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aprile 5, 2020

LA SANTA VERGINE STESSA HA CHIESTO IL DOGMA DI CORREDENTRICE

 
LA SIGNORA DI TUTTI I POPOLI
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LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA.IT
 
21 12 2019
 
MARCO LEPORE
 
Corredentrice, la Madonna ha chiesto il dogma
 
Nelle apparizioni di Amsterdam (riconosciute nel 2002) alla veggente Ida Peerdeman, la Madonna ha chiesto di proclamare un nuovo dogma con i titoli di “Corredentrice, Mediatrice e Avvocata”. E sono molte le anime predilette che hanno parlato della sua Corredenzione, tra cui la mistica suor Maria Natalia Magdolna. Che racconta di aver ricevuto al riguardo una profezia di Gesù.
 
Non sono tempi facili per l’editoria, nemmeno per quella cattolica. Eppure, c’è un libro che per un po’ di giorni è stato in cime alle classifiche di vendita su un noto sito di acquisti online e che continua a riscuotere recensioni positive e ad essere oggetto di trasmissioni e dibattiti in diversi contesti. L’ultimo, in ordine di tempo, è quello su Radio Kolbe, riportato nel sito Tempi di Maria.
 
Si tratta del libro di Claudia Matera, Rivelazioni profetiche di suor Maria Natalia Magdolna. Mistica del XX secolo (Sugarco Edizioni), di cui già qualche tempo fa la Nuova Bussola ha ospitato una recensione, che ci consente di conoscere la sconvolgente vicenda storica e personale di una suora ungherese con doni mistici, che ha ricevuto profezie celesti assai importanti per i nostri tempi. Una religiosa conosciuta e amata da molta parte della Chiesa ungherese, ma poco nota in Italia, a causa principalmente della clandestinità cui fu costretta sotto il comunismo e alla conseguente sua vita ritirata.
e rivelazioni della Beata Vergine a suor Maria Natalia Magdolna riguardano i cosiddetti “Ultimi Tempi”, per usare la nota espressione di san Luigi Maria Grignion de Montfort. E sono, come scrive padre Serafino Tognetti nella prefazione, «uno scossone per i fedeli di oggi». Il testo, da leggere con calma e meditare, è infatti una fonte straordinaria di nutrimento per l’anima.
 
Il libro offre tra l’altro alcuni spunti di grande interesse sul ruolo della Madonna nella storia della Salvezza. Le vicende storiche (drammatiche e controverse) dell’Ungheria, che nel 1038 fu donata in eredità alla Madonna dal re santo Stefano, gettano una luce su tutta la storia europea e sul compito di ogni singola nazione, la cui identità risulta avere un chiaro ruolo all’interno del disegno divino. Il filo rosso delle profezie è legato alle parole “espiazione, riparazione e penitenza”, con la richiesta celeste di formare una milizia di anime che si offrano a Dio per riparare ai peccati e preparare il trionfo del Cuore Immacolato di Maria. Evidente è il richiamo alle grandi apparizioni mariane dei tempi moderni, da Rue du Bac a Parigi fino a Lourdes, a Fatima, Amsterdam e alle più recenti, magari non ancora riconosciute (come ad esempio Medjugorje).
 
Proprio le apparizioni di Amsterdam (ufficialmente riconosciute dal vescovo nel 2002), con i relativi messaggi affidati alla veggente Ida Peerdeman, mostrano straordinari punti di contatto con le rivelazioni a suor Maria Natalia. In queste apparizioni, la Madonna chiede esplicitamente un nuovo dogma, quello che dovrà attribuirle il titolo di “Corredentrice, Mediatrice e Avvocata”. La “Signora di Tutti i Popoli” promette solennemente che “Ella salverà il mondo sotto questo titolo” (20.03.1953); “per mezzo di questa preghiera libererà il mondo da una grande catastrofe mondiale” (10.05.1953). Spiega, inoltre, come farà: “Quando il dogma, l’ultimo dogma della storia mariana, sarà proclamato, allora la Signora di Tutti i Popoli donerà la Pace, la vera Pace al mondo. I popoli però debbono recitare la mia preghiera in unione con la Chiesa” (31.05.1954).
 
La Madonna descrive inoltre le violente opposizioni e i contrasti che si sarebbero scatenati attorno al dogma e che recentemente si sono fatti ancora più aspri: “Questo dogma sarà molto contestato” (08.12.1952). “Gli altri, vi attaccheranno” (04.04.1954). E ancora, con parole drammatiche, profetizza: “La lotta è difficile e gravosa, ma se collaborate tutti il vero Spirito vincerà” (5.10.1952).
 
Sempre ad Amsterdam la Madonna, sapendo che questo dogma sarebbe stato rifiutato e in qualche caso aspramente combattuto, affidò ai teologi un compito importante: quello di trovare nei “libri” gli argomenti che dimostrano la verità teologica del titolo di Corredentrice, dandogli così un fondamento incontestabile: “Di’ ai vostri teologi che essi possono trovare tutto nei libri. Non porto nessuna nuova dottrina. Porto adesso gli antichi pensieri” (04.04.1954).
 
È quanto fece, ad esempio, un grande santo dei nostri tempi, San Giovanni Paolo II, che scrisse nel suo libro Dono e Mistero:
 
“Ci fu un momento in cui misi in qualche modo in discussione il mio culto per Maria ritenendo che esso, dilatandosi eccessivamente, finisse per compromettere la supremazia del culto dovuto a Cristo. Mi venne allora in aiuto il libro di San Luigi Maria Grignion de Montfort che porta il titolo di «Trattato della vera devozione alla Santa Vergine». In esso trovai la risposta alle mie perplessità. Sì, Maria ci avvicina a Cristo, ci conduce a Lui, a condizione che si viva il suo mistero in Cristo… Compresi allora perché la Chiesa reciti l’Angelus tre volte al giorno. Capii quanto cruciali siano le parole di questa preghiera: «L’Angelo del Signore portò l’annuncio a Maria. Ed ella concepì per opera dello Spirito Santo… Eccomi, sono la serva del Signore. Avvenga di me secondo la tua parola… E il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi…». Parole davvero decisive! Esprimono il nucleo dell’evento più grande che abbia avuto luogo nella storia dell’umanità.
 
Già Pio IX, nella Bolla Dogmatica “Ineffabilis Deus”, scriveva: “I Padri videro designati [nei versetti della Genesi] Cristo Redentore e Maria congiunta con Cristo da un vincolo strettissimo e indissolubile, esercitando insieme con Cristo e per mezzo di Lui sempiterne inimicizie contro il velenoso serpente, e riportando sopra di lui una pienissima vittoria”.
 
La Corredenzione di Maria non è una questione periferica della nostra Fede, ma centrale, perché essa tocca l’essenza della Redenzione del genere umano. Dopo il peccato originale Dio era libero di redimerci oppure no e di scegliere qualsiasi modo per redimerci. Poiché ha deciso liberamente di redimerci mediante l’Incarnazione del Verbo nel seno della Madonna ha associato intimamente Maria alla Redenzione, rendendola Mediatrice, Corredentrice e Avvocata.
 
Nel caso della Redenzione dell’umanità Cristo ha pagato, con tutto il suo Sangue sparso sulla Croce e durante tutta la Passione, la grazia che Adamo aveva perduto e che noi abbiamo riacquistato per la Sua Redenzione. Maria ha cooperato alla Redenzione del genere umano con Cristo in maniera subordinata e secondaria, acconsentendo all’Incarnazione del Verbo nel suo seno e offrendo Cristo in Croce al Padre per riscattare l’umanità, soffrendo indicibilmente e “commorendo” misticamente con Lui ai piedi della Croce. Ritta ai piedi della Croce! Quale madre potrebbe sopportare un simile dolore senza accasciarsi, ripiegarsi sfinita dall’angoscia e dal pianto? Nulla per sé, tutta per il Figlio…
 
Lo stesso Concilio Vaticano II (Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, 58) così parla di Maria ai piedi della croce: «Anche la Beata Vergine ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione con il Figlio sino alla croce. Qui, non senza un disegno divino, se ne stette ritta, soffrì profondamente con il suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di Lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei stessa generata». Consentire all’immolazione della vittima da lei generata fu come immolare sé stessa.
 
È in questa luce di speciale cooperazione alla Redenzione – al servizio totale del Signore Gesù, unico Redentore – che si spiega il titolo di Corredentrice (vedi anche qui e qui). Un titolo che venne usato dallo stesso san Giovanni Paolo (e prima di lui da san Pio X e Pio XI), nonché da molti altri santi come Gabriele dell’Addolorata, Veronica Giuliani, Padre Pio, Massimiliano Maria Kolbe, Leopoldo Mandic, Madre Teresa di Calcutta, ecc.
 
A questa gloriosa lista aggiungiamo proprio suor Maria Natalia Magdolna, che racconta (pag. 83): «Gesù mi disse: “Mia Madre Immacolata sarà la corredentrice dell’era che deve venire” e mi spiegò che, per poter affrettare la vittoria della nostra Madre e Regina, dovevo pregare frequentemente con questa invocazione: “Madre nostra Immacolata, mostra la tua potenza!”».
 
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LA SANTA VERGINA MARIA CORREDENTRICE NEL PENSIERO DEI PAPI, DEI TEOLOGI E DEI SANTI

 
CORRISPONDENZA ROMANA.IT
 
18 DICEMBRE 2019
 
CRISTINA SICCARDI
 

 Come è ormai noto, il 12 dicembre scorso, festa di Nostra Signora di Guadalupe, papa Francesco ha tenuto in spagnolo un’omelia in San Pietro, parlando di Maria Santissima in termini non soltanto profani, ma anche blasfemi e contrari alla dottrina cattolica. Ha affermato che la Madonna non è corredentrice, quindi non condivide con il Figlio di Dio e Suo la potestà di redimere l’umanità dal peccato, perciò non occorre «perdere tempo» con nuovi dogmi che stabiliscono nuovi titoli; inoltre ha definito la Beata fra tutte le donne donna, madre, discepola, meticcia. Il Papa gesuita ha perciò affermato che a «sant’Ignazio piaceva chiamarla Nostra Signora. Ed è così semplice, non pretende altro: è donna, discepola».

L’irriverenza alla Madre di Dio è stata così palese che nessuno la può negare. La Tradizione della Chiesa custodisce un sacro patrimonio mariano che non può essere gettato in tal modo e in tal misura senza suscitare profondo dolore e scandalo e profonda pena per papa Bergoglio, che ha pronunciato tali parole per far piacere a chi? A se stesso, ai protestanti, ai musulmani, a quale altra religione del mondo? Quale considerazione soggiace sotto le espressioni di donna, madre, discepola, meticcia? Di carattere meramente neoantropocentrico e globalista, dove la dimensione soprannaturale, propria della cattolicità, è cancellata a priori.

Ha affermato Roberto de Mattei dall’emittente Radioromalibera.org: «La Chiesa ha infallibilmente definito quattro dogmi relativi alla beatissima Vergine Maria, ossia la sua perpetua verginità prima, durante e dopo il parto. La sua eccelsa dignità di Madre di Dio. La sua Immacolata Concezione e la sua gloriosa assunzione in Cielo in anima e corpo. Il sensus fidei del popolo di Dio chiede da tempo con insistenza la definizione di un quinto dogma quello di Maria Corredentrice e mediatrice di tutte le grazie»

Infatti, il 22 agosto 2019 il messicano cardinale Juan Sandoval e l’indiano cardinale Telesphore Toppo, insieme a quattro vescovi di alcuni Paesi (Nigeria, Scozia, Stati Uniti, Argentina) hanno scritto una lettera aperta a papa Francesco per chiedergli di proclamare il grande ruolo che la Vergine Maria possiede nel piano divino della Redenzione. «Questi sei vescovi ritengono che nella grande battaglia in corso tra il bene e il male l’annuncio dogmatico del ruolo corredentivo della Vergine Maria e la sua maternità spirituale universale porterà un nuovo storico effluvio dello Spirito Santo e consentirà alla Beata Madre di esercitare pienamente la sua mediazione materna» (ibidem). Invece di un simile e meraviglioso dono all’umanità, il Papa scandalizza non solo i teologi, ma anche i semplici, i piccoli.

Il Papa, dichiarando, come spiega Maria Guarini, che Maria «mai ha voluto per sé prendere qualcosa di suo figlio, mai si è presentata come corredentrice, ma come una discepola», ha così «espunto la confessione del Concilio di Efeso (431 d.C.) che Maria è Theotòkos: non solo Christotòkos, cioè Madre di Dio e non solo Madre di Cristo, liquidata dall’affermazione citata come “roba da teologi”, ammesso che si possa scindere la teologia dalla fede. Ha proseguito liquidando le litanie lauretane come “il canto di figli innamorati”, perché tutte quelle attribuzioni alla Vergine non sarebbero pertinenti»

Sul ruolo della Vergine come Corredentrice, si pronunciarono i pontefici Leone XIII, Pio X e Giovanni Paolo II, mentre Benedetto XV affermò: «si può dire, a ragione, che Ella abbia redento con Cristo il genere umano. Evidentemente per questa ragione tutte le diverse grazie del tesoro della Redenzione vengono anche distribuite attraverso le mani dell’Addolorata» (Lettera Apostolica Inter sodalicia, 22 marzo 1918, in AAS, X, p. 181).

I santi portano una forte testimonianza a favore del titolo di Maria Corredentrice. San Pio da Pietrelcina, san Josemaría Escrivá, santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), san Leopoldo Mandic, il beato Bartolo Longo, san Massimiliano Kolbe e molti altri, anche beati, recentemente innalzati all’onore degli altari, hanno sostenuto titolo e valenza. Anche Madre Teresa di Calcutta si schierò per la definizione dogmatica di Maria Corredentrice e Mediatrice di tutte le grazie, come pure suor Lúcia de Jesus Rosa dos Santos, la veggente di Fatima, che sottolineò il ruolo di Maria Corredentrice nel suo ultimo libro, Gli appelli del messaggio di Fatima (Libreria Editrice Vaticana, 2001), nel quale parla di Lei in sei diverse sezioni. Per di più, san John Henry Newman, rispondendo all’obiezione di Pusey che affermava non essere presente il titolo di Corredentrice in alcuni Padri della Chiesa, egli rispose: «perché contestate il fatto che Nostra Signora venga chiamata Corredentrice quando siete pronti ad accettare titoli incommensurabilmente più gloriosi attribuiti a Maria dai Padri: Madre di Dio, Seconda Eva, Madre di Vita, Stella del Mattino, Nuovo Paradiso Mistico, Centro dell’Ortodossia, e altri simili?».

D’altra parte, il termine transustanziazione non compare nel Vangelo (il primo ad utilizzarlo fu papa Alessandro III nel XII secolo), tuttavia questo mistero della fede è divenuto dottrina fondativa della Chiesa.

Il grande teologo monsignor Brunero Gherardini (1925-2017), al convegno organizzato a Frigento (AV) dai Francescani dell’Immacolata dal titolo «Nel 60° anniversario del dogma dell’Assunzione della Beata Vergine al Cielo» (13-15 settembre 2011), auspicò che quest’ultimo dogma, in ordine di tempo, non fosse l’ultimo. In quella straordinaria conferenza parlò del valore trascendente del dogma e della cosiddetta anologia fidei, dimostrando teologicamente che un dato non formalmente dogmatico, la Corredenzione mariana, va comunque a supporto di un altro dato, formalmente dogmatico, l’Assunzione della Vergine Santa in corpo ed anima alla Gloria del Cielo.

«Ci sono dottrine ineludibilmente cattoliche ed ecclesiali che ricorrono sia nei documenti ufficiali, sia nella preghiera liturgica, ovvero nella scaturigine stessa, nella misura della fede pur non vantando una validità formalmente dogmatica per non essere state mai in tal senso definite. Un solo esempio, il Purgatorio. E tuttavia sono anch’esse autentiche dottrine della Chiesa […]. Di tali dottrine, senza alcun dubbio fa parte la Corredenzione mariana. Presenza nella dottrina della Chiesa della Corredenzione anche se fino al momento non si tratta di un dogma, non soltanto perché i Papi relativamente recenti […] lumeggiarono con documenti di valore universale le ragioni della Corredenzione, ma perché quei valori affiorano da quello che io chiamo dogma pregato, vale a dire la liturgia, così come affiorano dal patrimonio patristico orientale ed occidentale, dalla più seria tradizione teologica, dalla pietà popolare, questo è importantissimo, perché senza una radicazione nella pietà popolare non c’è dogma che sia stato definito, questo è importantissimo. Questo ci fa capire che se oggi non siamo di fronte ad un dogma di fede quando si parla di Corredenzione si ha la fondata speranza e oserei dire la certezza che domani indubbiamente anche questa dottrina che è già di pertinenza ecclesiale sarà dogma di fede. La Corredenzione pertanto, prima o poi, secondo quello che io posso prevedere, verrà definita, farà parte formalmente e dogmaticamente della fede cattolica. Però, anche nel caso che ciò non avvenga mai, quod Deus avertat («Dio ce ne scampi» ndr), non potrà mai cessare di appartenere al patrimonio dottrinale della Chiesa»

A chi credere, dunque, a papa Francesco oppure a Monsignor Brunero Gherardini? Chi fosse ancora nel dubbio può rileggere le parole di san Paolo: «Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema!» (Gal 1, 6-8).

La Tradizione della Chiesa non sbaglia, come avvertì l’Apostolo delle genti.
Da sempre la Chiesa dichiara dottrina cattolica il ruolo corredentivo e mediatore della Vergine Santissima. Proprio a partire dal 12 dicembre 2019 non dovremmo più prestarvi fede?

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https://www.corrispondenzaromana.it/la-corredentrice-nel-pensiero-dei-papi-dei-teologi-e-dei-santi/

IDOLATRA E BESTEMMIATORE: BERGOGLIO CONTRO LA MADONNA. UN OMAGGIO A MONSIGNOR LIVI-DON MINUTELLA-VIDEO

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LA SANTA VERGINE MARIA E’ CORREDENTRICE : I SANTI NON HANNO DUBBI


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LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA.IT
26 12 2019
DI ERMES DOVICO
Maria Madre del Signore Gesù e nostra Regina I santi non hanno dubbi: Maria è Corredentrice Veronica Giuliani, Padre Pio, Gabriele dell’Addolorata, Madre Teresa, Bartolo Longo, Massimiliano Kolbe, Edith Stein, suor Lucia di Fatima, Pio X, Giovanni Paolo II, ecc. Onorando la missione della Madre celeste al servizio del divin Figlio e Redentore, moltissimi servi di Dio, venerabili, beati e santi hanno chiamato la Vergine «Corredentrice». E Lei stessa ha chiesto il dogma, profetizzando che sarà «l’ultimo» e «il più grande» Si è già ricordato su questo quotidiano che la Corredenzione di Maria è dottrina cattolica certa. Una dottrina radicata nelle Sacre Scritture (dalla Genesi all’Apocalisse) e implicita nell’approfondimento teologico già dei primissimi Padri della Chiesa, come san Giustino e sant’Ireneo, sul ruolo di Maria quale «nuova Eva», specialissima cooperatrice alla Redenzione di Gesù Cristo, il «nuovo Adamo» delle lettere paoline. Se è vero che le obiezioni di alcuni teologi sono basate sul termine, «Corredentrice», può essere d’aiuto ricordare che questo stesso termine è stato usato esplicitamente da una schiera formidabile di santi, beati, venerabili e servi di Dio, compresi alcuni Papi del nostro tempo. Tra queste anime predilette ci sono inoltre grandi mistiche, come santa Veronica Giuliani e la serva di Dio Luisa Piccarreta. Partiamo proprio da uno degli scritti della Piccarreta, perché le parole dette da Gesù stesso sulla pia pratica delle “Ore della Passione” sono rivelatrici: «Figlia mia, sappi che col fare queste “Ore” l’anima prende i miei pensieri e li fa suoi, la mia riparazione, le preghiere, i desideri, gli affetti, anche le più intime mie fibre e le fa sue, ed elevandosi tra Cielo e la terra, fa il mio stesso ufficio, e come corredentrice (corsivo nostro, ndr) dice assieme a Me: Ecce ego, mitte me […]». È chiaro che se questo vale per ogni anima che si unisce alla Passione di Cristo, tanto più vale per la creatura eletta a essere Madre di Dio e misticamente di tutti i Suoi figli. Lo ha spiegato tra gli altri un pontefice che per ben sei volte, nel suo magistero ordinario, si è riferito a Maria Santissima come Corredentrice: san Giovanni Paolo II. «La collaborazione dei cristiani alla salvezza – diceva Wojtyla nel 1997 – si attua dopo l’evento del Calvario, del quale essi si impegnano a diffondere i frutti mediante la preghiera e il sacrificio. Il concorso di Maria, invece, si è attuato durante l’evento stesso e a titolo di Madre; si estende quindi alla totalità dell’opera salvifica di Cristo. Solamente Lei è stata associata in questo modo all’offerta redentrice che ha meritato la salvezza di tutti gli uomini». In un’omelia del 31 gennaio 1985, il Papa polacco aveva parlato della Madonna come «spiritualmente crocifissa con il Figlio crocifisso» e aggiunto che «il ruolo corredentore di Maria non cessò con la glorificazione del Figlio», ma continua «nella Chiesa di tutti i tempi». L’apice raggiunto sul Calvario si rileva anche nelle parole della Beata Vergine trascritte sempre dalla Piccarreta: «[…] Troppo mi costano le anime, mi costano la vita d’un Figlio-Dio; ed io, come Corredentrice e Madre, le lego a te, o croce», si legge nell’Orologio della Passione. È noto che questo manoscritto era stato letto da san Pio X, che lo aveva ricevuto da sant’Annibale Maria di Francia, a cui il Papa aveva ordinato: «Fai subito dare alle stampe L’Orologio della Passione della Piccarreta. Leggetelo in ginocchio, perché è Nostro Signore che parla!». Oltre all’imprimatur di questo libro, frutto di rivelazioni celesti, papa Sarto introdusse di suo pugno in documenti pontifici il termine «Corredentrice», usandolo per tre volte, dal 1908 al 1914, in riferimento alla liturgia per la Festa dei Dolori di Maria e alla concessione di indulgenze per la recita di preghiere legate a Maria Corredentrice[1]. Da quanto accennato, è evidente che la plurisecolare pietà cristiana e il significato teologico della Madonna Addolorata sono un tutt’uno con la dottrina della Corredenzione mariana. Non si può non ricordare al riguardo il carisma di un eccelso devoto di Maria, san Gabriele dell’Addolorata. Il giovane santo, un passionista, scriveva che la Vergine «ci partorì sul Calvario», definiva la partecipazione ai suoi dolori «il mio Paradiso» e più volte la chiamò nelle sue lettere «Corredentrice». Tra i nati nel medesimo secolo, il XIX, di san Gabriele, adoperarono lo stesso termine: il grande convertito inglese, san John Henry Newman, il grande convertito italiano e instancabile apostolo del Rosario, beato Bartolo Longo, l’arcivescovo di Milano, beato Ildefonso Schuster, il fondatore delle Edizioni Paoline, beato Giacomo Alberione, il fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza, san Luigi Orione, la fondatrice delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, santa Francesca Saverio Cabrini, e molti altri ancora. In particolare “Mother Cabrini”, come la chiamarono gli italoamericani, scriveva che alla Vergine «toccò il vanto di dare la vita al nostro Redentore; ad essa, come ben disse il nostro Santo Padre [Pio X, ndr], toccò insieme l’ufficio di custodire e preparare al sacrificio la sacra vittima del genere umano. Maria fu Madre di Gesù non solo nelle gioie di Betlemme, ma ancor più sul Calvario… ed ivi meritò di divenire degnissimamente la Corredentrice». Ricchissimo è l’insegnamento sulla Corredenzione di un innamorato dell’Immacolata e martire dei campi nazisti, san Massimiliano Maria Kolbe. Meditando sul compimento del peccato originale da parte dei nostri progenitori e sul profetico passo della Genesi (Gn 3,15), padre Kolbe scrisse: «[…] fin da quel momento Dio promette un Redentore e una Corredentrice dicendo: “Porrò inimicizia fra te e la donna, fra il tuo seme e il suo seme: Ella ti schiaccerà la testa”». Un’altra martire del nazismo, santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, compatrona d’Europa, affermava che «Maria esce dall’ordine naturale e si pone come Corredentrice al fianco del Redentore». San Pio da Pietrelcina la chiamava «nostra sì cara Corredentrice» e «Regina dei martiri» (una delle invocazioni nelle Litanie Lauretane), san Josemarίa Escrivá spiegava mirabilmente il nuovo titolo legandolo allo “stare” della Madre iuxta crucem e ai suoi dolori per il sacrificio del Figlio, san Leopoldo Mandic si era proposto addirittura di scrivere un trattato sulla Corredenzione ma non poté per il moltissimo tempo dedicato al sacramento della Confessione: ciò non gli impedì, comunque, di fare un atto di offerta di tutto sé stesso per la ricomposizione dello scisma con l’Oriente «in ossequio alla Corredentrice del genere umano». Per almeno otto volte, nei suoi scritti, suor Lucia di Fatima usò il termine Corredentrice, spiegando tra l’altro che chiamiamo la Santa Vergine «Nostra Signora dei dolori, perché nel suo cuore ha sofferto il martirio di Cristo, con Lui e accanto a Lui». AMSTERDAM, È IL CIELO A VOLERE IL DOGMA Questa panoramica, per nulla esaustiva, sulle anime del Paradiso dà insomma un’idea di quale sia il sensus fidei riguardo a Maria Corredentrice. Ricordiamo pure che è stata Lei stessa a chiedere – nelle apparizioni di Amsterdam alla veggente Ida Peerdeman – la proclamazione di un quinto dogma mariano, quale «Corredentrice, Mediatrice e Avvocata». Nei messaggi che si accompagnarono alle apparizioni (1945-1959), riconosciute nel 2002 dal vescovo Joseph Punt, la Madonna chiese di lavorare e pregare per il dogma, profetizzando che tra quelli a Lei riferiti sarà «l’ultimo» e il «più grande». In diversi messaggi la Madre celeste spiegò le ragioni del dogma e come si legasse a tutti i misteri della sua vita terrena e conseguente Assunzione. Si soffermò anche sull’uso appropriato del titolo: «… il nuovo dogma dovrà essere il dogma della Corredentrice. Nota che pongo l’accento specialmente su “Co”. Ho già detto che ne nasceranno molte dispute. Te lo ripeto nuovamente: la Chiesa, Roma, lo porterà a compimento e lotterà per esso. La Chiesa, Roma, incontrerà opposizioni e le supererà. La Chiesa, Roma, diventerà più vigorosa e più forte, nella misura in cui affronterà la disputa. […] Poiché il Padre, il Figlio, lo Spirito vuole portare in questo mondo quale Corredentrice e Avvocata colei che fu scelta per recare il Redentore»[2]. La Vergine dettò solennemente una preghiera e volle che la diffusione della sua immagine quale Signora di tutti i Popoli precorresse la definizione dogmatica. Sempre Lei spiegò in modo particolareggiato l’immagine: la Madonna appare ritta davanti alla Croce e con i piedi sul globo, libero dalle spire del serpente satanico. Diretti verso una moltitudine di pecore, tre raggi fuoriescono dalle ferite nelle sue mani, «i raggi di Grazia, Redenzione e Pace», doni del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Spirito Santo che sarà inviato in abbondanza sul mondo con il ritorno dei popoli alla Croce e la proclamazione del dogma: tappa che diversi teologi vedono come l’inizio del trionfo del Cuore Immacolato di Maria. Concludiamo con le parole che Madre Teresa di Calcutta, dopo aver esposto in modo breve e limpido il perché di ognuno dei tre titoli, scrisse in una risposta autografa del 14 agosto 1993: «La definizione papale di Maria come “Mediatrice, Corredentrice e Avvocata” porterà grandi grazie alla Chiesa». Come insegnano i santi: tutto a Gesù per Maria. [1] Cfr. Agiografia corredenzionista nel secolo ventesimo: sintesi storico-teologica, di padre Stefano Manelli. [2] Il termine “Corredentrice” è in sé linguisticamente chiaro. Come ricorda il mariologo Mark Miravalle (2001): «Il termine “Corredentrice” è correttamente tradotto “la Donna con il Redentore” o ancor più letteralmente “colei che riacquista con [il Redentore]”. Il prefisso “co” deriva dal Latino “cum”, che significa “con” e non “uguale a, pari a”».
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DON ALFREDO MARIA MORSELLI: I NEMICI DELLA CORREDENTRICE-VIDEO

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Per il ciclo dedicato alla Madonna con il titolo di Corredentrice, proponiamo questa terza catechesi di don Alfredo.

 

BERGOGLIO CONTINUA A NEGARE CHE LA SANTA VERGINE MARIA E’ CORREDENTRICE

 

 

 
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LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA.IT
 
5 APRILE 2020
 
LUISELLA SCROSATI
 
Maria Madre del Signore Gesù e nostra Regina
Sì, Maria è Corredentrice
In un’omelia-fotocopia di quella del 12 dicembre, papa Francesco ha negato che la Madonna sia Corredentrice. C’è come minimo un equivoco sul significato della parola, ma più in profondità si tratta di un minimalismo mariano che rinnega duemila anni di storia e anche i dati delle Scritture.
La Madonna «non ha chiesto per lei di essere una quasi-redentrice o una corredentrice. No. Il Redentore è uno solo. Questo titolo non si raddoppia. Soltanto discepola e madre». E’ questa la parte conclusiva dell’omelia tenuta il 3 aprile nella cappella di Santa Marta da papa Francesco. Un’omelia tutta incentrata sul pensiero che alla Madonna non si addice altro appellativo se non quello di Madre e discepola, perché ella non ha voluto usurpare alcun titolo proprio del Figlio.
Ci risiamo. Sembra un’omelia fotocopia di quella del 12 dicembre scorso; anche in quell’occasione il minimalismo mariano di Francesco fece sussultare il popolo cattolico. Questa volta è persino peggio. Se non altro perché la negazione della verità della Corredenzione della Madonna avviene proprio nel giorno in cui la liturgia della Chiesa latina commemora i Sette dolori della Santissima Vergine.
Questi sette dolori, nell’omelia, vengono considerati come dolori “storici”, dolori di una qualsiasi madre che vive i dolori del figlio con coraggio e fortezza. Ma questo è solo un aspetto della verità; perché questa commemorazione nel cuore del tempo di Passione (ricordiamo che nel rito antico, dalla domenica antecedente le Palme, il tempo di Quaresima diventa tempo di Passione), proprio il venerdì che precede il Venerdì Santo sottolinea il posto particolare che la Madonna ha occupato nell’opera della Redenzione. Ella non è solamente la prima redenta, la discepola fedele fino alla fine, la Madre che piange sui dolori del Figlio. Di lei è scritto che “stabat iuxta crucem Iesu”, offriva il Figlio unigenito, e se stessa insieme con Lui, come un nuovo Abramo che immola il vero Isacco ed offre la sua obbedienza ed il suo dolore a Dio.
«Come il mondo tutto è debitore di nostro Signore Dio, così lo è della Vergine per la sua Compassione», scriveva sant’Alberto Magno (Questio Super Missus, 150). Le siamo debitrici, perché Ella ha operato, unitamente a Cristo e subordinatamente a Lui, la nostra redenzione. I Padri non hanno mai considerato questo fatto come fosse un’usurpazione del titolo di Redentore a Cristo, ma piuttosto come qualcosa di “necessario” per restaurare il piano salvifico, sconvolto dal peccato dei Progenitori.
Il parallelo Cristo-nuovo Adamo e Maria nuova-Eva, compreso in tutta la sua profondità, è quanto di più ricorrente nel pensiero dei Padri; ed è principalmente su questo fondamento che il titolo di Corredentrice corrisponde a quanto la Madonna effettivamente è. E sarebbe il caso di capirlo quanto prima, perché il mondo non avrà pace fino a quando non si riconoscerà questa grande verità. Cristo non ha voluto redimerci senza Maria ed oggi non vuole salvarci senza di Lei.
E’ tempo di gettarsi alle spalle questo minimalismo mariano, il quale, nascondendosi dietro la volontà di onorare Cristo, finisce per fare esattamente il contrario, mancando di comprendere in pienezza quelle grandi cose fatte dall’Onnipotente (cf. Lc. 1, 49). Che Maria Santissima abbia proclamato a gran voce – e la Chiesa con Lei – che «d’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Lc. 1, 48), non è segno di vanità o di presunzione, ma di verità, quella verità che glorifica Dio. Lei, proprio Lei che è l’umiltà creata, sotto la spinta dello Spirito Santo, suo Sposo, glorifica Dio manifestando le grandi cose fatte in Lei.
E’ dunque il Vangelo a spalancare la porta di quanto la Chiesa ha fatto per due millenni, scrutando le profondità di questa meraviglia di Dio. Solo noi siamo così stolti da non capirlo? Le litanie, le feste liturgiche, gli scritti dei Dottori e dei Santi, le encicliche dei Papi e i loro discorsi stanno lì a testimoniare che Dio ha voluto creare sua Madre così: come Regina, Avvocata, Immacolata, Vergine, Corredentrice, Mediatrice, etc.
Questo pestifero minimalismo mariano fa il paio con un minimalismo nell’approccio delle Scritture. Se esse sono parola di Dio – e lo sono – come possiamo pensare che ciascuna di quelle parole conosca soltanto un senso immediato? Come possiamo ritenere che il titolo di “Madre”, significhi solo una maternità fisica? O che il titolo di “Donna” indichi solo una connotazione sessuale? O ancora che i dolori della Madonna indichino solo dei fatti storici? «La mano del Signore si è forse accorciata?» (Nm. 11, 23). No, è la nostra intelligenza teologica che si è tragicamente ristretta, perché abbiamo infeudato la fede ad una ragione di volta in volta storicistica, razionalistica, scientistica, etc.. Basti vedere con quanta disinvoltura abbiamo immolato le Messe ed i sacramenti allo Stato terapeutico.
«Maria, pur concepita e nata senza macchia di peccato, ha partecipato in maniera mirabile alle sofferenze del suo divin Figlio, per essere Corredentrice dell’umanità» (Giovanni Paolo II, 8 settembre 1982). Non serve a nulla compiangere la Madonna per i dolori della sua vita terrena, se non riconosciamo che quei dolori sono le doglie da Lei patite per partorire l’umanità alla vita di grazia. E comprendere così che al dolore di Cristo e di Maria, possiamo unire anche il nostro, sebbene con un’offerta imperfetta e limitata, per contribuire anche noi alla salvezza di questo povero mondo.
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Papa Francesco di nuovo nega la Madonna Corredentrice (3 Aprile 2020): “Non è Corredentrice. E neppure Regina. Solo madre e discepola” Video

Papa Francesco, omelia a Santa Marta del 3 aprile 2020

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L’omelia di Papa Francesco a Santa Marta del 3 aprile 2020

Papa Bergoglio di nuovo inferisce contro la Madonna (3 Aprile 2020): “Non è Corredentrice. E neppure Regina. Solo madre e discepola”

ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la ...
 
L’indirizzo teologico post conciliare è stato segnato, come ben si sa, da quella svolta antropologica di rahaneriana memoria nelle cui spire è finita anche la mariologia dal momento che nessuna branca del sapere teologico è rimasta fuori dal contagio. E così la mariologia si è trasformata in “mariologia feriale”, “mariologia in cammino”, una mariologia, insomma, svilita da un indirizzo “umano troppo umano” che riecheggia nientemeno che il pensiero del superuomo nicciano (Umano, troppo umano -1878 – è la prima opera di Nietzsche).

E questo è, purtroppo, l’indirizzo seguito anche da papa Bergoglio. Quanto da lui temerariamente affermato sul conto della Corredentrice Regina del Cielo e della terra lascia seriamente perplessi (e, personalmente, anche addolorato). Con il suo insegnamento eterodosso ed ereticheggiante sta progressivamente svilendo quella gloriosa Cattedra che occupa.

Esagero? Provate ad ascoltare le sue parole a Santa Marta questa mattina e sarete costretti a darmi ragione.

Dopo aver negato il titolo e la prerogativa di Corredentrice alla Gloriosa Semprevergine Maria in data 12 dicembre 2019, ha osato sfregiare anche la sua regalità.

E adesso ci prepariamo a leggere e ascoltare, nelle prossime ore, i soliti uomini di corte normalizzare e giustificare questi ennesimi insulti contro il deposito della Fede Cattolica (e ancora una volta è la Vergine Immacolata a farne le spese) proprio nel giorno in cui la Chiesa, tradizionalmente, commemora(va) la festa dei sette dolori della Madonna. Che tristezza…

Ma per capire il perché della svilente mariologia del Pontefice, palesemente contraria alla tradizione dottrinale di 2000 anni, bisogna rendersi conto che essa altro non è che una “esposizione popolare” della “mariologia” (se così si può ancora definire…) postconciliare che da decenni viene insegnata dalle più importato cattedre di mariologia, non solo italiane. E’ di questa, malauguratamente, che si è nutrito nella sua formazione seminariale papa Bergoglio.

Purtroppo, come dicevo in apertura, gli ultimi 50 anni di storia sono stati segnati, tra le tante rovine, anche da quello che si definisce “minimismo mariologico”: la Madonna, cioè, ridotta ad una donnetta feriale, una come noi, erede come noi di tutte le passioni e miserie da cui è reso schiavo il genere umano.

La dottrina e la pietà mariane ridotte ad un “ectoplasma”, secondo l’efficace espressione del famoso mariologo ed esperto di apparizioni mariane, René Laurentin.

Dopo il Concilio Vaticano II è cominciata quella che è stata definita “epoca glaciale mariana” che ha visto uno sforzo titanico da parte degli esponenti del “nuovo corso della Mariologia” di rimuovere e far sparire, come “relitto da museo”, tutto quanto di bello, vero ed onorevole la Tradizione di due millenni della Chiesa aveva saputo attribuire alla Eccelsa Madre di Dio.

Si pensi che, lo stesso Paolo VI, un giorno fu costretto a lamentarsi in proposito e, parlando con manifesta apprensione e amarezza dei “tanti sconvolgimenti spirituali” in atto nel post-Concilio, presentava con accenti di dolore lo “sconvolgimento” della devozione alla Madonna:

“Perché, oggi, che cosa è avvenuto? È avvenuto, fra i tanti sconvolgimenti spirituali, anche questo: che la devozione alla Madonna non trova sempre i nostri animi così disposti, così inclini, così contenti alla sua intima e cordiale professione com’era un tempo. Siamo noi così devoti a Maria come lo era fino a ieri il clero e il buon popolo cristiano? Ovvero siamo oggi più tiepidi, più indifferenti? Una mentalità profana, uno spirito critico hanno forse reso meno spontanea, meno convinta la nostra pietà verso la Madonna” (1).

Insomma, amici e fratelli, capite bene che in questo contesto non si salva niente: nessun privilegio di questa Donna sublime è accettato e conservato integro da tali detrattori della Fede. Lei Assunta, Lei Immacolata, Lei Regina??

No, si stracciano le vesti i nuovi maestri a sentirti dire una cosa del genere. Ma se è una di noi, una come noi, ma quale regina e regalità, quale dignità regale e regale potenza? Oggi ti dicono: “Abbiamo scoperto che la mariologia del passato fatta di lodi e privilegi tributati a Maria non va più bene, no”. Oggi, invece, si deve parlare e proporre la “mariologia in cammino”, non la Mariologia di sempre. Capite? Cosa poi vogliano dire con questa categoria priva di senso, forse, non lo sanno neanche loro.

E se papa Bergoglio almeno le conserva il riconoscimento di madre della Chiesa, a differenza dei progressisti mariani più accesi, non risparmia però dure staffilate ai di Lei tradizionali attributi che fanno sobbalzare di santa indignazione i devoti di questa Nobile Signora.

* * *

Ma basta così…

Cosa invece insegnano i Padri della Chiesa, i Dottori, i Papi, i Santi e tutti i corifei della grande fede e dottrina mariana di due millenni di storia della Chiesa sulle due verità mariane negate questa mattina dal Papa?

Sulla corredenzione mariana è stato scritto tanto nei mesi scorsi dai difensori della fede e dell’onore della Santissima e anche io ho ospitato sul canale Tempi di Maria diversi contributi ricchi di richiami alla Tradizione della Chiesa in difesa di questo privilegio mariano. Quindi non mi pare il caso di tornarci su. Rimando agli articoli i cui link trovate alla fine di questo scritto.

Mi tocca in questa occasione difendere, e lo faccio volentieri e in spirito di cavalleria mariana, gloriosa regalità della Vergine Santissima, offesa dalle dichiarazioni di papa Bergoglio.

La Benedetta fra tutte le donne è stata salutata dalla Tradizione della Chiesa come Nuova Eva che affianca il Nuovo Adamo Gesù nell’opera della redenzione, del sollevamento e della rigenerazione del genere umano. Per la sua intatta fedeltà alla sua missione, Ella è stata definitivamente elevata ad una dignità eccelsa e sublime, al di sotto solo di Dio Medesimo, quale Regina del cosmo, dei cieli e della Terra, a cui ogni creatura, per sempre, Le è sottomessa.

Quindi: donna feriale? Donna discepola? Donna “in cammino”? No, Regina! Regina che con la sua bontà e misericordia si offre di continuo al Padre per intercedere per noi poveri peccatori, salvarci dagli artigli di satana ed introdurci nel Regno beato per l’eternità.

Ascoltiamo uno dei più degni successori di Pietro tutti i tempi, la cui voce vorrei far echeggiare ovunque:

«È certo che in senso pieno, proprio e assoluto, soltanto Gesù Cristo, Dio e uomo, è re; tuttavia, anche Maria, sia come madre di Cristo Dio, sia come socia nell’opera del divin Redentore, e nella lotta con i nemici e nel trionfo ottenuto su tutti, ne partecipa la dignità regale, sia pure in maniera limitata e analogica. Infatti da questa unione con Cristo re deriva a lei tale splendida sublimità, da superare l’eccellenza di tutte le cose create: da questa stessa unione con Cristo nasce quella regale potenza, per cui ella può dispensare i tesori del regno del divin redentore; infine dalla stessa unione con Cristo ha origine l’inesauribile efficacia della sua materna intercessione presso il Figlio e presso il Padre” (…).

“I fedeli contemplano in pia meditazione già da molti secoli, il regno di Maria, che abbraccia il cielo e la terra”.

“Il popolo cristiano ha sempre creduto a ragione, anche nei secoli passati, che colei, dalla quale nacque il Figlio dell’Altissimo, che “regnerà eternamente nella casa di Giacobbe” (Lc 1, 32), (sarà) “Principe della pace” (Is 9, 6), “Re dei re e Signore dei signori” (Ap 19, 16), al di sopra di tutte le altre creature di Dio ricevette singolarissimi privilegi di grazia. Considerando poi gli intimi legami che uniscono la madre al figlio, attribuì facilmente alla Madre di Dio una regale preminenza su tutte le cose”» (2)

Le apparizioni mariane, tra le altre cose, mettono in risalto la sublime eccellenza e dignità della Santa Madre di Dio. I titoli con i quali Ella si auto-introduce ai suoi intermediari, raccolti insieme, vanno a costituire un trattato di mariologia nel senso più massimalista che vi possa essere.

Si pensi alle apparizioni della Vergine della Rivelazione a Bruno Cornacchiola alle Tre Fontane, nel 1947, dove si presentò con delle parole vertiginose: “Io sono Colei che sono nella Trinità divina”.

Ma non mi accontento di questa breve (seppur densa) citazione. La regalità della Signora del creato merita maggior e miglior difesa.

Le prime testimonianze dei Padri della Chiesa sulla regalità della Vergine Maria risalgono al IV secolo (si noti l’antichità).

Ricordiamo innanzitutto due frammenti di Sant’Efrem il Siro. Nel primo pone sulle labbra di Maria, che si rivolge a Gesù, il titolo che ella riconosce per sé di “madre del Re”: «Il cielo mi sorregga con il suo braccio, perché io sono più onorata di lui. Il cielo, infatti, fu soltanto tuo trono, non tua madre. Ora quanto è più da onorarsi e da venerarsi la madre del Re del suo trono!» (3). Nel secondo è l’autore stesso che prega la madre di Gesù, chiamandola «Vergine augusta e padrona, Regina, signora» (4).

A qualche decennio successivo risalgono, invece, le invocazioni di Gregorio di Nazianzo: «madre del Re di tutto l’universo», «madre vergine, ha partorito il Re di tutto il mondo» (5).

Contemporaneamente a Maria viene attribuito anche il titolo di “Signora” (domina, in latino).

Le testimonianze si moltiplicano in Oriente e in Occidente nei secoli successivi. In Oriente nel VI secolo il grande innografo Romano il melode († 560) canta l’amorevolezza di Maria Regina verso i poveri: «non è prerogativa solo del comandante il saluto alla Regina, ma anche gli umili possono vederla, parlare con lei» (6).

Flavio Cresconio Corippo († 568), poeta di corte dell’imperatore di Bisanzio Giustino II, scrive una preghiera alla Vergine per l’imperatrice Sofia, nella quale invoca Maria quale «Regina del mondo eccelso, madre santissima del creatore dell’universo» (7).

Ma sono soprattutto i tre grandi autori bizantini dell’VIII secolo, Andrea di Creta († 720), Germano di Costantinopoli († 733) e Giovanni Damasceno († 749) a utilizzare, dopo aver elaborato la dottrina dell’assunzione e della mediazione di Maria, il termine “Regina” per esprimerne la superiorità sulle creature celesti e sugli uomini. Andrea di Creta pone in relazione la regalità della Vergine con la sua assunzione: «[Gesù Cristo] portò [ai cieli] in questo giorno, come Regina del genere umano, dalla dimora terrena la sua Madre sempre vergine, nel cui seno, pur rimanendo Dio, prese l’umana carne» (8).

In Occidente il titolo “Regina” compare a partire dal VI secolo. In un poema in lode di Maria attribuito a Venanzio Fortunato (530-600), l’autore canta: «Sei stata posta sul trono celeste, o felice Regina» (9); un secolo dopo Ildefonso da Toledo († 667), così invoca la madre di Gesù: «O mia signora, o mia dominatrice: tu sei mia signora, o madre del mio Signore […] Signora tra le ancelle, Regina tra le sorelle» (10); e Ambrogio Autperto, nell’VIII secolo giustifica ancora una volta questo titolo con il riferimento alla maternità divina: «Regina del cielo, perché madre del re degli angeli» (11).

* * *

Potremmo andare avanti a lungo ma a che serve? Abbiamo capito tutti l’antifona, no? Nei secoli successivi non fanno che rafforzarsi la convinzione e l’approfondimento di questo titolo e del relativo contenuto dottrinale, come è giusto e doveroso che sia. La Chiesa sempre ha creduto e professato la regalità della Madonna.

Eppure questa mattina colui che siede sulla cattedra di Pietro è stato udito dire qualcosa di diverso. A che titolo, ci chiediamo? Non dovrebbe essere il custode del deposito? Altrimenti perché occupare quel posto? Eppure, ormai da 7 lunghi anni, egli rema in direzione esattamente contraria a quel sacro tesoro di dottrina che ci è stato offerto a prezzo del Sangue del Salvatore e dei dolori dell Corredentrice. Ecco perché i cattolici veramente tali sono giustamente stanchi di ascoltarlo maltrattare le cose sante della religione e negare più o meno apertamente le verità più auguste della Fede cattolica.

Amici, ricordiamolo: “De Maria numquam satis” (San Bernardo di Chiaravalle): mai si dirà abbastanza di Colei che, Nuova Eva, è stata eletta Socia del Salvatore e ci ha rigenerato alla vita della grazia.

Sia benedetto il nome di Maria Vergine e Madre, la sua materna corredenzione e la sua gloriosa regalità. Così sia.

Note

1) Paolo VI, Omelia, in AAS 62 (1970) 295-301.
2) Pio XII, Ad Coeli Reginam, Lettera Enciclica, 11 Ottobre 1954.
3) Sant’Efrem, Hymni de B. Maria, 19.
4) ID., Oratio ad Ss.mam Dei Matrem.
5) San Gregorio di Nazianzo, Poemata dogmatica 18,58, in Patrologia Graeca 37, 485.
6) Romano il melode, Inno I dell’annunciazione 1, in Sources Chretiennes 110, 20.
7) Flavio Cresconio Corippo, In laudem Iustinii 2,56.
8) Sant’Andrea di Creta, Homilia II in Dormitionem Ss.mae Deiparae, in Patrologia Graeca 97, 1079. Cf. anche ID., Homilia III in Dormitionem Ss.mae Deiparae 1, in Patrologia Graeca 98, 303: «Regina di tutti gli uomini, perché fedele di fatto al significato del suo nome, eccettuato soltanto Dio, si trova al di sopra di tutte le cose»; San Germano di Costantinopoli, In Praesentationem Ss.mae Deiparae 1, in Patrologia Graeca 98, 303: «Siedi, o signora: essendo tu Regina e più eminente di tutti i re ti spetta sedere nel posto più alto»; Ivi 2, in Patrologia Graeca 98, 315: «Signora di tutti coloro che abitano la terra»; San Giovanni Damasceno, Homilia I in Dormitionem B.M.V., in Patrologia Graeca 96, 719: «Regina, padrona, signora»; De fide orthodoxa,1,4,14, in Patrologia Graeca 44, 1158: «signora di tutte le creature».
9) Venanzio Fortunato, In laudem Sanctae Mariae 265, in Patrologia latina 88, 282.
10) Sant’Ildefonso di Toledo De virginitate perpetua B.M.V., in Patrologia latina 96, 58.
11) Sant’Ambrogio Autperto, Omelia nella festa dell’Assunzione 2, in Patrologia latina 39, 2129.

 
VIDEO

Papa Francesco, omelia a Santa Marta del 3 aprile 2020

 
https://www.youtube.com/watch?v=5D-le0VBY7k
 
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http://apostatisidiventa.blogspot.com/2020/04/il-secondo-nietzsche.html

marzo 28, 2020

Papa Francesco, unico grido di speranza nel mondo: ‘Signore, non lasciarci soli nella tempesta!’

Filed under: BERGOGLIO PAPA FRANCESCO, CHIESA CATTOLICA, CULTURA CRISTIANA, pandemia, preghiera — mirabilissimo100 @ 7:13 am

 
PAPABOYS.ORG
 
27 MARZO 2020
Pubblichiamo integrale l’omelia pronunciata da PAPA FRANCESCO in mondovisione sul sagrato della basilica vaticana. Il Papa ha elevato una supplica «in questo tempo di prova».
 
Al termine della Celebrazione il Papa ha impartito la Benedizione “Urbi et Orbi”, a cui è annessa la possibilità di ricevere l’indulgenza plenaria per tutti i malati di CORONAVIRUS per i medici, gli infermieri, i familiari, i volontari.
 

Ecco il testo: «Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermieri e infermiere, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità e di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

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https://www.papaboys.org/papa-francesco-unico-grido-di-speranza-nel-mondo-signore-non-lasciarci-soli-nella-tempesta/

marzo 27, 2020

PROFESSOR ROBERTO DE MATTEI:IL CORONAVIRUS COVID-19 E’ CASTIGO DIVINO?

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Il Coronavirus è un castigo divino? Considerazioni politiche, storiche e teologiche del prof. Roberto de Mattei.

 

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