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gennaio 30, 2019

SAN GIOVANNI BOSCO: NOVENA

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NOVENA A SAN GIOVANNI BOSCO
1° giorno – O gloriosissimo San Giovanni Bosco, per l’amore ardente che portasti a Gesù nel Santissimo Sacramento e per lo zelo con cui ne propagasti il culto, soprattutto con l’assistenza alla Santa Messa, con la Comunione frequente e con la visita quotidiana, ottienici di crescere sempre più nell’amore, nella pratica di queste sante devozioni e di terminare i nostri giorni rinvigoriti e confortati dal cibo celeste della Santa Eucaristia. Gloria al Padre…
2° giorno – O gloriosissimo San Giovanni Bosco, per l’amore tenerissimo che portasti alla Vergine Ausiliatrice che fu sempre tua Madre e Maestra, ottienici una vera e costante devozione alla nostra dolcissima Mamma, affinché possiamo meritare la sua potentissima protezione durante la nostra vita e specialmente nell’ora della morte. Gloria al Padre…
3° giorno – O gloriosissimo San Giovanni Bosco, per l’amore filiale che portasti alla Chiesa e al Papa, di cui prendesti costantemente le difese, ottienici di essere sempre degni figli della Chiesa Cattolica e di amare e venerare nel Sommo Pontefice l’infallibile vicario di Nostro Signore Gesù Cristo. Gloria al Padre…
4° giorno – O gloriosissimo San Giovanni Bosco, per il grande amore con cui amasti la gioventù, della quale fosti Padre e Maestro e per gli eroici sacrifici che sostenesti per la sua salvezza, fa’ che anche noi amiamo con amore santo e generoso questa parte eletta dei Cuore di Gesù e che in ogni giovane sappiamo vedere la persona adorabile del nostro Salvatore Divino. Gloria al Padre…
5° giorno – O gloriosissimo San Giovanni Bosco che per continuare ad estendere sempre più il tuo santo apostolato fondasti la Società Salesiana e l’istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ottieni che i membri delle due Famiglie Religiose siano sempre pieni del tuo spirito e fedeli imitatori delle tue eroiche virtù. Gloria al Padre…
6° giorno – O gloriosissimo San Giovanni Bosco che per ottenere nel mondo più abbondanti frutti di fede operosa e di tenerissima carità istituisti l’Unione dei Cooperatori Salesiani, ottieni che questi siano sempre modelli di virtù cristiane e sostenitori provvidenziali delle tue Opere. Gloria al Padre…
7° giorno – O gloriosissimo San Giovanni Bosco che amasti con amore ineffabile tutte le anime e per salvarle mandasti i tuoi figli fino agli estremi confini della terra, fa’ che anche noi pensiamo continuamente alla salvezza della nostra anima e cooperiamo per la salvezza di tanti nostri poveri fratelli. Gloria al Padre…
8° giorno – O gloriosissimo San Giovanni Bosco che prediligesti con amore particolare la bella virtù della purezza e la inculcasti con l’esempio, la parola e gli scritti, fa’ che anche noi, innamorati di così indispensabile virtù, la pratichiamo costantemente e la diffondiamo con tutte le nostre forze. Gloria al Padre…
9° giorno – O gloriosissimo San Giovanni Bosco che fosti sempre tanto compassionevole verso le sventure umane, guarda a noi tanto bisognosi dei tuo aiuto. Fa’ scendere su di noi e sulle nostre famiglie le materne benedizioni di Maria Ausiliatrice; ottienici tutte le grazie spirituali e temporali che ci sono necessarie; intercedi per noi durante la nostra vita e nell’ora della morte, affinché possiamo giungere tutti in Paradiso e inneggiare in eterno alla Misericordia divina. Gloria al Padre…

PREGHIERA A SAN GIOVANNI BOSCO
O San Giovanni Bosco, padre e maestro della gioventù,
che tanto lavorasti per la salvezza delle anime,
sii nostra guida nel cercare il bene delle anime nostre e la salvezza dei prossimo;
aiutaci a vincere le passioni e il rispetto umano;
insegnaci ad amare Gesù Sacramentato, Maria Ausiliatrice e il Papa;
e implora da Dio per noi una buona morte,
affinché possiamo raggiungerti in Paradiso. Amen.

ORAZIONE DAL MESSALE
O Dio, che in san Giovanni Bosco
hai dato alla tua Chiesa un padre e un maestro dei giovani,
suscita anche in noi la stessa fiamma di carità
a servizio della tua gloria per la salvezza dei fratelli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Autore: Fabio Arduino
http://www.santiebeati.it/dettaglio/22600

SAN GIOVANNI BOSCO 31 GENNAIO

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San Giovanni Bosco Sacerdote

31 gennaio

Castelnuovo d’Asti, 16 agosto 1815 – Torino, 31 gennaio 1888

Grande apostolo dei giovani, fu loro padre e guida alla salvezza con il metodo della persuasione, della religiosità autentica, dell’amore teso sempre a prevenire anziché a reprimere. Sul modello di san Francesco di Sales il suo metodo educativo e apostolico si ispira ad un umanesimo cristiano che attinge motivazioni ed energie alle fonti della sapienza evangelica. Fondò i Salesiani, la Pia Unione dei cooperatori salesiani e, insieme a santa Maria Mazzarello, le Figlie di Maria Ausiliatrice. Tra i più bei frutti della sua pedagogia, san Domenico Savio, quindicenne, che aveva capito la sua lezione: “Noi, qui, alla scuola di Don Bosco, facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri”. Giovanni Bosco fu proclamato Santo alla chiusura dell’anno della Redenzione, il giorno di Pasqua del 1934. Il 31 gennaio 1988 Giovanni Paolo II lo dichiarò Padre e Maestro della gioventù, “stabilendo che con tale titolo egli sia onorato e invocato, specialmente da quanti si riconoscono suoi figli spirituali”.Patronato: Educatori, Scolari, Giovani, Studenti, EditoriEtimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall’ebraicoMartirologio Romano: Memoria di san Giovanni Bosco, sacerdote: dopo una dura fanciullezza, ordinato sacerdote, dedicò tutte le sue forze all’educazione degli adolescenti, fondando la Società Salesiana e, con la collaborazione di santa Maria Domenica Mazzarello, l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, per la formazione della gioventù al lavoro e alla vita cristiana. In questo giorno a Torino, dopo aver compiuto molte opere, passò piamente al banchetto eterno. Giovanni Bosco nasce il 16 agosto 1815 in una modesta cascina nella frazione collinare “I Becchi” di Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco): è figlio dei contadini Francesco Bosco (1784-1817) e Margherita Occhiena (1788-1856).
Quando Giovanni aveva due anni, il padre contrasse una grave polmonite che lo condusse alla morte il 12 maggio 1817, a soli 33 anni. Francesco Bosco lasciò la moglie vedova a 29 anni, con tre figli da crescere: Antonio (1808-1849, figlio della prima moglie), Giuseppe (1813-1862) e Giovanni; inoltre la madre dovette provvedere al mantenimento e all’assistenza della suocera: Margherita Zucca (1752-1826), anziana e inferma.
Erano anni di carestia e “Mamma Margherita”, come sarà sempre chiamata dai Salesiani, dovette lottare e lavorare i campi con grande sacrificio per assicurare il sostentamento alla famiglia e anche per assecondare i talenti scolastici di Giovanni, malvisto dal fratellastro Antonio, il quale considerava tempo e denaro gettati quell’occuparsi di libri, mentre lui era costretto a zappare la terra.
A nove anni il piccolo Giovanni fece un sogno e da allora, fino alla fine dei suoi giorni, continuerà ad essere visitato da sogni-rivelazioni che gli indicheranno la sua strada e lo faranno portavoce di profezie dirette ai singoli, alle società, ai suoi amati giovani, alla Congregazione salesiana, alla Chiesa. Lui stesso definì “profetico” quello dei nove anni e che più volte raccontò ai ragazzi del suo Oratorio: gli pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove si divertiva una gran quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, egli si lanciò in mezzo a loro, cercando di arrestarli usando pugni e parole. Ma in quel momento apparve un uomo maestoso, nobilmente vestito: il suo viso era così luminoso che egli non riusciva a guardarlo. Lo chiamò per nome e gli ordinò di mettersi a capo di tutti quei ragazzi. Giovanni gli chiese chi fosse colui che gli comandava cose impossibili: “Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno”. In quel momento apparve, vicino a lui, una donna maestosa, e in quell’istante, al posto dei giovani, c’era una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La Madonna gli disse: “Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli”. Fu così che, al posto di animali feroci, comparvero altrettanti agnelli mansueti, che saltellavano, correvano, belavano, facevano festa.Proprio dopo questo sogno (i sogni, come don Bosco li chiamava, possono definirsi anche “visioni”, come ha dichiarato il suo primo biografo, Giovanni Battista Lemoyne S.D.B., 1839-1916), nel giovane Bosco si accese la vocazione.
Per avvicinare i ragazzini alla preghiera e all’ascolto della Santa Messa imparò i giochi di prestigio e le acrobazie dei saltimbanchi, attirando in tal modo coetanei e contadini, i quali venivano da lui invitati a recitare il Santo Rosario e alla lettura del Vangelo. Il 26 marzo 1826 Giovanni prese la Prima Comunione. 
Divenuta insostenibile la convivenza con Antonio Bosco, Margherita fu costretta ad allontanare il figlio dai Becchi, mandandolo a vivere, come garzone, a Moncucco Torinese, presso la cascina dei coniugi Luigi e Dorotea Moglia, dove rimase dal febbraio 1827 al novembre 1829. Nel settembre di quello stesso 1829 era arrivato a Morialdo il cappellano don Giovanni Melchiorre Calosso (1759-1830), sacerdote settantenne, il quale, dopo aver constatato quanto intelligente e desideroso di studiare fosse il giovane, decise di accoglierlo nella propria casa per insegnargli la grammatica latina e prepararlo così alla vita sacerdotale. Un anno dopo, precisamente il 21 novembre del 1830, don Calosso fu colpito da apoplessia e, moribondo, diede al giovane amico la chiave della sua cassaforte, dove erano conservate 6000 mila lire, che avrebbero permesso a Giovanni di studiare ed entrare in Seminario. Ma il giovane preferì non accettare il regalo del maestro e consegnò l’eredità ai parenti del defunto.
Quando il 21 marzo 1831 il fratellastro si sposò, la madre decise di dividere l’asse patrimoniale affinché Giovanni potesse  tornare a casa e riprendere da settembre gli studi a Castelnuovo, con la possibilità di una semi-pensione presso Giovanni Roberto, sarto e musicista del paese, dal quale apprese tali arti. Imparò anche altri mestieri, come quello del falegname e del fabbro, e con queste abilità riuscirà a fondare diversi laboratori artigianali per i ragazzi dell’Oratorio di Valdocco. Per continuare a studiare a Chieri lavorò come garzone, cameriere, addetto alla stalla. Alla scuola chierese fondò la “Società dell’Allegria”, attraverso la quale, in compagnia di alcuni bravi giovani, tentava di far avvicinare alla preghiera i coetanei, divertendoli con i suoi giochi di prestigio e i suoi numeri acrobatici. 
In quegli anni strinse forte amicizia con Luigi Comollo (1817-1839), nipote del parroco di Cinzano. Il giovane era sovente oggetto, per bontà e innocenza, dei maltrattamenti dei compagni: veniva insultato e picchiato, ma egli accettava con un sorriso o una parola di perdono queste sofferenze. Il giovane Bosco, dal canto suo, non sopportava di vedere l’amico subire in questo modo, perciò con la sua notevole forza fisica, lo difendeva, azzuffandosi con gli aggressori. L’amicizia d’anima che si stabilì fra Luigi e Giovanni divenne fondamentale per la santità di quest’ultimo. Don Bosco stesso affermerà nelle sue Memorie: «Posso dire che da lui ho cominciato a imparare a vivere da cristiano» e comprese quanto fosse essenziale la salvezza dell’anima, tanto che il suo programma di vita, ispirato a Gn. 14,21, fu sempre: «Da mihi animas, coetera tolle» (“Dammi le anime, prenditi tutto il resto”) e questo motto era scritto a grossi caratteri su un cartello che teneva nella sua camera a Valdocco.Nell’autunno del 1832 iniziò la terza Grammatica. Nei due anni seguenti frequentò le classi di Umanità (1833-34) e Retorica (1834-35), dimostrandosi un allievo eccellente, di sorprendente memoria e appassionato di libri. Nel marzo 1834, mentre si avviava a terminare l’anno di Umanità, presentò ai Francescani la domanda per essere accettato nel loro ordine, ma cambiò idea prima di andare in convento, seguendo sia un sogno, contrario a questa scelta,  sia il consiglio di don Giuseppe Cafasso (1811-1860); perciò il 30 ottobre 1835 si presentò nel Seminario di Chieri. dove rimase fino al 1841, studiando Dogmatica (lo studio delle verità cristiane), Morale (la legge che il cristiano deve osservare), Sacra Scrittura (la parola di Dio), Storia ecclesiastica (storia della Chiesa dalle origini del Cristianesimo all’età contemporanea).
In Seminario Giovanni Bosco incontrò nuovamente il carissimo amico Comollo, ma questi, il 2 aprile del 1837, già debole fisicamente, si spense a soli 22 anni. Nella notte fra il 3 e il 4 aprile, secondo una testimonianza diretta di Giovanni Bosco e dei suoi venti compagni di camera, alunni del corso teologico, l’amico apparve, come un rombo di tuono e sotto forma di una luce che, per tre volte consecutive, disse: “Bosco! Bosco! Bosco! Io sono salvo!”. Il giovane chierico, profondamente scosso e turbato, da quel momento in poi decise di porre la salvezza eterna al di sopra di tutto.Il 29 marzo 1841 ricevette l’ordine del diaconato e il 5 giugno 1841 venne ordinato sacerdote nella Cappella dell’Arcivescovado di Torino. Don Bosco, dopo aver rifiutato una serie di incarichi, su invito di colui che continuerà ad essere suo stimato e amato direttore spirituale, don Cafasso, decise di entrare, i primi di novembre del 1841, nel Convitto Ecclesiastico di San Francesco d’Assisi di Torino, fondato nel 1817 da don Luigi Guala (1775-1848) e dal venerabile Pio Brunone Lanteri (1759-1830), perché, constatando gli errori seminati fra il clero dal Giansenismo e il vuoto formativo in cui erano lasciati i neo-sacerdoti, essi desideravano offrire una sana formazione ecclesiastica. La linea teologica adottata da Lanteri e da Guala era di stampo ignaziano ed alfonsiano, più benigna, misericordiosa e positiva rispetto a quella rigorista insegnata alla Facoltà teologica dell’Università di Torino. Gli allievi del Convitto, nel quale don Cafasso entrò nel 1834, venivano anche avviati all’attività pastorale con diverse esperienze nelle parrocchie della città. Si curavano poi, in modo particolare, la vita spirituale e la preghiera. 
Nella terra subalpina prendono vita i moti risorgimentali e la Chiesa, duramente perseguitata sotto Napoleone (1769-1821), ora si appresta, dopo il Regno del cattolico Carlo Alberto (1798-1849), salito al trono nel 1831 (molto attento alla riforma del clero, avendo stabilito un fecondo accordo con Papa Gregorio XVI, 1798-1849) a ricevere feroci attacchi dal governo liberale e massonico. In seguito alla tragica guerra dichiarata dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese alla Chiesa, sorse un’energica risposta di ricristianizzazione: l’Amicizia Cristiana, fondata dallo svizzero Nikolaus Joseph Albert von Diessbach (1732-1798), un militare al servizio di Casa Savoia che, dopo la conversione dal Calvinismo, entrò nella Compagnia di Gesù. L’Amicizia Cristiana, iniziativa che, seppur segreta, ebbe ampia risonanza in tutta Europa, sorse fra il 1779 e il 1780 a Torino. L’eredità di padre Diessbach venne raccolta da Brunone Lanteri, fondatore degli Oblati di Maria, il quale, contro i seminatori della menzogna e dell’eresia, fece sorgere l’Amicizia Cattolica (1817). Con lui altri amici, devoti del Sacro Cuore di Gesù, sostennero la Chiesa e lo fecero leggendo e studiando testi di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556), sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), san Francesco di Sales (1567-1622), santa Teresa d’Avila (1515-1582).
La preparazione di don Giovanni Bosco nel Convitto durò tre anni. Proprio in quel tempo avvenne il fatto che gli aprì la strada alla missione che fin da bambino desiderava realizzare: essere sacerdote fra i giovani e insegnare loro a conoscere la dottrina cattolica, ad amare il Signore e la Madonna, indicando la strada per la salvezza dell’anima.Bartolomeo Garelli, muratore di 16 anni, arrivato da Asti, orfano, analfabeta, povero, indifeso, si presentò, l’8 dicembre 1841, nella sacrestia della Chiesa di San Francesco d’Assisi e fu il primo ad essere istruito da don Bosco: egli è il prototipo di tutti i giovani, di tutte le famiglie e di tutti i popoli che san Giovanni Bosco ha evangelizzato. Proprio con Garelli nacque l’Oratorio di San Francesco di Sales e, dopo pochi giorni, giunsero con lui sei ragazzini e altri si aggiunsero, mandati da don Cafasso. Qual era lo scopo dell’Oratorio fondato da don Bosco? Si dice che don Bosco si occupò della gioventù povera per sollevarla dalla miseria e dall’ignoranza, offrendo anche la possibilità di qualificarsi con un lavoro per mantenersi dignitosamente nella vita. Ma, in realtà, l’unico vero fine dell’azione “sociale” di don Bosco fu quello di portare il maggior numero di anime in Paradiso, partendo proprio da quelle che la Provvidenza gli affidava. 
[…] Don Bosco, come tutti i santi, era animato da un fuoco di carità, vale a dire dall’amore adorante verso Dio e, per amorosa obbedienza all’Onnipotente, da un fuoco d’amore verso il prossimo; tutto ciò che fece per gli altri fu unicamente riflesso del suo amore verso la Trinità e il suo amore verso il prossimo ebbe sempre un unico intento, salvare le anime, di cui tutto il resto fu strumento.Il fondatore dei Salesiani insegnava, prima di tutto, a trattare con il mondo senza farsi schiavi del mondo ed è proprio questa libertà che respirarono e vissero i suoi giovani, i quali, attraverso gli occhi e le amabili parole di don Bosco, compresero davvero il significato delle parole Paradiso ed Inferno. 
Nel corso dell’inverno 1841-1842 egli si adoperò a consolidare il piccolo Oratorio, ospitato nel Convitto, dove si teneva il catechismo festivo con il consenso dell’Arcivescovo di Torino, Monsignor Luigi Fransoni (1789-1862).
Don Bosco cercava, per le vie della capitale subalpina, i bambini e i ragazzi che vivevano di espedienti e di delinquenza: si recava a Porta Palazzo e in piazza San Carlo, catturando questa povera gioventù con la sua santità e la sua simpatia: scalpellini, muratori, stuccatori, selciatori, quadratori… immigrati dalle campagne in cerca di un’occupazione in città e, non conoscendo nessuno, erano come degli orfani, esposti a mille pericoli. Molto buoni ed onesti erano, invece, i piccoli spazzacamini, che il fondatore dei Salesiani difendeva dagli abusi di chi era più prepotente di loro.Insieme a don Cafasso iniziò a visitare anche le carceri e inorridì di fronte al degrado nel quale vivevano giovani dai 12 ai 18 anni, rosicchiati dagli insetti e desiderosi di mangiare anche un misero tozzo di pane. Dopo diversi giorni i carcerati decisero di avvicinarsi al sacerdote, raccontandogli le loro vite e i loro tormenti. Don Bosco sapeva che quei ragazzi sarebbero andati alla rovina senza una guida e quindi si fece promettere che, non appena fossero usciti di galera, lo raggiungessero alla Chiesa di San Francesco.
La seconda domenica di ottobre del 1844 diede l’annuncio ai suoi giovani che l’Oratorio si sarebbe trasferito da San Francesco d’Assisi al Rifugio, fondato dalla marchesa Giulia Colbert Falletti di Barolo (1786-1864) a favore delle ragazze a rischio prostituzione. Qui don Bosco divenne cappellano dell’Ospedaletto di Santa Filomena, un’istituzione sanitaria per le bambine povere e disabili, anch’essa fondata dalla marchesa di Barolo.
Coadiuvato dal teologo don Giovanni Borel (1801-1873), riuscì a proseguire l’Oratorio festivo, la cui vita, però, non era semplice in quanto la Marchesa lamentava la presenza dei tanti ragazzi di don Bosco in una realtà che era prettamente femminile e, per di più, pericolante. Inoltre la salute del sacerdote, anche a motivo del suo indefesso lavoro, era molto provata: sputava sangue.Dopo un periodo trascorso all’aperto, finalmente, il 12 aprile 1846, giorno di Pasqua, don Bosco trovò un posto per i suoi ragazzi, una tettoia con un pezzo di prato: la tettoia Pinardi a Valdocco. Qui, oltre all’Oratorio festivo, presero avvio la realtà educativa, le scuole serali, la scuola di musica-canto, i laboratori per dare una professione ai suoi amati figli e nel 1854 don Bosco diede inizio alla Società Salesiana, con la quale assicurò la stabilità delle sue opere. Dieci anni dopo porrà, come aveva visto in sogno, la prima pietra del santuario di Maria Ausiliatrice: ancora oggi è visibile, nella cappella delle reliquie della basilica, il punto preciso dove la Madonna indicò il sito dove sarebbe sorta.
Nel 1872, con santa Maria Domenica Mazzarello (1837-1881), fondò l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, con lo scopo di educare, con il medesimo spirito salesiano, la gioventù femminile. Il metodo educativo di don Bosco, che si prefiggeva di formare degli «onesti cittadini e dei buoni cristiani», e la sua attività ispirata dall’autentica carità cristiana hanno raggiunto tutto il mondo, arrivando anche nei Paesi di tradizione non cristiana. Il perdurare e il moltiplicarsi delle sue opere lo hanno fatto conoscere e studiare, tanto che oggi disponiamo di un’abbondante bibliografia sulla sua persona e sul suo stile educativo. Meno noti, invece, i suoi scritti, nonostante la sua predilezione per questo genere di apostolato, necessario per la cresciuta alfabetizzazione fra il popolo, per la mancanza di libri idonei alle persone semplici e per l’aumento della stampa anticattolica e anticlericale. Per lui, che aveva chiesto nella sua prima Santa Messa l’efficacia della parola, un mezzo più adatto non poteva esistere. 
Sono da ricordare le diverse collane pubblicate per molti anni, che hanno avuto un grande successo: Letture Cattoliche, Biblioteca della Gioventù Italiana, Selecta ex Latinis Scriptoribus, Latini Christiani Scriptores, “Bollettino Salesiano”, Letture Ascetiche, Letture Drammatiche, Letture Amene, Bibliotechina dell’Operaio. Don Giovanni Bosco condivideva l’opinione del cardinale Louis-Edouard Pie (1815-1880), modello e punto di riferimento di san Pio X (1835-1914): «Quando tutta una popolazione, fosse anche la più devota e assidua alla Chiesa e alle prediche, non leggesse che giornali cattivi in meno di trent’anni diventerebbe un popolo di empi e di rivoltosi. Umanamente parlando non vi è predicazione di sorta che valga contro la forza della stampa cattiva». Per confutare i protestanti si servì sempre della roccia della Tradizione, attingendo particolarmente alle fonti dei Padri e Dottori della Chiesa. L’autore sosteneva che i protestanti facevano ogni sforzo per imitare gli gnostici nel muovere guerra agli insegnamenti della Chiesa Cattolica. Don Bosco combatté tenacemente contro le idee protestanti e contro i disegni liberali e massonici del Risorgimento; avvertì e ammonì lo stesso Vittorio Emanuele II (il sovrano che tradì la cattolicità di Casa Savoia, apparentandosi alle leggi massoniche): con una profezia gli annunciò che, se avesse firmato la legge Rattazzi (approvata il 2 marzo 1855), per la soppressione degli Ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni da parte dello Stato, ci sarebbero stati “grandi funerali a corte” e che “La famiglia di chi ruba a Dio è tribolata e non giunge alla quarta generazione”: si avverarono entrambi i vaticini. 
Egli rientra, a pieno titolo, fra i protagonisti della storia della Chiesa militante. Attraverso libri e articoli, omelie e conferenze lottò, divenendo anche oggetto di vilipendi e di attentati (si salvò sempre grazie all’intervento celeste e al “Grigio”, il misterioso e grosso cane grigio che compariva al bisogno per poi sparire nel nulla), per difendere la Fede, Santa Romana Chiesa, il Sommo Pontefice, diventando anche confidente di Pio IX (1792-1878), il quale chiese a lui consiglio per la nomina dei nuovi vescovi da collocare nelle diocesi vacanti, dove era passata la persecuzione liberal-massonica.Tre furono i suoi “Amori bianchi”: l’Eucarista, la Madonna, il Papa. Celebre il cosiddetto “Sogno delle due colonne”, considerato profetico per il futuro della Chiesa: il sogno, raccontato dal santo la sera del 30 maggio 1862, descrive una terribile battaglia sul mare, scatenata da una moltitudine di imbarcazioni contro un’unica grande nave, che simboleggia la Chiesa con il suo comandante, il Sommo Pontefice. La nave, colpita ripetutamente, viene guidata dal Papa ad ancorarsi, sicura e vittoriosa, fra due alte colonne emerse dal mare: quella dell’Eucaristia, simboleggiata da una grande Ostia con la scritta “Salus credentium”, e quella della Madonna, simboleggiata da una statua dell’Immacolata, con la scritta “Auxilium Christianorum”. 
Specialissima la sua devozione per Maria Vergine, in particolare per Maria Ausiliatrice e per Maria Immacolata. Dopo san Pio V (1504-1572), con la vittoria dei Cristiani nella Battaglia di Lepanto del 1571, Innocenzo XI (1611-1689), con la liberazione di Vienna dall’assedio dei Turchi (1683), e Pio VII (1742-1823), che stabilì la festa di Maria Ausiliatrice il 24 maggio 1815, in ringraziamento a Maria Santissima per la sua liberazione dalla ormai quinquennale prigionia napoleonica, il grande diffusore della devozione a Maria Auxilium Christianorum, alla quale la Chiesa attribuisce la sconfitta di tutte le eresie, è stato proprio san Giovanni Bosco.
Con una solenne celebrazione, nella basilica di Maria Ausiliatrice di Torino, l’11 novembre 1875 si diede a battesimo la prima spedizione missionaria salesiana, diretta in Argentina e preconizzata da don Bosco. Guidati da don Giovanni Cagliero (1838-1926), che diventerà il primo vescovo e il primo cardinale salesiano, i missionari si imbarcarono dal porto di Genova il 14 novembre. 
San Giovanni Bosco morì all’alba del 31 gennaio 1888 e venne sepolto nell’Istituto salesiano “Valsalice”, sulla precollina torinese, per venire poi, con la beatificazione, traslato nel santuario di Maria Ausiliatrice. Il 2 giugno 1929 Pio XI lo beatificò, dichiarandolo santo il 1º aprile 1934, giorno di Pasqua. 


San Giovanni Bosco Sacerdote

31 gennaio

Castelnuovo d’Asti, 16 agosto 1815 – Torino, 31 gennaio 1888

Grande apostolo dei giovani, fu loro padre e guida alla salvezza con il metodo della persuasione, della religiosità autentica, dell’amore teso sempre a prevenire anziché a reprimere. Sul modello di san Francesco di Sales il suo metodo educativo e apostolico si ispira ad un umanesimo cristiano che attinge motivazioni ed energie alle fonti della sapienza evangelica. Fondò i Salesiani, la Pia Unione dei cooperatori salesiani e, insieme a santa Maria Mazzarello, le Figlie di Maria Ausiliatrice. Tra i più bei frutti della sua pedagogia, san Domenico Savio, quindicenne, che aveva capito la sua lezione: “Noi, qui, alla scuola di Don Bosco, facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri”. Giovanni Bosco fu proclamato Santo alla chiusura dell’anno della Redenzione, il giorno di Pasqua del 1934. Il 31 gennaio 1988 Giovanni Paolo II lo dichiarò Padre e Maestro della gioventù, “stabilendo che con tale titolo egli sia onorato e invocato, specialmente da quanti si riconoscono suoi figli spirituali”.Patronato: Educatori, Scolari, Giovani, Studenti, EditoriEtimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall’ebraicoMartirologio Romano: Memoria di san Giovanni Bosco, sacerdote: dopo una dura fanciullezza, ordinato sacerdote, dedicò tutte le sue forze all’educazione degli adolescenti, fondando la Società Salesiana e, con la collaborazione di santa Maria Domenica Mazzarello, l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, per la formazione della gioventù al lavoro e alla vita cristiana. In questo giorno a Torino, dopo aver compiuto molte opere, passò piamente al banchetto eterno. Giovanni Bosco nasce il 16 agosto 1815 in una modesta cascina nella frazione collinare “I Becchi” di Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco): è figlio dei contadini Francesco Bosco (1784-1817) e Margherita Occhiena (1788-1856).
Quando Giovanni aveva due anni, il padre contrasse una grave polmonite che lo condusse alla morte il 12 maggio 1817, a soli 33 anni. Francesco Bosco lasciò la moglie vedova a 29 anni, con tre figli da crescere: Antonio (1808-1849, figlio della prima moglie), Giuseppe (1813-1862) e Giovanni; inoltre la madre dovette provvedere al mantenimento e all’assistenza della suocera: Margherita Zucca (1752-1826), anziana e inferma.
Erano anni di carestia e “Mamma Margherita”, come sarà sempre chiamata dai Salesiani, dovette lottare e lavorare i campi con grande sacrificio per assicurare il sostentamento alla famiglia e anche per assecondare i talenti scolastici di Giovanni, malvisto dal fratellastro Antonio, il quale considerava tempo e denaro gettati quell’occuparsi di libri, mentre lui era costretto a zappare la terra.
A nove anni il piccolo Giovanni fece un sogno e da allora, fino alla fine dei suoi giorni, continuerà ad essere visitato da sogni-rivelazioni che gli indicheranno la sua strada e lo faranno portavoce di profezie dirette ai singoli, alle società, ai suoi amati giovani, alla Congregazione salesiana, alla Chiesa. Lui stesso definì “profetico” quello dei nove anni e che più volte raccontò ai ragazzi del suo Oratorio: gli pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove si divertiva una gran quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, egli si lanciò in mezzo a loro, cercando di arrestarli usando pugni e parole. Ma in quel momento apparve un uomo maestoso, nobilmente vestito: il suo viso era così luminoso che egli non riusciva a guardarlo. Lo chiamò per nome e gli ordinò di mettersi a capo di tutti quei ragazzi. Giovanni gli chiese chi fosse colui che gli comandava cose impossibili: “Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno”. In quel momento apparve, vicino a lui, una donna maestosa, e in quell’istante, al posto dei giovani, c’era una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La Madonna gli disse: “Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli”. Fu così che, al posto di animali feroci, comparvero altrettanti agnelli mansueti, che saltellavano, correvano, belavano, facevano festa.Proprio dopo questo sogno (i sogni, come don Bosco li chiamava, possono definirsi anche “visioni”, come ha dichiarato il suo primo biografo, Giovanni Battista Lemoyne S.D.B., 1839-1916), nel giovane Bosco si accese la vocazione.
Per avvicinare i ragazzini alla preghiera e all’ascolto della Santa Messa imparò i giochi di prestigio e le acrobazie dei saltimbanchi, attirando in tal modo coetanei e contadini, i quali venivano da lui invitati a recitare il Santo Rosario e alla lettura del Vangelo. Il 26 marzo 1826 Giovanni prese la Prima Comunione. 
Divenuta insostenibile la convivenza con Antonio Bosco, Margherita fu costretta ad allontanare il figlio dai Becchi, mandandolo a vivere, come garzone, a Moncucco Torinese, presso la cascina dei coniugi Luigi e Dorotea Moglia, dove rimase dal febbraio 1827 al novembre 1829. Nel settembre di quello stesso 1829 era arrivato a Morialdo il cappellano don Giovanni Melchiorre Calosso (1759-1830), sacerdote settantenne, il quale, dopo aver constatato quanto intelligente e desideroso di studiare fosse il giovane, decise di accoglierlo nella propria casa per insegnargli la grammatica latina e prepararlo così alla vita sacerdotale. Un anno dopo, precisamente il 21 novembre del 1830, don Calosso fu colpito da apoplessia e, moribondo, diede al giovane amico la chiave della sua cassaforte, dove erano conservate 6000 mila lire, che avrebbero permesso a Giovanni di studiare ed entrare in Seminario. Ma il giovane preferì non accettare il regalo del maestro e consegnò l’eredità ai parenti del defunto.
Quando il 21 marzo 1831 il fratellastro si sposò, la madre decise di dividere l’asse patrimoniale affinché Giovanni potesse  tornare a casa e riprendere da settembre gli studi a Castelnuovo, con la possibilità di una semi-pensione presso Giovanni Roberto, sarto e musicista del paese, dal quale apprese tali arti. Imparò anche altri mestieri, come quello del falegname e del fabbro, e con queste abilità riuscirà a fondare diversi laboratori artigianali per i ragazzi dell’Oratorio di Valdocco. Per continuare a studiare a Chieri lavorò come garzone, cameriere, addetto alla stalla. Alla scuola chierese fondò la “Società dell’Allegria”, attraverso la quale, in compagnia di alcuni bravi giovani, tentava di far avvicinare alla preghiera i coetanei, divertendoli con i suoi giochi di prestigio e i suoi numeri acrobatici. 
In quegli anni strinse forte amicizia con Luigi Comollo (1817-1839), nipote del parroco di Cinzano. Il giovane era sovente oggetto, per bontà e innocenza, dei maltrattamenti dei compagni: veniva insultato e picchiato, ma egli accettava con un sorriso o una parola di perdono queste sofferenze. Il giovane Bosco, dal canto suo, non sopportava di vedere l’amico subire in questo modo, perciò con la sua notevole forza fisica, lo difendeva, azzuffandosi con gli aggressori. L’amicizia d’anima che si stabilì fra Luigi e Giovanni divenne fondamentale per la santità di quest’ultimo. Don Bosco stesso affermerà nelle sue Memorie: «Posso dire che da lui ho cominciato a imparare a vivere da cristiano» e comprese quanto fosse essenziale la salvezza dell’anima, tanto che il suo programma di vita, ispirato a Gn. 14,21, fu sempre: «Da mihi animas, coetera tolle» (“Dammi le anime, prenditi tutto il resto”) e questo motto era scritto a grossi caratteri su un cartello che teneva nella sua camera a Valdocco.Nell’autunno del 1832 iniziò la terza Grammatica. Nei due anni seguenti frequentò le classi di Umanità (1833-34) e Retorica (1834-35), dimostrandosi un allievo eccellente, di sorprendente memoria e appassionato di libri. Nel marzo 1834, mentre si avviava a terminare l’anno di Umanità, presentò ai Francescani la domanda per essere accettato nel loro ordine, ma cambiò idea prima di andare in convento, seguendo sia un sogno, contrario a questa scelta,  sia il consiglio di don Giuseppe Cafasso (1811-1860); perciò il 30 ottobre 1835 si presentò nel Seminario di Chieri. dove rimase fino al 1841, studiando Dogmatica (lo studio delle verità cristiane), Morale (la legge che il cristiano deve osservare), Sacra Scrittura (la parola di Dio), Storia ecclesiastica (storia della Chiesa dalle origini del Cristianesimo all’età contemporanea).
In Seminario Giovanni Bosco incontrò nuovamente il carissimo amico Comollo, ma questi, il 2 aprile del 1837, già debole fisicamente, si spense a soli 22 anni. Nella notte fra il 3 e il 4 aprile, secondo una testimonianza diretta di Giovanni Bosco e dei suoi venti compagni di camera, alunni del corso teologico, l’amico apparve, come un rombo di tuono e sotto forma di una luce che, per tre volte consecutive, disse: “Bosco! Bosco! Bosco! Io sono salvo!”. Il giovane chierico, profondamente scosso e turbato, da quel momento in poi decise di porre la salvezza eterna al di sopra di tutto.Il 29 marzo 1841 ricevette l’ordine del diaconato e il 5 giugno 1841 venne ordinato sacerdote nella Cappella dell’Arcivescovado di Torino. Don Bosco, dopo aver rifiutato una serie di incarichi, su invito di colui che continuerà ad essere suo stimato e amato direttore spirituale, don Cafasso, decise di entrare, i primi di novembre del 1841, nel Convitto Ecclesiastico di San Francesco d’Assisi di Torino, fondato nel 1817 da don Luigi Guala (1775-1848) e dal venerabile Pio Brunone Lanteri (1759-1830), perché, constatando gli errori seminati fra il clero dal Giansenismo e il vuoto formativo in cui erano lasciati i neo-sacerdoti, essi desideravano offrire una sana formazione ecclesiastica. La linea teologica adottata da Lanteri e da Guala era di stampo ignaziano ed alfonsiano, più benigna, misericordiosa e positiva rispetto a quella rigorista insegnata alla Facoltà teologica dell’Università di Torino. Gli allievi del Convitto, nel quale don Cafasso entrò nel 1834, venivano anche avviati all’attività pastorale con diverse esperienze nelle parrocchie della città. Si curavano poi, in modo particolare, la vita spirituale e la preghiera. 
Nella terra subalpina prendono vita i moti risorgimentali e la Chiesa, duramente perseguitata sotto Napoleone (1769-1821), ora si appresta, dopo il Regno del cattolico Carlo Alberto (1798-1849), salito al trono nel 1831 (molto attento alla riforma del clero, avendo stabilito un fecondo accordo con Papa Gregorio XVI, 1798-1849) a ricevere feroci attacchi dal governo liberale e massonico. In seguito alla tragica guerra dichiarata dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese alla Chiesa, sorse un’energica risposta di ricristianizzazione: l’Amicizia Cristiana, fondata dallo svizzero Nikolaus Joseph Albert von Diessbach (1732-1798), un militare al servizio di Casa Savoia che, dopo la conversione dal Calvinismo, entrò nella Compagnia di Gesù. L’Amicizia Cristiana, iniziativa che, seppur segreta, ebbe ampia risonanza in tutta Europa, sorse fra il 1779 e il 1780 a Torino. L’eredità di padre Diessbach venne raccolta da Brunone Lanteri, fondatore degli Oblati di Maria, il quale, contro i seminatori della menzogna e dell’eresia, fece sorgere l’Amicizia Cattolica (1817). Con lui altri amici, devoti del Sacro Cuore di Gesù, sostennero la Chiesa e lo fecero leggendo e studiando testi di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556), sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), san Francesco di Sales (1567-1622), santa Teresa d’Avila (1515-1582).
La preparazione di don Giovanni Bosco nel Convitto durò tre anni. Proprio in quel tempo avvenne il fatto che gli aprì la strada alla missione che fin da bambino desiderava realizzare: essere sacerdote fra i giovani e insegnare loro a conoscere la dottrina cattolica, ad amare il Signore e la Madonna, indicando la strada per la salvezza dell’anima.Bartolomeo Garelli, muratore di 16 anni, arrivato da Asti, orfano, analfabeta, povero, indifeso, si presentò, l’8 dicembre 1841, nella sacrestia della Chiesa di San Francesco d’Assisi e fu il primo ad essere istruito da don Bosco: egli è il prototipo di tutti i giovani, di tutte le famiglie e di tutti i popoli che san Giovanni Bosco ha evangelizzato. Proprio con Garelli nacque l’Oratorio di San Francesco di Sales e, dopo pochi giorni, giunsero con lui sei ragazzini e altri si aggiunsero, mandati da don Cafasso. Qual era lo scopo dell’Oratorio fondato da don Bosco? Si dice che don Bosco si occupò della gioventù povera per sollevarla dalla miseria e dall’ignoranza, offrendo anche la possibilità di qualificarsi con un lavoro per mantenersi dignitosamente nella vita. Ma, in realtà, l’unico vero fine dell’azione “sociale” di don Bosco fu quello di portare il maggior numero di anime in Paradiso, partendo proprio da quelle che la Provvidenza gli affidava. 
[…] Don Bosco, come tutti i santi, era animato da un fuoco di carità, vale a dire dall’amore adorante verso Dio e, per amorosa obbedienza all’Onnipotente, da un fuoco d’amore verso il prossimo; tutto ciò che fece per gli altri fu unicamente riflesso del suo amore verso la Trinità e il suo amore verso il prossimo ebbe sempre un unico intento, salvare le anime, di cui tutto il resto fu strumento.Il fondatore dei Salesiani insegnava, prima di tutto, a trattare con il mondo senza farsi schiavi del mondo ed è proprio questa libertà che respirarono e vissero i suoi giovani, i quali, attraverso gli occhi e le amabili parole di don Bosco, compresero davvero il significato delle parole Paradiso ed Inferno. 
Nel corso dell’inverno 1841-1842 egli si adoperò a consolidare il piccolo Oratorio, ospitato nel Convitto, dove si teneva il catechismo festivo con il consenso dell’Arcivescovo di Torino, Monsignor Luigi Fransoni (1789-1862).
Don Bosco cercava, per le vie della capitale subalpina, i bambini e i ragazzi che vivevano di espedienti e di delinquenza: si recava a Porta Palazzo e in piazza San Carlo, catturando questa povera gioventù con la sua santità e la sua simpatia: scalpellini, muratori, stuccatori, selciatori, quadratori… immigrati dalle campagne in cerca di un’occupazione in città e, non conoscendo nessuno, erano come degli orfani, esposti a mille pericoli. Molto buoni ed onesti erano, invece, i piccoli spazzacamini, che il fondatore dei Salesiani difendeva dagli abusi di chi era più prepotente di loro.Insieme a don Cafasso iniziò a visitare anche le carceri e inorridì di fronte al degrado nel quale vivevano giovani dai 12 ai 18 anni, rosicchiati dagli insetti e desiderosi di mangiare anche un misero tozzo di pane. Dopo diversi giorni i carcerati decisero di avvicinarsi al sacerdote, raccontandogli le loro vite e i loro tormenti. Don Bosco sapeva che quei ragazzi sarebbero andati alla rovina senza una guida e quindi si fece promettere che, non appena fossero usciti di galera, lo raggiungessero alla Chiesa di San Francesco.
La seconda domenica di ottobre del 1844 diede l’annuncio ai suoi giovani che l’Oratorio si sarebbe trasferito da San Francesco d’Assisi al Rifugio, fondato dalla marchesa Giulia Colbert Falletti di Barolo (1786-1864) a favore delle ragazze a rischio prostituzione. Qui don Bosco divenne cappellano dell’Ospedaletto di Santa Filomena, un’istituzione sanitaria per le bambine povere e disabili, anch’essa fondata dalla marchesa di Barolo.
Coadiuvato dal teologo don Giovanni Borel (1801-1873), riuscì a proseguire l’Oratorio festivo, la cui vita, però, non era semplice in quanto la Marchesa lamentava la presenza dei tanti ragazzi di don Bosco in una realtà che era prettamente femminile e, per di più, pericolante. Inoltre la salute del sacerdote, anche a motivo del suo indefesso lavoro, era molto provata: sputava sangue.Dopo un periodo trascorso all’aperto, finalmente, il 12 aprile 1846, giorno di Pasqua, don Bosco trovò un posto per i suoi ragazzi, una tettoia con un pezzo di prato: la tettoia Pinardi a Valdocco. Qui, oltre all’Oratorio festivo, presero avvio la realtà educativa, le scuole serali, la scuola di musica-canto, i laboratori per dare una professione ai suoi amati figli e nel 1854 don Bosco diede inizio alla Società Salesiana, con la quale assicurò la stabilità delle sue opere. Dieci anni dopo porrà, come aveva visto in sogno, la prima pietra del santuario di Maria Ausiliatrice: ancora oggi è visibile, nella cappella delle reliquie della basilica, il punto preciso dove la Madonna indicò il sito dove sarebbe sorta.
Nel 1872, con santa Maria Domenica Mazzarello (1837-1881), fondò l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, con lo scopo di educare, con il medesimo spirito salesiano, la gioventù femminile. Il metodo educativo di don Bosco, che si prefiggeva di formare degli «onesti cittadini e dei buoni cristiani», e la sua attività ispirata dall’autentica carità cristiana hanno raggiunto tutto il mondo, arrivando anche nei Paesi di tradizione non cristiana. Il perdurare e il moltiplicarsi delle sue opere lo hanno fatto conoscere e studiare, tanto che oggi disponiamo di un’abbondante bibliografia sulla sua persona e sul suo stile educativo. Meno noti, invece, i suoi scritti, nonostante la sua predilezione per questo genere di apostolato, necessario per la cresciuta alfabetizzazione fra il popolo, per la mancanza di libri idonei alle persone semplici e per l’aumento della stampa anticattolica e anticlericale. Per lui, che aveva chiesto nella sua prima Santa Messa l’efficacia della parola, un mezzo più adatto non poteva esistere. 
Sono da ricordare le diverse collane pubblicate per molti anni, che hanno avuto un grande successo: Letture Cattoliche, Biblioteca della Gioventù Italiana, Selecta ex Latinis Scriptoribus, Latini Christiani Scriptores, “Bollettino Salesiano”, Letture Ascetiche, Letture Drammatiche, Letture Amene, Bibliotechina dell’Operaio. Don Giovanni Bosco condivideva l’opinione del cardinale Louis-Edouard Pie (1815-1880), modello e punto di riferimento di san Pio X (1835-1914): «Quando tutta una popolazione, fosse anche la più devota e assidua alla Chiesa e alle prediche, non leggesse che giornali cattivi in meno di trent’anni diventerebbe un popolo di empi e di rivoltosi. Umanamente parlando non vi è predicazione di sorta che valga contro la forza della stampa cattiva». Per confutare i protestanti si servì sempre della roccia della Tradizione, attingendo particolarmente alle fonti dei Padri e Dottori della Chiesa. L’autore sosteneva che i protestanti facevano ogni sforzo per imitare gli gnostici nel muovere guerra agli insegnamenti della Chiesa Cattolica. Don Bosco combatté tenacemente contro le idee protestanti e contro i disegni liberali e massonici del Risorgimento; avvertì e ammonì lo stesso Vittorio Emanuele II (il sovrano che tradì la cattolicità di Casa Savoia, apparentandosi alle leggi massoniche): con una profezia gli annunciò che, se avesse firmato la legge Rattazzi (approvata il 2 marzo 1855), per la soppressione degli Ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni da parte dello Stato, ci sarebbero stati “grandi funerali a corte” e che “La famiglia di chi ruba a Dio è tribolata e non giunge alla quarta generazione”: si avverarono entrambi i vaticini. 
Egli rientra, a pieno titolo, fra i protagonisti della storia della Chiesa militante. Attraverso libri e articoli, omelie e conferenze lottò, divenendo anche oggetto di vilipendi e di attentati (si salvò sempre grazie all’intervento celeste e al “Grigio”, il misterioso e grosso cane grigio che compariva al bisogno per poi sparire nel nulla), per difendere la Fede, Santa Romana Chiesa, il Sommo Pontefice, diventando anche confidente di Pio IX (1792-1878), il quale chiese a lui consiglio per la nomina dei nuovi vescovi da collocare nelle diocesi vacanti, dove era passata la persecuzione liberal-massonica.Tre furono i suoi “Amori bianchi”: l’Eucarista, la Madonna, il Papa. Celebre il cosiddetto “Sogno delle due colonne”, considerato profetico per il futuro della Chiesa: il sogno, raccontato dal santo la sera del 30 maggio 1862, descrive una terribile battaglia sul mare, scatenata da una moltitudine di imbarcazioni contro un’unica grande nave, che simboleggia la Chiesa con il suo comandante, il Sommo Pontefice. La nave, colpita ripetutamente, viene guidata dal Papa ad ancorarsi, sicura e vittoriosa, fra due alte colonne emerse dal mare: quella dell’Eucaristia, simboleggiata da una grande Ostia con la scritta “Salus credentium”, e quella della Madonna, simboleggiata da una statua dell’Immacolata, con la scritta “Auxilium Christianorum”. 
Specialissima la sua devozione per Maria Vergine, in particolare per Maria Ausiliatrice e per Maria Immacolata. Dopo san Pio V (1504-1572), con la vittoria dei Cristiani nella Battaglia di Lepanto del 1571, Innocenzo XI (1611-1689), con la liberazione di Vienna dall’assedio dei Turchi (1683), e Pio VII (1742-1823), che stabilì la festa di Maria Ausiliatrice il 24 maggio 1815, in ringraziamento a Maria Santissima per la sua liberazione dalla ormai quinquennale prigionia napoleonica, il grande diffusore della devozione a Maria Auxilium Christianorum, alla quale la Chiesa attribuisce la sconfitta di tutte le eresie, è stato proprio san Giovanni Bosco.
Con una solenne celebrazione, nella basilica di Maria Ausiliatrice di Torino, l’11 novembre 1875 si diede a battesimo la prima spedizione missionaria salesiana, diretta in Argentina e preconizzata da don Bosco. Guidati da don Giovanni Cagliero (1838-1926), che diventerà il primo vescovo e il primo cardinale salesiano, i missionari si imbarcarono dal porto di Genova il 14 novembre. 
San Giovanni Bosco morì all’alba del 31 gennaio 1888 e venne sepolto nell’Istituto salesiano “Valsalice”, sulla precollina torinese, per venire poi, con la beatificazione, traslato nel santuario di Maria Ausiliatrice. Il 2 giugno 1929 Pio XI lo beatificò, dichiarandolo santo il 1º aprile 1934, giorno di Pasqua. 

Don Bosco indica al cattolico, allora come oggi, la strada da percorrere per vivere in sancta laetitia su questa terra e per godere la beatitudine eterna dopo la morte. 
Tutta la sua esistenza, di profonda umiltà, si dipana fra gli arcani del cielo e le realizzazioni dei progetti divini in terra: l’anima autentica di questo uomo di Dio, orgoglioso della sua divisa di ministro dell’altare, è imbevuta di misticismo. Il sogno, la visione e il realismo nell’esistenza di questo padre e maestro dei giovani si sorreggono a vicenda, nutrendosi reciprocamente. Con la Croce di Cristo, pronto a condividerla con le mortificazioni e le penitenze che non lesinava, ha redento migliaia e migliaia di persone. Un santo sacerdote che ha sperimentato ciò che può realizzare la Grazia e che fu in grado di infondere nei suoi figli il segreto dell’esistenza: «Tutto passa: ciò che non è eterno è niente!». 
Il demonio veniva spesso a fargli visita nelle ore notturne, per non farlo riposare ed egli accettava, al fine di distrarre il maligno dalle anime dei suoi ragazzi. Scrutatore dei cuori, taumaturgo (moltiplicava ostie, pane, castagne; resuscitò anche un morto), profezie, sogni, visioni, miracoli, bilocazioni «di cui Dio aveva arricchito il suo Servo, resero universale l’opinione che, per provvidentissima disposizione divina, allo scopo di promuovere la restaurazione cristiana dell’umana società, deviata dal sentiero della verità, Dio avesse appunto inviato Giovanni Bosco, l’uomo cioè che, di umili natali, ignoto e povero, senza alcuna ambizione e cupidigia, ma sospinto dalla sola carità verso Dio e verso il prossimo, zelantissimo della gloria di Dio, benemerentissimo della civiltà e della religione, riempì il mondo del suo nome» (Lettera decretale di Pio XI Geminata Laetitia che proclama Santo Giovanni Bosco. Roma, San Pietro 1° aprile 1934). 
Come nel Medioevo, dopo le orde barbariche, i monaci avevano gettato le fondamenta di una civiltà cristiana, culturalmente, artisticamente, scientificamente ed economicamente solida, così don Bosco, contemporaneamente alla nefasta azione delle orde rivoluzionarie, lanciò contro di essa una sfida difensiva e offensiva di travolgente dimensione, puntando sul centro nevralgico e strategicamente decisivo per la costruzione di una società, ovvero l’educazione della gioventù, la quale avrebbe dovuto seguire tre linee (pedagogia preventiva): la ragione, la religione, l’amorevolezza.

Autore: Cristina Siccardi

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San Giovanni Bosco è indubbiamente il più celebre santo piemontese di tutti i tempi, nonché su scala mondiale il più famoso tra i santi dell’epoca contemporanea: la sua popolarità è infatti ormai giunta in tutti i continenti, ove si è diffusa la fiorente Famiglia Salesiana da lui fondata, portatrice del suo carisma e della sua operosità, che ad oggi è la congregazione religiosa più diffusa tra quelle di recente fondazione.
Don Bosco fu l’allievo che diede maggior lustro al suo grande maestro di vita sacerdotale, nonché suo compaesano, San Giuseppe Cafasso: queste due perle di santità sbocciarono nel Convitto Ecclesiastico di San Francesco d’Assisi in Torino.
Giovanni Bosco nacque presso Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco) in regione Becchi, il 16 agosto 1815, frutto del matrimonio tra Francesco e la Serva di Dio Margherita Occhiena. Cresciuto nella sua modesta famiglia, dalla santa madre fu educato alla fede ed alla pratica coerente del messaggio evangelico. A soli nove anni un sogno gli rivelò la sua futura missione volta all’educazione della gioventù. Ragazzo dinamico e concreto, fondò fra i coetanei la “società dell’allegria”, basata sulla “guerra al peccato”.
Entrò poi nel seminario teologico di Chieri e ricevette l’ordinazione presbiterale nel 1841. Iniziò dunque il triennio di teologia morale pratica presso il suddetto convitto, alla scuola del teologo Luigi Guala e del santo Cafasso. Questo periodo si rivelò occasione propizia per porre solide basi alla sua futura opera educativa tra i giovani, grazie a tre provvidenziali fattori: l’incontro con un eccezionale educatore che capì le sue doti e stimolo le sue potenzialità, l’impatto con la situazione sociale torinese e la sua straordinaria genialità, volta a trovare risposte sempre nuove ai numerosi problemi sociali ed educativi sempre emergenti.

Come succede abitualmente per ogni congregazione, anche la grande opera salesiana ebbe inizi alquanto modesti: l’8 dicembre 1841, dopo l’incontro con il giovane Bartolomeo Garelli, il giovane Don Bosco iniziò a radunare ragazzi e giovani presso il Convitto di San Francesco per il catechismo. Torino era a quel tempo una città in forte espansione su vari aspetti, a causa della forte immigrazione dalle campagne piemontesi, ed il mondo giovanile era in preda a gravi problematiche: analfabetismo, disoccupazione, degrado morale e mancata assistenza religiosa. Fu infatti un grande merito donboschiano l’intuizione del disagio sociale e spirituale insito negli adolescenti, che subivano il passaggio dal mondo agricolo a quello preindustriale, in cui si rivelava solitamente inadeguata la pastorale tradizionale.
Strada facendo, Don Bosco capì con altri giovani sacerdoti che l’oratorio potesse costituire un’adeguata risposta a tale critica situazione. Il primo tentativo in tal senso fu compiuto dal vulcanico Don Giovanni Cocchi, che nel 1840 aveva aperto in zona Vanchiglia l’oratorio dell’Angelo Custode. Don Bosco intitolò invece il suo primo oratorio a San Francesco di Sales, ospite dell’Ospedaletto e del Rifugio della Serva di Dio Giulia Colbert, marchesa di Barolo, ove dal 1841 collaborò con il teologo Giovanni Battista Borel. Quattro anni dopo trasferì l’oratorio nella vicina Casa Pinardi, dalla quale si sviluppò poi la grandiosa struttura odierna di Valdocco, nome indelebilmente legato all’opera salesiana.

Pietro Stella, suo miglior biografo, così descrisse il giovane sacerdote: “Prete simpatico e fattivo, bonario e popolano, all’occorrenza atleta e giocoliere, ma già allora noto come prete straordinario che ardiva fare profezie di morti che poi si avveravano, che aveva già un discreto alone di venerazione perché aveva in sé qualcosa di singolare da parte del Signore, che sapeva i segreti delle coscienze, alternava facezie e confidenze sconvolgenti e portava a sentire i problemi dell’anima e della salvezza eterna”.
Spinto dal suo innato zelo pastorale, nel 1847 Don Bosco avviò l’oratorio di San Luigi presso la stazione ferroviaria di Porta Nuova. Nel frattempo il cosiddetto Risorgimento italiano, con le sue articolate vicende politiche, provocò anche un chiarimento nell’esperienza degli oratori torinesi, evidenziando due differenti linee seguite dai preti loro responsabili: quella apertamente politicizzata di cui era fautore Don Cocchi, che nel 1849 aveva tentato di coinvolgere i suoi giovani nella battaglia di Novara, e quella più religiosa invece sostenuta da Don Bosco, che prevalse quando nel 1852 l’arcivescovo mons. Luigi Fransoni lo nominò responsabile dell’Opera degli Oratori, affidando così alle sue cure anche quello dell’Angelo Custode.
La principale preoccupazione di Don Bosco, concependo l’oratorio come luogo di formazione cristiana, era infatti sostanzialmente di tipo religioso-morale, volta a salvare le anime della gioventù. Il santo sacerdote però non si accontentò mai di accogliere quei ragazzi che spontaneamente si presentavano da lui, ma si organizzò al fine di raggiungerli ed incontrarli ove vivevano.

Se la salvezza dell’anima era l’obiettivo finale, la formazione di “buoni cristiani ed onesti cittadini” era invece quello immediato, come Don Bosco soleva ripetere. In tale ottica concepì gli oratori quali luoghi di aggregazione, di ricreazione, di evangelizzazione, di catechesi e di promozione sociale, con l’istituzione di scuole professionali.
L’amorevolezza costituì il supremo principio pedagogico adottato da Don Bosco, che faceva notare come non bastasse però amare i giovani, ma occorreva che essi percepissero di essere amati. Ma della sua pedagogia un grande frutto fu il cosiddetto “metodo preventivo”, nonché l’invito alla vera felicità insito nel detto: “State allegri, ma non fate peccati”.
Don Bosco, sempre attento ai segni dei tempi, individuò nei collegi un valido strumento educativo, in particolare dopo che nel 1849 furono regolamentati da un’opportuna legislazione: fu così che nel 1863 fu aperto un piccolo seminario presso Mirabello, nella diocesi di Casale Monferrato.

Altra svolta decisiva nell’opera salesiana avvenne quando Don Bosco si sentì coinvolto dalla nuova sensibilità missionaria propugnata dal Concilio Ecumenico Vaticano I e, sostenuto dal pontefice Beato Pio IX e da vari vescovi, nel 1875 inviò i suoi primi salesiani in America Latina, capeggiati dal Cardinale Giovanni Cagliero, con il principale compito di apostolato tra gli emigrati italiani. Ben presto però i missionari estesero la loro attività dedicandosi all’evangelizzazione delle popolazioni indigene, culminata con il battesimo conferito da Padre Domenico Milanesio al Venerabile Zeffirino Namuncurà, figlio dell’ultimo grande cacico delle tribù indios araucane.
Uomo versatile e dotato di un’intelligenza eccezionale, con il suo fiuto imprenditoriale Don Bosco considerò la stampa un fondamentale strumento di divulgazione culturale, pedagogica e cristiana. Scrittore ed editore, tra le principali sue opere si annoverano la “Storia d’Italia”, “Il sistema metrico decimale” e la collana “Letture Cattoliche”. Non mancarono alcune biografie,tra le quali spicca quella del più bel frutto della sua pedagogia, il quindicenne San Domenico Savio, che aveva ben compreso la sua lezione: “Noi, qui, alla scuola di Don Bosco, facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri”. Scrisse inoltre le vite di altri due ragazzi del suo oratorio, Francesco Besucco e Michele Magone, nonché quella di un suo indimenticabile compagno di scuola, Luigi Comollo.
Pur essendo straordinariamente attivo, Don Bosco non avrebbe comunque potuto realizzare personalmente dal nulla tutta questa immane opera ed infatti sin dall’inizio godette del prezioso ausilio di numerosi sacerdoti e laici, uomini e donne. Al fine di garantire però una certa continuità e stabilità a ciò che aveva iniziato, fondò a Torino la Società di San Francesco di Sales (detti “Salesiani”), congregazione composta di sacerdoti, e nel 1872 a Mornese con Santa Maria Domenica Mazzarello le Figlie di Maria Ausiliatrice.

L’opinione pubblica contemporanea apprezzò molto la preziosa opera di promozione sociale da lui svolta, anche se la stampa laica gli fu sempre avversa, tanto che alla sua morte la Gazzetta del Popolo si limitò a citarne cognome, nome ed età nell’elenco dei defunti, mentre la Gazzetta Piemontese (l’odierna “La Stampa”) gli riservò l’articolo redazionale dosando accuratamente meriti e demeriti del celebre sacerdote: “Il nome di Don Bosco è quello di un uomo superiore che lascia e suscita dietro di sé un vivo contrasto di apprezzamenti e opposti giudizi e quasi due opposte fame: quello di benefattore insigne, geniale, e quello di prete avveduto e procacciate”.
Personalità forte ed intraprendente, bisognosa di particolare autonomia nella sua azione a tutto campo, non lasciava affatto indifferenti coloro che gli erano per svariati motivi a contatto. Ciò costituisce inoltre una spiegazione ai ripetuti scontri che ebbe con ben due arcivescovi torinesi: Ottaviano Riccardi di Netro e soprattutto Lorenzo Gastaldi. Lo apprezzò e lo appoggiò invece costantemente e senza riserve papa Pio IX, che con la sua potente intercessione permise all’opera salesiana di espandersi non solo a livello locale, sorte invece subita da numerosissime altre minute congregazioni.

Giovanni Bosco morì in Torino il 31 gennaio 1888, giorno in cui è ricordato dal Martyrologium Romanum e la Chiesa latina ne celebra la Memoria liturgica. Alla guida della congregazione gli succedette il Beato Michele Rua, uno dei suoi primi fedeli discepoli. La sua salma fu in un primo tempo sepolta nella chiesa dell’istituto salesiano di Valsalice, per poi essere trasferita nella basilica di Maria Ausiliatrice, da lui fatta edificare. Il pontefice Pio XI, suo grande ammiratore, beatificò Don Bosco il 2 giugno 1929 e lo canonizzò il 1° aprile 1934. La città di Torino ha dedicato alla memoria del santo una strada, una scuola ed un grande ospedale. Nel centenario della morte, nel 1988 Giovanni Paolo II, recatosi in visita ai luoghi donboschiani, lo dichiarò Padre e Maestro della gioventù, “stabilendo che con tale titolo egli sia onorato e invocato, specialmente da quanti si riconoscono suoi figli spirituali”.
La venerazione che Don Bosco ebbe, in vita ed in morte, per sua madre fu trasmessa alla congregazione, che negli anni ’90 del XX secolo ha pensato di introdurre finalmente la causa di beatificazione di Mamma Margherita. Merita infine ricordare la prolifica stirpe di santità generata da Don Bosco, tanto che allo stato attuale delle cause, la Famiglia Salesiana può contare ben 5 santi, 51 beati, 8 venerabili ed 88 servi di Dio.

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DALLE “LETTERE” DI SAN GIOVANNI BOSCO
Se vogliamo farci vedere amici del vero bene dei nostri allievi, e obbligarli a fare il loro dovere, bisogna che voi non dimentichiate mai che rappresentate i genitori di questa cara gioventù, che fu sempre tenero oggetto delle mie occupazioni, dei miei studi, del mio ministero sacerdotale, e della nostra Congregazione salesiana. Se perciò sarete veri padri dei vostri allievi, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore; e non veniate mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia, e solo alla maniera di chi vi si adatta per forza e per compiere un dovere.
Quante volte, miei cari figliuoli, nella mia lunga carriera ho dovuto persuadermi di questa grande verità! E’ certo più facile irritarsi che pazientare: minacciare un fanciullo che persuaderlo: direi ancora che è più comodo alla nostra impazienza e alla nostra superbia castigare quelli che resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità. La carità che vi raccomando è quella che adoperava san Paolo verso i fedeli di fresco convertiti alla religione del Signore, e che sovente lo facevano piangere e supplicare quando se li vedeva meno docili e corrispondenti al suo zelo. 
Difficilmente quando si castiga si conserva quella calma, che è necessaria per allontanare ogni dubbio che si opera per far sentire la propria autorità, o sfogare la propria passione.
Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi al loro servizio, come Gesù che venne a ubbidire e non a comandare, vergognandoci di ciò che potesse aver l’aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere. Così faceva Gesù con i suoi apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poca fedeltà, e col trattare i peccatori con una dimestichezza e familiarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi scandalo, e in molti la Santa speranza di ottenere il perdono da Dio. Egli ci disse perciò di imparare da lui ad essere mansueti e umili di cuore (4r.Mt 11,29).
Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto. Non agitazione dell’animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l’avvenire, e allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione.

In certi momenti molto gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall’altra parte non arrecano vantaggio a chi le merita.
Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.
Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere, del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori e unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell’educazione della gioventù.

Autore: Fabio Arduino

LA SUMMA DI S.TOMMASO, CAPOLAVORO SEMPRE ATTUALE

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LA SUMMA DI S.TOMMASO, CAPOLAVORO SEMPRE ATTUALE

Scritta dal Dottore Angelico Tommaso D’Aquino, il più grande filosofo e teologo di tutti i tempi, è un monumento alla ragione e alla fededi

Giorgio Carbone

San Tommaso d’Aquino (1225-1274) è un gigante per la santità della vita e per la luminosa bellezza dei suoi scritti. Queste sue qualità furono riconosciute molto presto. Quando era in vita, i professori di Filosofia dell’Università di Parigi si contendevano il possesso dei suoi manoscritti, mentre Carlo I d’Angiò, re di Napoli, brigò per poter avere Tommaso come insegnante a Napoli. Dopo soli otto anni dalla morte, cioè nel 1282, è ricordato come Doctor eximius, o come Venerabilis Doctor. Nel 1317 all’Università di Parigi era chiamato Communis Doctor. Alla metà del 1400 fu chiamato Angelicus Doctor. E nel 1567 san Pio V lo proclamò Dottore della Chiesa (si noti che nel 1567 i Dottori della Chiesa erano solo quattro e cioè: Ambrogio, Girolamo, Agostino e Gregorio Magno). 

UNA STRUTTURA GERARCHICA 
Uno dei motivi di tale grandezza è il suo capolavoro, probabilmente il più grande testo di filosofia e teologia di sempre: La Somma Teologica, letteralmente Summa Theologiae, che è nel Guinnes dei primati come l’opera più lunga scritta da un unico autore, che pur è morto a soli 49 anni. 
“Summa” significa una totalità complessa ridotta alla sintesi, significa un’opera che analizza il suo soggetto in una struttura organica e compendiosa. I grandi Padri della Chiesa avevano elaborato opere colossali, ma non trattazioni sistematiche, si muovevano attorno a un ambito problematico, il centro del loro interesse poteva essere: la natura divina e umana di Cristo, la lotta contro il donatismo il pelagianesimo, la grazia e la salvezza eterna. Ma non partivano da un elemento centrale, né elaboravano il tutto da un tema che abbracciava uniformemente tutte le parti. La Summa, invece, essendo una sintesi comporta un’unità, una presentazione armonica della fede e il comprendere la fede nelle sue ragioni. 

IL TEMA PRINCIPALE È DIO 
Theologiae significa che il suo soggetto è la Teologia, o meglio è Theos, cioè Dio stesso. E tale soggetto è anche il criterio organizzatore che dà unità alla totalità della sintesi. Infatti all’inizio dell’opera (I Parte, questione 1, articolo 7, abbreviato I, q. 1, a. 7) Tommaso scrive: «Nella dottrina sacra [che noi oggi chiameremo Teologia] tutto è trattato sotto il punto di vista di Dio: o perché è Dio stesso, o perché dice ordine a Dio come a principio e fine». E, poco dopo (I, q. 2, prologo): «Lo scopo principale della dottrina sacra è quello di far conoscere Dio, e non soltanto in se stesso, ma anche in quanto principio e fine delle cose, e specialmente della creatura razionale […]. Nell’esporre questa dottrina tratteremo: primo, di Dio; secondo, del movimento della creatura razionale verso Dio; terzo, di Cristo il quale in quanto uomo è per noi la via per andare a Dio». 

PRIMA PARTE: METAFISICA E ANTROPOLOGIA 
Uno degli aspetti più affascinanti della Somma Teologica è proprio la struttura sistematica: san Tommaso mette in relazione la totalità dei contenuti, che noi conosciamo grazie alla ragione e alla fede, e quindi realizza una struttura organica all’interno della quale una realtà è inclusa in un’altra e una realtà è in grado di spiegarne un’altra. È questa un’opera eminentemente razionale, perché è proprio della ragione scoprire le relazioni tra le cose. E’ una trama mirabile di rapporti: alcune volte Tommaso ci conduce alla scoperta di alcune relazioni a cui non avevamo mai pensato; altre volte la successione delle relazioni è così logica che siamo presi dallo stupore o come da un senso di vertigini. Il tutto avviene senza mai cedere al razionalismo perché l’ambiente è sempre quello della contemplazione di Dio e delle relazioni con Dio. E di Dio Tommaso scrive che ciò che non sappiamo supera sempre ciò che conosciamo e sappiamo esprimere. 
Tommaso individua un criterio organizzatore: Dio. E considera la totalità degli argomenti dal punto di vista di Dio. Infatti, nella Prima Parte della Summa, nelle questioni 2-43, considera Dio in se stesso come uno e come trino. Poi, nelle questioni 44-102, considera Dio in quanto principio delle cose, cioè in quanto creatore, e di seguito scrive i meravigliosi trattati sugli angeli e sull’uomo. Infine, nelle questioni 103-119, tratta Dio come principio del governo delle cose in quanto è provvidenza. 

SECONDA PARTE: L’ETICA 
Nella Seconda Parte della Summa, Tommaso considera Dio non più come principio, ma come fine verso cui tende l’uomo con il suo agire libero e volontario. Nel prologo di questa Parte, Tommaso scrive: «l’uomo è stato fatto immagine di Dio intendendo per immagine “un essere dotato di intelligenza, di libero arbitrio e di dominio dei propri atti”. Perciò dopo aver parlato dell’esemplare, cioè di Dio, e di quanto è derivato dalla divina potenza secondo la sua volontà, rimane da trattare della sua immagine, cioè dell’uomo, in quanto anche egli principio delle proprie azioni, in forza del libero arbitrio e del dominio che ha su di esse». 
Perciò, questa Parte è dedicata alla vita morale dell’uomo. Innanzitutto studia il fine, cioè Dio come beatitudine dell’uomo (questioni 1-5), poi gli atti umani che sono i mezzi di cui noi disponiamo per raggiungere il fine: gli atti umani in se stessi e nella loro distinzione di buoni in quanto utili a raggiungere il fine, e cattivi in quanto ci ostacolano il raggiungimento del fine (questioni 6-21). 
Poi gli atti umani sono visti nella loro relazione con le passioni dell’animo (questioni 22-48) che concorrono alla formazione dell’attività umana, nella loro relazione con i principi dell’agire, che sono le virtù e i vizi (questioni 49-89), la legge morale e la grazia (questioni 90-108). 
La Seconda Parte prosegue in una Seconda Sezione, detta abitualmente Secunda Secundae, dedicata allo studio delle virtù teologali, cioè fede, speranza e carità, e poi delle virtù cardinali, cioè prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Questa sezione è la più estesa e articolata della Summa, si compone di 189 questioni. Ed è anche quella che da sempre ha avuto un considerevole successo perché di ogni virtù Tommaso tratta l’oggetto, l’atto interiore e esteriore, la definizione, gli uomini che la posseggono, le cause, i doni dello Spirito Santo connessi, i peccati e i vizi contrari e infine i comandamenti relativi. 

TERZA PARTE: CRISTOLOGICA 
Nella Terza Parte della Summa Tommaso considera Gesù Cristo come la via unica e concreta mediante la quale l’uomo giunge alla beatitudine: «Il nostro Salvatore, il Signore Gesù Cristo, salvando il suo popolo dai peccati — come testimonia l’angelo [Mt 1,21] — ci ha presentato in sé la via della verità attraverso la quale, risorgendo, possiamo raggiungere la beatitudine della vita immortale. Perciò per completare tutto il discorso teologico, dopo aver considerato il fine ultimo della vita umana, le virtù e i vizi, dobbiamo trattare dello stesso Salvatore di tutti e dei benefici da lui offerti all’umanità» (III prologo). 
Seguono le questioni dedicate all’incarnazione del Verbo (1-26), alla vita terrena di Gesù Cristo (27-59), ai sacramenti che sono i benefici di Cristo che oggi ci rendono capaci di giungere alla salvezza, i sacramenti in generale (60-65) e poi in particolare, e cioè battesimo, eucaristia, penitenza (66-90). 

UN TESTO CAPITALE DELLA FEDE E DELLA CULTURA 
L’Opera si interrompe alla questione 90: il 6 dicembre 1273 Tommaso smette di scrivere, probabilmente in seguito a un fenomeno mistico cui accenna il suo confratello e segretario fra Reginaldo da Priverno. 
La Summa non è un enciclopedia o un dizionario dove il criterio organizzatore è l’alfabeto, non è neanche un catalogo, ma è un sistema architettonico che ha Dio come centro, principio e fine. È un monumento alla ragione e alla fede: alla capacità della ragione di esplorare i contenuti della fede; e alla fede per la sua capacità di illuminare il reale e di rendere ragione del senso del reale. 
È l’Opera più citata nei testi del Concilio Vaticano II, del pontificato di Giovanni Paolo II e nell’enciclica Evangelii Gaudium di Papa Francesco. Paolo VI la teneva sempre sul suo comodino, accanto al letto, e ogni giorno ne leggeva una pagina. È quindi un testo capitale della nostra fede e della nostra cultura. 

DA NON PERDERE 
Le Edizioni Studio Domenicano hanno meritoriamente pubblicato quest’anno una nuova edizione della Somma Teologica. Nonostante sia l’opera più lunga scritta da un unico autore, grazie a una carta speciale molto sottile, ma anche molto resistente, questa nuova edizione si compone solo di quattro volumi, per un totale di 5.616 pagine e uno spessore complessivo di 20 cm. Ogni pagina riporta il testo latino di san Tommaso in edizione critica e la traduzione italiana a fronte. 
Altre novità significative di questa edizione sono: la revisione integrale della traduzione italiana (in alcuni casi completamente rifatta); l’uso della forma interrogativa diretta per i titoli di ogni articolo (perché il genere letterario richiama quello delle questioni disputate, cioè di domande realmente poste nel corso di discussioni pubbliche); il prezzo di copertina molto contenuto, nonostante il numero di pagine e la carta costosa: molti benefattori hanno coperto generosamente alcuni costi importanti (il prezzo complessivo di tutti e quattro i volumi è di € 230,00; acquistando direttamente da http://www.edizionistudiodomenicano.it si può usufruire anche del 15% di sconto).

Nota di BastaBugie: un nostro caro amico, il prof. Antonio Livi, ci ha scritto un suo commento in merito a questo articolo: “Un solenne encomio a padre Carbone, direttore delle Edizioni Studio Domenicano, per quanto ha fatto in passato e fa adesso per far conoscere meglio la dottrina di san Tommaso d’Aquino. Il Vaticanol II, anche se molti non lo sanno, è l’unico concilio della Chiesa che ha indicato un teologo come modello della teologia ecclesiale, e questo è prorio Tommaso! Anni or sono la Mondadori pubblicò un mio libro su “Tommaso d’Aquino: il futuro del pensiero cristiano”, e quello che ho scritto allora è adesso di ancora maggiore attualità.”Titolo originale:

La Summa di S. TommasoFonte: Il Timone, Novembre 2014

Pubblicato su BastaBugie n. 381

http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3561

PERCHE’ SAN TOMMASO D’AQUINO NON COMPLETO’ LA SOMMA TEOLOGICA

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San tommaso D’Aquino in estasi

LETTERA AD AMICI DOMENICANI

Quesito

Scusi padre Angelo

Mi dice qualcosa in più sui motivi per i quali San Tommaso mai completò la Somma teologica?

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. non trovo di meglio che riportare parola per parola (fatta eccezione delle note) quanto ha scritto James Weisheipl, domenicano statunitense, in  Tommaso d’Aquino vita, pensiero, opere.
È una delle opere più apprezzate su san Tommaso per la precisione storica, per la sintesi del pensiero del Santo e anche per una breve presentazione di tutte le sue opere.
È edito dalla casa editrice Jaca Book.
Il capitoletto riportato si trova da p. 324 a p. 326.

2. Come si potrà osservare J. Weisheipl dice che le cause del mancato compimento della Somma Teologica furono di carattere fisico o psico fisico.
Sottolinea però anche la componente mistica.

3. Bartolomeo da Capua, di professione notaio, che aveva l’abitudine di presentare i fatti con molta precisione, molto stimato presso la corte di Napoli (era chiamato “Vir magnificus”) e che fu uno dei testimoni più autorevoli durante il processo di canonizzazione, riferisce che san Tommaso, celebrando la messa nel giorno di san Nicola del 1273, fu colpito da una mirabile trasformazione (fuit mira mutatione commotus) e da quel momento non scrisse più nulla.

4. Guglielmo di Tocco nella Positio per la canonizzazione di san Tommaso riprende le parole di Bartolomeo da Capua e parla di “mirabile trasformazione” (mira mutatio). Il che fa capire che la testimonianza deriva da Bartolomeo.
E scrive: “Si dice anche che, mentre si trovava a San Severino, nel castello della sorella, insieme al suo compagno di cui abbiamo già parlato e ad altri frati del suo Ordine, il nostro dottore sia rimasto in estasi per un periodo di tempo così lungo da sembrare del tutto privo di sensi.
Assai preoccupata, la sorella chiese al compagno che cosa tutt’a un tratto fosse accaduto a suo fratello. Le rispose: «Il maestro va spesso soggetto a questi rapimenti estatici quando è in contemplazione, ma non l’ho mai visto restare così a lungo privo di sensi come adesso».
Dopo un’ora, il suo compagno si avvicinò al maestro e, scuotendolo vigorosamente per il mantello, riuscì infine a destano dal sonno, per così dire, della contemplazione. 
Allora, sospirando, Tommaso gli confidò: «Reginaldo, figlio mio, te lo dico in segreto, ma ti proibisco di rivelarlo ad alcuno finché resterò in vita. Il mio scrivere è giunto al termine, mi sono state rivelate, infatti, cose tali al cui confronto ciò che ho scritto e insegnato mi sembra ben poca cosa (palea estè paglia); per questo confido nel mio Dio che, così come è giunta la fine del mio scrivere, giunga presto anche la fine della mia vita» (Gugliemo di Tocco, Storia di san Tommaso 47).

5. Pertanto dalle testimonianze del processo il silenzio di san Tommaso è legato alle sue estasi e in particolare a quella avuta durante la Messa celebrata nel giorno di San Nicola, 

santo del quale era particolarmente devoto.


Quello che finora aveva scritto o insegnato, in confronto di quello che aveva visto, è paglia”. Per questo non volle andare più avanti.

6. Di certo in quel momento San Tommaso ebbe una particolare visione di Dio.
San Tommaso ebbe frequenti visioni nella sua vita.
Ma questa, probabilmente, è stata la più cospicua.
Che si sia realizzato in tale visione quanto egli scrisse a proposito della preghiera?
Ecco che cosa San Tommaso aveva detto delle richieste da presentare a Dio: “Nella preghiera bisogna, prima di tutto, chiedere l’unione con Dio, sull’esempio del Salmista:

 ‘Una cosa sola chiedo al Signore, e questa domando: di abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita’ (Sal 26,4)” (Somma Teologica, II-II, 83, 1, ad 2). 
Aveva detto anche che “nella preghiera i santi chiedevano a Dio, senza reticenze, la beatitudine e tutto ciò che poteva meritarla loro: ‘Mostraci il tuo volto e saremo salvi’(Sal80,4); 

‘Guidami per la via dei tuoi comandamenti’ (Sal 118,35)” (Ib., II-II, 83, 5). 
Che non ci sia qui indirettamente un riferimento autobiografico nella linea dell’umiltà per la quale San Tommaso non parlò mai di se stesso?

7. Non è sbagliato pensare che in quel momento Dio gli abbia concesso di vedere il suo volto e che abbia avuto quella che i teologi  chiamano una “visione intellettuale” o di terzo cielo.
Una visione probabilmente simile a quella di cui parlò San Paolo quando scrisse: “So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare” (1 Cor 12,2-4).
Che questo mutismo di san Tommaso dopo quella estasi sia legato al fatto che anch’egli “udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare”?
Qualcuno lo ha pensato. E credo giustamente.

7. Ma ecco finalmente quando scrive James Weisheipl nell’opera citata alle pagine 324- 326:

Il crollo e l’ultimo viaggio (6 dicembre 1273 – 7 marzo 1274)

Le informazioni più complete sugli ultimi mesi della vita di Tommaso le abbiamo da
Bartolomeo da Capua, un laico che occupava il ruolo insigne di logotheta e protonotario al servizio del re e che sicuramente le aveva a sua volta ricevute da Reginaldo stesso, morto meno di trent’anni prima dell’inizio della causa di canonizzazione. Anche la biografia e la
testimonianza di Guglielmo di Tocco attinge per molte informazioni a questa fonte.
A detta di Bartolomeo, Tommaso si atteneva a un programma di vita molto severo. Ogni mattina appena alzato confessava i suoi peccati a Reginaldo e celebrava la Messa nella cappella di S. Nicola, servito da Reginaldo, alla presenza di almeno un laico, Nicola Fricia.
Subito dopo, come ringraziamento, Tommaso assisteva a una seconda Messa, detta di solito da Reginaldo, dopo di che iniziava le lezioni. «Lasciata la cattedra (di professore), egli si metteva a scrivere o dettare ai molti segretari fino all’ora di pranzo». Dopo il pranzo, andava a pregare nella sua cella fino all’ora della siesta, e poi riprendeva a scrivere e a
dettare. Dopo aver lavorato fino a notte inoltrata, passava lunghe ore raccolto in preghiera nella cappella di S. Nicola prima che i frati si alzassero per recitare il Mattutino; quando suonava la campana che chiamava tutti in cappella, egli ritornava velocemente in cella e
fingeva di alzarsi insieme agli altri. Sembra che dopo il Mattutino ritornasse un poco a letto.
I suoi confratelli, e anche altri in città, conoscevano bene questo suo ritmo di vita.

Il 6 dicembre, festa di S. Nicola, che era un mercoledì mattina, Tommaso si levò presto, come faceva di solito per celebrare la Messa festiva nella cappella di S. Nicola. Durante la celebrazione, egli fu improvvisamente colpito (commotus) da qualche cosa che lo sconvolse profondamente e provocò in lui un grande cambiamento (mira mutatione). «Dopo quella Messa egli non scrisse né dettò più nulla». E infatti egli «appese gli strumenti per scrivere» (alludendo agli ebrei che durante l’esilio avevano appeso i loro strumenti musicali) «giunto alla terza parte della Summa, al trattato sulla Penitenza». Quando Reginaldo si accorse che Tommaso aveva completamente mutato il ritmo che gli era proprio da oltre quindici anni, gli chiese: «Padre, perché hai messo da parte un lavoro così grandioso iniziato per lodare Dio e istruire il mondo?» Al che Tommaso si limitò a rispondere: «Reginaldo, non posso ». Ma Reginaldo, per timore che Tommaso avesse perso il suo equilibrio mentale per il troppo studio, insistette che egli continuasse a scrivere e riprendesse la vita di prima, semmai con un ritmo più lento. Ma più
Reginaldo insisteva, più Tommaso si spazientiva, finché replicò: «Reginaldo, non posso, perché tutto ciò che ho scritto è come paglia per me». Reginaldo fu sconcertato da questa
risposta. 

Ma Tommaso parlava sul serio; non ce la faceva più a continuare. Era fisicamente e intellettualmente incapace di proseguire. Non gli restava che pregare ed accettare la sua incapacità di lavorare. Verso la fine di dicembre o in gennaio, Tommaso manifestò il desiderio di fare visita a sua sorella, la contessa Teodora di San Severino. In compagnia di fra Reginaldo «con molta fatica si affrettò per recarsi da lei; ma quando arrivò e la contessa uscì per venirgli incontro, egli non riuscì quasi a proferire parola». Tommaso restò come stordito per tutti e tre i giorni trascorsi a San Severino. Secondo Bartolomeo, la contessa era

«molto preoccupata» e chiese a Reginaldo: «Che cos’ha fra Tommaso? È completamente fuori di sé (stupefactus) e quasi non mi ha rivolto la parola». Reginaldo rispose: 

«È in questo stato fin dal giorno della festa di S. Nicola, e da allora non ha più scritto nulla». AlloraReginaldo ricominciò a scongiurare Tommaso di dirgli perché si rifiutava 

di scrivere e perché era sempre così stralunato (stupefactus). Dopo tanta pressione e tanta insistenza,

Tommaso alla fine disse a Reginaldo: «Promettimi, in nome del Dio vivo e onnipotente e della tua fedeltà al nostro ordine, e dell’amore che nutri per me, che non rivelerai mai, finché sarò vivo, ciò che ti dirò. Tutto ciò che ho scritto è come paglia per me in confronto a ciò che ora mi è stato rivelato. A detta di Bartolomeo, che è più fedele all’episodio di quanto non sianoTocco, Gui o Calo, e che lo aveva sentito raccontare da Giovanni Giudice (che a sua volta lo aveva appreso da Reginaldo sul letto di morte), Tommaso addusse la stessa causa per la sua incapacità di scrivere in entrambe le occasioni, a Napoli come a San Severino: «Non posso;tutto ciò che ho scritto è come paglia». L’unica aggiunta da parte di Tocco, Gui e Calo è che Tommaso disse: «L’unica cosa che ora desidero è che Dio dopo aver posto fine alla mia opera di scrittore, possa presto porre termine anche alla mia vita». Tre giorni dopo, Tommaso e Reginaldo partirono da San Severino alla volta di Napoli, lasciando la contessa profondamente afflitta (multum desolata).Gli antichi cronisti e i testimoni del processo di canonizzazione non forniscono molti particolari sull’esperienza eccezionale avuta da Tommaso il 6 dicembre. Dal poco che si sa, si può tuttavia dedurre che il fatto presentava due aspetti: uno fisico e mentale e l’altro mistico. Dal punto di vista fisico si poteva trattare di un colpo apoplettico con conseguente lesione cerebrale oppure di una forma acuta di esaurimento psicofisico ed emotivo dovuto al troppo lavoro. Sebbene l’ipotesi di un colpo con lesione cerebrale dovuto a emorragia non si possa scartare, ci sembra più plausibile che il suo organismo avesse subito un crollo dopo tanti anni incessantemente dedicati al lavoro che egli amava. In questo caso non si sarebbe trattato di un esaurimento causato da una turba mentale, ansia e un mutamento emotivo della scala dei valori, per cui la Summa e i commenti aristotelici non apparivano più importanti. Altre conseguenze furono la difficoltà di parola e la perdita dell’abilità manuale e della capacità di camminare, dovute molto probabilmente alle lesioni provocate dall’emorragia cerebrale. Alla luce della divina provvidenza, un simile stato mentale e fisico si accompagna spesso a un’esperienza di tipo mistico, se non contemporanea all’insorgere della malattia, comunque parallela alla durata di questa. Nel caso di Tommaso i due aspetti potrebbero essere stati simultanei: ogni cosa da lui compiuta e per cui aveva lavorato gli sembrava «senza valore», «insignificante» e «come paglia». Le espressioni di per sé non sono necessariamente indice di un’esperienza mistica, in quanto è facile che siano frutto della condizione fisica stessa. Tuttavia, i biografi e gli agiografi vi scorgono l’espressione di una visione mistica da lui avuta. Il fatto essenziale è che dal 6 dicembre in poi Tommaso non poté più riprendere la Summa o i commenti ad Aristotele, neppure a un ritmo più rallentato. Inoltre non riusciva più ad insegnare né a scrivere, ma soltanto a pregare e a provvedere ai propri bisogni fisici. In altre parole l’esperienza particolare che egli aveva vissuto durante la Messa del 6 dicembre 1273 aveva decisamente un’origine di tipo fisico”.

://www.amicidomenicani.it/mi-dice-qualcosa-in-piu-sui-motivi-per-i-quali-tommaso-mai-completo-la-somma-teologica/

——————————————————————————————————————–A cura di I SANTI CRISTIANI

SAN TOMMASO D’AQUINO CASTISSIMO

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Perchè san Tommaso d’Aquino è cosa potente quando si tratta di perseguire la castità


Perchè san Tommaso d’Aquino è cosa potente quando si tratta di perseguire la castità.San Tommaso d’Aquino è potente perché nella sua vita ha ricevuto una grazia speciale di castità e di purezza ed è desideroso ora dal cielo condividerlo con altri.

San Tommaso d’Aquino è nato nel 1226, il più giovane figlio della famiglia dei conti di Aquino.
I suoi genitori avrebbero desiderato che diventasse un benedettino così da sperare che divenisse abate.
Ma all’età di diciotto anni Tommaso si unì ai Domenicani, un ordine che al momento era nuovo e non aveva prestigio sociale.

I suoi genitori reagirono con molta veemenza contro la sua decisione di diventare domenicano. Lo arrestarono e lo tennero prigioniero in uno dei castelli della famiglia. Non lo avrebbero liberato fino a quando non avesse ceduto.
Per un anno intero tentarono di convincerlo a cambiare idea. Tommaso si rifiutò di cedere e si dedicò invece tranquillamente allo studio della Bibbia. 

Infine, stanchi di aspettare, i fratelli di San Tommaso concepirono un ultimo piano. Erano certi che, corrotto nella purezza, avrebbe sicuramente abbandonato la sua vocazione religiosa.
Così una sera introdussero una giovane bellissima e vestita in maniera provocatoria nella stanza dove San Tommaso era detenuto per fargli perdere la purezza. 

Ma il piano non funzionò come previsto. Immediatamente, San Tommaso afferrò un tizzone acceso dal focolare, spinse la giovane fuori dalla stanza, sbattendo la porta dietro di sé, e tracciò il segno della croce sulla porta con il marchio rovente.

Poi cadde in ginocchio con lacrime di ringraziamento e pregò per conservare la purezza nella castità e poter vivere la vita religiosa.

Secondo i documenti della sua canonizzazione, Tommaso subito cadde in un sonno mistico ed ebbe una visione. Due angeli vennero dal cielo e gli legarono una corda, un cingolo, attorno alla vita dicendo: “In nome di Dio, noi ti cingiamo la veste con il cingolo di castità, un cingolo che nessun attacco mai distruggerà”.
Nei documenti della sua canonizzazione, molti testimoni che avevano conosciuto San Tommaso in diversi momenti della sua vita, hanno parlato del suo grado eminente di purezza e di castità.

Questa purezza perenne nobilitò tutti i suoi pensieri e le sue azioni. 

Papa Pio XI ha scritto: “Se San Tommaso non fosse stato vittorioso, quando la sua castità era in pericolo, è molto probabile che la Chiesa non avrebbe mai avuto il suo Dottore Angelico”.

Al termine della sua vita San Tommaso ha rivelato di aver effettivamente ricevuto una grazia speciale di castità e purezza, una grazia che ora è desideroso di condividere con gli altri attraverso la comunione dei santi.

SAN TOMMASIO D’AQUINO 28 GENNAIO

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San Tommaso d’Aquino Sacerdote e dottore della Chiesa

28 gennaio (e 7 marzo)

Roccasecca, Frosinone, 1225 circa – Fossanova, Latina, 7 marzo 1274

Domenicano (1244), formatosi nel monastero di Montecassino e nelle grandi scuole del tempo, e divenuto maestro negli studi di Parigi, Orvieto, Roma, Viterbo e Napoli, impresse al suo insegnamento un orientamento originale e sapientemente innovatore. Affidò a molti scritti impegnati e specialmente alla celebre ‘Summa’ la sistemazione geniale della dottrina filosofica e teologica raccolta dalla tradizione. Ha esercitato un influsso determinante sull’indirizzo del pensiero filosofico e della ricerca teologica nelle scuole dei secoli seguenti. (Mess. Rom.)Patronato: Teologi, Accademici, Librai, Scolari, StudentiEtimologia: Tommaso = gemello, dall’ebraicoEmblema: Bue, StellaMartirologio Romano: Memoria di san Tommaso d’Aquino, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e dottore della Chiesa, che, dotato di grandissimi doni d’intelletto, trasmise agli altri con discorsi e scritti la sua straordinaria sapienza. Invitato dal beato papa Gregorio X a partecipare al secondo Concilio Ecumenico di Lione, morì il 7 marzo lungo il viaggio nel monastero di Fossanova nel Lazio e dopo molti anni il suo corpo fu in questo giorno traslato a Tolosa.(7 marzo: Nel monastero cistercense di Fossanova nel Lazio, transito di san Tommaso d’Aquino, la cui memoria si celebra il 28 gennaio). San Tommaso, figlio dei conti d’Aquino, nacque a Roccasecca nel 1225. Sin dalla tenera età fu inviato come oblato nell’Abbazia di Montecassino. Il suo destino era di divenire o politico o cardinale, o ancora Abate della stessa Abbazia; ma quando le frequenti guerre combattute tra il Papa e l’Imperatore portarono a un degrado dell’Abbazia, la sua famiglia decise di spostarlo a Napoli dove avrebbe potuto continuare i suoi studi all’università.A Napoli incontra Aristotele
Nella città partenopea conobbe sia gli scritti di Aristotele, dei quali intuì il valore, sia i frati predicatori dell’ordine domenicano, rimanendo folgorato dal loro stile di vita. Così, nel 1244, entrò a far parte dell’ordine domenicano e fu inviato dai superiori a continuare gli studi a Parigi.
Ma la famiglia non vide di buon occhio la scelta di entrare a far parte di un ordine mendicante e tentò di ostacolarla in ogni modo, tanto da bloccarlo nel viaggio verso Parigi e costringerlo con la forza a tornare al castello di Roccasecca.
Lì fu rinchiuso per un anno, nel quale riuscì a resistere alle pressioni della famiglia che tentava con ogni mezzo di dissuaderlo, ma infine, arresisi i familiari, riuscì a ritornare in convento a Napoli.Gli anni della docenza e della produzione teologica
I suoi superiori decisero di inviarlo nuovamente Oltralpe, questa volta non più a Parigi ma a Colonia dove divenne allievo di Alberto Magno. Si narra che per il suo carattere taciturno e la sua corpulenza fu soprannominato “bue muto” e che durante una disputa affrontata, Alberto Magno esclamò: “Sì, egli è un bue, ma un giorno i muggiti della sua dottrina saranno uditi in tutto il mondo”.
Nel 1256, dopo essere stato ordinato sacerdote, iniziò la carriera accademica nell’Università di Parigi divenendo un professore a pieno titolo. Il suo magistero durò fino al 1259, poiché, dopo un triennio, il professore doveva cedere la cattedra a un altro membro dell’ordine. In questo periodo scrisse varie opere e iniziò anche la Summa Contra Gentiles.Ritornò a Napoli, poi fu trasferito ad Anagni e da lì ad Orvieto, dove ricevette vari incarichi da Papa Urbano IV, che aveva posto lì la sua residenza, tra cui il comporre la liturgia dell’istituita da poco festa del Corpus Domini e fu in questa occasione che compose il celebre inno Pange Lingua. In questo periodo d’intensa attività riuscì a portare a termine la Summa Contra Gentiles e iniziare a scrivere la Prima Pars della Summa Theologiae, che decise di scrivere poiché si era accorto che molti frati non erano pronti per lo studio della teologia.
Dopo aver rifiutato nel 1267 l’arcivescovado a Napoli, nel 1268 fu richiamato a Parigi. Era un fatto raro che si chiamasse a riprendere la cattedra, un maestro che l’aveva lasciata, ma serviva una figura in grado di placare i contrasti nati all’interno dall’università tra i sostenitori del pensiero aristotelico, filtrato dall’interpretazione averroista, e coloro che si opponevano all’introduzione di quest’ultimo nella teologia.
San Tommaso si trovò, quindi, in contrasto sia con i primi sia con i secondi, in quanto secondo lui Aristotele andava valorizzato in senso cattolico e sarebbe stato fondamentale nel futuro della teologia. In questo secondo triennio, portò a termine la Secunda Pars della Summa Theologiae.

La fine prematura
Completato il suo secondo magistero, tornò a Napoli e ricevette l’incarico di reggente degli studi nello “studium generale” dei domenicani. In questo periodo iniziò la Tertia Pars della Summa Theologiae che portò a buon punto, ma non terminò.
I suoi primi biografi affermano che la causa di quest’interruzione fu un qualcosa che lo colpì profondamente durante la celebrazione della messa del 6 dicembre del 1273, avvenimento che era stato preceduto da un colloquio che aveva avuto con Cristo mentre era in adorazione del crocifisso in una cappella della Basilica di San Domenico.
Nel 1274, nonostante la sua ormai cagionevole condizione di salute, partì per il Concilio di Lione invitato da Papa Gregorio IX. Il viaggio durò poco e si interruppe a Maenza, nella diocesi di Terracina; lì san Tommaso si dovette fermare perché ammalato e, giacché la sua condizione non migliorava, fu trasferito nell’abbazia di Fossanova, nella quale morì il 7 marzo.
San Tommaso fu canonizzato nel 1323 da Papa Giovanni XXII, che, a chi gli faceva presente che l’autore della non avesse compiuto grandi miracoli, rispondeva: «Quante proposizioni teologiche scrisse, tanti miracoli fece».

Autore: Mario Bernardi

Fonte: Radici Cristiane

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SAN TOMMASO D’AQUINO

Quando papa Giovanni XXII nel 1323, iscrisse Tommaso d’Aquino nell’Albo dei Santi, a quanti obiettavano che egli non aveva compiuto grandi prodigi, né in vita né dopo morto, il papa rispose con una famosa frase: “Quante proposizioni teologiche scrisse, tanti miracoli fece”.
E questo, è il riconoscimento più grande che si potesse dare al grande teologo e Dottore della Chiesa, che con la sua “Summa teologica”, diede sistematicamente un fondamento scientifico, filosofico e teologico alla dottrina cristiana. 

Origini, oblato a Montecassino, studente a Napoli
Tommaso, nacque all’incirca nel 1225 nel castello di Roccasecca (Frosinone) nel Basso Lazio, che faceva parte del feudo dei conti d’Aquino; il padre Landolfo, era di origine longobarda e vedovo con tre figli, aveva sposato in seconde nozze Teodora, napoletana di origine normanna; dalla loro unione nacquero nove figli, quattro maschi e cinque femmine, dei quali Tommaso era l’ultimo dei maschi. 
Secondo il costume dell’epoca, il bimbo a cinque anni, fu mandato come “oblato” nell’Abbazia di Montecassino; l’oblatura non contemplava che il ragazzo, giunto alla maggiore età, diventasse necessariamente un monaco, ma era semplicemente una preparazione, che rendeva i candidati idonei a tale scelta. 
Verso i 14 anni, Tommaso che si trovava molto bene nell’abbazia, fu costretto a lasciarla, perché nel 1239 fu occupata militarmente dall’imperatore Federico II, allora in contrasto con il papa Gregorio IX, e che mandò via tutti i monaci, tranne otto di origine locale, riducendone così la funzionalità; l’abate accompagnò personalmente l’adolescente Tommaso dai genitori, raccomandando loro di farlo studiare presso l’Università di Napoli, allora sotto la giurisdizione dell’imperatore. 
A Napoli frequentò il corso delle Arti liberali, ed ebbe l’opportunità di conoscere alcuni scritti di Aristotele, allora proibiti nelle Facoltà ecclesiastiche, intuendone il grande valore. 

Domenicano; incomprensioni della famiglia
Inoltre conobbe nel vicino convento di San Domenico, i frati Predicatori e ne restò conquistato per il loro stile di vita e per la loro profonda predicazione; aveva quasi 20 anni, quando decise di entrare nel 1244 nell’Ordine Domenicano; i suoi superiori intuito il talento del giovane, decisero di mandarlo a Parigi per completare gli studi. 
Intanto i suoi familiari, specie la madre Teodora rimasta vedova, che sperava in lui per condurre gli affari del casato, rimasero di stucco per questa scelta; pertanto la castellana di Roccasecca, chiese all’imperatore che si trovava in Toscana, di dare una scorta ai figli, che erano allora al suo servizio, affinché questi potessero bloccare Tommaso, già in viaggio verso Parigi. 
I fratelli poterono così fermarlo e riportarlo verso casa, sostando prima nel castello paterno di Monte San Giovanni, dove Tommaso fu chiuso in una cella; il sequestro durò complessivamente un anno; i familiari nel contempo, cercarono in tutti i modi di farlo desistere da quella scelta, ritenuta non consona alla dignità della casata. 
Arrivarono perfino ad introdurre una sera, una bellissima ragazza nella cella, per tentarlo nella castità; ma Tommaso di solito pacifico, perse la pazienza e con un tizzone ardente in mano, la fece fuggire via. La castità del giovane domenicano era proverbiale, tanto da meritare in seguito il titolo di “Dottore Angelico”. 
Su questa situazione, i racconti della “Vita” divergono. Alcuni dicono che papa Innocenzo IV, informato dai preoccupati Domenicani, chiese all’imperatore di liberarlo e così Tommaso tornò a casa; altri dicono che Tommaso riuscì a fuggire; altri che Tommaso, ricondotto a casa della madre – la quale non riusciva ad accettare che un suo figlio facesse parte di un Ordine “mendicante” – resistette a tutti i tentativi fatti per distoglierlo; dopo un po’ anche la sorella Marotta, passò dalla sua parte e in seguito diventò monaca e badessa nel monastero di Santa Maria a Capua. Infine anche la madre si convinse, permettendo ai domenicani di far visita al figlio e, dopo un anno di quella situazione. lo lasciò finalmente partire.

Studente a Colonia con s. Alberto Magno
Ritornato a Napoli, il Superiore Generale, Giovanni il Teutonico, ritenne opportuno anche questa volta, di trasferirlo all’estero per approfondire gli studi; dopo una sosta a Roma, Tommaso fu mandato a Colonia dove insegnava sant’Alberto Magno (1193-1280), domenicano, filosofo e teologo, vero iniziatore dell’aristotelismo medioevale nel mondo latino e uomo di cultura enciclopedica. 
Tommaso divenne suo discepolo per quasi cinque anni, dal 1248 al 1252; si instaurò così una feconda convivenza tra due geni della cultura; risale a questo periodo l’offerta fattagli da papa Innocenzo IV di rivestire la carica di abate di Montecassino, succedendo al defunto abate Stefano II, ma Tommaso che nei suoi principi rifuggiva da ogni carica nella Chiesa, che potesse coinvolgerlo in affari temporali, rifiutò decisamente, anche perché amava oltremodo restare nell’Ordine Domenicano. 
A Colonia per il suo atteggiamento silenzioso, fu soprannominato dai compagni di studi “il bue muto”, riferendosi anche alla sua corpulenza; s. Alberto Magno venuto in possesso di alcuni appunti di Tommaso, su una difficile questione teologica discussa in una lezione, dopo averli letti, decise di far sostenere allo studente italiano una disputa, che Tommaso seppe affrontare e svolgere con intelligenza. 
Stupito, il Maestro davanti a tutti esclamò: “Noi lo chiamiamo bue muto, ma egli con la sua dottrina emetterà un muggito che risuonerà in tutto il mondo”. 

Sacerdote; Insegnante all’Università di Parigi; Dottore in Teologia
Nel 1252, da poco ordinato sacerdote, Tommaso d’Aquino, fu indicato dal suo grande maestro ed estimatore s. Alberto, quale candidato alla Cattedra di “baccalarius biblicus” all’Università di Parigi, rispondendo così ad una richiesta del Generale dell’Ordine, Giovanni di Wildeshauen. 
Tommaso aveva appena 27 anni e si ritrovò ad insegnare a Parigi sotto il Maestro Elia Brunet, preparandosi nel contempo al dottorato in Teologia. 
Ogni Ordine religioso aveva diritto a due cattedre, una per gli studenti della provincia francese e l’altra per quelli di tutte le altre province europee; Tommaso fu destinato ad essere “maestro degli stranieri”. 
Ma la situazione all’Università parigina non era tranquilla in quel tempo; i professori parigini del clero secolare, erano in lotta contro i colleghi degli Ordini mendicanti, scientificamente più preparati, ma considerati degli intrusi nel mondo universitario; e quando nel 1255-56, Tommaso divenne Dottore in Teologia a 31 anni, gli scontri fra Domenicani e clero secolare, impedirono che potesse salire in cattedra per insegnare; in questo periodo Tommaso difese i diritti degli Ordini religiosi all’insegnamento, con un celebre e polemico scritto: “Contra impugnantes”; ma furono necessari vari interventi del papa Alessandro IV, affinché la situazione si sbloccasse in suo favore. 
Nell’ottobre 1256 poté tenere la sua prima lezione, grazie al cancelliere di Notre-Dame, Americo da Veire, ma passò ancora altro tempo, affinché il professore italiano fosse formalmente accettato nel Corpo Accademico dell’Università. 
Già con il commento alle “Sentenze” di Pietro Lombardo, si era guadagnato il favore e l’ammirazione degli studenti; l’insegnamento di Tommaso era nuovo; professore in Sacra Scrittura, organizzava in modo insolito l’argomento con nuovi metodi di prova, nuovi esempi per arrivare alla conclusione; egli era uno spirito aperto e libero, fedele alla dottrina della Chiesa e innovatore allo stesso tempo. 
“Già sin d’allora, egli divideva il suo insegnamento secondo un suo schema fondamentale, che contemplava tutta la creazione, che, uscita dalle mani di Dio, vi faceva ora ritorno per rituffarsi nel suo amore” (Enrico Pepe, Martiri e Santi, Città Nuova, 2002). 
A Parigi, Tommaso d’Aquino, dietro invito di s. Raimondo di Peñafort, già Generale dell’Ordine Domenicano, iniziò a scrivere un trattato teologico, intitolato “Summa contra Gentiles”, per dare un valido ausilio ai missionari, che si preparavano per predicare in quei luoghi, dove vi era una forte presenza di ebrei e musulmani. 

Il ritorno in Italia; collaboratore di pontefici
All’Università di Parigi, Tommaso rimase per tre anni; nel 1259 fu richiamato in Italia dove continuò a predicare ed insegnare, prima a Napoli nel convento culla della sua vocazione, poi ad Anagni dov’era la curia pontificia (1259-1261), poi ad Orvieto (1261-1265), dove il papa Urbano IV fissò la sua residenza dal 1262 al 1264. 
Il pontefice si avvalse dell’opera dell’ormai famoso teologo, residente nella stessa città umbra; Tommaso collaborò così alla compilazione della “Catena aurea” (commento continuo ai quattro Vangeli) e sempre su richiesta del papa, impegnato in trattative con la Chiesa Orientale, Tommaso approfondì la sua conoscenza della teologia greca, procurandosi le traduzioni in latino dei padri greci e quindi scrisse un trattato “Contra errores Graecorum”, che per molti secoli esercitò un influsso positivo nei rapporti ecumenici. 
Sempre nel periodo trascorso ad Orvieto, Tommaso ebbe dal papa l’incarico di scrivere la liturgia e gli inni della festa del Corpus Domini, istituita l’8 settembre 1264, a seguito del miracolo eucaristico, avvenuto nella vicina Bolsena nel 1263, quando il sacerdote boemo Pietro da Praga, che nutriva dubbi sulla transustanziazione, vide stillare copioso sangue, dall’ostia consacrata che aveva fra le mani, bagnando il corporale, i lini e il pavimento. 
Fra gli inni composti da Tommaso d’Aquino, dove il grande teologo profuse tutto il suo spirito poetico e mistico, da vero cantore dell’Eucaristia, c’è il famoso “Pange, lingua, gloriosi Corporis mysterium”, di cui due strofe inizianti con “Tantum ergo”, si cantano da allora ogni volta che si impartisce la benedizione col SS. Sacramento. 
Nel 1265 fu trasferito a Roma, a dirigere lo “Studium generale” dell’Ordine Domenicano, che aveva sede nel convento di Santa Sabina; nei circa due anni trascorsi a Roma, Tommaso ebbe il compito di organizzare i corsi di teologia per gli studenti della Provincia Romana dei Domenicani. 

La “Summa theologiae”; affiancato da p. Reginaldo
A Roma, si rese conto che non tutti gli allievi erano preparati per un corso teologico troppo impegnativo, quindi cominciò a scrivere per loro una “Summa theologiae”, per “presentare le cose che riguardano la religione cristiana, in un modo che sia adatto all’istruzione dei principianti”. 
La grande opera teologica, che gli darà fama in tutti i secoli successivi, fu divisa in uno schema a lui caro, in tre parti: la prima tratta di Dio uno e trino e della “processione di tutte le creature da Lui”; la seconda parla del “movimento delle creature razionali verso Dio”; la terza presenta Gesù “che come uomo è la via attraverso cui torniamo a Dio”. L’opera iniziata a Roma nel 1267 e continuata per ben sette anni, fu interrotta improvvisamente il 6 dicembre 1273 a Napoli, tre mesi prima di morire. 
Intanto Tommaso d’Aquino, per i suoi continui trasferimenti, non poteva più vivere una vita di comunità, secondo il carisma di s. Domenico di Guzman e ciò gli procurava difficoltà; i suoi superiori pensarono allora di affiancargli un frate di grande valore, sacerdote e lettore in teologia, fra Reginaldo da Piperno; questi ebbe l’incarico di assisterlo in ogni necessità, seguendolo ovunque, confessandolo, servendogli la Messa, ascoltandolo e consigliandolo; in altre parole i due domenicani vennero a costituire una piccola comunità, dove potevano quotidianamente confrontarsi. 
Nel 1267, Tommaso dovette mettersi di nuovo in viaggio per raggiungere a Viterbo papa Clemente IV, suo grande amico, che lo volle collaboratore nella nuova residenza papale; il pontefice lo voleva poi come arcivescovo di Napoli, ma egli decisamente rifiutò. 

Per tre anni di nuovo a Parigi e poi ritorno a Napoli
Nel decennio trascorso in Italia, in varie località, Tommaso compose molte opere, fra le quali, oltre quelle già menzionate prima, anche “De unitate intellectus”; “De Redimine principum” (trattato politico, rimasto incompiuto); le “Quaestiones disputatae, ‘De potentia’ e ‘De anima’” e buona parte del suo capolavoro, la già citata “Summa teologica”, il testo che avrebbe ispirato la teologia cattolica fino ai nostri tempi. 
All’inizio del 1269 fu richiamato di nuovo a Parigi, dove all’Università era ripreso il contrasto fra i maestri secolari e i maestri degli Ordini mendicanti; occorreva la presenza di un teologo di valore per sedare gli animi. 
A Parigi, Tommaso, oltre che continuare a scrivere le sue opere, ben cinque, e la continuazione della Summa, dovette confutare con altri celebri scritti, gli avversari degli Ordini mendicanti da un lato e dall’altro difendere il proprio aristotelismo nei confronti dei Francescani, fedeli al neoplatonismo agostiniano, e soprattutto confutò alcuni errori dottrinari, dall’averroismo, alle tesi eterodosse di Sigieri di Brabante sull’origine del mondo, sull’anima umana e sul libero arbitrio. 
Nel 1272 ritornò in Italia, a Napoli, facendo sosta a Montecassino, Roccasecca, Molara; Ceccano; nella capitale organizzò, su richiesta di Carlo I d’Angiò, un nuovo “Studium generale” dell’Ordine Domenicano, insegnando per due anni al convento di San Domenico, il cui Studio teologico era incorporato all’Università. 
Qui intraprese la stesura della terza parte della Summa, rimasta interrotta e completata dopo la sua morte dal fedele collaboratore fra Reginaldo, che utilizzò la dottrina di altri suoi trattati, trasferendone i dovuti paragrafi. 

L’interruzione radicale del suo scrivere
Tommaso aveva goduto sempre di ottima salute e di un’eccezionale capacità di lavoro; la sua giornata iniziava al mattino presto, si confessava a Reginaldo, celebrava la Messa e poi la serviva al suo collaboratore; il resto della mattinata trascorreva fra le lezioni agli studenti e segretari e il prosieguo dei suoi studi; altrettanto faceva nelle ore pomeridiane dopo il pranzo e la preghiera, di notte continuava a studiare, poi prima dell’alba si recava in chiesa per pregare, avendo l’accortezza di mettersi a letto un po’ prima della sveglia per non farsi notare dai confratelli. 
Ma il 6 dicembre 1273 gli accadde un fatto strano, mentre celebrava la Messa, qualcosa lo colpì nel profondo del suo essere, perché da quel giorno la sua vita cambiò ritmo e non volle più scrivere né dettare altro. 
Ci furono vari tentativi da parte di padre Reginaldo, di fargli dire o confidare il motivo di tale svolta; solo più tardi Tommaso gli disse: “Reginaldo, non posso, perché tutto quello che ho scritto è come paglia per me, in confronto a ciò che ora mi è stato rivelato”, aggiungendo: “L’unica cosa che ora desidero, è che Dio dopo aver posto fine alla mia opera di scrittore, possa presto porre termine anche alla mia vita”. 
Anche il suo fisico risentì di quanto gli era accaduto quel 6 dicembre, non solo smise di scrivere, ma riusciva solo a pregare e a svolgere le attività fisiche più elementari. 

I doni mistici
La rivelazione interiore che l’aveva trasformato, era stata preceduta, secondo quanto narrano i suoi primi biografi, da un mistico colloquio con Gesù; infatti mentre una notte era in preghiera davanti al Crocifisso (oggi venerato nell’omonima Cappella, della grandiosa Basilica di S. Domenico in Napoli), egli si sentì dire “Tommaso, tu hai scritto bene di me. Che ricompensa vuoi?” e lui rispose: “Nient’altro che te, Signore”. 
Ed ecco che quella mattina di dicembre, Gesù Crocifisso lo assimilò a sé, il “bue muto di Sicilia” che fino allora aveva sbalordito il mondo con il muggito della sua intelligenza, si ritrovò come l’ultimo degli uomini, un servo inutile che aveva trascorso la vita ammucchiando paglia, di fronte alla sapienza e grandezza di Dio, di cui aveva avuto sentore. 
Il suo misticismo, è forse poco conosciuto, abbagliati come si è dalla grandezza delle sue opere teologiche; celebrava la Messa ogni giorno, ma era così intensa la sua partecipazione, che un giorno a Salerno fu visto levitare da terra. 
Le sue tante visioni hanno ispirato ai pittori un attributo, è spesso raffigurato nei suoi ritratti, con una luce raggiata sul petto o sulla spalla. 

Sempre più ammalato; in viaggio per Lione
Con l’intento di staccarsi dall’ambiente del suo convento napoletano, che gli ricordava continuamente studi e libri, in compagnia di Reginaldo, si recò a far visita ad una sorella, contessa Teodora di San Severino; ma il soggiorno fu sconcertante, Tommaso assorto in una sua interiore estasi, non riuscì quasi a proferire parola, tanto che la sorella dispiaciuta, pensò che avesse perduto la testa e nei tre giorni trascorsi al castello, fu circondato da cure affettuose. 
Ritornò poi a Napoli, restandovi per qualche settimana ammalato; durante la malattia, due religiosi videro una grande stella entrare dalla finestra e posarsi per un attimo sul capo dell’ammalato e poi scomparire di nuovo, così come era venuta. 
Intanto nel 1274, dalla Francia papa Gregorio X, ignaro delle sue condizioni di salute, lo invitò a partecipare al Concilio di Lione, indetto per promuovere l’unione fra Roma e l’Oriente; Tommaso volle ancora una volta obbedire, pur essendo cosciente delle difficoltà per lui di intraprendere un viaggio così lungo. 
Partì in gennaio, accompagnato da un gruppetto di frati domenicani e da Reginaldo, che sperava sempre in una ripresa del suo maestro; a complicare le cose, lungo il viaggio ci fu un incidente, scendendo da Teano, Tommaso si ferì il capo urtando contro un albero rovesciato. 
Giunti presso il castello di Maenza, dove viveva la nipote Francesca, la comitiva si fermò per qualche giorno, per permettere a Tommaso di riprendere le forze, qui si ammalò nuovamente, perdendo anche l’appetito; si sa che quando i frati per invogliarlo a mangiare gli chiesero cosa desiderasse, egli rispose: “le alici”, come quelle che aveva mangiato anni prima in Francia. 

La sua fine nell’abbazia di Fossanova
Tutte le cure furono inutili, sentendo approssimarsi la fine, Tommaso chiese di essere portato nella vicina abbazia di Fossanova, dove i monaci cistercensi l’accolsero con delicata ospitalità; giunto all’abbazia nel mese di febbraio, restò ammalato per circa un mese. 
Prossimo alla fine, tre giorni prima volle ricevere gli ultimi sacramenti, fece la confessione generale a Reginaldo, e quando l’abate Teobaldo gli portò la Comunione, attorniato dai monaci e amici dei dintorni, Tommaso disse alcuni concetti sulla presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, concludendo: “Ho molto scritto ed insegnato su questo Corpo Sacratissimo e sugli altri sacramenti, secondo la mia fede in Cristo e nella Santa Romana Chiesa, al cui giudizio sottopongo tutta la mia dottrina”. 
Il mattino del 7 marzo 1274, il grande teologo morì, a soli 49 anni; aveva scritto più di 40 volumi. 

Il suo insegnamento teologico
La sua vita fu interamente dedicata allo studio e all’insegnamento; la sua produzione fu immensa; due vastissime “Summae”, commenti a quasi tutte le opere aristoteliche, opere di esegesi biblica, commentari a Pietro Lombardo, a Boezio e a Dionigi l’Areopagita , 510 “Questiones disputatae”, 12 “Quodlibera”, oltre 40 opuscoli. 
Tommaso scriveva per i suoi studenti, perciò il suo linguaggio era chiaro e convincente, il discorso si svolgeva secondo le esigenze didattiche, senza lasciare zone d’ombra, concetti non ben definiti o non precisati. 
Egli si rifaceva anche nello stile al modello aristotelico, e rimproverava ai platonici il loro linguaggio troppo simbolico e metafisico. 
Ciò nonostante alcune tesi di Tommaso d’Aquino, così radicalmente innovatrici, fecero scalpore e suscitarono le più vivaci reazioni da parte dei teologi contemporanei; s. Alberto Magno intervenne più volte in favore del suo antico discepolo, nonostante ciò nel 1277 si arrivò alla condanna da parte del vescovo E. Tempier a Parigi, e a Oxford, sotto la pressione dell’arcivescovo di Canterbury, R. Kilwardby; le condanne furono ribadite nel 1284 e nel 1286 dal successivo arcivescovo J. Peckham. 
L’Ordine Domenicano, si impegnò nella difesa del suo più grande maestro e nel 1278 dichiarò il “Tomismo” dottrina ufficiale dell’Ordine. Ma la condanna fu abrogata solo nel 1325, due anni dopo che papa Giovanni XXII ad Avignone, l’aveva proclamato santo il 18 luglio 1323. 

Il suo culto
Nel 1567 s. Tommaso d’Aquino fu proclamato Dottore della Chiesa e il 4 agosto 1880, patrono delle scuole e università cattoliche. 
La sua festa liturgica, da secoli fissata al 7 marzo, giorno del suo decesso, dopo il Concilio Vaticano II, che ha raccomandato di spostare le feste liturgiche dei santi dal periodo quaresimale e pasquale, è stata spostata al 28 gennaio, data della traslazione del 1369. 
Le sue reliquie sono venerate in vari luoghi, a seguito dei trasferimenti parziali dei suoi resti, inizialmente sepolti nella chiesa dell’abbazia di Fossanova, presso l’altare maggiore e poi per alterne vicende e richieste autorevoli, smembrati nel tempo; sono venerate a Fossanova, nel Duomo della vicina Priverno, nella chiesa di Saint-Sermain a Tolosa in Francia, portate lì nel 1369 dai Domenicani, su autorizzazione di papa Urbano V, e poi altre a San Severino, su richiesta dalla sorella Teodora e da lì trasferite poi a Salerno; altre reliquie si trovano nell’antico convento dei Domenicani di Napoli e nel Duomo della città. 
A chiusura di questa necessariamente incompleta scheda, si riporta il bellissimo inno eucaristico, dove san Tommaso profuse tutto il suo amore e la fede nel mistero dell’Eucaristia. 

“Pange lingua” (Traduzione italiana) 

Canta, o mia lingua, 
il mistero del corpo glorioso
e del sangue prezioso
che il Re delle nazioni, 
frutto benedetto di un grembo generoso, 
sparse per il riscatto del mondo. 

Si è dato a noi, nascendo per noi
da una Vergine purissima, 
visse nel mondo spargendo
il seme della sua parola
e chiuse in modo mirabile
il tempo della sua dimora quaggiù. 

Nella notte dell’ultima Cena, 
sedendo a mensa con i suoi fratelli, 
dopo aver osservato pienamente
le prescrizioni della legge, 
si diede in cibo agli apostoli
con le proprie mani. 

Il Verbo fatto carne cambia con la sua parola
il pane vero nella sua carne
e il vino nel suo sangue, 
e se i sensi vengono meno, 
la fede basta per rassicurare
un cuore sincero. 

Adoriamo, dunque, prostrati
un sì gran sacramento; 
l’antica legge
ceda alla nuova, 
e la fede supplisca
al difetto dei nostri sensi. 

Gloria e lode, 
salute, onore, 
potenza e benedizione
al Padre e al Figlio: 
pari lode sia allo Spirito Santo, 
che procede da entrambi. 

Amen.


Autore: Antonio Borrelli

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A cura di I SANTI CRISTIANI

SAN TOMMASO D’ACQUINO DOTTORE DELLA CHIESA

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28 GENNAIO 2018

San Tommaso d'Aquino, dottore della Chiesa

San Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa

“Sebbene la verità della fede cristiana superi la capacità della ragione, tuttavia i principi naturali della ragione non possono essere in contrasto con codesta verità”, insegnava san Tommaso d’Aquino (1225-1274), il Doctor Angelicus come lo chiamarono i suoi contemporanei.“Sebbene la verità della fede cristiana superi la capacità della ragione, tuttavia i principi naturali della ragione non possono essere in contrasto con codesta verità”, insegnava san Tommaso d’Aquino (1225-1274), il Doctor Angelicus come lo chiamarono i suoi contemporanei, l’esempio più alto della fiducia che la Scolastica medievale riponeva nella ragione umana, che insieme alla fede è dono di Dio e perciò l’una non può contraddire l’altra. La sua vastissima opera filosofica e teologica contiene gran parte delle fondamenta della fede cattolica e da quanto detto si comprende perché Tommaso sia, dopo sant’Agostino, lo scrittore ecclesiastico più citato nel Catechismo. Nel 1567 fu proclamato dottore della Chiesa da san Pio V, che dispose l’insegnamento della sua Somma Teologica nelle università, senza dimenticare che anche il concilio Vaticano II ha raccomandato lo studio del suo pensiero in due documenti, di cui uno sulla formazione dei sacerdoti, chiamati ad approfondire i misteri della salvezza “avendo san Tommaso per maestro”.Tommaso nacque nell’odierno territorio di Roccasecca (nel Lazio) dai conti d’Aquino, che a cinque anni lo inviarono all’abbazia di Montecassino, dove fu educato per qualche tempo prima di essere trasferito a Napoli per le vicissitudini legate a quel monastero. Nella città campana frequentò l’università e conobbe i domenicani, rimanendone colpito. Entrò così nel nuovo Ordine mendicante e nel 1244 ne vestì l’abito, suscitando la reazione dei familiari che per farlo desistere arrivarono a segregarlo nel castello di famiglia, fino a quando Tommaso, fermo nella sua volontà, fu libero (sul come esistono più versioni) di seguire il cammino intrapreso.Una tappa decisiva nella sua formazione fu il soggiorno a Colonia, dove nel 1248 i domenicani avevano creato uno Studio teologico sotto la guida di Alberto Magno, che ne profetizzerà la grandezza. Il giovane Tommaso assimilò gli insegnamenti del maestro, incentrati sull’armonia tra scienza e fede. Alla scuola di Alberto, iniziò lo studio approfondito del pensiero di Aristotele, da alcuni osteggiato per l’interpretazione diffusa dagli averroisti, e negli anni ne divenne il più grande commentatore (un confratello lo aiutò a tradurre i testi direttamente dal greco), distinguendo tra ciò che era contrario alla ragione e ciò che invece il grande filosofo precristiano aveva correttamente insegnato. Da questo accordo tra una retta filosofia e la fede, Tommaso comprese che “la filosofia elaborata senza conoscenza di Cristo quasi aspettava la luce di Gesù per essere completa”, come ha spiegato Benedetto XVI in una catechesi sul santo.Ad appena 27 anni, su indicazione di Alberto, fu scelto come baccelliere all’università di Parigi, dove iniziò a insegnare e conobbe Raimondo di Peñafort, già Maestro generale dei domenicani, che lo invitò a scrivere un’opera teologica per aiutare i missionari, oggi nota come Summa contra Gentiles. La completò nel 1264, cioè cinque anni dopo il suo primo ritorno in Italia, quando Tommaso ricevette un altro importante incarico: Urbano IV gli domandò di comporre l’officio per la solennità del Corpus Domini, istituita in tutta la Chiesa a seguito del miracolo eucaristico di Bolsena. Nacquero così gli splendidi inni eucaristici cantati ancora oggi, tra cui il celebre Pange lingua e l’Adoro Te devote. E ancora oggi si conserva il crocifisso ligneo davanti al quale si prostrava e che un giorno, riferisce la tradizione, gli parlò: “Tommaso, hai scritto bene di me. Quale ricompensa vuoi?”. E lui rispose: “Nient’altro che te, Signore”.Nel 1265 iniziò la scrittura della Somma Teologica, un monumentale trattato di teologia, metafisica e morale, in cui Tommaso – prendendo le mosse dalla Sacra Scrittura, dai Padri della Chiesa e dalle opere di altri autori dell’antichità – si sofferma su Dio, il mistero della Trinità, la gerarchia angelica, la creazione, il peccato e il male, la necessità di osservare la legge naturale che è emanazione della Legge eterna, il rapporto tra natura umana e Grazia, e tante altre questioni affrontate con metodo deduttivo. Smise di lavorarvi otto anni più tardi, lasciando incompiuta la sua terza parte. La decisione improvvisa maturò dopo la Messa celebrata da Tommaso il 6 dicembre 1273. Solo alcuni giorni più tardi confidò a Reginaldo da Piperno, suo amico e confessore, il perché avesse abbandonato la scrittura: “Non posso più. Tutto ciò che ho scritto mi sembra paglia in confronto con quanto ho visto”.

Tre mesi dopo quella Messa, Tommaso tornò alla casa di Colui che gli si era manifestato. La profondità della sua teologia non si può spiegare senza l’amore che provava per Dio, nutrito davanti al tabernacolo e nella preghiera. Come questa che lui stesso scrisse: “Concedimi, ti prego, una volontà che ti cerchi, una sapienza che ti trovi, una vita che ti piaccia, una perseveranza che ti attenda con fiducia e una fiducia che alla fine giunga a possederti”.

Patrono di: teologi, accademici, librai, studenti

Per saperne di più:

San Tommaso d’Aquino, saggio di Gilbert Keith Chesterton

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A cura di I SANTI CRISTIANI

New York: approvata legge per abortire fino al 9°mese “per qualunque motivazione”

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 8:56 pm
Ottava settimana

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IMOLA OGGI.IT

23 GENNAIO 2019

Un giorno triste e diabolico. Il Congresso locale dello stato di New York ha legiferato per consentire l’aborto fino a nove mesi di gravidanza “fino alla nascita . La norma consentirebbe ai medici e agli operatori sanitari di eseguire aborti che superino le 24 settimane (attualmente consentite dalla legge), in caso di “invalidità del feto” o se in maniera generica si valutasse “necessario proteggere la vita o la salute della paziente”.

Nel “democratico” stato di New York è stato praticamente legalizzato l’aborto fino a un secondo prima della nascita. “Con la firma di questo disegno di legge, stiamo inviando un chiaro messaggio che, qualunque cosa accada a Washington, le donne a New York Will avranno il diritto fondamentale di controllare il il loro corpo”, ha detto il governatore  Cuomo .

La legge depenalizza l’aborto, trasferendolo dal codice penale a quello sanitario e quindi non si tratterebbe più di un reato, se attuato dopo i limiti legislativi. Il disegno di legge salutato come “un progresso” dal governatore Cuomo è fortemente contestato dai vescovi delle diocesi dello Stato che, al contrario, esprimono profonda tristezza per una norma che “amplierà la legge già radicalmente permissiva del nostro Stato, dove il tasso di aborto è doppio rispetto alla media nazionale”.

Così, nello Stato di New York, il luogo piu’ pericoloso per un bambino è l’utero materno.

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LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

24 GENNAIO 2019

Aborto fino alla nascita, i dem celebrano la loro follia

,Lo Stato di New York, dove sono in netta maggioranza i democratici, ha approvato una legge che stravolge i concetti di «omicidio» e «persona» e consente di abortire fino al 9° mese di gravidanza, anche in assenza di un medico. A legge approvata si è sentita una voce gridare in aula: «Possa Dio avere pietà di questo Stato!».

Risultati immagini per NY ABORTO 9 MESE

Martedì 22 gennaio era il 46°, nefasto, anniversario della Roe contro Wade, la sentenza della Corte suprema che nel 1973 ha liberalizzato l’aborto in tutti gli Stati Uniti, fondata tra l’altro su una campagna menzognera fino all’ennesima potenza, come ammise Norma Leah McCorvey (vero nome della «Jane Roe» protagonista della sentenza), la donna usata da due giovani avvocate che volevano «fare la storia» e che tempo dopo si convertì attraversando l’America in difesa dei nascituri. A 46 anni di distanza da quel verdetto che ha causato l’uccisione, con l’avallo della giustizia umana, di milioni di bambini negli Usa e dato la spinta all’ulteriore diffusione di una mentalità mortifera nel mondo, il parlamento dello Stato di New York ha approvato una legge che consente praticamente di abortire fino al nono mese di gravidanza.La legge, dopo alcune modifiche votate dall’Assemblea, è stata approvata dal Senato dello Stato americano con un voto di 38-24, passando con una facilità disarmante per la netta maggioranza dei democratici in entrambe le camere, effetto delle ultime elezioni di novembre. Qualche istante dopo la votazione finale – come ha riferito Karen DeWitt, cronista di una radio newyorchese – in aula si è sentita una voce gridare: «Possa Dio Onnipotente avere pietà di questo Stato!».Il Reproductive Health Act (RHA) votato dai democraticifortemente voluto dal governatore Andrew Cuomo (che ha apposto la sua firma nella stessa giornata) e dal suo sponsor Hillary Clinton, modifica dopo quasi 13 anni di tentativi andati a vuoto la già radicale legislazione dello Stato di New York (la soppressione del bambino in grembo era già consentita fino alla 24^ settimana), dove l’aborto era stato introdotto fin dal 1970, quindi tre anni prima della Roe contro Wade, uno dei pochi Stati in cui la classe politica aveva anticipato la svolta, nel male, impressa dalla Corte suprema.L’RHA esordisce definendo la «salute riproduttiva onnicomprensiva» (espressione che per gli estensori della legge include la contraccezione e l’aborto) «un elemento fondamentale» per la «salute, la privacy e l’uguaglianza» di ogni individuo. Dopo aver affermato il «diritto» alla sterilizzazione, il testo dell’RHA prosegue in un crescendo diabolico, avallando l’indifferenza morale tra due scelte opposte: «Ogni persona [il testo usa per la precisione il più generico «individual», e non «woman», il che si può leggere come un inchino all’ideologia transessualista, ndr] che rimane incinta, ha il diritto fondamentale di scegliere se portare avanti la gravidanza, fare nascere un bambino o avere un aborto». La nuova legge afferma in breve che un bene oggettivo – dare la vita – è equivalente per lo Stato di New York al suo perfetto contrario: un male oggettivo e radicale, come uccidere l’innocente. Le tenebre più fitte, insomma.Si afferma poi che lo Stato non può «negare o interferire con l’esercizio dei diritti» sopra menzionati, una delle tante frasi che ha portato l’associazione New York State Right to Life ad avvertire, giorni prima del voto finale, che questa legge condurrà al calpestamento della libertà d’espressione e di coscienza dei pro vita – ostetriche e medici inclusi – perché di ostacolo ai «diritti» della donna che vuole abortire. Inoltre, la nuova legge prevede che l’aborto potrà essere eseguito da qualunque operatore sanitario con licenza: non sarà quindi richiesta la presenza di un medico, un fatto che da solo la dice lunga sulla falsità di questa legge e della propaganda degli abortisti che si ergono a paladini della «salute» delle donne. E che illuminano ipocritamente di rosa la cima di edifici simbolo di New York, quando hanno le coscienze sporche del sangue di piccolissime vite spezzate.Qualunque operatore sanitario potrà, con una valutazione «in buona fede» (sic!), praticare un aborto anche dopo le 24 settimane di gravidanza nel caso in cui ritenga che il bambino non abbia raggiunto la capacità di vivere autonomamente fuori dal grembo materno (l’esperienza medica mostra che ciò può avvenire già intorno alla 21^ settimana) oppure nel caso di pericolo per la «vita o salute» della donna: poiché nel termine «salute» si fanno oggi rientrare le più svariate motivazioni psicologiche, alla luce di questo e di tutti gli altri elementi che abbiamo esposto sarà semplice ottenere un aborto fino a qualche istante prima del parto, senza che lo Stato si disturbi con le sue norme di dirti che stai uccidendo un bambino [nella foto, divulgata dalla Spuc, un bimbo dopo appena 8 settimane dal concepimento].

Diretta conseguenza di questa legge è non a caso la modifica di un gran numero di norme di diritto penale e diritto processuale penale, che sfocia nella ridefinizione dell’omicidio e del termine «persona». Al riguardo, nell’RHA si legge che «omicidio significa una condotta che provoca la morte di una persona», ma in quest’ultima parola non viene incluso il nascituro: addirittura non è stata mantenuta nemmeno la previsione che includeva tra le persone i bambini concepiti da almeno 24 settimane. Brutale ma logico: una volta che neghi la verità biologica – cioè che la vita è un continuum dall’istante del concepimento in poi – e dunque neghi l’infinita dignità del concepito di una, dieci, venti, trenta settimane, ecc., è consequenziale eliminare i già fragilissimi paletti che prima hai posto per convenzione (stabilendo per esempio che puoi abortire dopo 12 settimane, ma non dopo 12 settimane e un giorno: eppure è evidente che sia prima che dopo siamo in presenza di una vita umana innocente, dunque la sua eliminazione rimane un atto malvagio, legge o non legge) e quindi finire per pretendere, come nel caso di New York, il “diritto” di abortire sempre e comunque.

Ecco perché l’RHA continua così: «Persona, quando ci si riferisce alla vittima di un omicidio, significa un essere umano che è nato ed è vivo». I bambini ancora nella pancia della mamma sono quindi considerati meno che niente… Ragionando così, secondo questa fasulla definizione di «persona», che origina dalle stesse menti perverse (tra sedicenti bioeticisti, filosofi, giuristi, ecc.) che giustificano l’uccisione cosiddetta “compassionevole” dei bambini malati, dei disabili e degli anziani, ogni delitto – anche il più atroce – diventa lecito. Non ci sono migliori parole di quelle gridate dall’anonima voce al Senato: «Possa Dio Onnipotente avere pietà di questo Stato!». Pregando che ci aiuti a chiedergli perdono.

FOTO  BY   https://www.uccronline.it/2013/04/16/kansas-alabama-e-arkansas-continuano-vittorie-pro-life/

CARDITO: IL PICCOLO GIUSEPPE FORSE POTEVA SALVARSI

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 8:48 pm

ULTIME NOTIZIE FLASH.COM

30 GENNAIO 2019

Omicidio Cardito: il piccolo Giuseppe poteva salvarsi? Potrebbe essere morto dopo una lunga agonia

Stanno cercando di capire cosa sia successo in quella casa di Cardito le forze dell’ordine. Stanno cercando di ascoltare il maggior numero di persone possibili. La notizia che trapela oggi era facilmente deducibile dalle parole dei tanti testimoni ( incluso il fratello di Tony che ha rilasciato una sua intervista a Pomeriggio 5). Si ipotizza che Giuseppe sia morto dopo una lunga e lenta agonia. Ci sarebbe un buco di due ore in questa vicenda. Il pestaggio che ha portato il piccolo alla morte, si sarebbe concluso intorno alle 13,30. Tony poi sarebbe uscito di casa per andare da sua madre. Ed effettivamente quando le forze dell’ordine arrivano nell’abitazione di Cardito intorno alle 15,30, Tony non c’è. Lì trovano il bambino senza vita sul divano e la sua sorellina in  condizioni gravi. Che cosa è successo dunque in quelle due ore? La mamma di Giuseppe e della bambina che versava in condizioni gravissime, dove si trovava? Perchè non ha chiamato prima i soccorsi lo avrebbe potuto fare? Ha assistito al pestaggio senza provare a salvare i suoi due bambini? Tante le domande che gli inquirenti stanno cercando di fare alla donna, che è sotto choc, ma anche alla bambina che dall’ospedale offre preziose informazioni.

La piccola, stando a quelle che sono le indiscrezioni delle ultime ore, ai medici avrebbe anche chiesto: “Perchè lui ci picchiava sempre?” come se le botte in quella casa, fossero una abitudine. Del resto lo confermano anche gli insegnanti di Giuseppe che avevano fatto notare la cosa alla Preside. Il bambino era stato anche spostato di scuola dopo l’interessamento delle maestre. E lo confermano anche i genitori dei compagni di classe del piccolo che parlano di lividi, occhi neri e segni di violenza.

OMICIDIO CARDITO ULTIME NOTIZIE: IL PICCOLO GIUSEPPE MORTO DOPO UNA LENTA AGONIA?

La ricostruzione è lenta e complicata anche perchè gli orari non sono sempre gli stessi.

Ovviamente le forze dell’ordine sono in possesso delle registrazioni delle chiamate e conoscono bene i movimenti dei protagonisti di questa storia, saranno loro a breve a fornire il quadro di questa vicenda. Nel frattempo i giornalisti de Il Mattino, raccogliendo i dati con le loro fonti,hanno ricostruito così la vicenda:

alle 10 di domenica mattina Tony Sessoubti ha chiamato a casa della sorella e avrebbe parlato con la madre. Dato i litigi frequenti tra il 24enne e la compagna, la donna non si sarebbe allarmata eccessivamente e solo verso le 12.30 ha raggiunto l’abitazione dei due. E’ stato solo allora che soccorsi e polizia sono stati allertati.

E’ chiaro che se le cose fossero andate in questo modo, viene da pensare che il bambino poteva salvarsi se  solo qualcuno avesse chiamato prima i soccorsi. 

La piccola Noemi dall’ospedale racconta che la lite in casa era già iniziata sabato sera. Un vicino di Tony e della sua compagna, ai giornalisti ( e anche in trasmissioni televisive) ha raccontato che sabato ha visto il 24enne dare un calcio e uno strattone a Giuseppe in pubblico, per strada, davanti agli occhi di sua madre. 

Secondo quanto riferisce Il Corriere della sera, i bambini erano sereni prima che la mamma iniziasse la convivenza con Tony ( pare che siano andati a convivere a settembre). I piccoli avevano chiesto alla nonna di poter restare insieme  a lei. 

CONTUNA A LEGGERE NELLA PAGINA

https://www.ultimenotizieflash.com/cronaca/ultimissime/2019/01/30/omicidio-cardito-il-piccolo-giuseppe-poteva-salvarsi-potrebbe-essere-morto-dopo-una-lunga-agonia

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TG COM 24

30 GENNAIO 2019 12:19

Bambino ucciso nel Napoletano, forse Giuseppe poteva salvarsi

Nella ricostruzione degli eventi cʼè infatti un “buco” di due ore: un lasso di tempo che potrebbe essersi rivelato determinante per il decesso del piccolo

Il piccolo Giuseppe, il bambino ucciso a Cardito dal compagno della madre, forse si sarebbe potuto salvare. Nella ricostruzione degli eventi c’è infatti un “buco” di due ore, tra quando l’uomo ha telefonato a sua madre, presumibilmente a pestaggio già avvenuto, e quando questa, raggiunta la casa della tragedia, ha chiamato i soccorsi. Al vaglio la posizione della madre: ancora da chiarire se fosse in casa al momento della tragedia.Il buco di due ore – Stando a quanto emerso, come riporta “Il Mattino”, alle 10 di domenica mattina Tony Sessoubti ha chiamato a casa della sorella e avrebbe parlato con la madre. Dato i litigi frequenti tra il 24enne e la compagna, la donna non si sarebbe allarmata eccessivamente e solo verso le 12.30 ha raggiunto l’abitazione dei due. E’ stato solo allora che soccorsi e polizia sono stati allertati.

Le responsabilità della madre – Proprio il particolare delle due ore di tempo intercorse tra il pestaggio e la chiamata ai soccorsi potrebbero, se venisse provata la presenza in casa della mamma dei bambini, far profilare delle responsabilità nell’accaduto anche per la stessa donna, Valentina Casa.

I bambini alla nonna: “Facci stare con te” – Ancora molti i lati oscuri della vicenda, a partire dal rapporto del 24enne con i tre figli della compagna. La piccola Noemi, la sorellina di Giuseppe, anche lei picchiata, ma ormai fuori pericolo, sostiene che Sessoubti li picchiasse regolarmente e che il litigio sfociato in tragedia fosse iniziato già dal sabato sera. Discordanti le testimonianze di vicini e conoscenti, tra chi oggi parla di lividi sui bambini e chi sostiene che la situazione fosse sostanzialmente regolare.

Quello che sembra certo però, come racconta il “Corriere della Sera”, è che i bambini non volessero stare a Cardito, con il compagno della madre. La donna era andata via di casa a settembre per iniziare la convivenza con Sessoubti: i bambini avevano dovuto cambiare casa e scuola. Una scelta obbligata che non erano riusciti ad accettare: “Facci restare qui, vogliamo rimanere con te, non vogliamo cambiare casa”, avrebbero infatti più volte ripetuto alla nonna.continua a leggeree nela pagina e vedi Videohttps://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/campania/bambino-ucciso-nel-napoletano-forse-giuseppe-poteva-salvarsi_3188661-201902a.shtml

——————————————————————————————————————29 GENNAIO 2019 15:06

Bimbo ucciso nel Napoletano, lʼomicida: “Calci e pugni ma non li ho bastonati | La Procura: sta mentendo

Migliorano le condizioni della sorellina di 8 anni, anche lei picchiata dal patrigno, perché “avrebbero rotto la spondina del letto nuovo”

Ha confessato Tony Essoubti Badre, il 24enne di Cardito (Napoli) fermato per omicidio volontario e tentativo di omicidio per aver picchiato a morte Giuseppe, il bimbo di 7 anni figlio della compagna, e ferito gravemente la sorellina di 8. L’uomo avrebbe confermato che la furia omicida sarebbe scattata dopo che i bimbi avevano rotto, giocando, la sponda del lettino appena comprato. “Ma non li ho bastonati con manico della scopa”, dice.Secondo quanto riportato da alcuni quotidiani, Tony Badre avrebbe rotto la scopa per rabbia ma non la avrebbe usata contro i bambini. “Avevamo fatto sacrifici per comprarlo”, ha aggiunto, riferendosi al letto nuovo per tentare di giustificare il suo gesto.La Procura di Napoli Nord ha però affermato di non credere alla versione del fermato, secondo cui i piccoli sono stati colpiti a calci e pugni ma non con il manico della scopa, così come emerso inizialmente. Gli inquirenti sono convinti che l’uomo abbia prima rotto il manico trasformandolo in una mazza, accanendosi poi sui bimbi in un accesso di violenza. Saranno decisivi l’autopsia sul corpo del piccolo di 7 anni e la testimonianza, molto attesa, della sorellina di 8.

Intanto, continua il lavoro degli investigatori per cercare di definire tutti gli aspetti della vicenda, a cominciare dal ruolo avuto dalla madre dei bambini e compagna dell’uomo mentre preziosa è stata la testimonianza della sorellina del piccolo ucciso.Si indaga anche sul comportamento della madre dei bimbi, la quale ha confermato agli inquirenti le violenze commesse dal convivente, ma ha riferito di non averle denunciate, forse per paura. E’ su questa circostanza decisiva che la Procura vuole vederci chiaro, e non è improbabile che la donna possa essere iscritta nel registro degli indagati per non aver fatto nulla per impedire il pestaggio.

“Il quadro clinico della bambina è in netto miglioramento, è ricoverata in attesa che si sgonfi l’edema sul volto”, ha riferito Nicola Mansi, primario di otorinolaringoiatria, che ha operato la piccola. “L’operazione – ha spiegato – si è resa necessaria per un taglio lacerocontuso al padiglione auricolare destro. La piccola non correva il rischio di perdere l’udito ma era necessario ricostruire la parte ferita. Il taglio non era da lama, ma era stato provocato dalle percosse”.

“La bimba – ha sottolineato Mansi – è tenuta in un’atmosfera protetta, con una psicologa che la segue e un’assistente sociale, oltre ad un’infermiera dedicata per ricostruire intorno a lei un clima di quiete. Si è ripresa: prima dell’intervento ha dovuto digiunare sei ore e al termine aveva fame, ha chiesto gnocchi al pomodoro e cotoletta”.Continua a leggere nella paginahttps://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/campania/bimbo-ucciso-nel-napoletano-l-omicida-calci-e-pugni-ma-non-li-ho-bastonati-la-procura-sta-mentendo_3188479-201902a.shtml

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27 GENNAIO 2019 11:28

Bimbo trovato morto in casa nel Napoletano, ferita la sorellina: fermato per omicidio il compagno della madre

I piccoli sarebbero stati colpiti con pugni e una scopa. Lʼuomo si sarebbe accanito contro di loro perché non sopportava le “eccessive attenzioni” che la compagna riservava ai figli di primo letto

Un bimbo di 7 anni è stato trovato morto in casa a Cardito, nel Napoletano. Ferita la sorellina, di 8 anni. Secondo gli inquirenti, i piccoli sono stati brutalmente picchiati, anche con una scopa, dal compagno della loro madre. Si tratta di un 24enne, nato in Italia da mamma italiana e papà tunisino, che è stato fermato per omicidio volontario. In casa c’era anche una bimba di 4 anni, nata dalla loro relazione, che è rimasta illesa.Ferita la bimba di 8 anni – Il fermato, Tony Essoubti Badre, è accusato anche di tentato omicidio aggravato: è infatti ritenuto responsabile del ferimento della bimba di 8 anni, sorellina del piccolo deceduto, e attualmente ricoverata presso l’ospedale pediatrico Santobono. Secondo i medici, la bimba ha subito delle percosse, ma non ha traumi agli organi interni e la Tac non ha evidenziato lesioni.

Il fermato: “Sono caduti dalle scale” – L’uomo è stato ascoltato per l’intera notte dai magistrati, che hanno poi emesso il provvedimento di fermo. Il 24enne ha dichiarato che la tragedia sarebbe stata frutto di un incidente domestico, ma molti elementi raccolti fanno supporre che i figli della compagna siano stati brutalmente picchiati e presi a pugni. Gli inquirenti hanno interrogato anche la donna, una 31enne originaria di Sorrento, separata dal marito. Avrebbe raccontato di non essere stata presente al momento della tragedia e che l’uomo gli avrebbe detto che i bimbi erano caduti dalle scale.

Si è accanito contro i figli della donna – Secondo gli inquirenti, il 24enne si sarebbe accanito contro i figli della donna al culmine di una lite. Si ipotizza che non sopportasse le “eccessive attenzioni” che la compagna riservava ai figli di primo letto.
Lutto cittadino nel giorno dei funerali – Il sindaco di Cardito, Giuseppe Cirillo, ha deciso di proclamare il lutto cittadino nel giorno dei funerali. Il sindaco è ancora sconvolto: “Conosco il ragazzo fermato e la sua famiglia. Sono persone tranquille. Ma d’ora in poi la nostra attenzione sarà per gli altri due bimbi”.Primario: “Mai visto niente di così raccapricciante” – Il primario del Pronto soccorso del Santobono di Napoli, Vincenzo Tipo, ha raccontato che quella che si è trovato davanti “è la scena più raccapricciante a cui ho mai assistito” e che “la piccola aveva il volto tumefatto ma soprattutto sangue sul cuoio capelluto, tutte ferite compatibili con l’ipotesi di percosse”. Il medico ha quindi spiegato che “il sangue sulla testa ci ha fatto sospettare lesioni interne ma le analisi che ci hanno rassicurato sul fatto che si trattasse solo di ferite superficiali”. La bimba si trova ora nel reparto di neurochirurgia, piantonata dalle forze dell’ordine, in via di miglioramento. Sembrerebbe che nessun parente sia andato a trovarla ma “ieri sera – ha infine spiegato Tipo – è presentata una sedicente zia della bimba, che è stata poi allontanata e interrogata dalla polizia”.Continua a leggere e vedi video nella paginahttps://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/campania/bimbo-trovato-morto-in-casa-nel-napoletano-ferita-la-sorellina-fermato-per-omicidio-il-compagno-della-madre_3188182-201902a.shtml

CARDITO: CONFESSA L’ASSASSINO DEL BAMBINO DI 7 ANNI

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 8:46 pm

IL FATTO QUOTIDIANO.IT
29 GENNAIO 2019

Bimbo ucciso a Cardito, la confessione del patrigno: “Avevano rotto il letto”

Bimbo ucciso a Cardito, la confessione del patrigno: “Avevano rotto il letto”

Tony Essoubti BadreDopo un lungo interrogatorio, Tony Essoubti Badre, 24enne residente a Crispano, ha ammesso di aver agito “in un momento di follia”, colpendo con schiaffi, calci e pugni i bambiniContinua  a leggere sulla pagina
https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/29/bimbo-ucciso-a-cardito-la-confessione-del-patrigno-avevano-rotto-il-letto/4932247/
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NOTIZIE.VIRGILIO.IT

29 GENNAIO 2019

Bimbo ucciso nel napoletano, il compagno della madre confessa

L’uomo ha confessato di aver picchiato i bambini perché troppo irruenti. Avevano rotto dei mobili appena comprati

Emergono dettagli sconcertanti dalle cinque ore di interrogatorio a cui è stato sottoposto Tony Sessoubti Badre, l’uomo arrestato per aver ucciso a bastonate un bimbo di sette anni a Cardito, in provincia di Napoli.
“Li ho picchiati perché davano fastidio, rompevano tutto, e non stavano al loro posto». Sarebbe stata questa la motivazione che ha portato il 24enne a picchiare fino a uccidere Giuseppe, il bimbo di 7 anni figlio della compagna, e a ferire gravemente la sorellina di 8, come riporta il Messaggero. Poi aggiunge di aver colpito lui e la sorellina “solo” con qualche pugno e calcio, ma non con un bastone.La sorellina del piccolo Giuseppe, Noemi, è ancora ricoverata all’ospedale Santobono di Napoli, ferita dalle percosse ma viva. È grazie alla sua confessione che si è potuti risalire al compagno della madre.La Procura di Napoli sta adesso indagando sulle implicazioni della madre, Valentina Casa, nella vicenda. Lo scopo degli inquirenti è tentare di capire se anche la donna è stata oggetto di violenza da parte del compagno, se è mai intervenuta per fermare l’uomo mentre percuoteva i bambini, e che ruolo ha svolto fra il sabato e la domenica in cui Giuseppe e Noemi sono stati malmenati. Sempre secondo il Messaggero, la donna si è dichiarata ignara di quanto stesse accadendo, ma ha ammesso che in quel fatidico weekend Tony Sessoubti Badre fosse particolarmente inferocito.Nelle prossime ore, i risultati dell’autopsia riveleranno la natura delle ferite sul corpo di Giuseppe, con cosa sono state inflitte e cosa ha infine provocato il decesso del piccolo.

https://notizie.virgilio.it/top-news/bimbo-ucciso-nel-napoletano-il-compagno-della-madre-confessa-237205

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