (ovvero Libro della Divina Dottrina), l’eccezionale Epistolario e la raccolta delle Preghiere sono stati decisivi per la proclamazione a Dottore della Chiesa di santa Caterina, avvenuta il 4 ottobre 1970 per volere di Paolo VI (1897-1978), sette giorni dopo quella di santa Teresa d’ Avila (1515–1582).
Caterina (dal greco: donna pura) vive in un momento storico e in una terra, la Toscana, di intraprendente ricchezza spirituale e culturale, la cui scena artistica e letteraria era stata riempita da figure come Giotto (1267–1337) e Dante (1265–1321), ma, contemporaneamente, dilaniata da tensioni e lotte fratricide di carattere politico, dove occupavano spazio preponderante le discordie fra guelfi e ghibellini.
La vita
Nasce a Siena nel rione di Fontebranda (oggi Nobile Contrada dell’Oca) il 25 marzo 1347: è la ventiquattresima figlia delle venticinque creature che Jacopo Benincasa, tintore, e Lapa di Puccio de’ Piacenti hanno messo al mondo. Giovanna è la sorella gemella, ma morirà neonata. La famiglia Benincasa, un patronimico, non ancora un cognome, appartiene alla piccola borghesia. Ha solo sei anni quando le appare Gesù vestito maestosamente, da Sommo Pontefice, con tre corone sul capo ed un manto rosso, accanto al quale stanno san Pietro, san Giovanni e san Paolo. Il Papa si trovava, a quel tempo, ad Avignone e la cristianità era minacciata dai movimenti ereticali.
Già a sette anni fece voto di verginità. Preghiere, penitenze e digiuni costellano ormai le sue giornate, dove non c’è più spazio per il gioco. Della precocissima vocazione parla il suo primo biografo, il beato Raimondo da Capua (1330-1399), nella Legeda Maior, confessore di santa Caterina e che divenne superiore generale dell’ordine domenicano; in queste pagine troviamo come la mistica senese abbia intrapreso, fin da bambina, la via della perfezione cristiana: riduce cibo e sonno; abolisce la carne; si nutre di erbe crude, di qualche frutto; utilizza il cilicio…
Proprio ai Domenicani la giovanissima Caterina, che aspirava a conquistare anime a Cristo, si rivolse per rispondere alla impellente chiamata. Ma prima di realizzare la sua aspirazione fu necessario combattere contro le forti reticenze dei genitori che la volevano coniugare. Aveva solo 12 anni, eppure reagì con forza: si tagliò i capelli, si coprì il capo con un velo e si serrò in casa. Risolutivo fu poi ciò che un giorno il padre vide: sorprese una colomba aleggiare sulla figlia in preghiera. Nel 1363 vestì l’abito delle «mantellate» (dal mantello nero sull’abito bianco dei Domenicani); una scelta anomala quella del terz’ordine laicale, al quale aderivano soprattutto donne mature o vedove, che continuavano a vivere nel mondo, ma con l’emissione dei voti di obbedienza, povertà e castità.
Caterina si avvicinò alle letture sacre pur essendo analfabeta: ricevette dal Signore il dono di saper leggere e imparò anche a scrivere, ma usò comunque e spesso il metodo della dettatura.
Al termine del Carnevale del 1367 si compiono le mistiche nozze: da Gesù riceve un anello adorno di rubini. Fra Cristo, il bene amato sopra ogni altro bene, e Caterina viene a stabilirsi un rapporto di intimità particolarissimo e di intensa comunione, tanto da arrivare ad uno scambio fisico di cuore. Cristo, ormai e in tutti i sensi, vive in lei (Gal 2,20).
Ha inizio l’intensa attività caritatevole a vantaggio dei poveri, degli ammalati, dei carcerati e intanto soffre indicibilmente per il mondo, che è in balia della disgregazione e del peccato; l’Europa è pervasa dalle pestilenze, dalle carestie, dalle guerre: «la Francia preda della guerra civile; l’Italia corsa dalle compagnie di ventura e dilaniata dalle lotte intestine; il regno di Napoli travolto dall’incostanza e dalla lussuria della regina Giovanna; Gerusalemme in mano agli infedeli, e i turchi che avanzano in Anatolia mentre i cristiani si facevano guerra tra loro» (F. Cardini, I santi nella storia, San Paolo, Cinisello Balsamo -MI-, 2006, Vol. IV, p. 120). Fame, malattia, corruzione, sofferenze, sopraffazioni, ingiustizie…
Le lettere
Le lettere, che la mistica osa scrivere al Papa in nome di Dio, sono vere e proprie colate di lava, documenti di una realtà che impegna cielo e terra. Lo stile, tutto cateriniano, sgorga da sé, per necessità interiore: sospinge nel divino la realtà contingente, immergendo, con una iridescente e irresistibile forza d’amore, uomini e circostanze nello spazio soprannaturale. Ecco allora che le sue epistole sono un impasto di prosa e poesia, dove gli appelli alle autorità, sia religiose che civili, sono fermi e intransigenti, ma intrisi di materno sentire: «Delicatissima donna, questo gigante della volontà; dolcissima figlia e sorella, questo rude ammonitore di Pontefici e di re; i rimproveri e le minacce che ella osa fulminare sono compenetrati di affetto inesausto» (G. Papàsogli, Caterina da Siena, Fabbri Editori RCS, Milano 2001, p. 201). Usa espressioni tonanti, invitando alla virilità delle scelte e delle azioni, ma sa essere ugualmente tenerissima, come solo uno spirito muliebre è in grado di palesare.
La poesia di colei che scrive al Papa «Oimé, padre, io muoio di dolore, e non posso morire» è costituita da sublimi altezze e folgoranti illuminazioni divine, ma nel contempo, conoscendo che cosa sia il peccato e dove esso conduca, tocca abissi di indicibile nausea, perché Caterina intinge il pensiero nell’inchiostro della realtà tutta intera, quella fatta di bene e male, di angeli e demoni, di natura e sovranatura, dove il contingente si incontra e si scontra nell’Eterno.
Per la causa di Cristo
Una brulicante «famiglia spirituale», formata da sociae e socii, confessori e segretari, vive intorno a questa madre che pungola, sostiene, invita, con forza e senza posa, alla Causa di Cristo, facendo anche pressioni, come pacificatrice, su casate importanti come i Tolomei, i Malavolti, i Salimbeni, i Bernabò Visconti…
Lotte con il demonio, levitazioni, estasi, bilocazioni, colloqui con Cristo, il desiderio di fusione in Lui e la prima morte di puro amore, quando l’amore ebbe la forza della morte e la sua anima fu liberata dalla carne… per un breve spazio di tempo.
I temi sui quali Caterina pone attenzione sono: la pacificazione dell’Italia, la necessità della crociata, il ritorno della sede pontificia a Roma e la riforma della Chiesa. Passato il periodo della peste a Siena, nel quale non sottrae la sua attenta assistenza, il 1° aprile del 1375, nella chiesa di Santa Cristina, riceve le stimmate incruente. In quello stesso anno cerca di dissuadere i capi delle città di Pisa e Lucca dall’aderire alla Lega antipapale promossa da Firenze che si trovava in urto con i legati pontifici, che avrebbero dovuto preparare il ritorno del Papa a Roma. L’anno seguente partì per Avignone, dove giunse il 18 giugno per incontrare Gregorio XI (1330–1378), il quale, persuaso dall’intrepida Caterina, rientrò nella città di san Pietro il 17 gennaio 1377. L’anno successivo morì il Pontefice e gli successe Urbano VI (1318–1389), ma una parte del collegio cardinalizio gli preferì Roberto di Ginevra, che assunse il nome di Clemente VII (1342– 1394, antipapa), dando inizio al grande scisma d’Occidente, che durò un quarantennio, risolto al Concilio di Costanza (1414-1418) con le dimissioni di Gregorio XII (1326–1417), che precedentemente aveva legittimato il Concilio stesso, e l’elezione di Martino V (1368–1431), nonché con le scomuniche degli antipapi di Avignone (Benedetto XIII, 1328–1423) e di Pisa (Giovanni XXIII, 1370–1419).
All’udienza generale del 24 novembre 2010 Benedetto XVI ha affermato, riferendosi proprio a santa Caterina: «Il secolo in cui visse – il quattordicesimo – fu un’epoca travagliata per la vita della Chiesa e dell’intero tessuto sociale in Italia e in Europa. Tuttavia, anche nei momenti di maggiore difficoltà, il Signore non cessa di benedire il suo Popolo, suscitando Santi e Sante che scuotano le menti e i cuori provocando conversione e rinnovamento».
Amando Gesù («O Pazzo d’amore!»), che descrive come un ponte lanciato tra Cielo e terra, Caterina amava i sacerdoti perché dispensatori, attraverso i Sacramenti e la Parola, della forza salvifica. L’anima di colei che iniziava le sue cocenti e vivificanti lettere con «Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo», raggiunge la beatitudine il 29 aprile 1380, a 33 anni, gli stessi di Cristo, nel quale si era persa per ritrovare l’autentica essenza.
Autore: Cristina Siccardi
http://www.santiebeati.it/dettaglio/20900
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25 APRILE SAN MARCO EVANGELISTA

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SAN MARCO EVANGELISTA ICONA

 

SAN MARCO EVANGELIST
25 Aprile
sec. I
Ebreo di origine, nacque probabilmente fuori della Palestina, da famiglia benestante. San Pietro, che lo chiama «figlio mio», lo ebbe certamente con sè nei viaggi missionari in Oriente e a Roma, dove avrebbe scritto il Vangelo. Oltre alla familiarità con san Pietro, Marco può vantare una lunga comunità di vita con l’apostolo Paolo, che incontrò nel 44, quando Paolo e Barnaba portarono a Gerusalemme la colletta della comunità di Antiochia. Al ritorno, Barnaba portò con sè il giovane nipote Marco, che più tardi si troverà al fianco di san Paolo a Roma. Nel 66 san Paolo ci dà l’ultima informazione su Marco, scrivendo dalla prigione romana a Timoteo: «Porta con te Marco. Posso bene aver bisogno dei suoi servizi». L’evangelista probabilmente morì nel 68, di morte naturale, secondo una relazione, o secondo un’altra come martire, ad Alessandria d’Egitto. Gli Atti di Marco (IV secolo) riferiscono che il 24 aprile venne trascinato dai pagani per le vie di Alessandria legato con funi al collo. Gettato in carcere, il giorno dopo subì lo stesso atroce tormento e soccombette. Il suo corpo, dato alle fiamme, venne sottratto alla distruzione dai fedeli. Secondo una leggenda due mercanti veneziani avrebbero portato il corpo nell’828 nella città della Venezia.
Festa di san Marco, Evangelista, che a Gerusalemme dapprima accompagnò san Paolo nel suo apostolato, poi seguì i passi di san Pietro, che lo chiamò figlio; si tramanda che a Roma abbia raccolto nel Vangelo da lui scritto le catechesi dell’Apostolo e che abbia fondato la Chiesa di Alessandria.
La figura dell’evangelista Marco, è conosciuta soltanto da quanto riferiscono gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di s. Pietro e s. Paolo; non fu certamente un discepolo del Signore e probabilmente non lo conobbe neppure, anche se qualche studioso lo identifica con il ragazzo, che secondo il Vangelo di Marco, seguì Gesù dopo l’arresto nell’orto del Getsemani, avvolto in un lenzuolo; i soldati cercarono di afferrarlo ed egli sfuggì nudo, lasciando il lenzuolo nelle loro mani.
Quel ragazzo era Marco, figlio della vedova benestante Maria, che metteva a disposizione del Maestro la sua casa in Gerusalemme e l’annesso orto degli ulivi.
Nella grande sala della loro casa, fu consumata l’Ultima Cena e lì si radunavano gli apostoli dopo la Passione e fino alla Pentecoste. Quello che è certo è che fu uno dei primi battezzati da Pietro, che frequentava assiduamente la sua casa e infatti Pietro lo chiamava in senso spirituale “mio figlio”.
Discepolo degli Apostoli e martirio
Nel 44 quando Paolo e Barnaba, parente del giovane, ritornarono a Gerusalemme da Antiochia, dove erano stati mandati dagli Apostoli, furono ospiti in quella casa; Marco il cui vero nome era Giovanni usato per i suoi connazionali ebrei, mentre il nome Marco lo era per presentarsi nel mondo greco-romano, ascoltava i racconti di Paolo e Barnaba sulla diffusione del Vangelo ad Antiochia e quando questi vollero ritornarci, li accompagnò.
Fu con loro nel primo viaggio apostolico fino a Cipro, ma quando questi decisero di raggiungere Antiochia, attraverso una regione inospitale e paludosa sulle montagnae del Tauro, Giovanni Marco rinunciò spaventato dalle difficoltà e se ne tornò a Gerusalemme.
Cinque anni dopo, nel 49, Paolo e Barnaba ritornarono a Gerusalemme per difendere i Gentili convertiti, ai quali i giudei cristiani volevano imporre la legge mosaica, per poter ricevere il battesimo.
Ancora ospitati dalla vedova Maria, rividero Marco, che desideroso di rifarsi della figuraccia, volle seguirli di nuovo ad Antiochia; quando i due prepararono un nuovo viaggio apostolico, Paolo non fidandosi, non lo volle con sé e scelse un altro discepolo, Sila e si recò in Asia Minore, mentre Barnaba si spostò a Cipro con Marco.
In seguito il giovane deve aver conquistato la fiducia degli apostoli, perché nel 60, nella sua prima lettera da Roma, Pietro salutando i cristiani dell’Asia Minore, invia anche i saluti di Marco; egli divenne anche fedele collaboratore di Paolo e non esitò di seguirlo a Roma, dove nel 61 risulta che Paolo era prigioniero in attesa di giudizio, l’apostolo parlò di lui, inviando i suoi saluti e quelli di “Marco, il nipote di Barnaba” ai Colossesi; e a Timoteo chiese nella sua seconda lettera da Roma, di raggiungerlo portando con sé Marco “perché mi sarà utile per il ministero”.
Forse Marco giunse in tempo per assistere al martirio di Paolo, ma certamente rimase nella capitale dei Cesari, al servizio di Pietro, anch’egli presente a Roma. Durante gli anni trascorsi accanto al Principe degli Apostoli, Marco trascrisse, secondo la tradizione, la narrazione evangelica di Pietro, senza elaborarla o adattarla a uno schema personale, cosicché il suo Vangelo ha la scioltezza, la vivacità e anche la rudezza di un racconto popolare.
Affermatosi solidamente la comunità cristiana di Roma, Pietro inviò in un primo momento il suo discepolo e segretario, ad evangelizzare l’Italia settentrionale; ad Aquileia Marco convertì Ermagora, diventato poi primo vescovo della città e dopo averlo lasciato, s’imbarcò e fu sorpreso da una tempesta, approdando sulle isole Rialtine (primo nucleo della futura Venezia), dove si addormentò e sognò un angelo che lo salutò: “Pax tibi Marce evangelista meus” e gli promise che in quelle isole avrebbe dormito in attesa dell’ultimo giorno.
Secondo un’antichissima tradizione, Pietro lo mandò poi ad evangelizzare Alessandria d’Egitto, qui Marco fondò la Chiesa locale diventandone il primo vescovo.
Nella zona di Alessandria subì il martirio: fu torturato, legato con funi e trascinato per le vie del villaggio di Bucoli, luogo pieno di rocce e asperità; lacerato dalle pietre, il suo corpo era tutta una ferita sanguinante.
Dopo una notte in carcere, dove venne confortato da un angelo, Marco fu trascinato di nuovo per le strade, finché morì un 25 aprile verso l’anno 72, secondo gli “Atti di Marco” all’età di 57 anni; ebrei e pagani volevano bruciarne il corpo, ma un violento uragano li fece disperdere, permettendo così ad alcuni cristiani, di recuperare il corpo e seppellirlo a Bucoli in una grotta; da lì nel V secolo fu traslato nella zona del Canopo.
La figura dell’evangelista Marco, è conosciuta soltanto da quanto riferiscono gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di s. Pietro e s. Paolo; non fu certamente un discepolo del Signore e probabilmente non lo conobbe neppure, anche se qualche studioso lo identifica con il ragazzo, che secondo il Vangelo di Marco, seguì Gesù dopo l’arresto nell’orto del Getsemani, avvolto in un lenzuolo; i soldati cercarono di afferrarlo ed egli sfuggì nudo, lasciando il lenzuolo nelle loro mani.
Quel ragazzo era Marco, figlio della vedova benestante Maria, che metteva a disposizione del Maestro la sua casa in Gerusalemme e l’annesso orto degli ulivi.
Nella grande sala della loro casa, fu consumata l’Ultima Cena e lì si radunavano gli apostoli dopo la Passione e fino alla Pentecoste. Quello che è certo è che fu uno dei primi battezzati da Pietro, che frequentava assiduamente la sua casa e infatti Pietro lo chiamava in senso spirituale “mio figlio”.
http://www.santiebeati.it/dettaglio/20850
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Siria: Testimonianze di chi ha vissuto o visto la guerra

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 5:56 am
Pubblicato il 26 apr 2017

MARTIRI DI SIRIA

Pubblicato il 26 apr 2017

MARTIRI DI SIRIA

La guerra in Siria, nel racconto di chi l’ha vissuta o l’ha vista da vicino. In questa puntata la testimonianza di SAMAAN DAOUD, rifugiato siriano, e GIAN MICALESSIN, giornalista inviato che in Siria ha documentato l’assedio dell’antico monastero di Maloula, il villaggio dove si parlava aramaico, la lingua di Gesù. In quella terra, culla del cristianesimo delle origini, il reporter ha incontrato i familiari dei cristiani uccisi dai ribelli islamisti. Un racconto del conflitto tuttora in corso, per aprire gli occhi, ascoltare le storie dei martiri di oggi, la fede e il pianto ignorato, in questa guerra, che vede l’Europa indifferente.

https://www.facebook.com/samaan.daoud

https://www.facebook.com/gian.micalessin


Siria/Vescovo cattolico a Damasco: “Se non fosse stato per la Russia ci avrebbero massacrato”

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 5:49 am
Pubblicato il 27 apr 2017

Intervista esclusiva a Jano Battah, vescovo cattolico a Damasco.
“Il vero problema sono le politiche sbagliate americane e la debolezza della posizione europea. L’Europa è debole e non possiede una capacità autonoma di decisione”.

Siria: La testimonianza di Naman Tarcha

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 5:47 am

Naman Tarcha: vi racconto il Martirio della mia Patria che resiste

La modernità ci presenta (spesso come aspetti dello stesso fenomeno) sfide e soluzioni. La rete ed i social network sono armi di “distrazione di massa” che inaridiscono la società e scoraggiano l’impegno politico, ma nello stesso tempo offrono gli unici spiragli alle voci di informazione alternativa. La facilità con cui è possibile produrre e contraffare documenti visivi (foto e filmati) ci espone a raffinate forme di  manipolazione, ma ci offre l’accesso ad un bacino pressoché infinito di informazione diretta e non mediata. Anche l’immigrazione, che da un lato rappresenta un problema ed una potenziale minaccia di destabilizzazione sociale, dall’altro ci fornisce il punto di vista di persone nate all’estero e cresciute in Italia, mediatori culturali “naturali” estremamente adatti a spiegarci le loro realtà di origine ed a “tradurle” per il pubblico italiano.
Naman Tarcha, siriano della comunità cristiana, nato ad Aleppo, vive nel nostro paese da più di 20 anni, giornalista, conduttore e tv reporter, occupandosi di Medio Oriente e mondo arabo, ha avuto significative esperienze in diverse testate ed emittenti tv tra i quali Sky e Rai, e attualmente collabora con diversi canali televisivi arabi da Roma.  Abbiamo deciso di approfittarne intervistandolo per voi.

S.I.: Naman Tarcha, può raccontare in poche parole cos’era la Siria della sua infanzia? Quanto era importante la politica nella vostra vita quotidiana? Quali erano le condizioni della comunità cristiana sotto il governo baathista?

N.T. La Siria della mia infanzia, era un paese giovane, solare, laico e forte, povero ma orgoglioso, magico malgrado tutte le sue contraddizioni, un misto tra passato prezioso e futuro atteso. Sin da piccolo ero cosciente che pur non essendo ricco il mio paese si trovava in una situazione delicata, visto che vi si intrecciavano tante questioni complesse del Medio Oriente. Per la nettezza delle sue posizioni e per la sua stessa indipendenza la Siria rappresentava una minaccia (malgrado non avesse mai aggredito nessuno). Per questo avevamo tanti nemici attorno, alcuni occupanti e altri invidiosi, che miravano a dominarlo.

La comunità cristiana alla quale appartengo, numericamente minoritaria ma molto visibile e attiva, era una colonna vertebrale di una Siria crocevia di tante etnie, religioni, e comunità. Il sistema politico, nonostante tanti difetti, era tra i pochi laici nel mondo arabo, un fatto che l’ha  reso uno dei pochi paesi arabi dove i cristiani sono liberi di vivere e professare la propria fede ma sopratutto il proprio modo di essere, senza discriminazione, distinzione e persecuzione.

S.I. Suo padre faceva il fotografo video reporter e fu testimone anche dell’insurrezione dei Fratelli Musulmani  ad  Hama, Idlib e Aleppo nel 1982. Al tempo Lei era un bambino. Ricorda qualcosa di quegli eventi? Quali analogie e quali differenze ci sono fra quanto successe allora e la guerra di oggi?

Mio padre era un fotografo e uno dei primi video reporter nella TV di stato, lavoro duro, faticoso e pericoloso, sopratutto durante il fallito tentativo di prendere il potere del Movimento dei Fratelli mussulmani, negli anni di tensione che avevano segnato tutti.

Ricordo che mio padre, impegnato a documentare e riprendere gli attentati, gli omicidi e le operazioni di cattura e smantellamento delle cellule terroristiche ci salutava ogni giorno prima di uscire di casa perché non sapeva se sarebbe ritornato vivo. La comunità cristina era presa di mira allora, non si poteva uscire sempre, non si poteva far tardi, e bisognava stare attenti a chi bussava la porta. Un episodio che non dimenticherò mai é quando la Domenica delle Palme, mentre giocavamo io e il mio fratellino nel giardino della nostra chiesa, trovammo una bomba che pendeva dal muro esterno. C’era un clima di terrore che ricorda molto il terrorismo che la Siria ha subito in questi anni. Il tempo passa ma si ripete, usare il terrore come strumento per un cambiamento politico, con il sostegno e il finanziamento di paesi alleati con la stessa ideologia, è sempre stato il metodo preferito dei Fratelli Mussulmani per arrivare al potere.

S.I. Qual era, nel sistema baathista, il rapporto fra le diverse comunità che abitavano la Siria? Quali erano, personalmente, i rapporti fra la vostra famiglia cristiana, e gli alawiti, i sunniti, i curdi e gli esponenti delle altre etnie e confessioni?

In Siria il rapporto tra religione e stato é molto interessante, c’è una sorte di rispetto nella separazione. Davanti alla legge non c’è distinzione, nella carta d’identità non viene menzionata la religione, come in diversi paesi arabi. Nelle scuole pubbliche, l’unico simbolo che si tiene in classe è la bandiera siriana. Questo clima si rifletteva tra i cittadini. Non c’è conflitto, né spazio per scontri. Anche per comunità che si sentivano un po emarginate, come quella dei Curdi, nella vita quotidiana il rapporto tra le persone era sano. La conoscenza e l’incontro con l’altro cancella perfino il pregiudizi e i retaggi di una interpretazione errata e di una educazione discriminatoria.

Sono cresciuto in paese mosaico di diversità, ci sono tutte e tutti. Perfino più mussulmani diversi tra loro che chiese cristiane di tutte le tradizioni orientali. Anche se nella mia città ci sono quartieri a maggioranza cristiana e altri, ad esempio, curda, non ho mai frequentato amici in base alla loro etnia o religione. Questo ovviamente é risultato di una educazione famigliare e sociale che considera l’altro, con la sua diversità e con tutti suoi difetti, comunque un essere umano pari, simile e uguale. Forse proprio questo esempio della Siria viene preso di mira da chi vuole oggi cantoni religiosi ed etnici divisi e quindi più facilmente controllabili.

S.I. Molti sociologi ed analisti collegano l’esplosione della “primavera araba” (ed in parte anche della leva fondamentalista) con l’arrivo sul mercato del lavoro, negli ultimi decenni, di un gran numero di giovani altamente scolarizzati che non hanno potuto trovare sbocchi professionali all’altezza delle aspettative. Lei, che fa parte anagraficamente dell’avanguardia di questa generazione, ritiene che questa sia una spiegazione convincente?

N.T. La questione é più complessa e ha fattori intrecciati. Negli ultimi anni in Siria, ad esempio, la crisi economica mondiale, una forte pressione economica interna, e una inevitabile apertura ai mercati globali, hanno provocato una instabilità e hanno aggravato il divario tra le classi sociali, e le zone urbane e rurali. Ecco perché i focolai della maggior parte delle proteste siriane iniziali, sono state nelle periferie provate ed emarginate di confine, e non dentro le grandi città. Il dilagare del fondamentalismo invece é conseguenza dello scontro interno alla religione islamica, priva di una gerarchia autorevole, incapace di dare risposte convincenti alle nuove generazioni.

Negli ultimi anni, ad aggravare la situazione, c’è stato anche il rientro in patria di tanti giovani lavoratori precedentemente emigrati nei paesi del golfo, dove hanno assorbito una interpretazione più estremista della religione, usi e costumi radicali e ideologie estranee alla società siriana. Tutto ciò ha lentamente lacerato il tessuto sociale e ha portato una generazione a non ritrovare uno spazio socio economico adeguato, e a vivere una forte contraddizione tra modernità e tradizione arretrata.

S.I. Abbiamo sentito dire per mesi che centinaia di migliaia di persone ad Aleppo erano assediate dall’esercito siriano, dai volontari sciiti, da hezobllah, e bombardati dai crudeli russi. Cosa c’è di vero in questa ricostruzione? Come ha vissuto la sua famiglia la battaglia di Aleppo? Cosa sarebbe successo alla popolazione di Aleppo ed alla sua famiglia se avessero vinto i cosiddetti “ribelli”? Infine, sempre su Aleppo: come si vive oggi, nella Aleppo, “espugnata” da Assad?

Una parte di Aleppo dopo vari tentativi falliti è stata occupata dai gruppi terroristici, che hanno usato per anni i civili come scudi umani costringendo chi non è potuto fuggire a vivere nelle loro condizioni. Hanno usato quei quartieri, trasformando case e scuole in depositi di armi e basi militari di lancio di razzi e missili sul resto della città controllata dal governo. Sono stati anni molto difficili, tra terrore e paura, in cui la città di Aleppo veniva distrutta quotidianamente e massacrata sistematicamente dai “liberatori” e” portatori di democrazia” che l’Occidente definiva “ribelli moderati”.

I cittadini di Aleppo sono gli eroi del nostro secolo: hanno sopportato con coraggio e tenacia l’isolamento imposto dai gruppi terroristici, la mancanza di cibo, corrente e riscaldamento. Mia madre ottantenne è rimasta isolata per diversi mesi, mio fratello ha perso la propria casa, e poi la seconda casa dove era sfollato. I bambini sono vivi per miracolo, dopo che un razzo lanciato dai terroristi ha colpito l’ospedale pediatrico di fronte. Un razzo dei terroristi un giorno colpì la scuola di mio nipote di 10 anni e da allora non voleva più andare a scuola e ogni volta che sentiva rumori sulla scala piangeva per paura che fossero arrivati i cosiddetti “moderati”.

Oggi Aleppo é stata liberata. Si, lo ripeto, liberata, anche se questa parola dà fastidio a tanti ipocriti, dopo tanti sacrifici degli Aleppini, e all’esercito siriano, che è riuscito a liberare i quartieri est della città, mettendo in salvo gli abitanti, e cacciando via i gruppi armati che gli impedivano di uscire.

Aleppo non é una città fantasma, come titolavano alcuni giornali, è ferita ma presto guarirà, e pian piano ritornerà in vita piena: tanti stanno ritornando nelle proprie abitazioni, è un percorso lungo. Tanti hanno perso tutto ma sono ottimisti, i suoi abitanti a maggioranza sunnita e cristiana uniti più di prima sono la vera prova della falsità della propaganda che sostiene i terroristi, che raccontava solo una faccia di quel che ha subito questa città martire, una nuova Stalingrado.

S.I. Qual è e qual è stato il ruolo della Russia nella crisi Siriana?

In politica ci sono alleati e nemici, e la Russia è stata un paese alleato e amico da tempi non sospetti. Non solo per i rapporti politici ed economici ma anche per la cooperazione militare e gli interessi comuni che hanno portato i due paesi a siglare accordi di difesa bilaterale e la base russa in territorio siriano é solo un esempio tangibile!

Il rispetto di Mosca dell’integrità e della sovranità siriana fa si che la cooperazione con l’esercito siriano, sia più seria ed efficace, e il coinvolgimento russo è ben visto.

Infatti i Siriani saranno per sempre riconoscenti ai Russi, che hanno aiutato e sostenuto il paese nella lotta al terrorismo, che se non fosse stato fermato in tempo avrebbe devastato tutta la Siria. Lo stretto rapporto della Russia sia con il governo siriano sia con l’opposizione potrebbe essere l’unica via d’uscita per una soluzione politica della crisi siriana.

S.I. Spesso i nostri media citano quali fonti affidabili l’Osservatorio Siriano sui Diritti Umani e i cosiddetti “caschi bianchi”. Cosa pensa di queste organizzazioni? Più in generale: cosa pensa del ruolo che hanno avuto le ONG occidentali e i nostri mezzi di informazione nel raccontare la guerra al pubblico occidentale?

Una parte importante nella guerra in Siria é mediatica. Fiumi di denaro sono stati spesi per fabbricare notizie false, bufale e falsi miti, con terminologie ad hoc, espressioni stereotipate, personaggi costruiti. Basti pensare alla famosa bambina Bana di 7 anni che scrive in perfetto inglese e twittava da Aleppo sotto bombardamento e invocava l’intervento della NATO. Le principali fonti d’informazione occidentale sulla questione siriana provengono dal fantomatico Osservatorio di Londra, o dai famosi “Caschi Bianchi”, protezione civile di Al Qaeda, e dai loro organi di propaganda. A volte ho la strana impressione che gli unici a non sapere chi fossero in realtà queste entità siano i giornali e media mainstream.

In un momento di crisi del sistema dell’informazione, un sistema in cui scarseggiano le risorse, tanti preferiscono pubblicare subito una notizia anche senza verificare la sua attendibilità, e senza considerare le conseguenze di un possibile errore.

A volte i giornalisti si trovano, loro malgrado, a diventare tuttologi, a scrivere di cose che ignorano, a parlare della Siria, un paese che conoscono solo attraverso google maps, senza aver mai conosciuto o parlato con un siriano, in un sistema di informazione che non informa perché non è informato. La cosa peggiore però sono le agenzie, dispensatori di notizie con corrispondenti che si trovano altrove, e prendono le loro notizie dalle varie pagine Facebook. Non c’è da meravigliarsi se le nostre notizie sono spesso false e falsificate quando, ad esempio, una delle grandi agenzie italiane ha due corrispondenti per il Medio Oriente che scrivono sulla Siria: uno é stabile a Beirut e l’altro è a Milano.

S.I. Cosa si rischia a schierarsi come fa Lei raccontando la verità della guerra per come la conosce? E’ stato mai vittima di censure? Ha ricevuto addirittura minacce o intimidazioni?

Nel sistema mediatico pseudo democratico, o sei schierato o sei tagliato fuori, sopratutto se sei una voce fuori dal coro, o se poni domande con criteri della ragione, fino ad arrivare al paradosso in cui se se difendi tuo paese sei disturbante, problematico, governativo, ma anche assadista. Se invece fai il tifo dei gruppi armati e terroristici sei un rivoluzionario e un eroe da ammirare.

La cosa più assurda sono quelli che vogliono portare la democrazia in Siria, imponendo la loro visione sul tuo paese, e tappando la bocca ai Siriani. Quanti Siriani avete sentito parlare in sei anni di guerra, per capire cosa ne pensano, cosa vogliono realmente?

Intimidazioni e minacce sul web sono all’ordine del giorno, ma l’unica minaccia che ho ricevuto é stata in un convegno al quale partecipavo, dove alcuni personaggi mi aggredirono verbalmente perché ho osato parlare di gruppi terroristici in Siria.

La censura nel mondo democratico é diversa, più subdola, semplicemente non ti danno spazio, non ti fanno parlare. Un giorno mi dissero: se fossi dell’opposizione saresti su tutte le TV: poi mi chiesero esplicitamente di non rilasciare interviste sulla Siria. Un canale arabo con una scusa ha interrotto la sua collaborazione con me per un tweet, mentre una casa di produzione italiana mi chiese una collaborazione per un programma TV e poi all’improvviso mi cancellò il colloquio.

Schierarsi con il mio paese non è stata una scelta facile e mi è costata a volte tanta fatica, e tanti nemici dalle lobby anti siriane, che hanno tentato in tutti i modi di tapparmi la bocca, essendo una voce scomoda, non in linea con ciò che dicono e scrivono tutti. Per fortuna sono riuscito comunque nel mio piccolo a creare il mio spazio personale, grazie anche al giornalismo alternativo e ai social media.

Non ho fatto cose straordinarie ma ho la coscienza a posto. Mio padre una volta mi disse: puoi perdere la stima e il rispetto di tante persone, ma se perdi il rispetto di te stesso è finita!

S.I. La comunità cristiana della Siria è una delle più antiche del mondo. Da  quasi 1.400 anni convive con un potere musulmano. Oggi assistiamo ad un fenomeno nuovo: il formarsi di una minoranza di immigrati di confessione musulmana nei paesi europei occidentali. Nessuno meglio dei cristiani siriani può rispondere quindi alle ansie di parte del pubblico europeo: la modernità europea e l’islam sono compatibili? Possono convivere pacificamente?

L’Occidente sembra miope, accecato da interessi spiccioli, ma non pensa ai propri veri interessi, sbandato tra buonismo e razzismo. Purtroppo ha perso il senso critico, oltre ad essere privo dagli strumenti adatti per affrontare problemi seri, e le questioni delicate che minacciano la sua esistenza. Tutto é facile quando abbiamo gli stessi valori, ma quando partiamo da livelli diversi tutto diventa insostenibile. Le ansie degli Europei davanti alla emergenza immigrazione e alle minacce del terrorismo islamico sono comprensibili, e nessuno quanto i Siriani sia cristiani che mussulmani li può comprendere.

Crescere in un paese dove le donne vengono nel quartiere cristiano per togliersi il velo e passeggiare con il fidanzato, o vedere i tuoi amici travasare la birra nella lattina di coca cola per evitare che vengano additati dai loro parenti, ti dà un’altra prospettiva di come la religione complica il vivere comune.

Solo la vera conoscenza ci aiuta a superare sia l’ignoranza, che le false battaglie, e in ogni caso bisogna dire le cose come stanno, studiare, capire per agire in modo corretto, senza prendersi in giro, né demonizzare tutto e tutti. Il problema vero non è l’islam, ma alcuni musulmani, che vivono questa forte contraddizione tra religione e modernità, e nel 2017 sposano una interpretazione che era attuale nel 600.

Mi disse un mio amico mussulmano: fuggono dai propri paesi verso i paesi degli “infedeli” (come vengono chiamati gli occidentali) e poi pretendono di applicare la stessa sharia dal quale sono fuggiti! La separazione tra religione e stato forse è l’unica soluzione di un conflitto simile. Per garantire il vivere comune bisogna aiutarli, spesso l’altro scopre e riconosce sé stesso attraverso il mio sguardo, ma l’unica soluzione è la reciprocità e il rispetto dei valori nei paesi in cui vivi, ma sopratutto il rispetto della legge.

S.I. I Siriani giunti in occidente vengono per rimanere o potrebbero tornare a casa, dopo la fine della guerra? Esiste un futuro in Siria per la comunità cristiana? 

N.T. Nessuno abbandona la propria terra per futili motivi. Non mi permetterei di giudicare la scelta di tante persone che hanno deciso di fuggire dal terrore, sono scelte individuali da rispettare, decisioni dettate dai propri desideri, paure, difficoltà e situazioni. Tanti hanno perso tutto, case, lavoro, e famigliari, e tanti hanno deciso di restare malgrado tutto. In ogni caso credo che i Siriani siano un popolo che ha insegnato al mondo intero, con il suo orgoglio, pazienza e resistenza, come si difende la propria vita con la lotta quotidiana contro il terrore e la morte. Qualcuno ritornerà, qualcuno no, come è accaduto spesso nella storia del mondo dopo le guerre civili. Purtroppo i Siriani cristiani sono stati tra i più colpiti, essendo in alcune zone presi di mira intenzionalmente, ma la Siria è culla della cristianità e i siriani cristiani sono la Siria, finché ci resteranno. Non è una questione numerica, ma di storia, appartenenza e identità.

S.I. Quanto è lontana la pace per la Siria?

La pace in Siria avverrà quando i grandi smetteranno di scontrarsi sulla pelle dei Siriani,  quando la comunità internazionale smetterà di sostenere una parte del conflitto per un cambio di regime, quando i paesi europei smetteranno di sostenere gruppi armati estremisti chiamandoli “ribelli moderati”, quando le potenze regionali smetteranno di finanziare e armare i gruppi terroristici, quando i paesi confinanti chiuderanno e controlleranno i loro confini attraverso sui passano il traffico di armi e gli jihadisti. Solo allora il popolo siriano potrà mettersi attorno ad un tavolo e avviare un dialogo per decidere il futuro e il destino della Siria in un processo di pace.

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Intervista a cura di Marco Bordoni per Saker Italia

Le belle foto vedi sito

http://sakeritalia.it/interviste/naman-tarcha-ecco-come-la-mia-siria-modello-di-convivenza-resiste-al-terrorismo-occidentale/

Siria: i martiri di Maalula

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 5:36 am

 

Maalula-00128 Aprile 2017

Maalula, Siria, è solo un piccolo villaggio arroccato sui monti, uno dei tanti di questo martoriato Paese flagellato dalla guerra. Eppure ha una caratteristica che la rende quasi unica: qui, come in altri due villaggi siriani, di parla l’aramaico, la lingua di Gesù. Forse proprio per questo i miliziani di al Nusra, la filiale siriana di al Qaeda, si spinsero ad attaccarlo nel settembre del 2013, portando nel villaggio l’usuale follia omicida che accompagna le loro gesta.

 

Di quell’assalto cruento abbiamo scritto all’epoca, ricordando come gli assassini avessero lavorato con la consueta ferocia. In particolare avevamo narrato la storia di Michael Taalab, Antony Taalab e suo cugino Sarkis (o Sergius) Zakhem, tre cristiani uccisi in odio alla loro fede. Storia che fu poi raccolta dal Patriarca di Antiochia dei Melkiti Greogorios III Laham e inviata presso la Santa Sede (per leggere una riproduzione del documento cliccare qui).

 

Dopo alterne vicissitudini, Maaloula fu poi riconquistata dall’esercito arabo siriano, e non più persa. Ma quel villaggio nel quale riecheggiava l’antica lingua di Gesù aveva ancora qualcosa da raccontare, qualcosa di terribile e, insieme, di misteriosamente grande.

 

Si tratta della storia di Ghassan 48 anni, che lavorava nella fabbrica di Debess e aveva tre figli; di suo fratello Moussa, 43 anni, che aveva un negozio di spezie; di jihad, 48 anni, muratore, e di suo nipote Shadi (il cui padre è uno dei tre martiri di Maalula di cui sopra), che studiava all’università di Damasco; infine Taef, 43 anni, pasticciere, e Daoud, 31 anni, autista di taxi.

 

Sei persone, sei cristiani rapiti in quei giorni d’inferno, dei quali per anni non si è saputo più nulla, nonostante fosse stato chiesto e pagato un ingente riscatto per la loro liberazione (l’equivalente di 200.000 dollari).

 

Invano per anni le loro famiglie hanno atteso il loro ritorno. In questi giorni i corpi di cinque di loro sono stati ritrovati, in una grotta ad Arsal, cittadina libanese addossata al confine siriano. Sono stati sgozzati, come usano fare i terroristi scatenati in questo povero Paese. La loro morte risalirebbe a un anno fa.

 

Il mistero di questa morte resterà tale, anche se è difficile non utilizzare la parola martirio per raccontare la loro povera storia. In questi giorni i loro corpi sono tornati a Maalula, dove invano li hanno attesi per anni familiari e amici. Qui troveranno l’eterno riposo le loro spoglie mortali, presso le quali s’intrecceranno preghiere e lacrime. Qui, dove ancora si parla la lingua di Gesù.

 

La loro storia non ha fatto notizia, neanche un cenno di cronaca. Ché i giornali sono occupati a raccontare le malefatte di Assad, e questo martirio va in controtendenza, disturba la narrazione ufficiale.

 

«Bisogna che il mondo intero sappia che una goccia di sangue di un innocente versato su questa terra è più sacra e più preziosa di tutti gli slogan del mondo». Così Sua Beatitudine Giovanni X, Patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente della Chiesa Ortodossa, in un accorato appello per la pace in Siria del dicembre del 2013.

Una chiosa che descrive più di tante parole il mistero racchiuso nella storia che abbiamo tentato di raccontare in queste righe.

 

http://piccolenote.ilgiornale.it/32088/siria-i-martiri-di-maalulaMADONNA SIRIA MALOULA

La S.V.Maria di Maalula

 

Siria: “Dove sono i media? E le Istituzioni? Non sono FakeNews! 150 persone, di cui 72 bambini, brutalmente uccise”

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 5:26 am

SIRIA ATTENTATO AUTOBUS TERRORISTI ALEPPO 15 APRILE 2017Aiuto alla Chiesa che Soffre domanda: “Dove sono i media? E le Istituzioni? Non sono FakeNews! 150 persone, di cui 72 bambini, brutalmente uccise”

STRAGI CHE NON SERVONO PER LA RETORICA CORRENTE, QUINDI DI CUI NON PARLARE

La Comunità Internazionale ha una gran voglia di intervenire in Siria per distruggere l’odiato governo presieduto da Assad.  Le accuse sono continue da quasi sei anni perchè Assad ‘commetterebbe atrocità contro il suo popolo’.  Tuttavia tali accuse non tengono conto che la guerra in corso è una proxy war e che soprattutto, non sono state mai  rivolte  alla controparte che hanno effettuato atrocità inaudite contro la popolazione civile (e non come ‘effetto collaterale’ ma intenzionalmente). Inoltre, nonostante la  composizione dei cd ‘ribelli’ sia sempre più mutata  nel tempo (fino a diventare una gigantesca armata che differisce poco o niente dal Califfato di Baghdadi), viene inusitatamente considerata sempre opposizione ‘moderata’.

La Comunità Internazionale che continua a scalpitare per far guerra e per punire ‘il dittatore sanguinario’ è totalmente in silenzio davanti ai bambini uccisi con un inganno a  RASHIDEEN.

L’assoluta indifferenza per l’attentato spaventa. Aiuto alla Chiesa che Soffre ( fondazione di diritto pontificio nata nel 1947 per sostenere la Chiesa in tutto il mondo, con particolare attenzione laddove è perseguitata), con un Twet richiama l’osceno atteggiamento di una Europa ed un occidente che dice di voler esportare la giustizia, la democrazia e la prosperità in tutto il mondo ma che nei fatti dimostra di essere tutt’altro. L’organizzazione, visto che i media italiani ed Europei hanno occultato completamente i fatti, ha dovuto linkare prendendo come riferimento un giornale indiano, lIndustanTimes.

 

Ricordo che nessuna conseguenza ha adottato la la Comunità Internazionale per questa strage. Stati Uniti ed Europa continuano a guardare selettivamente ed aggressivamente chi subisce il terrore che l’occidente alimenta.

A differenza dell’attacco con i gas, nel caso della strage dei bambini e dei profughi sciiti c’è la certezza di cosa è successo e le testimonianze dei sopravissuti sono chiare:

Vedi tutto e i video al sito

SIRIA: DUE RAGAZZE CRISTIANE NANNO PERSO LA VITA PER UN COLPO DI MORTAIO

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 5:18 am
SIRIA RAGAZZA CRIST GRACE MORTA 28 APR 2017Siria – Stop alla guerra! Uccisa un’altra giovane oratoriana, insieme con la cugina
28 Aprile 2017

(ANS – Damasco) – Nel corso della guerra in Siria i Salesiani più volte sono stati testimoni di tragiche uccisioni di giovani appartenenti agli oratori salesiani di Aleppo e Damasco. Due giorni fa è successo di nuovo: Grace, una ragazzi di 21 anni, attiva presso l’oratorio di Damasco, è rimasta uccisa da un colpo di mortaio che ha centrato la sua auto, sulla quale stava viaggiando insieme con la cugina Dina.

Quando i Salesiani sono stati informati dell’accaduto, subito sono andati a trovare la famiglia di Grace all’ospedale per sostenerla. Il padre di Grace è apparso provato, ma lucido, mentre sua moglie e la sorella Maria, sconvolte, sono state ricoverate.

La situazione in generale è piena di tristezza e di disperazione, mentre si continua a pregare per fermare questa guerra che ha già mietuto molte anime tra la gioventù, anche salesiana, della Siria.

http://www.infoans.org/sezioni/notizie/item/3143-siria-stop-alla-guerra-uccisa-un-altra-giovane-oratoriana-insieme-con-la-cugina

aprile 28, 2017

Golan tension: Pro-Iran troops move on Quneitra

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 12:51 am

DEBKAfile Special Report April 27, 2017


Early Thursday, April 26, a mixed Syrian-Iranian-Hizballah force embarked on a general offensive in southern Syria ready for a leap on Israel’s Golan border. They moved forward in the face of Israeli warnings that were relayed from Moscow to Tehran and Hizballah.
This latest warning was issued by Defense Minister Avigdor Lieberman, who is visiting the Russian capital this week to attend an international security conference. After meeting Russian Foreign Minister Sergey Lavrov and Defense Minister Gen. Sergey Shogun, the Israeli minister stated clearly on Wednesday: “Israel will not allow the concentration of Iranian and Hizballah forces on its Golan border.”

By Thursday morning, it was evident that a decision had been taken in Moscow, Tehran, Damascus and Beirut to ignore Lieberman’s warning.

DEBKAfile’s military sources report that early Thursday, Shiite militias under the command of Iranian Revolutionary Guards officers, alongside Hizballah troops, organized as the Southern Shield Brigade, launched their offensive at Mt. Hermon southwest of Damascus, on their way to the Syrian-Israeli Golan border in the region of Quneitra. The Syrian contingents taking part in this push are the Syrian army’s elite 42nd Brigade and elements of the 4th Mechanized Division.

Their first objective is to capture a string of villages held by Syrian rebel groups in the region of Hadar on the Hermon slopes. They are advancing towards the Golan along the Beit Jinn route.

There is no word yet on whether the warning issued by the defense minister from Moscow has produced a direct Israeli response to the provocation. Very possibly the five explosions and ball of fire they set off at Damascus international airport Thursday morning may prove to be connected to that response.

 

 http://www.debka.com/article/26026/Golan-tension-Pro-Iran-troops-move-on-Quneitra
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