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settembre 26, 2012

LA CASTITÀ DI CRISTO, I VANGELI, IL PRETE: LA RIFLESSIONE DI MONSIGNOR ANGELO AMATO

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LA CASTITÀ DI CRISTO, I VANGELI, IL PRETE: LA RIFLESSIONE DI MONSIGNOR ANGELO AMATO


 Pubblichiamo alcuni passaggi della relazione ‘Per una teologia del celibato di Gesù Cristo Pontefice della Nuova Alleanza’ che monsignor Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei santi, ha svolto il 4 marzo durante un convegno alla Pontificia Università della Santa Croce.

DI ANGELO AMATO * Avvenire 10.3.10

La riflessione teologica non annovera il celibato di Gesù tra le quaestiones cristologiche più significative, lasciandolo alle considerazioni di tipo ascetico-spirituale. Si ritiene, a torto, che tale aspetto sia privo di valenza cristologica.
  Invece, nella rivalutazione della cosiddetta cristologia prepasquale oggi in atto – di quella cristologia, cioè, che trova nel Gesù dei Vangeli l’origine e la decifrazione più ricca della sua identità divina e messianica – anche il tema del celibato di Gesù, come quello della santità o della impeccabilità, acquista un suo valore di testimonianza e di manifestazione del suo mistero. Si può, anzi, affermare che la castità di Gesù include tutta una cristologia.

 


 Tocca, infatti, il nucleo più intimo e sacro della sua esistenza umana, il suo amore.
  Riflettere, pertanto, sul celibato di Gesù ci può aprire uno spiraglio per contemplare il mistero della sua carità redentrice, da un punto di vista altamente fecondo e illuminante.
  La discrezione dei teologi solo apparentemente corrisponde – come vedremo subito – alla supposta riservatezza del dato biblico. Purtroppo la trascuratezza o il silenzio su questo tema, si riflette negativamente sulla catechesi, che tace al riguardo, per cui gli stessi cristiani mostrano spesso perplessità e incomprensione di fronte a questa realtà, facilitati non poco da ricerche pseudoscientifiche o da rappresentazioni filmiche fantasiose e false della sessualità di Gesù. Eppure, fin dall’inizio, la verginità di Cristo è stata la fonte del carisma del celibato per il regno, vissuto in modo ammirevole da monaci, consacrati, sacerdoti, laici di ogni lingua e nazione, che hanno fatto di questo aspetto dell’imitazione di Cristo, lo strumento più efficace della propria santificazione e della propria missione. Sembra convinzione comune che questo tema, più che da una riflessione teorica, venga meglio trattato e compreso dalla conoscenza per partecipazione, data dalla testimonianza esistenziale e dalla consonanza carismatica. Insomma, più che teologico, nel senso stretto della parola, l’approccio più adatto al celibato di Cristo sarebbe quello ascetico-mistico-spirituale, in cui la parola esprime l’esperienza di vita e liberamente ne celebra la bellezza, la difficoltà, la passione. In realtà, però, pur riconoscendo il valore della celebrazione spirituale, piena di calore ed evocatrice di intuizioni inedite, i dati neotestamentari ci sembrano più che sufficienti per sbozzare una prima teologia del celibato di Cristo, ben fondata sulla salda roccia della sua parola e della sua esperienza. Lo faremo con discrezione, dal momento che la castità sembra una lingua incomprensibile ai più e anche ai cristiani. Scopriremo, forse con sorpresa, che questa tematica, apparentemente marginale, fa parte integrante del mistero dell’incarnazione del Verbo (…).
  Gesù casto non è un essere arcigno e scostante, ma altamente relazionale. Mangia e beve alle nozze di Cana, con sua madre e i suoi discepoli, restituendo la gioia della festa ai giovani sposi (Gv 2,1-10). Poco prima della Pasqua, partecipa a una cena con il risuscitato Lazzaro e le sue sorelle, lodando il dono del profumo da parte di Maria e rimproverando Giuda per la sua avidità (Gv 12,1-2). Partecipa a un grande banchetto con Levi, suo nuovo discepolo, per mostrare che è venuto a chiamare i peccatori alla conversione (Lc 5,29). Pranza a casa di uno dei capi dei farisei (Lc 14,1) e guarisce un uomo malato di idropisia. Si mette a tavola con i suoi discepoli, per la celebrazione della cena pasquale e per l’istituzione dell’Eucaristia (Mc 14,12ss). Il modo stesso di scegliere i posti a un banchetto diventa per Gesù lo spunto per insegnare a essere umili e a mettersi all’ultimo posto (Lc 14,7-11). Ai padroni di casa dice di non invitare al banchetto amici e parenti, ma poveri, storpi, zoppi e ciechi, per avere la ricompensa alla risurrezione dei giusti (Lc 14,12-14). Infine, il regno dei cieli è da lui paragonato a un grande e festoso banchetto (Lc 14,15-24). Per questo suo comportamento sereno, gioioso e pieno di benevolenza, fu chiamato ‘beone e mangione’ (Mt 11,16-19). In realtà, per lui, il banchetto diventa la cattedra, dalla quale impartire lezioni di vita eterna e di comunione con Dio e con il prossimo. Inoltre, Gesù celibe non guarda con disprezzo la donna, anzi perdona le mancanze dell’adultera, guarisce l’emoroissa, restituisce vivente alla vedova di Naim il suo unico figlio morto, onora Marta e Maria della sua amicizia, rende la Samaritana annunciatrice della sua parola e la Maddalena messaggera della sua risurrezione. Nei confronti delle donne, Gesù ignora il disprezzo e l’asprezza della cultura del tempo. Anzi, si intrattiene pubblicamente a parlare con donne di dubbia moralità come l’adultera (Gv 8,10s) e la Samaritana (Gv 4,6­26). È accompagnato da donne, che lo aiutano nel suo apostolato. Sono le discepole, che, al contrario degli apostoli, non lo abbandonano durante la passione e la crocifissione. Esalta l’eroismo della fede della sirofenicia (Lc 13,16), la generosità della vedova che si priva del necessario per offrirlo al tempio (Mc 12,41-44). Nel suo insegnamento egli pone le donne come protagoniste nelle parabole delle dieci vergini invitate a nozze (Mt 25,1-13), della donna che partorisce (Gv 16,20-22), della vedova che insiste presso il giudice iniquo (Lc 18,1-8), del lievito e della dramma perduta (Lc 13,20-21; 15,8-10).
  Gesù, celibe e senza una propria famiglia terrena, rispetta e onora i bambini, che, nell’antichità sia greca sia giudaica, venivano spesso considerati, da un punto di vista religioso e giuridico persone di seconda classe. Gesù, invece, non li scaccia, come fanno i discepoli, ma li accoglie e impone loro le mani, benedicendoli (Mc 10,13-16). Anzi il bambino diventa il paradigma per entrare nel regno dei cieli e la presenza stessa di Gesù: «Chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me» (Mt 18,5). Per questo egli difende i piccoli dalle prevaricazioni dei grandi, scagliando un ‘guai’ di eterna valenza etica: «Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare» (Mt 18,6).
  (…) la verginità di Cristo è strettamente connessa con il mistero dell’incarnazione. Essa non solo non intralcia la vicinanza di Dio all’umanità di Cristo, ma la favorisce, la rende più completa e perfetta. Affermava a ragione Jean Galot: «Per mezzo del celibato, il Figlio di Dio poteva appartenere più completamente a tutti gli uomini. Se non è entrato nella via del matrimonio e se si è rifiutato di fondare una famiglia, è perché ha voluto, per la sua vita e per il suo cuore, un’apertura più universale». Abbiamo visto dai dati evangelici, che la verginità non separò il Cristo dall’umanità, come in un certo senso fu per il Battista o per gli esseni di Qumran. Al contrario lo introdusse nel cuore stesso del suo prossimo. Il mistero della verginità di Gesù si situa nel fondo stesso dell’essere del Verbo di Dio incarnato. Non è imposizione esteriore, ma sua intrinseca esigenza. Il celibato di Cristo ha una sua radice ontologica, si situa nella realtà del suo essere persona divina incarnata. La sessualità umana, assunta insieme alla natura umana dalla Persona divina del Verbo, si trova di fatto inserita in una situazione di adesione totale nell’amore alla volontà di Dio, da cui riceve la fondamentale spinta a un’espansione universale di tutte le sue potenze affettive. Di qui la sua carità umana universale, non coartata né coartabile da nessun legame di sangue, di nazione, di razza o di condizione.
  La castità di Gesù dice totale appartenenza a Dio e universale relazionalità salvifica all’umanità.
  Per questo non è mutilazione o negazione di un bene, ma conferma e potenziamento assoluto delle capacità di amore insite nella natura umana del Verbo. Il Cristo casto dice sì nell’amore non a una singola persona, ma all’immenso orizzonte dell’umanità intera, presente, passata e futura, terrestre e celeste.
 * prefetto della Congregazione delle Cause dei santi

 In una relazione all’Università della Santa Croce, il prefetto della Congregazione delle Cause dei santi tocca il nucleo più intimo dell’esistenza del Figlio di Dio: «La sua castità dice appartenenza al Padre e universale relazionalità salvifica all’umanità. Non è mutilazione ma conferma e potenziamento assoluto delle capacità di amore insite nella natura umana del Verbo»

settembre 6, 2010

MONS.ZENTI: “DIO ESISTE E VI SPIEGO IL PERCHE'”

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«Dio esiste e vi spiego il perché»

“Personalmente sono in grado di elaborare, anzitutto per me, ma non solo, almeno quindici argomentazioni razionali che mi rendono certo, anche culturalmente, che Dio c’è e non può non esserci (…). E non sto affermando: «Io credo, penso che Dio ci sia». Sto evidenziando: «Ne sono certo anche culturalmente»”. Sono parole di mons. Giuseppe Zenti rivolte, sul quotidiano locale, a Margherita Hack nel tentativo, speriamo non vano, di avere un confronto con l’illustre scienziata che non perde occasione di professarsi atea. La mia proposta è questa: senza aspettare la risposta di Margherita Hack, non potrebbe il nostro amato Pastore illustrare alle sue pecorelle, soprattutto a quelle più curiose e impazienti, con lo stile che gli riesce così bene, le sue belle argomentazioni?

Maurizio Tencheni

Mons. Giuseppe ZentiNon posso esimermi dal rispondere ad una persona per bene, come è Maurizio Tencheni. In seguito alla lettura di un mio articolo riportato sul quotidiano L’Arena di Verona di domenica 9 novembre, nel quale mi mostravo critico sull’ateismo dogmatico dell’astrofisica di Trieste Margherita Hack, si è sentito incuriosito nel saperne un po’ di più. Per interposta persona mi chiede di esplicitare le ragioni della certezza che il suo vescovo nutre sul fatto che Dio c’è.
In quell’articolo ho precisato che io ne sono certo, anche culturalmente, almeno per 15 argomentazioni. Tra di loro così concatenate da costituire in definitiva una unica argomentazione. E potrei snocciolarle tutte di seguito. Preciso subito il senso del termine argomentazione. Non equivale a prova matematica. È invece il corrispondente di una serie di ragioni che rendono più plausibile una affermazione rispetto al suo contrario. Ciò vale in ogni campo della conoscenza umana, anche in quella scientifica, laddove non esiste la certezza incontrovertibile della matematica. Big bang compreso: nessuno è in grado di farcene conoscere la realtà per evidenza e certezza matematica; ma le argomentazioni addotte sono più plausibili di quelle contrarie. In secondo luogo vorrei specificare il significato di “certezza culturale”. È la certezza che deriva dal principio della deduzione: poste alcune premesse certe, ne conseguono delle conclusioni fondate. Ciò vale persino nell’ambito dell’innamoramento: dal momento che sono certo di potermi fidare di una persona, da me conosciuta adeguatamente, ne consegue che posso affidarmi ad essa nell’impegno della coniugalità sponsale e mi sento culturalmente, cioè consequenzialmente, certo, della riuscita del nostro divenire coppia. Nonostante qualche possibile ombra.
Se qualcuno avrà la pazienza di seguirmi su un tracciato da quindici tappe, almeno alla fine potrà controbattere con altrettante argomentazioni o dichiararsi convinto. Mi piacerebbe che giungessero nelle mani dell’astrofisica Margherita Hack, visto che è piuttosto riluttante ad un confronto pubblico. Purtroppo sono costretto solo ad impostare le argomentazioni più che ad esplicitarle, esemplificandole convenientemente. Ma data l’ampiezza argomentativa, chiedo di articolare il mio intervento in cinque puntate di ragionevole estensione. Chi ne ha il coraggio, mi segua. Spero non soffra di vertigini.
Interessante è il punto di partenza. Incontestabile da chiunque. Eccolo. L’unica conoscenza che io ho per evidenza, cioè per immediatezza, è la percezione del mio essere io. Io e nessun altro. Tutte le altre conoscenze, quella scientifica compresa, sono mediate. Ora, per percezione intendo la conoscenza immediata dell’intero mio essere, come in un’autoistantanea. Così certa quale non mi è possibile per nessun’altra conoscenza. Anche se non mi vedo se non nello specchio. Io mi percepisco come un io dotato di risorse di varia natura: fisiche, intellettuali, volitive, psichiche, emozionali, sensitive, relazionali… Tutte comunque fanno riferimento al mio essere un soggetto. Io sono il soggetto unico di tutte le operazioni, svariatissime, che provengono da ogni dimensione del mio essere, dal camminare al ricordare: sono io che cammino, attraverso i miei piedi; sono io che ricordo, attraverso la mia memoria… Insomma, io mi percepisco un essere complesso e unitario. Un solo io con tante dimensioni. Mi è lecito pormi qualche domanda, dal momento che ne sono capace e che urge in me: sono questo io da me stesso o qualcun altro, che mi precede e trascende, mi ha costituito così come sono? Penso immediatamente ai miei genitori, ai quali non posso che essere riconoscente. Ma da soli non giustificano la complessità del mio essere io. Non tutto il mio io è riassumibile in loro. Io sono altro da loro, ma non per effetto di una mia scelta o una potenza nascosta in me. Sento pertanto dentro di me come un istinto che sospinge lo sguardo della mia ragione più oltre. E si incrocia con un interrogativo, vero e per me insopprimibile, che enuncio così: Chi sta in definitiva all’origine di me? Chi è l’Arché di me stesso (per usare un termine tecnico greco)? Del resto io mi percepisco come realtà non assoluta. Io non ho da me stesso l’origine permanente dell’intero mio essere. Non appena prendo i contatti con il mio io profondo, attraverso la coscienza, simultaneamente io mi percepisco come dipendente da una Realtà che ha tutte le caratteristiche per pormi in esistenza in modo così perfetto da fare del mio essere, complesso, un’opera d’arte. Non sono un prodotto del caos. Sono un cosmo, cioè ordine, armonia. Così mi riscontro: nel mio essere io, mi percepisco sostanzialmente coordinamento armonioso, anche se in tensione, tra fisicità, psiche, mente, volontà, relazione. Mi ritrovo ad essere così, ma non sono io all’origine dell’intera realtà del mio essere. Chi ne sta all’origine?
Mi basta per ora aver posto l’interrogativo a me stesso. E poiché non intendo ingannare me, alla ricerca come sono della verità su me stesso, lascio a questo interrogativo il compito di suggerirmene la risposta. In definitiva: dal momento che esisto io, che non ci sia un Altro Io che mi sta alle spalle? Io mi percepisco così: non sospeso al vuoto, al nulla. Mi sento agganciato all’Assoluto! Forse qualche altro sta avendo la stessa percezione!

† mons. Giuseppe Zenti
Vescovo di Verona
 

  http://www.veronafedele.it/index.php?option=com_content&task=view&id=319

MARGHERITA HACK E MONS.ZENTI SULL’ESISTENZA DI DIO

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articolo di giovedì 21 gennaio 2010

 

“Dio esiste”: il vescovo sfida la scienziata

di Stefano Filippi

 

Faccia a faccia tra Margherita Hack e monsignor Zenti che attacca: “Il vero ateo è l’egoista”. L’astrofisica ribatte: “I cristiani dovrebbero essere più cristiani”. Ma alla fine né vincitori né vinti

Il vescovo e la scienziata atea, un uomo in tonaca e una donna in pantaloni. Un faccia a faccia davanti a un’intera città, un migliaio di persone stipate in un auditorium, 400 all’aperto e chissà quante davanti alle tv che hanno trasmesso il dibattito via satellite. Un confronto cercato e voluto dal monsignore, ansioso di sfidare lo spauracchio che aveva paragonato Dio a Babbo Natale. Un tema, «Dialogo su fede e scienza», che fino a qualche anno fa non avrebbe suscitato tutto questo interesse.

Il vescovo è quello di Verona, Giuseppe Zenti. La scienziata è Margherita Hack. Monsignore non ha particolari incarichi nella Cei; la studiosa invece è conosciutissima, astronoma, astrofisica, accademica dei Lincei, eccetera. E soprattutto atea di ferro, presidente onorario dell’Uaar, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, quelli dello sbattezzo e delle scritte sugli autobus di Genova («La cattiva notizia è che Dio non esiste, quella buona è che non ne hai bisogno»). Un incontro ad alto rischio fortissimamente voluto dal presule, uno che ama le grandi sfide: quand’era vescovo di Vittorio Veneto scrisse due lettere a Romano Prodi perorando la causa delle famiglie tartassate e dei precari. Zenti e la Hack si sono fronteggiati a viso aperto, lealmente, menando fendenti ma senza colpi bassi. Dovevano essere tenuti sotto controllo come nei duelli televisivi americani, tipo Obama e McCain: venti minuti a testa per sintetizzare le proprie idee, quattro domande di esperti (un industriale biomedico, un docente universitario, un preside, un prete-giornalista), infine un dialogo diretto. Brevi intermezzi musicali. E niente applausi fino alla fine.

Invece sono state subito scintille appena il vescovo ha chiuso il suo primo intervento dicendo che «il vero ateo è l’egoista». La Hack è saltata su: «I cristiani dovrebbero essere più cristiani». «Quando entrambi ci ritroveremo in paradiso continueremo a discorrere». «No monsignore, il suo è stato un bel discorso ma privo di razionalità». «Io sono credente, non credulone». «Lei porta suggestioni, non ragioni». «La mia ragione sta nell’esperienza quotidiana, dove Dio è presente anche se non lo vedo». «Comunque io in paradiso non ci andrò, le mie molecole svolazzeranno libere nell’aria senza un perché». «Cara signora, come fa a esserne così convinta? Anche questo è un atto di fede». La tesi della Hack è che scienza e fede convivono perché non si parlano, lavorano su piani diversi. «Dio è la più comoda delle risposte per spiegare il mistero che ci circonda. È l’invenzione con cui l’uomo spiega quello che la scienza non chiarisce. Siccome dispiace morire, fa piacere credere in un aldilà. Nell’antichità non si conosceva nulla dell’universo e lo si popolava di dei. Ora che la scienza ha scoperto grandissime verità, lo spazio di Dio si restringe. Com’è possibile che una zuppa di particelle elementari si sviluppi fino a diventare un organo come il cervello umano, più complesso di qualsiasi galassia? Non lo so, ne resto meravigliata ma non voglio spiegarmelo con la scorciatoia di un dio. Io non credo perché non ne ho ragioni scientifiche. Mi sembra un’idea assurda».

Zenti invece ha portato esperienze personali. Ha detto che le domande profonde sul senso della vita sono la prova della grandezza dell’animo umano. «La fede è uno strumento per conoscere. C’entra profondamente con la scienza. A occhio nudo vedo certe cose; ma se uso strumenti come il microscopio o il telescopio vedo più in profondità: la fede opera nello stesso modo, mi fa entrare nel profondo delle cose e perciò è pienamente razionale. Dio c’è perché lo vivo, è la ragione d’essere di tutto l’universo. Mi ha svelato perché sono al mondo, perché vivo e dove approderò da morto. Toglietemi Dio e diventerò una larva».

Si parla di amore e dolore, di vita e morte, del mistero e del destino. La Hack batte sempre gli stessi tasti: «Voi spiegate la complessità della materia con l’azione di un dio, io credo che la materia si sviluppa da se stessa. Sono posizioni equivalenti, entrambe plausibili e indimostrabili. Quella di Dio però mi sembra una soluzione infantile». «Non è una bella incensata», replica il vescovo. E perché Dio non si manifesta di più?, domanda il moderatore, il giornalista Michele Brambilla. «Perché rispetta la nostra libertà, altrimenti sarebbe un marionettista». E la Hack, preferirebbe sapere che esiste un aldilà o il nulla dopo la morte? «Mah, sarebbe bello ritrovarsi con tutte le persone cui ho voluto bene, anche con i miei animali, sarebbe una bella favola. Ma alle favole non credo». È finita senza né vincitori né vinti: come ha riconosciuto la Hack, «ognuno è rimasto della sua idea».

 

articolo di giovedì 21 gennaio 2010

 

“Dio esiste”: il vescovo sfida la scienziata

di Stefano Filippi

 

Faccia a faccia tra Margherita Hack e monsignor Zenti che attacca: “Il vero ateo è l’egoista”. L’astrofisica ribatte: “I cristiani dovrebbero essere più cristiani”. Ma alla fine né vincitori né vinti

Il vescovo e la scienziata atea, un uomo in tonaca e una donna in pantaloni. Un faccia a faccia davanti a un’intera città, un migliaio di persone stipate in un auditorium, 400 all’aperto e chissà quante davanti alle tv che hanno trasmesso il dibattito via satellite. Un confronto cercato e voluto dal monsignore, ansioso di sfidare lo spauracchio che aveva paragonato Dio a Babbo Natale. Un tema, «Dialogo su fede e scienza», che fino a qualche anno fa non avrebbe suscitato tutto questo interesse.

Il vescovo è quello di Verona, Giuseppe Zenti. La scienziata è Margherita Hack. Monsignore non ha particolari incarichi nella Cei; la studiosa invece è conosciutissima, astronoma, astrofisica, accademica dei Lincei, eccetera. E soprattutto atea di ferro, presidente onorario dell’Uaar, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, quelli dello sbattezzo e delle scritte sugli autobus di Genova («La cattiva notizia è che Dio non esiste, quella buona è che non ne hai bisogno»). Un incontro ad alto rischio fortissimamente voluto dal presule, uno che ama le grandi sfide: quand’era vescovo di Vittorio Veneto scrisse due lettere a Romano Prodi perorando la causa delle famiglie tartassate e dei precari. Zenti e la Hack si sono fronteggiati a viso aperto, lealmente, menando fendenti ma senza colpi bassi. Dovevano essere tenuti sotto controllo come nei duelli televisivi americani, tipo Obama e McCain: venti minuti a testa per sintetizzare le proprie idee, quattro domande di esperti (un industriale biomedico, un docente universitario, un preside, un prete-giornalista), infine un dialogo diretto. Brevi intermezzi musicali. E niente applausi fino alla fine.

Invece sono state subito scintille appena il vescovo ha chiuso il suo primo intervento dicendo che «il vero ateo è l’egoista». La Hack è saltata su: «I cristiani dovrebbero essere più cristiani». «Quando entrambi ci ritroveremo in paradiso continueremo a discorrere». «No monsignore, il suo è stato un bel discorso ma privo di razionalità». «Io sono credente, non credulone». «Lei porta suggestioni, non ragioni». «La mia ragione sta nell’esperienza quotidiana, dove Dio è presente anche se non lo vedo». «Comunque io in paradiso non ci andrò, le mie molecole svolazzeranno libere nell’aria senza un perché». «Cara signora, come fa a esserne così convinta? Anche questo è un atto di fede». La tesi della Hack è che scienza e fede convivono perché non si parlano, lavorano su piani diversi. «Dio è la più comoda delle risposte per spiegare il mistero che ci circonda. È l’invenzione con cui l’uomo spiega quello che la scienza non chiarisce. Siccome dispiace morire, fa piacere credere in un aldilà. Nell’antichità non si conosceva nulla dell’universo e lo si popolava di dei. Ora che la scienza ha scoperto grandissime verità, lo spazio di Dio si restringe. Com’è possibile che una zuppa di particelle elementari si sviluppi fino a diventare un organo come il cervello umano, più complesso di qualsiasi galassia? Non lo so, ne resto meravigliata ma non voglio spiegarmelo con la scorciatoia di un dio. Io non credo perché non ne ho ragioni scientifiche. Mi sembra un’idea assurda».

Zenti invece ha portato esperienze personali. Ha detto che le domande profonde sul senso della vita sono la prova della grandezza dell’animo umano. «La fede è uno strumento per conoscere. C’entra profondamente con la scienza. A occhio nudo vedo certe cose; ma se uso strumenti come il microscopio o il telescopio vedo più in profondità: la fede opera nello stesso modo, mi fa entrare nel profondo delle cose e perciò è pienamente razionale. Dio c’è perché lo vivo, è la ragione d’essere di tutto l’universo. Mi ha svelato perché sono al mondo, perché vivo e dove approderò da morto. Toglietemi Dio e diventerò una larva».

Si parla di amore e dolore, di vita e morte, del mistero e del destino. La Hack batte sempre gli stessi tasti: «Voi spiegate la complessità della materia con l’azione di un dio, io credo che la materia si sviluppa da se stessa. Sono posizioni equivalenti, entrambe plausibili e indimostrabili. Quella di Dio però mi sembra una soluzione infantile». «Non è una bella incensata», replica il vescovo. E perché Dio non si manifesta di più?, domanda il moderatore, il giornalista Michele Brambilla. «Perché rispetta la nostra libertà, altrimenti sarebbe un marionettista». E la Hack, preferirebbe sapere che esiste un aldilà o il nulla dopo la morte? «Mah, sarebbe bello ritrovarsi con tutte le persone cui ho voluto bene, anche con i miei animali, sarebbe una bella favola. Ma alle favole non credo». È finita senza né vincitori né vinti: come ha riconosciuto la Hack, «ognuno è rimasto della sua idea».

http://www.ilgiornale.it/interni/dio_esiste_vescovo_sfida_scienziata/21-01-2010/articolo-id=415358-page=0-comments=1

 
 
 

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giugno 3, 2010

Turchia, ucciso sacerdote italiano

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Turchia, ucciso sacerdote italiano

3/6/2010

Era vicario apostolico dell’Anatolia

Monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, è stato ucciso a Iskenderun. Il prelato, che venerdì avrebbe dovuto essere a Cipro con papa Benedetto XVI, è stato aggredito a coltellate e ucciso dal suo autista Murat Altun, già arrestato dalla polizia e, secondo fonti locali, sofferente di disturbi mentali. Sempre in Turchia, quattrro anni fa, fu ucciso un altro esponente della Chiesa cattolica: don Andrea Santoro.

Turchia, ucciso sacerdote italiano 

Monsignor Padovese è stato pugnalato a morte nella sua casa a Iskenderun, città sul Mediterraneo. Trasferito d’emergenza in ospedale, vi è morto poco dopo a causa delle ferite. Secondo l’emittente turca Ntv il killer del prelato italiano è il suo autista, ale sue dipendenze da quattro anni. Si tratta di Murat Altun, che soffrirebbe da tempo di disturbi mentali, secondo quanto riferito dal governatore della provincia di Hatay, Mehmet Celalettin Lekesiz. ”Sulla base dei primi accertamenti effettuati dalla polizia – ha aggiunto il governatore – l’omicidio non avrebbe motivazioni politiche ne’ religiose. Si è appreso che il sospettato era in cura per disordini psicologici”

Padovese, di origine milanese, lavorava nella diocesi di Iskenderun (nota anche come Alessandretta), vicino ad Antiochia, ed era vicario apostolico per l’Anatolia. Nel 2006 un sacerdote cattolico, Andrea Santoro, fu ucciso a Trabzon (Trebisonda) in un attacco attribuito a ultranazionalisti. Padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, alla notizia dell’uccisione di Padovese ha espresso “sconcerto, preoccupazione e solidarietà ai cattolici della Turchia”, e ha detto che il Papa Benedetto XVI parlerà della violenza contro i cristiani in Medio Oriente nella visita a Cipro di tre giorni che inizia venerdì.

Padre Lombardi: “E’ orribile”
Un “fatto orribile”, “incredibile”, “siamo costernati”. E’ la prima reazione di padre Federico Lombardi, portavoce del Vaticano, alla notizia dell’uccisione in Turchia di monsignor Padovese, che avrebbe dovuto partecipare, a partire da venerdì, alla visita del Papa a Cipro, e ricevere da lui, insieme agli altri responsabili e patriarchi cattolici della regione, il documento preparatorio del prossimo Sinodo sul Medio Oriente, in cui si parla anche delle violenze contro i cristiani.

“Ciò che è accaduto – ha detto padre Lombardi – è terribile, pensando anche ad altri fatti di sangue in Turchia, come l’omicidio alcuni anni fa di don Santoro”. “Preghiamo – ha aggiunto – perché il Signore lo ricompensi del suo grande servizio per la Chiesa e perché i cristiani non si scoraggino e, seguendo la sua testimonianza così forte, continuino a professare la loro fede nella regione”.

(Nella foto don Padovese durante i funerali di don Santoro)

  

http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo483191.shtml