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aprile 27, 2017

ONU: AI SAUDITI LA DIFESA DEI DIRITTI DELLE DONNE

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 4:19 am

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26 Aprile 2017

Gianpaolo Rossi

L’Arabia Saudita è stata nominata membro della Commissione per i Diritti delle Donne dell’ONU.
L’organismo si chiama “Commission on the Status of Women” (CSW) ed è il principale strumento intergovernativo dedicato alla promozione della parità di genere e all’empowerment femminile.
È stato istituito nel 1946 in seno al Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC) e la sua funzione è di evidenziare lo stato della condizione femminile nel mondo e promuovere gli standard globali a cui le nazioni devono attenersi.

 L’ingresso dell’Arabia Saudita nella Commissione rappresenta uno scandalo che getta l’ennesima luce fosca sull’ONU e e sui diversi organismi che lo compongono.

Hiller Nueller, direttore esecutivo di UNWatch l’organizzazione che monitora l’attività della Nazioni Unite, ha dichiarato che “eleggere l’Arabia Saudita per proteggere i diritti delle donne è come mettere un piromane a capo dei Vigili del Fuoco” ed ha aggiunto che tutto ciò “è assurdo e moralmente riprovevole” perché “la discriminazione saudita contro le donne è grave e sistematica nella legge e nella pratica”.

Una strana procedura

In genere i membri della Commissione vengono concordati tra i 54 paesi membri che compongono l’ECOSOC; ma questa volta si è scelto il voto a scrutinio segreto, prassi non consuetudinaria, su richiesta degli Stati Uniti (come rivela il video della seduta); perché?
I paesi eletti dai 54 delegati dell’ECOSOC sono 13, si aggiungeranno ad altri già presenti (secondo un complesso sistema di rotazione) e rimarranno in carica dal 2018 al 2022; tra questi l’Arabia Saudita è quello che ha ricevuto meno voti: solo 47 mentre tutti gli altri paesi sono stati votati all’unanimità (o al massimo con un voto di meno come Kenya, Turkmenistan e Nicaragua che hanno ricevuti 53 voti).
Questo dimostrerebbe che lo scrutinio segreto è servito agli Usa per far passare una nomina fortemente contrastata in seno alle Nazioni Unite.

Inoltre, secondo Nueller, almeno 5 nazioni europee dell’ECOSOC hanno votato a favore dell’Arabia Saudita, ma non è ovviamente possibile sapere chi; tra queste potrebbero esserci Italia, Germania, Francia o Gran Bretagna.

Oscurantisti ma “amici” dell’Occidente

l’Arabia Saudita è una delle teocrazie più oscurantiste del mondo, regime repressivo primo per violazione dei diritti umani, condanne a morte senza garanzie di diritto, applicazione della tortura, persecuzione delle minoranze religiose.

Secondo i dettami del wahabismo, interpretazione estrema del Corano, le donne non hanno alcun diritto civile e non possono esercitare alcun tipo di attività sociale e pubblica se non alla presenza di un uomo tutore.

Eppure tutto questo all’Arabia Saudita si perdona: ai suoi regnanti, i francesi donano la Légion d’Honneur, gli americani le medaglie della Cia per l’impegno contro il terrorismo ben sapendo che l’Arabia Saudita è il principale sponsor dei gruppi jihadisti sunniti, il fiancheggiatore fuori dai propri confini di Al Qaeda e Isis, e il finanziatore dell’integralismo salafita che inquina l’islam europeo nelle moschee e nelle scuole coraniche dove imam sauditi predicano l’odio e la distruzione dell’Occidente.

Ma l’Arabia Saudita è anche il principale alleato in Medio Oriente di Usa, Gran Bretagna e Francia e uno dei loro principali partner economici oltre che fondamentale acquirente della industria delle armi.

Un anno fa Wikileaks svelò gli accordi segreti con i quali la Gran Bretagna ha barattato il proprio voto in sede Onu per garantire un seggio all’Arabia Saudita nella Commissione Diritti Umani (UNHCR) dove oggi i sauditi siedono.
Questo, nonostante l’Arabia Saudita stia guidando una guerra criminale nello Yemen, denunciata da molte organizzazioni internazionali, con bombardamenti a tappeto sulla popolazione civile e violazione delle più elementari regole del diritto internazionale; sotto la protezione militare e politica di Usa e Gran Bretagna, grandi sponsor dell’intervento bellico.

Insomma i famosi diritti umani non negoziabili con cui le democrazie occidentali i loro media e i loro intellettuali si riempion.o la bocca, per l’Arabia Saudita non valgono.
Perché i diritti umani sono importanti ma i petrodollari, gli accordi commerciali e gli investimenti finanziari, lo sono di più.

http://www.occhidellaguerra.it/sauditi-difendere-diritti-delle-donne/

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L’Onu vuole le donne sottomesse

burqa

Arriva l’ulteriore conferma dell’assurdità del divieto di vietare il burkini: l’Onu si schiera a favore del Consiglio di Stato francese, contrario all’ordinanza di alcuni sindaci che imponeva di non indossare un simbolo di sottomissione della donna sulle proprie spiagge.

E se è contraria l’Onu, possiamo a maggior ragione essere a favore noi, vista la politica fallimentare che l’Organizzazione ha portato avanti in 70 anni di attività.

Un’ennesima ingerenza inutile e dannosa che vede un ente, che ha tra gli scopi principali quello di promuovere il rispetto per i diritti umani, spendersi per la difesa dell’assoggettamento delle donne alle neo tradizioni medievali.

È il nuovo iceberg contro cui le titaniche lotte per l’emancipazione femminile si schiantano frantumandosi sotto l’egida di un insidioso potere occulto mondiale: quello dell’industria della misericordia, in altre parole il “jet set umanitario”, come lo definì il giornalista americano Mark Steyn.

Insieme alle sue 17 agenzie specializzate (tra cui Unicef, Fao, Oms), l’ONU, nata per volere di Franklin e Eleanore Roosevelt con le migliori intenzioni, al pari del progetto della Unione Europea è cresciuta male, un albero distorto dagli interessi inter e intranazionali al servizio di influenti élite socioeconomiche. Ma soprattutto è un carrozzone al traino degli Stati membri i cui contributi servono a finanziare stipendi che corrispondono al doppio di quelli erogati mediamente per analoghe mansioni (oltretutto esentasse per i funzionari), in un sistema di nepotismo e conseguente corruzione che vede coinvolti anche dittatori e politici dispotici in una ragnatela di interessi personali in stridente contrasto con gli scopi dell’organizzazione.

Una fiera dell’arricchimento alle spalle del mondo, il Terzo in primis, con sedi, palazzi, esubero di personale, mezzi di trasporto e privilegi da capogiro, niente di dissimile da certe Ong e Onlus e compagnia bella e benefattrice, ove “l’assenza di profitto” si traduce spesso in benefit personali.

Per carità, tappeti rossi alle missioni caritatevoli e umanitarie, e il sentimento che prevale infine è quello: anche se arriva poco, almeno un poco arriva, sebbene il caso dell’Onu vada oltre ogni immaginazione.

Gli Hutu trucidano i Tutsi e chi s’è visto s’è visto, l’Onu di certo non si è visto. I sudanesi del Darfur e i bosniaci di Srebrenica vengono allegramente sterminati mentre i Caschi blu attendono ordini mai arrivati dal Palazzo di vetro, roba da mandarlo in frantumi.

Le violazioni dei confini nazionali, poi, priorità tra le più significative dell’ente, hanno visto il suo intervento solo in due casi: in Corea nel 1950 e in Kuwait nel 1991. Molto più comodo mandare avanti gli Stati Uniti, gli unici a non tirarsi indietro e che si tirano dietro le critiche del mondo. Senza peraltro considerare le innumerevoli inchieste sulle violenze e gli abusi sessuali perpetrati dalle forze dell’Onu durante le missioni di pace, pentole scoperchiate da alcune Ong e da Amnesty International, che scavano nei misfatti dei militi degli Stati di mezzo mondo, e che a fronte di risultati risibili (se si pensa che la voce maggiore delle spese dell’Onu è quella della sicurezza nel mondo e che fatica a scendere in guerra in difesa dei diritti umani) si accolla pure l’onta più tipica dei misfatti di guerra: crimini in cui le donne e le bambine sono le prime vittime, tanto che in Africa esiste persino il termine “peacekeepers babies”, i figli illegittimi dei soldati in missione di pace.

Altro paradosso: a capo del Consiglio dei diritti dell’uomo (e dovrebbe essere anche delle donne) abbiamo nientemeno che un saudita, Faisal bin Assad Trad, una barzelletta se si considera la libertà di cui godono le donne in Arabia Saudita, e pure gli uomini dato che le torture e le esecuzioni sono in costante aumento, tanto che l’anno scorso è stato indetto un bando di concorso per l’assunzione di nuovi boia, insufficienti a star dietro al ritmo crescente della “giustizia” locale.

L’Onu vanta anche un ente per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile, attualmente presieduto dalla sudafricana Phumzile Mlambo-Ngcuka, che risulta assopita sulla faccenda della sottomissione femminile a burka, burkini e simili, a meno che non venga ascoltata proprio perché donna.

Le donne sono prima di tutto bambine, e l’Unicef che fa? Finanzia i progetti per la difesa dei diritti del bambino anziché sostenere iniziative che mirano alla sua sopravvivenza, emergenza alquanto prioritaria.

Se l’Onu aveva un’occasione per tacere, era proprio sulla querelle del burkini, punta dell’iceberg di una più vasta questione e specchietto per le allodole di un falso problema: la salvaguardia di un diritto della donna. Il “diritto” presuppone la possibilità di scelta, far passare le imposizioni per “tradizioni” è l’ipocrita ciliegina sulla torta dei diritti umani che si spartiscono i funzionari dell’Onu, gettando le briciole alle “culture” terzomondiste da rispettare. E da spremere.

http://www.lintraprendente.it/2016/08/lonu-vuole-le-donne-sottomesse/

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