Mirabilissimo100’s Weblog

luglio 27, 2017

Siria: Fermate gli aggressori !

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SIRIA NEMICI VERI

Dichiarazione di Socorro Gomes, presidente del Consiglio Mondiale della Pace (CMP)

da cebrapaz.org.br

Traduzione di Marx21.it  

Fermare l’aggressione contro la Siria e la minaccia imperialista!

13 Luglio 2017

La presidente del Consiglio Mondiale della Pace ha rilasciato, il 6 luglio scorso, una dichiarazione per condannare le più recenti accuse contro il Governo della Siria da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati, che cercano di giustificare l’invasione del paese arabo sulla base di affermazioni infondate e propagandistiche. La presidente ribadisce anche la solidarietà del movimento della pace al popolo siriano, che resiste da sei anni alla politica imperialista, alle aggressioni e alla proliferazione di gruppi armati e gruppi terroristici incoraggiati da questa politica, e chiede il rafforzamento della mobilitazione contro la guerra.

E’ con indignazione ed energico rifiuto che denunciamo i tentativi degli Stati Uniti e dei loro alleati di promuovere un’offensiva diretta contra la Repubblica Araba Siriana, valendosi degli stessi  falsi pretesti già collaudati per giustificare un’invasione.
Gli Stati Uniti e i loro alleati recitano la litania, senza presentare alcuna prova che dimostri che il governo siriano si stia preparando a lanciare attacchi chimici contro la popolazione. E’ venuto il tempo di seppellire la pratica delle potenze imperialiste e dei loro lacchè di inventare menzogne aberranti e venderle come sentenze che giustificano “interventi umanitari”.

Il Consiglio Mondiale della Pace ribadisce il suo completo ripudio di questa politica di ingerenza e di aggressione,che attenta contro la sovranità delle nazioni e provoca la sofferenza di popoli interi, mantenendo immersi nel caos interi paesi, il che solo serve agli interessi dell’impero. E’ stato così in Jugoslavia, in Libia, in Iraq e in Afghanistan, e il tentativo è quello di ripetere questa operazione in Siria.

Gli Stati Uniti e la loro illegittima coalizione insistono con la loro retorica ipocrita e menzognera, perpetrano attacchi diretti, preparano un’invasione e insistono nel dividere e devastare il paese arabo.

Il popolo siriano resiste con coraggio e non è solo. I movimenti di pace e solidarietà hanno denunciato l’appoggio diretto offerto dall’imperialismo statunitense e dai suoi alleati ai gruppi armati e ai terroristi che operano nella regione. Sono, tutti costoro, i grandi responsabili della distruzione, delle morti di centinaia di migliaia di persone e della situazione che spinge milioni a cercare rifugio all’estero.

Le autorità siriane hanno dimostrato impegno nell’eliminazione delle armi chimiche nel paese dal momento della firma del trattato relativo al tema e dell’operazione guidata dall’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, la cui missione di inchiesta ha recentemente visitato la Siria, ma che si è vista impedita ad accedere in alcune zone dai gruppi armati patrocinati dall’impero.

Fin dall’inizio delle tensioni in Siria, sei anni fa, il Consiglio Mondiale della Pace manifesta solidarietà risoluta con il popolo siriano nella difesa della sua sovranità e del suo diritto inalienabile a decidere il suo futuro, libero dall’intervento straniero. Allo stesso tempo, il Consiglio Mondiale della Pace ribadisce il suo appoggio alla ricerca di una soluzione politica del conflitto nel paese.

Nelle nostre visite in Siria e negli eventi da noi organizzati in tutto il mondo, abbiamo riaffermato il nostro energico rifiuto della politica imperialista che tenta di devastare la Siria nel contesto dei suoi piani di dominio e riconfigurazione regionale. Esortiamo tutti i movimenti per la pace e per la giustizia in tutto il mondo di rafforzare le loro azioni e l’opposizione alla minaccia di invasione della Siria.

Esigiamo la fine dell’ingerenza imperialista in Siria, del patrocinio di gruppi armati e terroristi e delle aggressioni dirette!

Viva il popolo siriano e la sua resistenza!

Socorro Gomes
Presidente del Consiglio Mondiale della Pace

http://www.marx21.it/index.php/internazionale/pace-e-guerra/28230-fermare-laggressione-contro-la-siria-e-la-minaccia-imperialista

Siria: Sei lunghi anni di guerra

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 3:38 am

SIRIA PRIMA E DOPO R

ORA PRO SIRIA

lunedì 17 luglio 2017

Siria, sei anni di guerra… dopo l’incubo, i sogni o la realtà? (1)

Vogliamo proporvi l’intervento dell’ ex ambasciatore Michel Raimbaud al convegno organizzato da “Chrétiens d’Orient pour la paix” il 27 giugno 2017 : egli vi dipinge il risultato terrificante di questa guerra che dura dall’inizio del 2011. 
Ci pare che l’autorevole diplomatico francese colga l’orizzonte globale in cui si colloca il conflitto e ne illustri senza infingimenti dinamiche e responsabilità. 
Qui la prima parte del testo da noi tradotto dal francese, il seguito domani. 
Grazie per la vostra attenzione
   Gb. P.
I / Un conflitto universale
Un brutto giorno del mese di marzo del 2011, fu dato il “calcio d’inizio” a questa interminabile guerra siriana che oggi è l’oggetto delle nostre riflessioni. Chi avrebbe potuto immaginare che questa guerra si sarebbe installata nella pubblica opinione con l’etichetta della cosiddetta “guerra dimenticata” tra un movimento popolare “democratico e pacifico” e un “regime massacratore”, una buona causa da difendere da parte delle élites (di destra o di sinistra) che da vent’anni hanno cementato un comune consenso attorno a tutte le certezze morbide ereditate da un “neoconservatorismo” all’americana. L’adesione, spontanea o calcolata, ai “valori” veicolati da questo consenso, firmando la loro fedeltà (o la loro appartenenza) allo “Stato profondo”, dà loro il diritto (ma dovremmo dire il privilegio) di parlare dalle antenne, dagli schermi e nei notiziari.
E’ grazie a questa fede ideologica sommaria che il nostro mainstream si polarizza rapidamente sull’urgenza di “abbattere Bashar” e rovesciare “il regime siriano” adoperandosi (con un certo successo) per far condividere questa ossessione ad ampi settori della popolazione.
Nel paesaggio audiovisivo, intellettuale e politico, nascerà come per incanto un fronte compatto e senza remore che contribuirà a rendere irrilevanti i dissidenti dalla narrazione ufficiale. Il conflitto siriano sarà catalogato immediatamente come un episodio delle “primavere arabe”, in linea con quelle di Tunisi, dell’Egitto, dello Yemen, della Libia, e una volta per tutte si decreterà che uno scenario come quello libico è ineluttabile anche per la Siria.
Un tempo si credeva che il lavaggio del cervello fosse appannaggio dei regimi totalitari: adesso, il conflitto in Siria, come prima la Libia, ha dato alle “grandi democrazie”, compresa la nostra, l’opportunità di mostrare le proprie competenze in materia. Oscurando totalmente la condanna a morte di un popolo abbarbicato alla sovranità, all’integrità e all’indipendenza del proprio Paese, tacendo sulle distruzioni di massa, falsificando la realtà, è la resistenza stoica del popolo siriano che viene deliberatamente ignorata, l’immagine eroica di un esercito nazionale che sarà sfigurata: la negazione e il colpevole silenzio amplificano di molto ogni sofferenza.
Bisogna ben dirlo: l’impegno a deporre Bachar al Assad (che “non merita di essere sulla terra”, ma sarebbe meglio “un metro sotto terra”), la volontà di distruggere (Bashar forse non sarà deposto, ma avremo distrutto la sua Siria, come osò dire di recente un avversario democratico “moderato”) e la volontà di uccidere (siamo pronti a sacrificare i due terzi del popolo siriano, al fine di salvare l’ultimo terzo) non hanno poi scioccato un granché molte persone di questa parte del mondo durante questi anni di devastazione della legalità e della moralità internazionale. Malgrado le contraddizioni, le prove, le rivelazioni, le testimonianze, ci sono ancora dei fanatici o degli ingenui senza speranza, che ostinatamente difendono la tesi che la guerra in Siria sarebbe niente più che la lotta di un popolo in rivolta contro un regime oppressivo. Un episodio della “primavera araba” che è andato storto, ma non è detta l’ultima parola…
Tuttavia, quando è troppo è troppo. I ranghi dei fochisti e dei carbonai della ” rivoluzione” alla fine saranno chiari. Quando si ha il naso immerso nelle rovine del caos creatore, se non si hanno gli occhi colmi di spavento davanti alla ferocia e la coscienza rivoltata di fronte alla gestione della barbarie jihadista, significa che si è scelto di chiudere gli occhi. Bisogna essere ciechi ed accontentarsi di analisi preconfezionate o di idee ricevute per non vedere nella tragedia siriana altro che un evento banalizzato dentro la sequenza epidemica di “primavere arabe” sparse. Bisogna avere un cervello scadente o particolarmente sempliciotto per negare per principio di inserire questa tragedia nel SUO VERO CONTESTO, che evidentemente si riferisce alle crisi ed alle guerre degli ultimi decenni. È quello di un’impresa geopolitica e geostrategica globale di destabilizzazione e di distruzione, ispirata, pianificata, annunciata e condotta dall’Impero sotto direzione américano-israeliana, utilizzando sistematicamente dei regimi asserviti e dei complici di circostanza (islamisti nella fattispecie) la cui agenda, per differente che sia, è compatibile nel breve e medio termine con quella dei padroni atlantici.
Visto attraverso la lente dei neo-cons che lo ispirano ormai dall’ultimo quarto di secolo, l’Occidente (l’America, Israele ed alleati europei) mira come sua vocazione a competere con l’Eurasia russo-cinese la padronanza del pianeta, e la decostruzione del mondo arabo musulmano che separa questi due insiemi è una condizione imposta dalla geopolitica. Per le forze islamiste radicali, la decomposizione degli Stati di questa “cintura verde musulmana” in entità su base etnica o confessionale è il prerequisito per la creazione di una poltiglia di Emirati, tappe incerte verso la rifondazione di uno Stato islamico basato sulla Sharia (legge coranica) o il ripristino del Califfato, un secolo dopo la sua abolizione. Per motivi storici, culturali, religiosi, politici e geopolitici, la Siria è il centro e l’epicentro di questo confronto il cui esito sarà cruciale per l’istituzione del futuro ordine mondiale in divenire.
In ogni caso, è difficile negare che le guerre di Siria (o le guerre in Siria) sono degenerate in un conflitto universale tra due campi, uno che ha dimostrato la sua forza e il secondo che si trova in completa disarticolazione:
– il campo della Siria legale e i suoi alleati (Iran, Hezbollah, Russia e Cina, e per estensione i paesi BRICS), ma anche di paesi come l’Algeria e sempre di più l’Iraq, le sue forze armate, Hachd al Chaabi (raggruppamento popolare), lo Yemen “legale” del Presidente Ali Abdallah Saleh e altre forze resistenti all’egemonia.
– Il campo avversario: regimi islamici (Turchia, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati del Golfo Persico), i terroristi e jihadisti nonché gruppi di miliziani, finanziati, armati, supportati da Israele e, purtroppo, dagli occidentali. Tutti questi avversari della Siria”legale” si consulteranno regolarmente come parte del gruppo “amici della Siria”.

Questo scontro universale, che ha conosciuto in più di sei anni numerosi sviluppi, si può riassumere (ho provato a farne una descrizione nel mio libro “Tempesta sul grande Medio Oriente” pubblicato nel febbraio 2015, e poi a febbraio 2017) in una buona dozzina di conflitti uno più spetato dell’altro, mescolando l’odore di santità con l’odore del gas, le illuminazioni messianiste e le ambizioni strategiche, i riferimenti ai valori morali e i valori dei mercato, la guerra santa a sfondo religioso e la lotta profana per il potere politico.
1/ Sulla questione siriana propriamente detta:
1/ E’ inizialmente una guerra per il potere, condotta dalla cosiddetta opposizione “democratica e pacifica” contro l’oppressione di un “regime assassino”
– 2/ Questa lotta interna diverrà rapidamente militare, trasformata dalla penna degli analisti in una “guerra civile”, che non lo è affatto in quanto viene importata …
– 3/ Infatti, il conflitto sarà internazionalizzato dall’intervento massiccio dei regimi sunniti radicali e di combattenti stranieri a fianco dell’opposizione (pesantemente) armata, poi per l’ingerenza ed il sostegno aperto degli Occidentali, diventando chiaramente una guerra di aggressione, che è crimine internazionale per eccellenza, secondo il Tribunale di Norimberga.
– 4/ Questa guerra costituirà di fatto un politicidio (che è contro un Stato ciò che l’omicidio è contro un essere umano) mirando a provocare l’implosione dello Stato-nazione siriano in mini-entità a base confessionale o etnica, conformemente ai piani israelo-americani. È l’obiettivo del Protocollo di Doha adottato sotto l’egida del Qatar nel novembre 2012 dalla Coalizione Nazionale siriana delle Forze dell’opposizione e della Rivoluzione.
2/ Sotto l’aspetto religioso:
– 5/ E’ una guerra in nome dell’islam contro un “regime empio”, sotto la bandiera della Jihad, “gestita con la ferocia e la barbarie”, che è la strategia ufficiale dello Stato Islamico (Da’ech).
– 6/ riciclata come guerra santa dagli islamisti, la guerra di aggressione, quindi, verrà ben presto ridefinita dalla comunità internazionale come una guerra terroristica.
– 7/ E quindi genererà una ripresa della guerra globale contro il tal terrorismo, considerato (almeno a parole) come il nemico numero uno di tutti i paesi, una guerra destinata a servire come una foglia di fico per la guerra di aggressione contro la Siria.
– 8/ Un attacco dei radicali sunniti wahabiti (e simili) contro “l’asse sciita” che va da Teheran fino al Libano attraverso la Siria e l’Iraq, presentato dai wahhabiti e dei loro alleati come componente della lotta anti-terrorismo.
– 9/ Un’accanita guerra tra i due campi del radicalismo sunnita (Turchia e Qatar contro Arabia Saudita, Fratelli Musulmani contro wahabiti) per la gestione dell’Islam sunnita e dell’Islam.
3/ Dal punto di vista geopolitico :
– 10/ Una guerra per procura (proxi-war) tra l’Eurasia e l’Occidente atlantista
– 11/ Una guerra per l’energia, nella fattispecie per il gas
– 12/ Una guerra per l’interesse superiore di Israele, onnipresente nelle preoccupazioni americane e occidentali
– 13/ A coronamento di tutto, un risiko planetario giocato sulla “grande scacchiera” che ha come obiettivo il controllo del “Grande Medio Oriente” riaggiornato, la leadership nel mondo.
Il tributo di vite umane, il costo materiale e finanziario delle sole guerre siriane è terrificante, come il bilancio generale della “democratizzazione del Grande Medio Oriente” che dobbiamo a George W. Bush e ai suoi scagnozzi.
II/ Per legittima difesa, la Siria sta facendo valorosamente fronte alla guerra di aggressione
1/ La legittimità dello Stato siriano.
Membro delle Nazioni Unite, la Siria è uno stato indipendente e sovrano. Il suo regime è repubblicano in stile laico. Parlando di “regime siriano” per descrivere il suo governo, ovviamente si cerca di delegittimarlo, a dispetto di un principio generalmente dimenticato: mentre noi volentieri ricordiamo il diritto dei popoli all’autodeterminazione, spesso ci dimentichiamo del diritto degli Stati di decidere il loro sistema politico, senza alcuna interferenza straniera.
Secondo il diritto internazionale, il governo detiene il monopolio dell’uso legale della forza: questo deve essere ricordato a tutti coloro che sognavano di distruggere uno Stato recalcitrante, a coloro che volevano “ucciderlo politicamente”, perché ha resistito ai loro obiettivi neocoloniali.
L’Esercito Arabo Siriano non è “l’esercito del regime alawita”, ma un esercito nazionale di coscritti con chiamata alle armi. Esso ha il diritto assoluto di riconquistare o liberare qualsiasi parte del proprio territorio senza chiedere il permesso a nessuno. Ripristinando la sovranità dello Stato sul suolo nazionale, non fa altro che consentire allo Stato, di cui esso è uno degli organi legali, di esercitare il suo diritto di controllo del territorio. Non fa che affermare il diritto della Siria a preservare la sua sovranità, la sua integrità, la sua indipendenza.
Da oltre sei anni, un paese che non ha aggredito nessuno deve resistere a una guerra di aggressione che coinvolge in un modo o nell’altro (abitanti, militari, governi …) più di cento membri delle Nazioni Unite, scontrandosi inoltre con un apparato internazionale e un’ONU tutt’altro che neutrale. La resistenza del “regime siriano” e dei suoi alleati ha comunque bloccato l’impresa della compagnia dei “neocon” e dei takfiristi, tanto che anche i suoi detrattori e nemici ammettono ormai (come l’ex ambasciatore americano a Damasco Robert Ford) che la Siria ha potenzialmente vinto.

 prima parte….   Testo in francese:  
http://arretsurinfo.ch/syrie-six-ans-de-guerre-apres-le-cauchemar-les-reves-ou-la-realite/

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martedì 18 luglio 2017

Siria, sei anni di guerra… (2°parte)

Seconda parte dell’intervento dell’ Ambasciatore Michel Raimbaud alla Conferenza organizzata da «  Chrétiens d’Orient pour la paix »  
Traduzione dal francese di Gb.P. per OraproSiria
2/ La Siria vive in un’atmosfera di dopoguerra
Sul fronte delle operazioni militari: dopo la liberazione di Aleppo che è stata punto di riferimento e ha segnato gli spiriti nel mese di dicembre 2016, l’esercito siriano è ovunque all’offensiva sui fronti di Damasco, di Aleppo, a Homs, sul confine con la Giordania, nel deserto siriano. Nonostante le intimidazioni degli Stati Uniti, riconquista poco a poco il territorio nazionale. Anche se la guerra rischia di essere ancora lunga, l’evoluzione favorevole della “Battaglia del deserto” in corso, lascia presagire un’accelerazione dei progressi.
Ignorando le ingiunzioni e le minacce americane, l’esercito siriano ha fatto il suo congiungimento con le forze irachene di “Hachd Chaabi” al confine tra i due paesi, exploit che sembrava improbabile fino a pochi mesi fa. Questa ridefinizione dei confini Sykes-Picot tra Siria e Iraq è un fatto importantissimo, poiché significa la sconfitta ab initio dell’ intesa ordita da Tel Aviv e presentata a Trump prima dei suoi viaggi in Arabia e in Israele , che proponeva una nuova base di cooperazione con gli Stati Uniti. Questo piano (defunto) ripreso tale e quale nei vertici di Riyad, prevedeva :
-Il riconoscimento da parte di Washington della sovranità di Israele sul Golan
-Il rifiuto di ogni presenza militare permanente dell’Iran in Syria
– l’inasprimento delle sanzioni contro Teheran a causa del suo “sostegno al terrorismo”
-L’aumento della pressione su Hezbollah
– Un impegno per impedire la creazione di un corridoio Iran – Iraq – Siria – Libano che possa dare all’Iran uno sbocco sul Mediterraneo.
Le molteplici provocazioni (un aereo, poi un drone siriano abbattuto dagli americani, bombardamenti qua e là, attacchi occasionali contro l’esercito siriano..) non cambieranno nulla, tanto che esse appaiono contro-producenti. Lungi dall’intimidire, questa lotta di retroguardia guidata da una potenza in declino (e quindi pericolosa) ha causato un irrigidimento di Mosca per quanto riguarda le condizioni future per la cooperazione tecnico-militare tra i russi e gli americani contro il terrorismo. Ed ha ispirato agli iraniani una grande “première” sotto forma di un missile sparato su Da’esh in Siria dal loro territorio.
Si potrebbe dire lo stesso delle “Forze Democratiche Siriane”, che siano curde, o arabe e turkmene, che potrebbero fare un calcolo sbagliato cercando la creazione di un Kurdistan “introvabile” in Siria.
Sul piano politico-mediatico, la Siria sembra aver vinto. Le agenzie di propaganda e coloro che danno lezioni di morale hanno preteso e ancora rivendicano con l’aplomb dei truffatori, che un popolo unanime si erga in piedi contro il “dittatore” o il “tiranno assassino”. Dal 2011, tuttavia, non è difficile da vedere, malgrado l’omertà, che la narrazione ufficiale semina ai quattro venti girandole di “false flag” (false bandiere) arma favorita dai terroristi democratici, dei cannibali moderati, dei rivoluzionari del circuito Elizabeth Arden e dei reverendi predicatori dell’Asse del Bene.
Le popolazioni votano sempre con i propri piedi quando ne hanno la possibilità, e questo tipo di scrutinio non necessita di un lungo spoglio. A poco a poco, mentre l’esercito riconquista il proprio territorio nazionale, coloro che ne hanno l’opportunità fuggono dalle zone ribelli e accolgono l’esercito siriano come liberatore.
Per anni era di moda in Francia, nella Navarra e altrove, ripetere come pappagalli che “Bashar se ne deve andare”, che “Bashar non ha posto nel futuro della Siria”: adesso, non si contano i pappagalli arroganti che sono scomparsi e che non hanno più alcun ruolo da svolgere nel futuro del proprio paese, mentre il loro capro espiatorio è sempre lì. E’ che questo presidente, questo capro espiatorio è rimasto per molti, ed è diventato per molti altri, il simbolo della resistenza dello Stato e dell’attaccamento del popolo siriano al proprio modello di società tollerante.
3/ Diplomaticamente gli avvenimenti si stanno rimescolando
La solidità dell’alleanza tra la Siria e i suoi alleati (Hezbollah, Iran, Iraq, Russia, Cina) contrasta con lo sfaldamento della coalizione avversaria:
– Lo sfaldamento del blocco islamista (tra Arabia e la Turchia, tra Arabia e Qatar, la spaccatura all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo) è così evidente che parla da sé.
– Il ritiro graduale di Trump nel faccia a faccia con l’Arabia Saudita di Bin Salman e la sua preoccupazione di far pagare a caro prezzo a Riyadh (già centinaia di miliardi di dollari) il mantenimento di una finzione di alleanza per la vita o per la morte è abbastanza trasparente. Bisogna essere inesperti e approssimativi come Mohammed Bin Salman per non vedere che il contratto sicurezza in cambio di petrolio ha dato luogo ad un accordo armi contro dollaro. Allo stesso modo, le sue decisioni ambigue riguardo al Qatar, il suo comportamento ambiguo con i Curdi e la Turchia, non sono decisioni troppo rassicuranti per i diretti interessati. Possiamo usare a questo proposito le parole di qualche umorista : “è pericoloso avere gli Stati Uniti come nemici, ma è ancora due volte più pericoloso averli per amici”.
– La disaffezione tra l’Europa e gli Stati Uniti, evidenziata dal vertice NATO, ha già introdotto una forma di divisione atlantica, sulle stesse basi: “gli Europei vogliono la sicurezza a nostre spese; che ne paghino quindi il giusto prezzo”.
– L’intervista accordata dal nuovo Presidente della Repubblica Macron a diversi giornali europei, e dedicata alla sua visione della futura politica della Francia, è stata descritta da molti come una inversione di 180 ° nel caso della Russia, della Siria e riguardo al presidente Bachar al Assad:
– Per Emmanuel Macron, la partenza di Bachar al Assad non sarebbe più un’ossessione. Non c’è un “successore legittimo ” di Bachar al Assad. Il capo di stato siriano non è il nemico della Francia.
– L’unico nemico della Francia in Siria è Da’ech (ISIS): Abbiamo bisogno di una soluzione politica, con una tabella di marcia.
– Il Signor Macron ha rispetto per Vladimir Poutin e cerca di avviare una cooperazione con Mosca anche riguardo alla Siria.
– Il Presidente dice che vuole voltare pagina su un decennio di “logica neo-conservatrice” …
III / Siria è ora a un bivio
1 / “La Siria Invicta” è il titolo di un sub-capitolo di “Tempesta sul Grande Medio Oriente”, il mio libro di cui ho accennato sopra. Partecipando nel febbraio scorso a una conferenza a Damasco, avevo ipotizzato che se “la Siria vittoriosa” (questo era lo slogan scelto dagli organizzatori) non aveva ancora vinto, lo avrebbe fatto comunque. Essendo una mia ferma convinzione sin dall’inizio della crisi, sarebbe sbagliato che ci ripensassi, mentre si verificano cambiamenti radicali, in primo luogo militari e poi politici e diplomatici, dall’altro. I segnali ci sono tutti a indicare che la vittoria politica della Siria legale sembra acquisita. Questa prospettiva dovrebbe viaggiare di pari passo con la conferma del Presidente Assad al suo posto e con un “addio alle rivoluzioni arabe”, la cui fiamma (si può esserne sicuri) sarà mantenuta ancora per un certo tempo nelle cancellerie occidentali e nei palazzi orientali.
Imbattuta, la Siria è tuttavia devastata. Lei sola conta circa 400.000 morti, senz’altro 15 milioni di rifugiati, sfollati ed esiliati, e 1,5 milioni di feriti con lesioni permanenti e altre gravi disabilità. Quasi due terzi del Paese sono in rovina, con danni stimati intorno a circa 1.300 miliardi di dollari, senza contare i perduranti effetti delle sanzioni, blocchi ed embarghi vari …
Una questione s’impone: bisogna fermare la guerra? Secondo il parere di esperti russi, ben addentro alla discussione tenendo conto del coinvolgimento del loro Paese nel conflitto siriano, non esiste una soluzione militare alla crisi. Si dovrebbe garantire una soluzione politica attraverso il dialogo con i rappresentanti dell’opposizione, almeno con i più presentabili di loro. Secondo la direttrice delle ricerche del Centro Studi arabo islamico presso l’Accademia Russa delle Scienze, una de-escalation probabilmente consentirebbe il dispiegamento di forze di pace. Secondo Alexander Aksenyonok, membro del Consiglio russo per le Relazioni Estere, l’impegno “necessario” della Russia nelle questioni mediorientali ha avuto risultati positivi nel prevenire l’arrivo al potere a Damasco delle forze radicali. Ma ci potrebbero essere conseguenze negative, come ad esempio il rischio di una competizione militare tra Russia e Stati Uniti: da qui la necessità di mantenere aperti i canali diplomatici e di accettare anche grandi compromessi, come sedersi al tavolo con alcune organizzazioni che lì non sono veramente al loro posto. (Valdai Club, 27 e 28 febbraio 2017 a Mosca).
Questa opzione diplomatica è discutibile e viene discussa, date le esperienze della guerra in Siria. È vero, la guerra non può porre fine alla guerra e solo la diplomazia potrà far terminare la tragedia. Tuttavia, è chiaro che lo Stato siriano deve poter negoziare in posizione di relativa forza: l’evoluzione attualmente osservata non è il risultato di buone intenzioni, ma il risultato della aumentata potenza dell’opzione militare contro le provocazioni .
Il Medio Oriente non sarà mai più lo stesso. E così sarà per la Siria. Prima ancora del dopo guerra, la fine della guerra rischia di essere lontana. Pertanto è tempo di pensare:
– Al perseguimento del difficile dialogo politico che verrà avviato in occasione dei colloqui di Ginevra o di Astana. Con ogni probabilità, non sarà facile per coloro che hanno difeso il loro paese contro l’aggressione accettare le condizioni per discutere “diplomaticamente” con interlocutori che hanno voluto e cercato costantemente l’intervento straniero al fine di distruggere la Siria.
– All’immensa opera della ricostruzione del paese, delle sue infrastrutture, della sua economia, che sono state regredite di diversi decenni per il caos. La scelta dei partner si annuncia delicata.
– Alla riconciliazione della sua società (seriamente scossa nei suoi valori o nelle sue fondamenta), al proseguimento del lavoro discreto ma impressionante guidato dal governo, in particolare il ministero della riconciliazione nazionale. Esperienze come quelle dell’Algeria, serviranno come ispirazione.
– Al riapprendere come vivere insieme di tutte le forze vive, con particolare attenzione per i giovani che sono cresciuti durante la guerra, e che costituiscono sia il futuro della Siria ma anche un bacino di reclutamento per i gruppi terroristici.
– All’incentivo per il ritorno e il reinsediamento di milioni di sfollati, rifugiati, esuli: una questione chiave per il futuro del Paese.
Ma, questa sarà la mia conclusione, sul piano politico e diplomatico, la Francia, all’origine di tante decisioni ostili e devastanti contro la Siria (sanzioni, supporto alla ribellione armata, rottura delle relazioni diplomatiche, sostegno ai regimi islamisti e agli “amici della Siria”) e che ha portato l’Europa nella sua scia, dovrebbe ammettere che ha un dovere di riparazione. Come ex diplomatico, posso solo sperare nel ritorno alla grande tradizione della Francia gollista, questa politica di dialogo, di apertura, di riconciliazione nei confronti di tutti gli altri partner della comunità delle nazioni, che ci ha resi orgogliosi, ma che è affondata nelle acque dell’atlantismo.
La priorità delle priorità per la Francia, stante le sue responsabilità, sarebbe quella di decidere la revoca unilaterale delle sanzioni che sono state imposte, in gran parte per sua iniziativa e sotto la sua pressione, al popolo siriano. Ma lo farà? Speriamo, senza crederci troppo, che il signor Macron alle parole faccia seguire i fatti in conformità ai suoi annunci d’ effetto; nutriamo la speranza che le sue azioni almeno non contraddicano i suoi discorsi. Nell’atmosfera avvelenata che regna da tanti anni per colpa della nostra diplomazia, per riparare i danni servirà molto più di una dichiarazione.
Michel Raimbaud | 27 giugno 2017

Siria: Il Pentagono afferma che Assad non ha usato armi chimiche!

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VIETATO PARLARE

SIRIA / Armi chimiche : il Pentagono ha negato le accuse dei militanti al governo siriano

Ad Aspen in Colorado durante il forum per la sicurezza Il generale Joseph F. Dunford, Jr. Capo di Stato Maggiore delle FORZE Armate statunitensi, il funzionario militare più alto della nazione e il principale consulente militare del Presidente, del Segretario della Difesa e del Consiglio di Sicurezza Nazionale ha comunicato oggi che le forze del governo siriano non hanno usato armi chimiche da aprile.

generale Joseph F. Dunford,

In realtà allo stato attuale non ci sono evidenze sulla strage di Khan Sheikhoun, né che in occasione dei raid siano state usate armi chimiche.

La commissione di indagine dell’OPCW non si è ancora espressa sulle responsabilità dell’attacco. I dubbi sull’accaduto sono molti ed in parte sono stati illustrati in un articolo a firma del giornalista, scrittore e vincitore del premio Pulitzer (1970) Seymour M. Hersh, pubblicato il 25 giugno scorso su Die Welt. Inoltre l’associazione indipendente “Medici svedesi per i Diritti Umani” (SWEDHR) – un’organizzazione attendibilissima, i suoi lavori sono autorevoli – aveva indicato in un report altre evidenze che pongono seri dubbi sul materiale che rappresenterebbe l’accusa prodotta dai caschi bianchi.

Comunque prendendo in positivo tale comunicazione del Pentagono, è un buon segnale. Certo non si poteva pretendere che l’amministrazione USA ammettesse ”abbiamo lanciato 59 missili ma ci siamo sbagliati”…

Va da sé, che il Pentagono  con tale affermazione ha negato i numerosi tentativi dei militanti dell’opposizione siriana per mettere in scena attacchi chimici da maggio a luglio allo scopo di incolpare il governo siriano e scatenare ulteriori rappresaglie americane e della coalizione.

Da notare che invece i media occidentali hanno continuato per tutto il tempo (e con particolare zelo) a giurare che Assad ha continuato ad utilizzare armi chimiche citando  non meglio chiariti ‘dati di intelligence degli Stati Uniti’. E’ clamoroso che ora proprio gli Stati Uniti hanno smentito il loro contro-coro: è il segno della faziosità e del servilismo dei maggiori media che dovrebbero informare ed invece sono utilizzati per ‘orientare’.

Vietato Parlare

http://www.vietatoparlare.it/siria-armi-chimiche-pentagono-negato-le-accuse-dei-militanti-al-governo-siriano/

Siria: La situazione attuale

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Bashar Assad

Il Presidente Assad è l’unica sicurezza per i cristiani siriani!

VIETATO PARLARE

“E la Siria?” Un punto sulla situazione in Siria

25 07 2017

pubblicato su ” Osservatorio sulle Comunità Cristiane in Medioriente

Il silenzio dei mass media su questo Paese Mediorientale ha un solo significato: Assad sta vincendo.

Capita talvolta che un argomento che ha tenuto banco sui mass media per mesi ed anni, improvvisamente scompaia dalle cronache dei mezzi cosiddetti di informazione e cada nell’oblio. Generalmente quando questo avviene vi è una ragione ben precisa: le cose non stanno andando come i cosiddetti “poteri forti” avevano pianificato e l’operazione di camuffamento della realtà attraverso una valanga di menzogne si presenta troppo ardua e rischiosa persino per chi ha il controllo del 90% dei mezzi di informazione occidentali.

183828.p[1]E’ quanto sta avvenendo in Siria. Per anni giornali e televisioni ci hanno detto che il feroce dittatore Assad stava per essere sconfitto da ribelli desiderosi di dare alla Siria una vera democrazia. Corrispondenti televisivi, con le lacrime agli occhi, ci hanno descritto le nefandezze di un regime che, pur di sopravvivere utilizzava le armi chimiche contro il proprio stesso popolo, gassando vecchi, donne e bambini e costringendo milioni di persone a fuggire dal paese.

Nello stesso tempo tutti i commentatori ci hanno sempre assicurato che i ribelli “buoni”, con l’aiuto delle nazioni occidentali e di quegli straordinari esempi di democrazia che sono il Qatar e l’Arabia Saudita, avrebbero prima o poi rovesciato il dittatore restituendo la libertà al popolo siriano.

Una favola sempre più difficile da sostenere a fronte di all’emergere di una realtà ben differente, ma che giornalisti di tutto il mondo hanno continuato a raccontare fino a pochi mesi fa. Poi il silenzio. Perchè? Semplicemente perché il “feroce dittatore”, avversato da USA, Europa, Arabia Saudita, Turchia, Giordania e Paesi del Golfo sta vincendo sia sul piano militare che su quello politico.

Sul piano militare l’Esercito Siriano, appoggiato dagli Hezbollah libanesi e da volontari sciiti iracheni (e probabilmente iraniani), sta riguadagnando il terreno perduto negli anni fino al 2015.

Aleppo ormai è completamente libera. Palmira è stata ripresa e proprio da Palmira è partita l’offensiva che, avanzando verso est, dovrebbe arrivare a rompere l’assedio della città chiave di Der Ezzor. Le forze siriane sono infatti alle porte di Sukhanà, ultimo grande centro tenuto dall’ISIS sulla strada appunto per Der Ezzor. Da nord stanno invece calando i formidabili combattenti della Forza Tigre che hanno riconquistato, partendo da Aleppo migliaia di chilometri quadrati di territorio.

Attorno a Damasco è rimasta una sola grande sacca controllata dagli islamisti, ma le sue dimensioni si stanno riducendo giorno dopo giorno. Anche a sud, nelle regioni da Daraa e Quneitra, malgrado l’appoggio di Usa (e Israele), i cosiddetti ribelli stanno perdendo terreno. La circostanza è significativa perché ancora pochi mesi fa i ribelli sembravano sul punto di conquistare la capitale provinciale di Daraa e da qui marciare verso Damasco che dista meno di cento chilometri. Di questi giorni infine è l’inizio di una operazione congiunta esercito siriano, hezbollah, esercito libanese per riconquistare quella porzione di territorio montagnoso posto a cavallo tra Siria e Libano chiamato Qalamoun e controllato da varie formazioni islamiste fin da 2013.

Bashar Assad però non sta vincendo solo sul piano militare, ma anche su quello politico e persino dell’immagine. Il fronte internazionale che si era creato contro di lui è ormai a pezzi e quasi più nessuno pretende le sue dimissioni (salvo la Mogherini, ma questo è insignificante come insignificante è l’Europa).

Alcuni Stati non fanno più mistero di collaborare con lui e non mi riferisco solo a Russia e Iran, ma a nazioni come l’Egitto ed il Libano. L’offensiva congiunta tra siriani e libanesi sul Qalamoun a cui accennavo prima è sicuramente molto significativa in questo senso (benchè l’esercito libanese tenga un profilo basso anche a causa di cronici problemi di armamento). Il rientro di migliaia di profughi che vanno a ripopolare i villaggi e le città mano a mano che vengono liberate dall’esercito sono la smentita più clamorosa alla bufala secondo la quale i Siriani scappavano da Assad.

Cosa ha provocato questo rovesciamento della situazione? Molteplici fattori.

Prima di tutto l’intervento diretto della Russia. L’appoggio aereo della RUAF è stato sicuramente un elemento decisivo anche se condotto solo da una trentina di apparecchi. Altrettanto decisivo è stato però la riorganizzazione dell’esercito siriano condotta da esperti militari russi. Solo per fare un esempio la Quinta Legione che ha ripreso Palmira e che guida la marcia verso Der Ezzor è stata addestrata ed armata da consiglieri militari russi.

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Forse ancor più importante è stato però l’appoggio diplomatico, condotto da quel gigante della diplomazia russa che è il Ministro Lavrov, sicuramente il più intelligente e preparato di tutti i Ministri degli Esteri del mondo. La diplomazia russa è riuscita a dividere il fronte dell’opposizione armata ed a paralizzare le velleità americane di un intervento diretto più massiccio di quello che è in atto. E’ riuscita inoltre far fallire tentativi di provocazioni e false flag come fasulli attacchi con il gas.

A fianco dell’intervento russo (ed in misura minore di quello iraniano) a far pendere l’ago della bilancia a favore di Assad sono state anche le divisioni tra le formazioni guerrigliere e, soprattutto, tra i loro padrini internazionali. Siamo al punto che i combattenti sostenuti dalla Turchia (paese NATO) si stanno scontrando ferocemente con quelli sostenuti dagli USA (parimenti paese NATO) mentre gli islamisti sponsorizzati dall’Arabia Saudita stanno combattendo in quel di Idleb contro quelli sostenuti dal Qatar.

Si va quindi verso la conclusione del conflitto siriano? Personalmente non sono ottimista. Credo che si vada verso la fine di una fase della guerra in Siria e non della guerra stessa. I nodi sono ancora troppi, gli appetiti paurosamente scatenati ed il buon senso latitante. Temo potremo assistere, al contrario, ad una vera e propria escalation con l’intervento sul campo di quelle forze che fino ad oggi hanno agito prevalentemente per interposta persona. Speriamo che san Marone ed il Ministro Lavrov facciano il miracolo.

Mario Villani

Continua…………………

http://www.vietatoparlare.it/la-siria-un-punto-sulla-situazione-siria/

Siria: Gli Usa sconfitti !

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 3:06 am

SIRIA MANIFESTAZIONE ASSAD PUTIN

Il popolo siriano ringrazia Assad e Putin di salvarli dagli aggressori Usa con i loro terroristi mercenari!

SAKER ITALIA

26 07 2017

La Casa Bianca ammette la sconfitta in Siria

L’annuncio fatto questa settimana dal presidente Trump della cessazione delle operazioni segrete della CIA per armare i militanti in Siria è un’ammissione di sconfitta. Gli Stati Uniti hanno perso la loro guerra di sei anni per il cambiamento di regime nel paese arabo. È giunto il momento di porle fine.

Non è ancora finita, naturalmente. Resta da vedere se la decisione di Trump può di fatto essere attuata. La CIA può essere tenuta a bada perché obbedisca agli ordini? Gli Stati Uniti saranno in grado di impedire ai regimi clienti regionali, come l’Arabia Saudita, di intensificare i loro rifornimenti segreti di armi americane ai militanti in Siria?

Inoltre, la decisione di Trump non significa che gli Stati Uniti e i loro alleati ritireranno le truppe terrestri e aeree dalla Siria, dove operano illegalmente in violazione del diritto internazionale.

Tuttavia, la fine dichiarata [in Inglese] dal presidente americano del ruolo della CIA nell’alimentare l’insurrezione in Siria, dovrebbe essere vista come una mossa benvenuta. È la cosa giusta da fare e anche una cosa coraggiosa, a causa delle bordate anti-russe che è destinato a ricevere per aver preso questa decisione. Sarebbe stato politicamente opportuno per Trump non staccare la spina alla CIA in Siria, invece, agendo in questo modo si ritroverà a dover tenere a bada l’isteria anti-russa che attanaglia Washington e le grandi sezioni dei media che lo accusano di essere un “fantoccio del Cremlino”.

Qualsiasi persona razionale dovrebbe concordare sul fatto che il modo migliore per porre fine alla violenza in Siria è che i paesi stranieri smettano di inondare di armi il paese. Il presidente siriano Bashar al-Assad ha da molto tempo mantenuto questa posizione logica: se le nazioni vogliono arrestare lo spargimento sangue di Siria, come sostengono, allora dovrebbero smettere di fornire armi e cessare il loro sostegno ai gruppi militanti.

Per loro stessa ammissione, gli Stati Uniti hanno fatto arrivare armi in Siria almeno dal 2013, secondo i rapporti dei media, e probabilmente lo hanno fatto prima di quella data, fin dall’inizio della guerra nel marzo 2011. Non lo hanno fatto solo gli Stati Uniti, ma anche i loro partner della NATO, la Gran Bretagna, la Francia e la Turchia, nonché gli alleati regionali Arabia Saudita, Qatar e Israele. Si tratta di un’ammissione di una cospirazione criminale per destabilizzare un paese sovrano sostenendo gruppi militanti anti-governativi armati illegalmente. Non importa se questi gruppi siano stati designati arbitrariamente “ribelli moderati”, sono stati armati illegalmente.

Con un bilancio di fino a 400.000 Siriani morti durante sei anni di guerra, milioni di rifugiati e un paese ricco di cultura spinto sull’orlo della distruzione, è fin troppo evidente che Trump ha fatto la cosa giusta riducendo almeno parzialmente il flusso di armi, ponendo fine al programma della CIA. Il momento di mettere fine all’assalto criminale condotto dagli Stati Uniti contro la Siria è passato da tempo.

La scelta di Trump è stata anche coraggiosa perché i media americani hanno immediatamente e prevedibilmente descritto la mossa come una “concessione alla Russia”. Con il presidente americano già assalito da infinite accuse di “collusione” con la Russia per ottenere la vittoria alle elezioni presidenziali dello scorso anno, la sua decisione di mettere la museruola ai mastini della guerra in Siria questa settimana tira solo più acqua al rumoroso mulino della russofobia.

Il Washington Post ha titolato la notizia così [in Inglese]: “Trump conclude il programma segreto della CIA per armare i ribelli anti-Assad in Siria, una mossa voluta da Mosca”.

Molti altri media americani si sono accodati, commentando che la mossa “soddisferà il Cremlino” e che Trump stava “accontentando Putin” chiudendo le operazioni segrete della CIA in Siria.

I media corporativi americani persistono con il mito che la CIA stia sostenendo i “ribelli moderati”, quando in realtà i “ribelli moderati” e “i terroristi jihadisti” sono un unico eterogeneo esercito di mercenari. Mercenari che hanno barbarizzato il popolo siriano con massacri ripugnanti, sotto la tutela della CIA e di altri servizi militari stranieri.

Con una logica contorta, i media statunitensi si sono inventati che la chiusura di Trump del programma della CIA per addestrare i “ribelli moderati” in Siria ora può rafforzare gli “estremisti”.

Il presidente è accusato di essersi arreso a Putin sulla Siria. Ci sono brontolii nei media statunitensi che suggeriscono che questo è ciò di cui Trump ha parlato con Putin durante i loro incontri ad Amburgo al vertice del G20 all’inizio di questo mese, specialmente durante la cosiddetta “riunione segreta” davanti a 18 altri capi di stato durante una cena.

Quello che non capiscono gli incorreggibilmente bugiardi media statunitensi è che il coinvolgimento americano in Siria è stata un’iniziativa criminale fin dall’inizio, e che costituisce un crimine monumentale contro la pace e l’umanità. Il terrorismo sponsorizzato dagli Stati Uniti in Siria è andato avanti troppo a lungo, e nessuna sanificazione da parte dei media può alterare questa verità brutale.

È stata la giusta decisione della Russia alla fine del 2015 di intervenire in Siria, in conformità con il diritto internazionale, che ha cominciato a porre fine alla cospirazione criminale. Due anni dopo, lo stato siriano sta cominciando ad avere la meglio sui gruppi militanti appoggiati da paesi esteri che hanno devastato il paese. Il sostegno militare della Russia è stato vitale per questa vittoria incombente.

“La chiusura del programma [della CIA] è anche un’attestazione della poca influenza di Washington e della sua scarsa voglia di rimuovere Assad dal potere”, ha osservato il Washington Post.

In altre parole, la guerra statunitense per il cambiamento di regime in Siria viene riconosciuta, in modo erroneo, come una sconfitta. Ed è la Russia che ha assicurato quella sconfitta.

Il Washington Post cita un funzionario statunitense, che avrebbe detto più apertamente: “È una decisione importante, Putin ha vinto in Siria”.

Piuttosto che mettere le cose in chiaro e ammettere che gli Stati Uniti si sono impegnati in una sordida guerra criminale contro la Siria che hanno finalmente perso, i media americani stanno ora spacciando la chiusura di Trump delle operazioni della CIA per una “concessione” alla Russia.

Nonostante tutti i suoi difetti, e sono molti, almeno Donald Trump sa quando ammettere che la guerra degli Stati Uniti in Siria sia persa. E nonostante l’incessante russofobia stia cercando di impedirgli di agire, Trump sembra pronto a prendere la decisione giusta di porre fine a questa guerra americana criminale.

*****
Articolo di Finian Cunningham pubblicato su Sputnik International il 20 luglio 2017
Traduzione in Italiano a cura di Raffaele Ucci per SakerItalia.

[le note in questo formato sono del traduttore]

http://sakeritalia.it/medio-oriente/siria/la-casa-bianca-ammette-la-sconfitta-in-siria/

Iraq e Libano chiedono aiuto a Putin!

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 2:58 am

PUTIN IL MIO LEADER

OCCHI DELLA GUERRA

L’appello di Iraq e Libano a Putin: “Rimanete in Medio Oriente”

  • Lug 26, 2017
  • Dall’inizio della guerra contro lo Stato Islamico, il Medio Oriente ha subito una profonda trasformazione nel suo rapporto con la Russia e con l’Occidente e con gli Stati Uniti in particolare. L’era Obama, grazie allo splendido lavoro di Hillary Clinton, ha lasciato sprofondare la regione mediorientale e nordafricana in un caos politico, culturale e militare di portata enorme, e i cui effetti non sembrano avere ancora una fine certa. Sta di fatto che il Medio Oriente è passato da una instabilità “guidata” da Washington, a una politica del caos in cui il vero risultato sembra quello di aver creato un vero vuoto di leadership e di ordine. Ma si sa, la geopolitica, come la natura, “abhorret a vacuo”: rifiuta il vuoto. E quel potere di leadership non poteva scomparire, ma solo migrare da un’altra parte. È così che, con l’intervento militare in Siria e il sostegno ad Assad, la leadership del Medio Oriente, o quantomeno il ruolo di potenza garante della stabilità mediorientale, l’ha iniziato a rivestire la Russia.
  • La Russia di Vladimir Putin è riuscita in questi anni non soltanto a combattere il Califfato e a evitare la caduta di Assad quando all’inizio della guerra siriana sembrava inevitabile, ma ha saputo costruirsi un sistema di alleanze e collaborazioni con tutti i Paesi del Medio Oriente, anche con la stessa Turchia, che ha consolidato il Cremlino come vera superpotenza garante della pace mediorientale. Da Ankara al Golfo Persico, passando per Israele e il Libano, oggi la Russia è effettivamente la potenza mondiale cui ogni Stato della regione deve in qualche modo rendere conto della propria politica. Uno scopo che Putin si era prefissato dall’inizio dell’intervento in Siria e che sembra stia raggiungendo grazie al duplice lavoro diplomatico e militare, e grazie anche alla costruzione di una base solida di cooperazione con l’Iran e con la Cina, che garantiscono un solido triangolo asiatico.
  • La conferma di questa leadership russa in Medio Oriente viene dalle dichiarazioni di due personaggi chiave della politica regionale: il Vicepresidente iracheno Al Maliki e il Primo Ministro libanese Hariri. Al Maliki è arrivato in queste ultime ore a Mosca per un incontro con Putin al Cremlino. Una riunione che ha come scopo quello di confermare gli ottimi rapporti che intercorrono fra i due Paesi, ma soprattutto per rafforzare l’idea che l’Iraq post-Califfato ha bisogno della presenza russa. Questo è quanto sostenuto dallo stesso Al Maliki, che visitando Mosca, che affermato che il governo di Baghdad vuole la presenza politica e militare russa in Iraq per garantire la stabilità della regione. Un messaggio molto importante per la politica mondiale, perché, oltre all’alleato di Damasco, anche l’Iraq, Paese dove la coalizione internazionale ha guidato la guerra all’Isis, chiede l’intervento non dell’Occidente, ma di Mosca. Una richiesta che non può non essere legata alla convergenza d’interessi con l’Iran ma anche al sostegno degli occidentali ai curdi, che per l’Iraq e i Paesi limitrofi rappresentano una minaccia alla sovranità nazionale.

    Parole non troppo diverse sono state invece quelle rilasciate dal primo ministro del Libano, Saad Hariri. Il primo ministro libanese nelle ultime ore ha rilasciato dichiarazioni interessanti sul ruolo del Libano nel conflitto siriano. In primis, ha condannato Hezbollah per la partecipazione alla guerra in Siria. Un intervento che Hariri considera un grave errore da parte della milizia sciita libanese e che a Beirut non ha apprezzato, soprattutto per le conseguenze sul piano politico nei rapporti con il resto del mondo arabo e con Israele. Tuttavia, una volta affermato che si tratta di un punto di disaccordo con la Russia, ha anche detto all’agenzia di stampa Sputnik, che nel prossimo viaggio a Mosca chiederà al presidente Putin di collaborare con l’esercito libanese per la guerra al terrorismo islamico, sia di Al Qaeda che delle frange rimanenti dello Stato Islamico al confine con il Libano. Un aiuto che si potrebbe sostanziare sia in una presenza militare sia in un accordo per il rinnovamento delle forze armate libanesi e nell’addestramento delle truppe regolari.

    Le due dichiarazioni, arrivate a poca distanza l’una dall’altra, consegnano un’immagine della Russia in Medio Oriente sostanzialmente come quella dello Stato che tutti gli attori della regione considerano quale garante della lotta al terrorismo. E garantiscono al Cremlino quella legittimazione internazionale che permette di muoversi liberamente nel Vicino Oriente senza essere visto come potenza che s’intromette nella vita di questi Stati, ma come potenza che viene richiesta dai governi locali. Ed è questa, forse, la più grande vittoria politica della Russia sugli Stati Uniti, e cioè quella di uscire da questo conflitto con la vittoria anche mediatica di essere diventato uno Stato amico delle nazioni coinvolte nella guerra del terrorismo islamico.

  • http://www.occhidellaguerra.it/lappello-iraq-libano-putin-rimanete-medio-oriente/

Siria: Trump nemico di Assad e dei suoi alleati!

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 2:52 am

SIRIA I PRINCIPALI NEMICI USA ISRAEL SAUDITI TERRORISTI

 

VIETATO  PARLARE

Trump in presenza del premier libanese si scaglia contro Hezbollah ed Assad

25 luglio 2017

Trump ha appena detto che il Libano è in prima linea per combattere Hezbollah. Hezbollah è a capo di una coalizione che costituisce la metà del parlamento libanese.

Hezbollah è una “minaccia” per l’intero Medio Oriente, ha denunciato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel corso di una conferenza con il primo ministro libanese Saad Hariri.
“Hezbollah è una minaccia per lo Stato libanese, il popolo libanese e per tutta la regione”, ha dichiarato Trump in una conferenza stampa nei giardini della Casa Bianca.

“Il gruppo continua a far crescere il suo arsenale militare, minacciando di iniziare un nuovo conflitto con Israele”, ha aggiunto l’inquilino della Casa Bianca.

Inoltre, ha anche condannato “il sostegno iraniano” a Hezbollah, che “alimenta la catastrofe umanitaria in Siria.”

Washington considera da sempre il movimento libanese come “organizzazione terroristica”. (La Press )

Quindi Trump ha appena chiamato Hezbollah una minaccia per lo stato libanese. Ma come è possibile che Trump abbia detto queste cose? …il presidente libanese è alleato con Hezbollah, le sue braccia sono legittimInoltre Trump sembra non sapere che Hezbollah è in prima linea contro il terrorismo: ha appena riconquistato la località libanese di Arsal  eliminando il gruppo terroristico qaedista al Nusra che vi si era insediato. “Hezbollah e le forze armate libanesi hanno lavorato fianco a fianco nella periferia di Arsal e non si combattono a vicenda come ha affermato Donald Trump” (Al Masdar News). Ora Hezbollah è in procinto – con l’esercito libanese – di ricacciare ISIS dal Libano.ate dal Governo…

 

Sulla Siria e su Assad

Come riportato da AFP nel corso di una conferenza stampa con il primo ministro libanese Saad Hariri TRUMP ha anche detto che non avrebbe permesso al presidente siriano “di evitare una punizione per i suoi crimini efferati” – ed ha così proseguito :

Io non sono un fan di Assad. Sono assolutamente convinto che quello che ha fatto per il suo paese e per l’umanità è male. Io non sono colui che sta a guardare e che gli permette di sfuggire alla punizione per quello che ha cercato di fare, e ripetutamente ha fatto –

Trmp ha anche affermato che la presenza della Russia e dell’Iran in Siria  è una conseguenza degli errori della precedente amministrazione degli Stati Uniti.

“Se il presidente Obama … avesse  fatto quello che doveva fare, non credo che la Siria sarebbe così oggi, con la Russia e l’Iran” –

Insomma politica americana da vertigine….

Continua….

Video…………………………

http://www.vietatoparlare.it/trump-presenza-del-premier-libanese-si-scaglia-hetzbollah-ed-assad/

 

Siria: La Cia paga il salario ai tagliagola!

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 2:36 am

 

ISIS USA PAGATI

CONTROINFORMAZIONE

La CIA ha pagato regolarmente i salari dei mercenari in Siria lo scorso mese

Da  Lug 27, 2017

Da almeno quattro anni i miliziani jihadisti in Siria sono inclusi in un programma speciale di aiuto finanziario da parte della CIA nella loro guerra per rovesciare il governo  di Bashar Al-Assad.
Adesso l’Amministrazione Trump ha cancellato di colpo questo programma, cosa che è stata ricevuta molto male dai mercenari, i quali si sentono traditi e instradati verso la disoccupazione forzata ….salvo che qualche altro paese voglia farsi carico di quel programma. Preoccupazione e sconcerto permangono fra i miliziani che contavano sui salari pagati puntualmente dagli emissari della CIA.

I mercenari jihadisti si sono fortemente lamentati con il giornale “Financial Times” (*) del fatto che nè la CIA nè i loro diretti comandanti li avevano avvisati del cambiamento avvenuto nella politica terrorista della Casa Bianca dai tempi di Obama.

Un funzionario statunitense ha confessato all’agenzia Reuters che la cancellazione del programma è una concessione molto importante alla Russia perchè i miliziani jihadisti ancora mantengono sotto il loro controllo regioni della Siria. Adesso si tratta di sapere che tipo di concessioni avrà fatto Trump in cambio con il governo di Putin.
Il comandante della Division 101, Hassan Hamadeh, non vuole aprire gli occhi davanti a questa nuova situazione. Lui sostiene che l’ informazione circa la cancellazione del programma della CIA lo ha sorpreso, tuttavia riferisce che sul terreno non è cambiato nulla; nella sala Operazioni, dove la CIA dirige i combattimenti, nessuno ha ancora confermato alcunchè ad alcuno dei gruppi jihadisti che collaborano con l’aggressione imperialista.

Campi di addestramento per jihadisti siriani con istruttori USA

Un altro comandante dei miliziani jihadisti, che non ha però  fornito il suo nome, assicura al Financial Times che l’appoggio statunitense già veniva scemando negli ultimi mesi ma che per l’ultimo mese erano stati pagati i loro salari. Nonostante questo, crede che la decisione della Casa Bianca sia definitiva. “L’appoggio della CIA è ormai terminato”, conclude.

Un noto e conosciuto oppositore al governo siriano che lavora per conto del Dipartimento di Stato ha informato che, in questa settimana in una nuova riunione del gabinetto, Trump informerà i suoi alleati siriani delle linee generali che dovranno mettersi in moto da adesso in poi.

I comandanti jihadisti stanno conducendo in questo periodo frenetiche consultazioni per ottenere un nuovo accordo di finanziamento dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti o dal Kuwait, in sostituzione degli USA.  Alcuni dei capi sono già partiti alla volta delle rispettive capitaliarabe del Golfo per sondare il terreno e verificare la disponibilità di nuovi finanziamenti.

Fonti: Financial Times

Movimiento politico de resistencia

Traduzione e sintesi: Luciano Lago

http://www.controinformazione.info/la-cia-ha-pagato-regolarmente-i-salari-dei-mercenari-in-siria-lo-scorso-mese/

NEL DONBASS NASCE LA MALOROSSIA

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 2:31 am

 

DONBASS DONETESK REPUBBLICA

CONTROINFORMAZIONE

La Malorossia sostituirà l’Ucraina?

Da  Lug 26, 2017

Il leader della piccola Repubblica di Donetsk, A. Zakharchenko, ha finalmente annunciato ciò che molti già sapevano, e cioè che l’Ucraina è uno Stato fallito, che non può riprendersi né politicamente, né economicamente. Ciò che ha sorpreso, sono le conseguenze tratte.

Il regime di Kiev permanentemente screditato e che ha rovinato il Paese, rende urgente creare costituzionalmente un nuovo Paese su tali rovine, la Piccola Russia (Malorossia), per evitare di prolungare la guerra civile distruggendo ciò che resta dell’Ucraina. Il processo fu avviato il 18 luglio. In un quadro realistico e per quanto, come riprenda il controllo della guerra politica che accompagna il conflitto militare è da vedere.

Il 18 luglio, Zakharchenko tenne una conferenza stampa dichiarando l’apertura di un processo costituzionale che porta alla creazione di un nuovo Stato sulle rovine dell’Ucraina screditata, sovrana e che entri nella comunità di Stati con Bielorussia e Russia. La Piccola Russia, o Malorossia, sarà uno Stato multi-etnico federale che riconosce le lingue regionali e le lingue ufficiali malorussa (ucraina) e russa. Le regioni devono eleggere e inviare delegati all’Assemblea costituente. Questa assemblea adotterà la nuova Costituzione da sottoporre a referendum. Alcuni principi devono far parte di questa Costituzione, come ad esempio la neutralità militare (che significa non aderire alla NATO né ad alcun alleanza militare), l’uguaglianza delle religioni, controllo popolare su politica ed economia (in particolare nella lotta alla corruzione).

La Piccola Russia rivendica la continuità legale, prima di Majdan, e non ha intenzione di osservare gli obblighi legali intrapresi dall’attuale regime. Alcuni aspetti del progetto lasciano pensare. Come inviare e soprattutto eleggere i delegati regionali? Cioè, se sono veramente rappresentativi. Come organizzare un referendum che permetta un riconoscimento internazionale? Ecco perché questo progetto sembra, per ora, un colpo politico, su diversi aspetti.
In primo luogo, si può prendere il controllo strategico, mentre il nuovo duo russo-statunitense viene invoaat. Non del tutto nuovo, da parte russa, V. Surkov, consigliere del presidente, continua a prendersene cura. Ma dagli Stati Uniti, l’inviato è una personalità ancora da testare.

Questo progetto ha una dimensione di “traino” geopolitico. Ad esempio, la capitale della RPD Donetsk è militarmente pronta a garantire la sicurezza dei partecipanti al processo costituzionale. Nel merito, mostra anche un’alternativa ideologica con divieto di OGM, “deoligarchizzazione” del potere e del capitale, rifiuto di riconoscere i debiti contratti dal regime di Majdan… un misto di elementi seri e provocatori. In ogni caso, è un piano alternativo a quello proposto da Kiev, anche se si adatta con grande difficoltà negli accordi Minsk, che in ogni caso non funzionano.

Poi, si può sollevare una vera e propria discussione sulla legittimità del regime ucraino attualmente vigente:
Colpo di Stato nel febbraio 2014, in cui erano coinvolti Stati Uniti ed Unione europea a vari livelli.
Occupazione fisica del potere da parte dei membri armati di Majdan (procura, assemblea, tribunali, ecc).
Interruzione della regolarità delle istituzioni: rimozione immediata della Corte costituzionale, fusione delle funzioni di presidente e presidente dell’Assemblea, liquidazione dei partiti politici di opposizione e arrivo di “deputati” militarizzati non eletti all’Assemblea, sospensione dei diritti umani e impossibilità dei giudici di indagare su gravi fatti come omicidi politici, strage di Odessa, milizie armate che derubano l’esercito (vedasi il nazibattaglione Ajdar), ecc).
Incapacità di gestire il territorio dello Stato da parte del regime (perdita di Crimea, guerra civile nel Donbas).
Elezioni presidenziali e parlamentari svoltesi in un clima di terrore politico (vedasi Le strane prigioni politiche), in tutto il territorio dei seggi elettorali furono arbitrariamente chiusi, i candidati dell’opposizione non poterono svolgere liberamente la campagna, non vi era accesso ai media per tutti i partiti, ecc.

zakhartchenko, leader di Dpnetsk

La legittimità dello Stato ucraino, e la sua esistenza sono assai discutibili legalmente. Senza contare che lo Stato vive oggi solo di aiuti internazionali, annoverando tra i suoi ministri più stranieri che nazionali che, svolta la missione, tornano a casa. Su questo argomento, la composizione molto “cosmopolita” del primo governo, del dicembre 2014, e l’impasse della governance estera. E’ davvero così che funziona uno Stato? In tal caso, territori e autorità locali legittime hanno il diritto di ricostruire lo Stato con un nuovo patto sociale.

Infine, l’annuncio di questo processo costituzionale solleva speranze, anche fuori dal Donbas. La popolazione ucraina è stanca del quotidiano. Si ha il regime senza visti, ma i salari non aumentano, né le pensioni, a differenza di prezzi e tasse, tralasciando il crimine. E mentre Kiev ha deciso di censurare internet, nonostante le intimidazioni ai media (vedasi l’attacco alla rete Inter)), il parere degli ucraini verso i russi e la Russia ha una tendenza positiva. Secondo i sondaggi di giugno il 43% (+ 3% da febbraio) degli ucraini ha espresso parere favorevole e, viceversa, diminuiscono al 37% le opinioni negative (46% a febbraio). Sono cifre significative.

Quando Zakharchenko ha detto che l’Ucraina è in un vicolo cieco, aveva ragione. Questo regime non ha nulla da offrire al pubblico, ad eccezione della cancellazione dei visti per l’Europa. Ha aperto le porte per andarsene, ma non sa governare il Paese, nella sua diversità e nella sua complessità. Questo progetto è rappresentato dalla piccola Repubblica di Donetsk. C’è un altra via rispetto a radicalismo e odio. Questo territorio può essere riunito, ritrovando il ruolo di ponte tra Oriente e occidente. Riprendendosi il proprio passato e l’eredità sovietica nella loro complessità. Perciò il dipartimento di Stato degli Stati Uniti si dice preoccupato.

Il Cremlino non ha fatto alcun commento, apprendendo la notizia dalla stampa. La RPL non sa come posizionarsi. Il Ministero degli Esteri russo ritiene che le dichiarazioni di Zakharchenko siano lontane dalla realtà politica. Alcuni esperti ritengono che il leader della RPD, a suo modo, si ribelli a Mosca, stanco delle esitazioni. Per capire il problema di tali dichiarazioni, la cosa importante è decidere se sia un’azione isolata o una strategia a lungo termine e completa. Solo gli sviluppi lo decideranno, come è avvenuto con la Novorossia. P. Poroshenko, da parte sua, sembra avere davvero paura ed è isterico, minacciando di riprendersi Donetsk e Crimea.

La comunità internazionale, ovviamente, non può seguire questa crisi, perché ha bisogno di un’Ucraina in rovina, radicale, sottomessa e dipendente come arma geopolitica contro la Russia. La popolazione è stanca di tali rivoluzioni colorate e in ultima analisi sanguinarie. Di questa guerra civile che non finisce mai. Di questi discorsi di odio. Della povertà e dell’insicurezza. Ed avrebbe la forza per porre fine a tale follia per ricostruire il Paese? Non è certo.

Fonte: Russiepolitiks

Traduzione: Alessandro Lattanzio

http://www.controinformazione.info/la-malorossia-sostituira-lucraina/

Filed under: Senza Categoria — mirabilissimo100 @ 2:16 am

UN DISCORSO PER NOI

Gianpaolo Rossi

26 07 2017
Abbiate la pazienza di leggere questo ultimo discorso del Premier ungherese  Viktor Orbán, tenuto come tradizione all’annuale Summer University di Bálványos.
Fatelo senza fanatismo entusiasta o esaltazioni inutili perché è un grandioso discorso carico di lucido realismo e buon senso; è un discorso senza filtri diplomatici, linguaggi istituzionali, conformismo ideologico. Per questo merita di essere analizzato in profondità.

Più che un discorso è una visione dell’Europa, un’aspirazione, un progetto di difesa e salvezza di una civiltà minacciata da una globalizzazione selvaggia, impietosa e senza scrupoli.
Il leader di una piccola nazione si erge a guida per chiunque oggi rivendichi il valore di un patriottismo eroico, spregiudicato, capace di difendere ciò che si ama e ciò che ancora si è, da chi odia e vuole distruggere ciò che noi siamo.

Le parole di Orbán non riguardano l’Ungheria ma l’essenza stessa della nostra identità europea dilaniata dalla dissoluzione globalista imposta dalle élite tecnocratiche e apolidi.

Buona lettura.

OMAGGIO A TRUMP
Orbán ritiene l’elezione di Trump il simbolo di un conflitto che può emergere nel mondo occidentale «tra l’élite transnazionale globale e leader nazionali patriottici».
«Nel 2009 Obama tenne il suo primo discorso internazionale in un’importante città chiamata Il Cairo. L’attuale presidente degli Stati Uniti ha tenuto il suo primo discorso internazionale in un’importante città chiamata Varsavia».

E per misurare l’importanza di questo cambiamento, Orbán cita un passaggio del discorso di Trump:
«La nostra lotta per l’Occidente non inizia sul campo di battaglia. Inizia nelle nostre menti, nelle nostre volontà e nelle nostre anime. […] La nostra libertà, la nostra civiltà e la nostra sopravvivenza dipendono da questi legami di storia, cultura e memoria».

LIBERTÀ ECONOMICA
«Una nazione forte non vive con i soldi di qualcun altro. Ringrazia istituzioni come il FMI per il loro aiuto e le saluta: rispedisce indietro i loro pacchi e spera di non doverle più incontrare. Questo è ciò che ha fatto l’Ungheria. Prima del 2010, i governi socialisti avevano agganciato la sopravvivenza della nazione al FMI; il problema è che una macchina può supportare la vita di un paziente aiutando la sua sopravvivenza, ma alla fine il paziente rimane fisicamente legato ad essa».

LA TRAPPOLA DEL DEBITO
«Un paese è forte se le sue finanze sono in ordine. Nessun paese è forte se il suo deficit di bilancio è eccessivo; se le sue imprese sono alla mercé dei creditori;  se la sua popolazione è stata attirata nella trappola del debito come fu quella ungherese con i prestiti in valuta estera».

«Passo dopo passo, l’Ungheria è riuscita ad affrontare tutte queste questioni (…) e oggi cresciamo quasi il doppio della media dell’Unione Europea (…) e siamo in grado di fornire posti di lavoro per tutti coloro che vogliono lavorare. Pochi paesi del mondo sono in grado di farlo. Noi siamo uno di questi. Nel 2010, su una popolazione di 10 milioni di abitanti, solo 3,6 milioni di ungheresi avevano un lavoro e solo 1,8 milioni pagava le tasse (…). Oggi in Ungheria 4,4 milioni di ungheresi lavorano e 4,4 milioni pagano le tasse».

ASSET STRATEGICI
«Un piccola nazione come l’Ungheria (che non è grande come la Germania o gli Usa), è forte solo se possiede le industrie strategiche che determinano il suo destino. Oggi lo Stato ungherese possiede la maggioranza nel settore energetico, in quello bancario e nel settore dei media. L’Ungheria ha speso circa 1000 miliardi di forini per riacquistare la proprietà nei settori strategici e nelle società prima scioccamente privatizzate».

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«Per una nazione che vuole essere forte, il declino demografico dev’essere fuori questione. Una nazione che non è in grado di sostenersi demograficamente è destinata a scomparir.

«Molti di voi hanno notato che in Ungheria spendiamo una grande quantità di soldi sulle politiche per la famiglia. Volete sapere da dove prendiamo questi soldi? Li prendiamo dalle multinazionali sotto forma di tasse speciali».

In tutto, spiega Orbán circa 500 miliardi di fiorini (quasi 2 miliardi di euro) prelevati da banche, assicurazioni, società energetiche e telecomunicazioni e poi indirizzate a politiche demografiche e di supporto familiare.

IMMIGRAZIONE
Il tema dell’immigrazione per Orbán si lega al tema della dissoluzione dell’Europa e dei suoi popoli:
«La domanda principale per il prossimo decennio è se l’Europa resterà quella degli europei; se l’Ungheria rimarrà il paese degli ungheresi, la Germania dei tedeschi, la Francia dei francesi, l’Italia degli italiani. Chi saranno i cittadini europei?».

«Qualcuno sostiene che l’integrazione risolverà il problema. Ma non siamo a conoscenza di alcun processo di integrazione riuscito. (…) Dobbiamo ricordare ai difensori della “integrazione riuscita”, che se persone portatrici di visioni contrastanti vengono a trovarsi nello stesso paese,  non ci sarà integrazione, ma caos».

«È del tutto evidente che la cultura dei migranti è in opposizione radicale alla cultura europea; e idee e valori in conflitto si escludono a vicenda. Pensiamo al rapporto uomo-donna nella cultura islamica: per gli europei hanno gli stessi diritti mentre per i musulmani ciò è inaccettabile. Questi due approcci non possono coesistere, ed è solo una questione di tempo che uno o l’altro prenda il sopravvento».

«L’immigrazione non può essere una risposta ai problemi economici. È come se dei naufraghi in mezzo all’Oceano inizino a bere l’acqua del mare: non smorzeranno il problema della  loro sete ma l’aumenteranno».

SOLIDARIETÀ
Orbán colpisce e affonda la deformazione ideologica e ipocrita dell’Europa:
«C’è una parola che emerge spesso nella politica europea: solidarietà. Ma la solidarietà non è un fine in sé, ma solo un mezzo. Il fine dell’Europa è fare in modo «che i popoli nati qui vivano in pace, sicurezza, libertà e prosperità, in linea con i propri valori. Questo dovrebbe essere il fine, l’obiettivo dell’Europa. La solidarietà è solo un mezzo per ottenerlo».

E poi un passaggio che servirebbe da lezione ai timidi e paurosi governanti italiani:

«L’Ungheria si è difesa – e ha difeso l’Europa allo stesso tempo – contro il flusso migratorio e l’invasione; e per farlo ha speso 260-270 miliardi di forini. L’UE ha rimborsato solo una piccola parte di tale somma. L’Unione europea non dovrebbe parlare di solidarietà fino a quando non rimborserà all’Ungheria quanto deve. Fino ad allora, suggerisco di esercitare più modestia».

orban sorosL’IMPERO SOROS
«A Bruxelles è stata forgiata un’alleanza. I membri di questa alleanza sono i burocrati di Bruxelles, la loro élite politica e un sistema che può essere descritto come “Impero di Soros”. Quest’alleanza è stata forgiata contro i popoli europei. E dobbiamo riconoscere che oggi George Soros può perseguire più facilmente gli interessi del suo impero a Bruxelles di quanto non possa farlo a Washington o a Tel Aviv».

«Come al solito, quando l’élite si rivolge contro il proprio popolo, c’è sempre la necessità che gli inquisitori lancino procedimenti contro chi esprime il parere della gente» (…) Per questo non dobbiamo pensare alla lotta di fronte a noi come una cospirazione globale, ma dobbiamo descriverla e considerarla nel modo più ragionevole possibile (…) esiste un PIANO SOROS che lui stesso ha descritto. Il piano si compone di quattro punti:

  1. «Ogni anno centinaia di migliaia di immigrati – se possibile un milione – devono essere trasferiti nel territorio dell’Unione Europea dal mondo musulmano»
  2. «Ciascuno di essi deve ricevere un importo di 15.000 euro (…) in modo da mantenere un flusso continuo (…) ciò che nella terminologia politica europea è chiamato “fattore di attrazione” (…) un importo superiore al salario medio annuo ungherese»
  3. «I migranti devono essere distribuiti tra i paesi europei nell’ambito di un meccanismo obbligatorio e permanente»
  4. «Deve essere istituita un’Agenzia europea per l’immigrazione che prenda tutti i poteri decisionali svuotando di ruolo gli stati nazionali» 

Questo è il PIANO SOROS.

L’ISLAMIZZAZIONE DELL’EUROPA
«Noi europei possiamo sopravvivere solo se riacquistiamo la nostra sovranità dall’Impero di Soros. (…) Una volta riconquistata la sovranità, dobbiamo riformare l’Unione Europea. Nell’ambito di un programma comune i migranti che sono giunti in Europa illegalmente devono essere trasportati in un luogo diverso dal territorio dell’Unione europea anche se questo può sembrare duro».

«I partiti democristiani in Europa non sono più cristiani: cercano di soddisfare i valori e le aspettative culturali dei media liberal e dell’intellighenzia. I partiti socialdemocratici non sono più socialdemocratici: hanno perso il proletariato e ormai sono i difensori della globalizzazione di una politica economica neo-liberale».

«l’Europa attualmente si sta preparando a consegnare il proprio territorio ad una nuova Europa, meticcia e islamizzata (…). Perché questo accada è necessario continuare la de-cristianizzazione dell’Europa. La priorità deve essere data alle identità di gruppo piuttosto che alle identità nazionali e la governance politica deve essere sostituita con la burocrazia».

NOI IL FUTURO
«Oggi l’Ungheria è l’ostacolo primario all’attuazione del piano Soros (…) Per questo ci sono forze in Europa che vogliono vedere un nuovo governo in Ungheria così da indebolire il blocco dell’Europa centrale che si oppone al progetto di islamizzazione».

Poco prima Orbán aveva rivendicato l’importanza di Visegrád Four, l’accordo tra Varsavia, Praga, Bratislava e Budapest, che «fa parlare con una sola voce gli entusiasti polacchi, i sempre cauti cechi, i sobri slovacchi e i romantici ungheresi»

«Venticinque anni fa qui in Europa centrale credevamo che l’Europa fosse il nostro futuro; oggi ci sentiamo di essere il futuro dell’Europa».

… Lontani anni luce dalla pavida politica italiana, non tutto è perduto… e la lotta è appena iniziata.


Su Twitter: @GiampaoloRossi

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http://blog.ilgiornale.it/rossi/2017/07/26/orban-il-discorso-di-un-patriota/

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Storico discorso di Viktor Orban: “Esiste un piano contro l’Europa”

Da  Lug 25, 2017

Storico discorso di Viktor Orban: “Esiste un piano per realizzare una Europa nelle mani di una popolazione cosmopolita con preminenza mussulmana”
“Circa 27 anni addietro avevamo pensato che il nostro futuro fosse in Europa. Attualmente, noi siamo il futuro dell’Europa”, ha dichiarato questa mattina il primo ministro dell’Ungheria Viktor Orban, nel corso della 28a edizione della Università Libera di Tusnádfürdő.

Nel suo discorso annuale, Orban ha manifestato l’idea che le elezioni parlamentari che si svolgeranno la prossima primavera nel paese avranno una importante dimensione europea. “Quello che accadrà in Ungheria avrà importanti implicazioni per l’insieme dell’Europa, perchè oggi una Ungheria forte gioca un ruolo decisivo nella battaglia per evitare la scristianizzazione dell’Europa”, ha segnalato.

Orban ha considerato allo stesso modo che un paese forte non può permettersi un declino demografico. “I paesi più forti sono quelli che sono in grado di mantenersi biologicamente. Perchè l’Ungheria abbia un futuro deve mantenere una tassa di fecondità di 2,1 figli per famiglia”.
Orban ha sottolineato che unoStato forte necessita di un buon livello di sicurezza, inclusa la protezione delle sue frontiere e la lotta contro il terrorirismo, così come il mantenimento di un forte senso di identità culturale”. In contrasto con questi principi, ha indicato l’Europa, vittima a suo giudizio di un cambiamento culturale e demografico di imprevedibili conseguenze.

“L’Immigrazione non apporterà alcuna soluzione ai problemi economici. Cercare di rimediare la scarsezza di mano d’opera mediante l’importazione di immigrati è come se, nel mezzo di un naufragio, ti metti a consumare acqua di mare. E’ anche quella acqua ma il problema lo farà aumentare”, ha sostenuto il primo ministro ungherese.

In particolare Orban ha voluto mostrarsi molto franco e deciso circa le sfide della integrazione di un gran numero di immigrati mussulmani nella nostra cultura cristiana. ” Non possiamo mantenere i nostri ideali solidali nelle nostre nazioni quando esistano gruppi etnici che pretendono di modificare la cultura europea. Non possiamo mantenere i nostri ideali nel mezzo di collettività che si oppongono all’esistenza ed alla cultura europea, perchè il risultato finale sarebbe catastrofico”, ha sottolineato Orban.

“La sfida nei prossimi decenni è se l’Europa continuerà appartenendo agli europei. Se l’Ungheria continuerà ad essere la terra degli ungheresi, se la Germania continuerà ad essere la terra dei tedeschi, se la Francia continuerà ad essere la terra dei francesi, se l’Italia seguirà ad essere la terra degli italiani”, ha aggiunto il leader magiaro, criticando in questo senso i burocrati europei dell’Impero mondialista di George Soros nell’opporsi alla volontà delle nazioni.
Oggi gli interessi di George Soros sono meglio rappresentati a Brusseles ed a Washington, DC che non a Tel Aviv, ha affermato Orban, il quale ha respinto che le critiche fatte allo speculatore ebreo di origine ungherese facciano parte di teorie cospirative. “Esiste un piano di Soros, che lui stesso ha scritto”.

Miogranti sul confine ungherese

Secondo Orban, detto piano consisterebbe nel trasferire un milione di migranti nel territorio dell’Unione Europea. ” Al loro arrivo devono ricevere 15.000 milioni di euro per mantenere così l’effetto di aspirazione. Questo importo è maggiore del reddito promedio degli ungheresi. Soros pretende che gli immigrati siano distribuiti per tutti i paesi dell’Unione Europea. Proteggere le nostre frontiere di fronte all’entrata di questi migranti illegali ha comportato un grande sforzo economico. L’Europa si è caricata di una piccola parte di questo costo. Oggi la Germania si trova sull’orlo della bancarotta, così che non ci vengano più a parlare di mancanza di solidarietà dell’Ungheria”, ha segnalato.

Se l’Europa vuole continuare ad esssere attuabile, deve recuperare la sua sovranità e liberarsi dell’Impero di Soros”, ha ribadito Orban.
Orban si è inoltre pronunciato per una riforma dell’Unione Europea e di ritornare alla forma originaria prevista dai trattati costitutivi. “Le Nazioni Unite devono proteggere le frontiere dell’Europa. Questo può suonare duro, ma quelli che sono entrati illegalmente in Europa devono essere espulsi. l’Europa non può seguitare ad essere un continente senza protezione delle frontiere”, ha proclamato il primo ministro ungherese.

Orban si è augurato inoltre che i leaders europei sappiano essere all’altezza delle loro responsabilità (anche se ne dubita) e che l’Europa deve recuperare la sua competitività, garantire la pace, aprirsi agli stati balcanici e risolvere i suoi problemi esterni con la Russia e la Turchia. Orban ha ribadito alla necessità di opporsi al progetto di scristianizzazione del Continente e che si sappia resistere  all’attacco ideologico in atto da parte dei liberisti e degli intellettuali, denunciando come anche i partiti socialdemocratici abbiano rinunciato a difendere i diritti dei lavoratori nazionali. Loro sono tutti impegnati a difendere gli interessi economici del neoliberismo”, ha denunciato il presidente ungherese.

Secondo Orban esiste in piano per mettere il territorio europeo nelle mani di una popolazione cosmopolita, in modo predominante mussumana, un piano di sostituzione di popoli. “La riuscita di questo piano richiede una Europa scristianizzata, goveni burocratici e senza anima”, ha avvertito il leader magiaro. (……….)

Siamo noi il principale ostacolo per la realizzzazione del piano Soros”, ha dichiarato Orban, insistendo che il principale ostacolo sarà quello di affrontare i partiti dell’opposizione del suo paese. Noi dobbiamo in primo luogo misurarci con la “rete di Soros”, gli eurocrati di Bruxelles ed i loro media. Conosciamo le loro tattiche, basate sul ricatto, sulla diffamazione e sul giornalismo prostituito ai grandi interessi”.

Orban ha avvisato che molto in gioco in questa sfida: non soltanto nell’ambito nazionale ma anche a livello europeo. “Da 27 ani pensiamo al nostro futuro in Europa,. Oggi siamo il futuro dell’Europa”, ha concluso lo statista magiaro.

Fonte: Alerta Digital

Traduzione e sintesi: Luciano Lago

http://www.controinformazione.info/storico-discorso-di-viktor-orban-esiste-un-piano-contro-leuropa/

 

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