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marzo 14, 2012

BUS SVIZZERA: MORTI 22 BAMBINI E 3 IN COMA

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BUS SVIZZERA, MORTI 22 BAMBINI, 3 IN COMA.
“TORNAVANO DALLE VACANZE” -FOTO

 
 
Mercoledì 14 Marzo 2012 – 17:37

SIERRE – Tornavano a casa in Belgio dopo una bella settimana bianca in Svizzera. Avevano solo 12 anni, studenti di due cittadine delle Fiandre. Ma il pullman che doveva riportarli a casa, ieri sera si Š schiantato contro la parete di una galleria dell’autostrada, poco dopo la partenza, nel cantone del Vallese. Ventotto persone sono morte. Fra di loro, 22 bambini. Altri 24 sono ricoverati in ospedale, alcuni lottano fra la vita e la morte. Colpo di sonno dell’autista e alta velocità la causa più probabile. La tragedia si è consumata alle 21.15 sull’autostrada nei pressi di Sierre, in direzione Sion. Su un pullman belga nuovo di zecca, viaggiavano 52 persone, in gran parte studenti dodicenni delle cittadine di Lommel e Heverlee, nelle Fiandre. Tornavano a casa dopo una settimana bianca in Val d’Anniviers, organizzata da una organizzazione cattolica. All’improvviso, in galleria il pullman è sbandato, ha sfondato il guardrail sulla destra e si è schiantato violentemente contro la parete di una piazzola. La causa è ancora ignota: l’ipotesi più probabile è un colpo di sonno del conducente, unito alla velocità eccessiva. I due autisti che erano a bordo sono morti. I soccorritori svizzeri si sono trovati di fronte una scena tremenda. Il frontale del pullman accartocciato, corpi di bambini morti e feriti incastrati fra le lamiere. Per tutta la notte 200 operatori hanno lottato per salvare vite, 12 ambulanze e 8 elicotteri hanno fatto la spola fra l’imbocco della galleria e gli ospedali più vicini. «Mai visto niente di simile nel Vallese, una situazione davvero orribile», ha commentato un portavoce della polizia cantonale. È il peggior incidente stradale in Svizzera negli ultimi 30 anni. Negli ospedali sono stati ricoverati 24 feriti, alcuni in gravi condizioni. Le autorità svizzere hanno inviato alcuni psicologi per assistere i piccoli e le loro famiglie. La tragedia ha sconvolto stamani il Belgio. Il premier Elio Di Rupo ha annunciato che si recherà in giornata in Svizzera e ha commentato che «questo è un giorno tragico» per il paese. Il ministero della Difesa di Bruxelles ha messo a disposizione due aerei militari per portare le famiglie di vittime e feriti nel Vallese.

TRE BAMBINI IN COMA Molti dei feriti nell’incidente del pullman in Svizzera sono in condizioni gravi e tre di loro sono in coma: lo ha indicato il ministro alla sanità Laurette Onkelinx. «Molti sono ancora in uno stato grave, tre in coma, con lesioni cerebrali e toraciche», ha riferito il ministro. Una equipe di otto medici di pronto soccorso, collaboratori psico-sociali della Difesa e della Salute e sette specialisti in identificazione dei corpi sono partiti con gli aerei che trasportano i genitori delle vittime in Svizzera.

“ABBIAMO VISTO L’ORRORE” «Abbiamo visto l’orrore». Lo dice Erik Valmaderom, 60 enne, uno dei primi testimoni dell’incidente del pullman sotto il tunnel di Sierre in Svizzera, che con la moglie stava percorrendo in auto lo stesso tratto autostradale del bus. «Abbiamo visto una donna sbracciarsi, abbiamo rallentato, siamo scesi e abbiamo visto il pullman completamente schiacciato contro il muro, abbiamo aiutato alcuni bambini a scendere dal mezzo, una bimba aveva la gamba maciullata». «Non mi dimenticherò mai di quello che ho visto», ha raccontato Erik Valmaderom che con la moglie si è presentato oggi alla camera mortuaria dove sono stati ricomposti i 28 corpi. «Sentivamo che essere qui era per noi un dovere». Secondo il racconto dei due testimoni «la galleria era ben illuminata e forse l’incidente è stato causato da un malore dell’autista».

GENITORI ATTESI NELLA CAMERA MORTUARIA  I genitori e i parenti delle 28 vittime, di cui 22 bambini, dell’incidente del pullman avvenuto ieri in Svizzera, sono attesi a metà pomeriggio nella camera mortuaria di Sion, dove sono stati ricomposti i corpi. L’edificio si trova nella periferia ovest della città. La polizia cantonale sorveglia l’entrata dell’obitorio, impedendo ai giornalisti di avvicinarsi alla struttura. Alle 16.30 è stata convocata dalla polizia cantonale una conferenza stampa per illustrare gli ultimi sviluppi dell’inchiesta sull’incidente nella galleria di Sierre.

TESTIMONE: “TANTO SANGUE” «C’era tanto sangue ovunque ed i bambini ancora vivi si agitavano per essere salvati». Così Marielle, citata dalla stampa locale, ha raccontato le immagini del dramma. La donna è passata nel tunnel maledetto subito dopo l’incidente stradale costato la vita a 28 persone, ieri sera nella galleria autostradale di Sierre, in Svizzera. «I sedili anteriori del pullman erano a pezzi, gli uni sugli altri», ha raccontato Marielle al quotidiano vallesano Le Nouveliste. «Era orribile». Marielle, madre di due bambini, è sconvolta. «Vedo ancora tutti quei volti che mi guardavano, non so se erano vivi o morti». Si stava recando al lavoro di guardia notturna, quando è passata davanti all’incidente. «Ho pensato che era appena successo perchè ho visto fogli volare ed il pullman ha iniziato a fumare». Ha subito rallentato. «Non c’era ancora nessuno, nè polizia, nè vigili del fuoco. Mi sono resa conto che non potevo fare niente da sola ed ho chiamato i soccorsi», ha raccontato. «Spero di aver fatto la cosa giusta», aggiunge turbata. «Ho parlato con i medici del 144 ed ho capito che non potevo salvare nessuno da sola». Madre di due bambini di 8 anni e 20 mesi, è ancora sotto shock.«Erano immagini atroci, degne di un film dell’orrore. Immagino il dolore dei genitori. Se fosse successo ai miei figli, non so cosa avrei fatto».
http://www.leggo.it/news/mondo/bus_svizzera_morti_22_bambini_3_in_coma_tornavano_dalle_vacanze_foto_video/notizie/170813.shtml

 
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BUS SVIZZERA, SUL BLOG I MESSAGGI DEI
BIMBI: “MAMMA E PAPÀ, MI MANCATE” -LEGGI

 
 
Mercoledì 14 Marzo 2012 – 17:17

HEVERLEE – La notizia arriva con un fulmine a ciel sereno alla scuola Saint Lambertus di Heverlee, frequentata da alcune delle vittime della tragedia avvenuta ieri sera in Svizzera. Sul pullman si trovavano 24 allievi della piccola scuola cattolica di Sint-Lambertus e due accompagnatori che sono morti nell’incidente. Sedici alunni hanno invece riportato ferite più o meno gravi mentre di altri otto non si hanno notizie e si teme che siano tra le vittime. Per confortare i parenti dei bambini coinvolti nell’incidente questa mattina nella scuola si è recato anche l’arcivescovo di Bruxelles Andre-Joseph Leonard. Un messaggio di condoglianze indirizzato ai parenti delle vittime è stato diffuso in mattinata dal presidente permanente del Consiglio europeo, il belga Herman Van Rompuy. «Un orribile dramma umano ha colpito oggi il Belgio. Il mio pensiero va ai familiari delle vittime. A nome dell’Unione europea e mio personale rivolgo a tutti le mie più sincere condoglianze».

SU UN BLOG I RICORDI DELLA GITA «Oggi pomeriggio abbiamo mangiato zuppa e ravioli: buonissimi». «Oggi è stata la giornata migliore: il sentiero avventuroso è stato faticoso, ma molto figo». Questi ed altri messaggi, diventati ora tragico ricordo, sono stati lasciati sul blog delle loro vacanze sulla neve da alcuni studenti coinvolti nel terribile incidente stradale in Svizzera, dove 22 ragazzini hanno perso la vita. Il 10 marzo scorso un ragazzo ha postato: «le cose stanno andando benissimo qui in Saint-Luc. Lo sci, il clima, il cibo. Non è per niente brutto. Domani reciterò nel Muppet show…Ho visto pochi cani. Ora sto leggendo un libro: ‘perchè i cani hanno il naso bagnato’: molto interessante!». Negli ultimi post si intravvedono segni di nostalgia per la casa e i genitori: «Caro papà e cara mamma. Qui mi piace molto, ma mi mancate. Vi voglio bene. Baci». Oppure: «hey, mamma, babbo…Qui è super e c’è sole tutto il giorno, ma mi mancate!». Anche l’insegnante che accompagna i ragazzi, morto nel tragico schianto sotto il tunnel, ha lasciato sul blog il ricordo del viaggio in pullman. «Il viaggio in bus è stato scorrevole. C’era un pò di traffico. Abbiamo visto il film ‘Avatar’ e nessuno è stato male nelle curve delle Alpi», ha scritto Frank Van Kerckhove.

http://www.leggo.it/news/mondo/bus_svizzera_sul_blog_i_messaggi_dei_bimbi_mamma_e_papa_mi_mancate_leggi/notizie/170810.shtml

febbraio 8, 2011

LE GEMELLINE SPARITE VISTE SOLO IN SVIZZERA

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GEMELLINE SPARITE, POLIZIA:
VISTE SOLO IN SVIZZERA

 
Lunedì 07 Febbraio 2011 – 16:30
 

FOGGIA – La polizia non ha per ora alcuna testimonianza della presenza delle piccole Alessia e Livia Schepp Lucidi in Svizzera, Francia o Italia dopo il 30 gennaio scorso, alle 13, quando si trovavano nel sobborgo svizzero di St-Sulpice, nei pressi della casa del loro padre. È scritto sul sito ufficiale della polizia del Cantone di Vaud, del quale è capoluogo Losanna, città di residenza dei coniugi Schepp Lucidi. L’informazione è riportata nel comunicato stampa che fa il punto della situazione a proposito della scomparsa delle gemelline. La polizia cantonale, nel comunicato stampa, informa che l’inchiesta condotta dai poliziotti francesi a Marsiglia ha permesso di stabilire che il padre, dopo aver comprato tre biglietti per il traghetto per la Corsica, li ha validati al servizio di check in del porto di Marsiglia. «Tuttavia – si aggiunge nella nota – gli investigatori non hanno potuto, per il momento, stabilire» se il papà e le bambine «si siano imbarcati a bordo del traghetto diretto a Propriano», in Corsica. In Svizzera, informa la polizia cantonale, sono impegnati nelle operazioni di ricerca delle bambine una quarantina di investigatori. Per le ricerche sul lago Lemano viene da oggi impiegato anche un elicottero. I poliziotti cantonali in questi giorni, a più riprese, hanno compiuto ricerche a casa di parenti della famigliola di St-Sulpice, sentendo anche i vicini. Inoltre, hanno ispezionato quattro battelli fermi nei porti di Morges e Vidy, che sono di proprietà del datore di lavoro di Matthias Schepp e che avrebbero potuto essere stati utilizzati dall’uomo. Hanno anche contattato, alla ricerca di informazioni, tutti i gestori e dipendenti delle stazioni di servizio tra St-Sulpice e Ginevra. A livello nazionale, sono stati fatti controlli per accertare se la vettura dell’uomo sia incorsa in infrazioni riguardanti i limiti di velocità, e anche controlli telefonici e bancari sull’uomo. La polizia cantonale sottolinea che gli investigatori contano molto sulle indicazioni che potrebbero giungere da eventuali testimoni a Marsiglia o in Corsica e fornisce numeri telefonici cui rivolgersi nel caso si possano fornire informazioni.

NESSUN RITROVAMENTO DI VESTITI «Non risulta» agli investigatori impegnati nelle ricerche delle gemelle Livia e Alessia Schepp che nelle campagne di Cerignola siano stati trovati indumenti e quaderni di bimbi che in qualche modo possano risultare legati alla scomparsa delle due bimbe. Lo ha riferito all’ANSA il dirigente della Squadra mobile di Foggia, Alfredo Fabbrocini. Nel corso delle ricerche nelle campagne di Cerignola sono stati invece trovati indumenti e un ‘quadernonè con disegni a colori e scritte in italiano che non avrebbero nulla a che fare con le bambine scomparse. Il ritrovamento, e l’eventuale legame con la vicenda delle gemelline, era stato indicato su alcuni siti Internet di informazione.

RICERCHE IN CORSO Sono in corso anche oggi, per il quarto giorno consecutivo, le ricerche nelle campagne di Cerignola delle gemelline svizzere Alessia e Livia Schepp, di sei anni, scomparse lo scorso 28 gennaio da Losanna insieme con il padre Matthias, suicidatosi sotto un treno a Cerignola lo scorso 3 febbraio. Nonostante gli investigatori non abbiano alcun elemento per accertare la presenza in Italia delle piccole dopo la scomparsa, proseguono i controlli in una vasta zona di Cerignola con il coordinamento della Squadra mobile della questura di Foggia. Accertamenti sono in corso anche a Vietri sul Mare (Salerno), dove l’uomo aveva pranzato da solo qualche ora prima di uccidersi, oltre che in Svizzera e a Marsiglia, città in cui Schepp aveva acquistato tre biglietti per la Corsica dove non è stato stabilito che si sia recato.

IPOTESI SARDEGNA Fra le ipotesi avanzate nelle ultime ore sul viaggio in nave da Marsiglia verso la Corsica (tre i biglietti comprati) dello svizzero Matthias Schepp il padre delle due gemelline che si cercano tra la Francia e l’Italia vi è anche quella che sia giunto nel nord Sardegna. Proprio per non lasciare nulla al caso vi sarebbe quindi anche una pista sarda – secondo quanto riferisce il quotidiano La Nuova Sardegna – che, però, ha poco credito fra gli inquirenti. È certo che il padre suicida ha comprato in Francia i biglietti per Propriano ma non si sa nè se sull’isola francese sia arrivato con l’auto o senza nè se da qui abbia proseguito per Porto Torres, ultimo scalo della linea La Meridionale. Matthias Schepp, però, non è stato visto sull’isola nè vi sono tracce delle gemelline. Se fosse giunto nel nord Sardegna sarebbe dovuto poi arrivare ad Olbia per raggiungere la penisola nel centro Italia. Solo illazioni, per ora, che non hanno avuto un riscontro.

POLIZIE RICOSTRUISCONO VIAGGIO Con una collaborazione tra le polizie italiana, francese e svizzera si cerca di ricostruire nella maniera più precisa possibile il tragitto che Matthias Kaspar Schepp, allontanatosi da Losanna con le sue due bambine di sei anni, Livia e Alessia, ha compiuto nel viaggio che l’ha portato a suicidarsi sotto un Eurostar a Cerignola, nel foggiano. A conclusione di una riunione degli investigatori nel commissariato a Cerignola tra le forze di polizia e tutto il personale impegnato nelle battute per trovare le bambine, è stato deciso che le ricerche continueranno ancora nell’area di Cerignola, ma la sensazione è che gli investigatori siano fortemente orientati ormai a ritenere che è assai difficile che le piccole siano arrivate col papà in Puglia. È quindi probabile che ricerche e battute possano presto intensificarsi nei luoghi dove l’uomo è stato avvisato dal 31 gennaio in poi: Annecy, la regione di Lione, Tolone e Marsiglia, dove i tre – secondo la polizia svizzera -il 31 gennaio si trovavano e dove il padre aveva acquistato tre biglietti per un traghetto diretto a Propriano, in Corsica. Tracce certe dell’uomo si ritrovano poi il 3 febbraio a Vietri sul Mare, in provincia di Salerno, dove Matthias Schepp – questa volta visto da solo – ha pranzato in un ristorante prima di avviarsi in auto verso la Puglia e di suicidarsi nella stazione Fs di Cerignola campagna.

http://www.leggo.it/articolo.php?id=105231

settembre 24, 2010

EBREI IN SVIZZERA

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Comunità ebraiche in movimento
  
 
Celebrazione del Purim a Zurigo, città in cui vive circa un terzo della comunità ebraica in Svizzera.

Didascalia: Celebrazione del Purim a Zurigo, città in cui vive circa un terzo della comunità ebraica in Svizzera. (Keystone)
20 settembre 2010 – 16:04

Di Jessica Dacey , swissinfo.ch


 

Lo studio più significativo degli ultimi 50 anni sulla società ebraica in Svizzera rivela una comunità in evoluzione. Numerosi sono gli ebrei che si distaccano dai precetti religiosi ortodossi per adottare una visione più liberale.

L’indagine “Giudaismo svizzero in transizione” è stata condotta nel quadro di un Programma nazionale di ricerca (PNR 58) che si prefigge di studiare l’evoluzione del paesaggio religioso nella Confederazione.

I ricercatori dell’Istituto di studi ebraici dell’Università di Basilea hanno focalizzato il loro lavoro sulle comunità di Ginevra, Basilea e Zurigo, città in cui vive il 70% degli ebrei svizzeri.

Dallo studio emerge l’immagine di una comunità in profonda trasformazione: «Le mutazioni sociali degli ultimi decenni hanno avuto un grande impatto sulla vita religiosa degli ebrei», rilevano i ricercatori.

Fino alla metà del secolo scorso, indica lo studio, in Svizzera risiedevano solamente delle comunità ortodosse. L’apertura sociale osservata a partire dagli anni ’60 ha poi favorito l’emergenza di un certo bisogno di libertà individuale. L’attrito tra le rivendicazioni di una società moderna e i precetti religiosi più conservatori si è fatto sempre più forte.

” Non siamo più di fronte a un ghetto nella società. ”
Yves Kugelmann, caporedattore

Ebrei integrati

Oggigiorno, il 75% dei 18’000 ebrei che vivono in Svizzera è membro di una delle 25 comunità ebraiche presenti sul territorio.

«Si tratta di uno studio importante: è la prima indagine scientifica sugli ebrei in Svizzera dalla Seconda guerra mondiale», dice a swissinfo.ch Yves Kugelmann, caporedattore della rivista ebraica Tachles.

Un aspetto interessante, annota Kugelmann, è che il cambiamento in seno alla comunità ebraica rispecchia quello dell’intera società. «È un fatto positivo che mostra come gli ebrei siano molto ben integrati ed emancipati. Non siamo più di fronte a un ghetto nella società».

Non ebrei marginalizzati

Punto cruciale di tale cambiamento sono i matrimoni misti, il cui tasso supera il 50%: oggigiorno, sono sempre di più gli ebrei – uomini o donne – a sposare un partner non ebreo.

Questo avvicinamento alle società non ebraiche, sottolinea lo studio, testimonia da una parte una «completa integrazione». Dall’altra, però, rappresenta una minaccia per le tradizioni ebraiche. Conformemente alla legge religiosa, soltanto i bambini nati da madri ebree sono infatti considerati ebrei.

I ricercatori hanno evidenziato che le comunità ortodosse e i loro rabbini hanno reagito ai matrimoni misti emarginando i membri non ebrei di queste famiglie. La conseguenza è che le persone interessate hanno spesso deciso di tagliare i ponti con la comunità.

A partire dagli anni ’70 si è così assistito all’apparizione di nuovi gruppi più propensi ad accogliere i membri non ebrei delle famiglie miste. L’emergenza di queste comunità, puntualizza il rapporto, è stata favorita anche da altre mutazioni.

Numerosi ebrei non accettano ad esempio più di sostenere le comunità religiose con contributi finanziari o mettendo a disposizione il loro tempo. Altri hanno invece rimesso in discussione l’autorità dei rabbini, la cui figura è considerata superata.

Le comunità riformiste hanno poi fatto passi verso una maggiore parità, abolendo la separazione tra uomini e donne durante il rito religioso in sinagoga.

Questa tendenza non è limitata alla Svizzera, ma è stata osservata in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, la maggior parte delle comunità sono ad esempio riformiste o conservatrici, ma raramente ortodosse.

” Alcuni ortodossi sono diventati ancor più ortodossi. ”
Daniel Gerson, ricercatore

Pluralismo e polarizzazione

L’apertura della società, scrivono gli autori dello studio, è considerata un pericolo da una parte delle comunità ortodosse. Negli ultimi anni si è così assistito all’apertura di scuole ebraiche, finanziate da privati, che insistono sull’insegnamento religioso.

Una strategia non però priva di inconvenienti, visto che i giovani non dispongono di sufficienti competenze per inserirsi nel mondo del lavoro. «Non è raro vedere famiglie ultraortodosse dipendere da aiuti privati o pubblici», indica lo studio.

«Si nota un certo pluralismo e una polarizzazione», afferma a swissinfo.ch Daniel Gerson, coautore della ricerca.

«Il nostro studio copre gli ultimi 50 anni: abbiamo chiaramente notato che alcuni ortodossi sono diventati ancor più ortodossi perché vedevano una minaccia nel cambiamento. Hanno iniziato a innalzare muri invisibili, in particolare creando delle scuole ebraiche per i loro figli».

In futuro, ritiene Gerson, ci saranno sempre più comunità liberali, all’interno delle quali le pratiche religiose ebraiche saranno trasmesse trascurando l’autorità del rabbino. Questi gruppi, aggiunge, «non disporranno tuttavia di infrastrutture quali un centro ebraico o un cimitero».

Il vantaggio della diversità

Agli occhi di Yves Kugelmann, le conclusioni dello studio non sono sorprendenti. Sono comunque significative, dal momento che si basano su dati empirici.

«È importante avere una visione sulla direzione in cui si stanno muovendo le cose ed è importante disporre di tali risultati in un Programma nazionale di ricerca. Ciò significa che le organizzazioni e comunità ebraiche dovranno forse rivedere le loro politiche».

Parlare di un “terremoto” in seno alla comunità, come suggerisce lo studio, è tuttavia esagerato, sostiene Roger Charteil, responsabile della comunità israelita di Ginevra.

«Siamo di fronte a un pluralismo, che io considero un vantaggio. Questa diversità è molto utile per il giudaismo».
Jessica Dacey, swissinfo.ch
Traduzione e adattamento di Luigi Jorio

 
 

Ebrei in Svizzera

Nel Medioevo gli ebrei in Svizzera, così come quelli nell’Europa occidentale, sono spesso stati oggetto di persecuzioni.

Sono poi stati soggetti a tasse e leggi speciali che limitavano i loro movimenti e attività.

Nel 1776 avevano il diritto di vivere in soli due villaggi del canton Argovia: Lengnau ed Endingen. A quell’epoca la popolazione ebraica era di circa 550 persone.

Nella prima metà del ‘800 le comunità ebraiche, fondate da ebrei immigrati dai paesi limitrofi, erano diffuse in diverse città svizzere e potevano contare su maggiori diritti rispetto agli ebrei nel canton Argovia.

I governi stranieri hanno fatto pressione affinché i loro cittadini ebrei venissero trattati equamente. Le restrizioni nei confronti degli ebrei sono state progressivamente tolte e nel 1879 gli ebrei di Argovia hanno ottenuto gli stessi diritti dei cittadini svizzeri.

Nel 1880, gli ebrei in Svizzera (7’373 persone) costituivano lo 0,3% della popolazione.

La natura delle comunità ebraiche ha iniziato a cambiare all’inizio del XX secolo, con l’arrivo di un’ondata di persone in fuga dai pogrom in atto nell’Europa dell’Est.

Durante il periodo nazista la Svizzera ha respinto numerosi ebrei alle frontiere. Circa 23’000 ebrei hanno comunque trovato rifugio nella Confederazione.

Dal censimento del 2000 risulta che le persone che si dichiarano di fede ebraica in Svizzera sono 17’900. Si tratta dello 0,2% della popolazione.

Un terzo degli ebrei in Svizzera vive a Zurigo. Circa la metà di loro è di fede ultraortodossa

 

 

URL di questo articolo

http://www.swissinfo.ch/ita/societa/Comunita_ebraiche_in_movimento.html?cid=28348896 

 

 

 

 
 

 

 

marzo 28, 2010

Lista nera di preti pedofili-Svizzeri dicono sì in un sondaggio

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Lista nera di preti pedofili
La auspica Leuthard – Svizzeri dicono sì in un sondaggio

28 mar 2010 10:31

BERNA – Lo scandalo dei preti pedofili ha scosso gli animi anche del Consiglio federale. La presidente Doris Leuthard, sulla SonntagsZeitung e Le Matin Dimanche, si è infatti dichiarata favorevole ad una lista nera di preti pedofili. Secondo la rappresentante del Governo, i sacerdoti che si sono macchiati di abusi non devono più poter entrare in contatto con i bambini. Le modalità di applicazione del registro in questione dovrebbero comunque essere approfondite. Secondo Leuthard il fatto che a commettere un abuso sia stato un prete, o un qualsiasi altro cittadino, non cambia:”entrambe le categorie sottostanno al diritto penale svizzero, senza se e senza ma”. La Chiesa dovrebbe esprimersi favorevolmente dato che si tratterebbe di un provvedimento da prendere anche nel suo stesso interesse.

Secondo un sondaggio della società Demoscope, Leuthard può contare sull’appoggio al progetto da parte dell’80 per cento della cittadinanza. Il campione d’indagine ha coinvolto 607 persone dai quindici anni in su. Inoltre, il 92 per cento degli interpellati si è detto contrario al celibato nella Chiesa cattolica, solo il 5 per cento, per contro, ha difeso lo status quo.

(Aggiornamento notizia: 28 mar 2010 13:54)
 

dicembre 2, 2009

La Svizzera vieta la costruzione di minareti

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La Svizzera vieta la costruzione di minareti
29 novembre 2009
Federazione protestante svizzera: il divieto di costruire minareti non risolve nessun problema, bensì ne crea di nuovi

(ve/fces) “L’approvazione dell’iniziativa contro la costruzione di minareti mette a repentaglio la coesione sociale. Il divieto di costruire minareti non risolve nessun problema, bensì ne crea di nuovi”. Così si è espresso il pastore Thomas Wipf, presidente del Consiglio della Federazione delle chiese evangeliche in Svizzera (FCES) commentando l’approvazione dell’iniziativa che prevede il divieto di costruzione di minareti nel nostro Paese.

Delusione e preoccupazione
La FCES deplora l’esito della votazione e ribadisce che il rispetto reciproco costituisce un prerequisito indispensabile per l’integrazione e la coesione sociale. La FCES ritiene che il voto odierno costituisca un attentato contro i diritti alla libertà. “Non è accettabile che le minoranze religiose debbano ora aspettarsi di essere trattate in modo diverso rispetto alle comunità religiose di maggioranza”, ha aggiunto Thomas Wipf. “Ci sono delle conquiste che non devono essere abbandonate” ha proseguito, “e tra queste c’è l’applicazione generale dei diritti umani, e in particolare il diritto di esercitare liberamente la propria fede”.

Contribuire alla coesione
Le chiese evangeliche prendono sul serio i timori di una parte della popolazione circa gli effetti del crescente pluralismo nella società. La FCES ritiene che ora “le comunità religiose sono tenute in modo speciale a contribuire a una convivenza pacifica”. È importante che esse mostrino concretamente che una coesistenza pacifica è possibile. Le chiese evangeliche richiamano pertanto i musulmani a voler rendere trasparente la loro organizzazione e partecipare attivamente, all’interno del nostro Stato costituzionale, alla crescita della convivenza sociale.
La coesione sociale, afferma la FCES in un comunicato rilasciato dopo la vittoria del sì all’iniziativa, “nasce dalla ferma volontà di vivere insieme, malgrado le differenze di lingua, di religione e di cultura”. Il rispetto reciproco per l’altro è un prerequisito fondamentale per il dialogo e per l’integrazione. Thomas Wipf ha concluso: “Le chiese evangeliche non vogliono uno scontro di civiltà, ma hanno a cuore le questioni di fondo legate all’integrazione e alla sociale”.

Forte preoccupazione per l’esito del voto viene espressa anche dal Consiglio Svizzero delle Religioni e dalla Conferenza dei Vescovi Svizzeri (vedi reazioni al risultato della consultazione).

http://www.voceevangelica.ch/focus/focus.cfm?id=10801

 
 

Le moschee suscitano conflitti

01 dicembre 2009

Intervista al sociologo delle religioni Stefano Allievi

Il sociologo italiano Stefano Allievi, docente di sociologia delle religioni a Padova, ha supervisionato un’inchiesta, ancora inedita, sulle costruzioni di moschee in Europa e sull’opposizione che questo provoca (Conflicts over Mosques in Europe: Policy issues and Trends, finanziato dal Network of European Foundations).

La votazione di questa domenica, in Svizzera, mirante a proibire i minareti, è un caso unico in Europa?
No, è un’idea che viene dall’Austria, dove la proibizione è entrata in vigore in due regioni (Carinzia e Vorarlberg). In questo paese, come per i promotori del referendum svizzero, la proibizione di minareti si basa su argomenti di tipo urbanistico. Questo permette, sul piano legislativo, di non attaccare direttamente le libertà pubbliche. Ma in realtà, l’argomento urbanistico nasconde la vera posta in gioco, di natura culturale o religiosa: non ci si scontra con le stesse riserve rispetto ad un grattacielo di un centro commerciale o ad una multisala di cinema! La proibizione dei minareti va effettivamente, a mio avviso, contro il rispetto della libertà religiosa.

Lei ha appena terminato uno studio europeo sulla costruzione di moschee in Europa. Come si comporta il nostro continente?
Il primo risultato interessante, e che a dire il vero non mi aspettavo, è che, da un punto di vista statistico, non ci sono problemi di libertà religiosa in Europa per i musulmani. Infatti, abbiamo censito tutte le sale di preghiera e le moschee. Su una popolazione di 18 milioni di musulmani in tutta l’Europa, il numero di luoghi di preghiera è soddisfacente, con una sala ogni 2000 musulmani. Ma qualitativamente molte sale di preghiera restano non soddisfacenti.

La vicenda svizzera rivela che ci sono ancora molti ostacoli per questi luoghi di culto. Questa ostilità è generale in Europa?
Le costruzioni di moschee continuano a suscitare molti conflitti. Bisogna notare che nessun altro luogo di culto, tempio sikh, luoghi di culto pentecostali, provoca queste opposizioni. Negli ultimi trent’anni, solo l’islam incontra questo problema. Abbiamo esaminato gli argomenti contrari alle costruzioni, raramente si tratta di punti precisi riguardanti le modalità del luogo, il vicinato (problemi di parcheggi, di affluenza), ma piuttosto di argomenti generali, cioè ideologici.

Ci sono delle differenze tra paesi?
No, le cose variano da regione a regione. In Francia, per esempio, coesistono tutte le situazioni: talvolta il progetto di moschea beneficia di un certo grado di coinvolgimento dei poteri pubblici (nazionali o locali) inimmaginabile negli altri paesi, e comunque meno basato sulla laicità. Ma si possono incontrare anche delle situazioni conflittuali dure. Ugualmente, nei Paesi Bassi, è difficile che un progetto di moschea abbia successo a Utrecht, cosa invece possibile a Rotterdam. Tuttavia, più in generale, i conflitti sono meno importanti nei paesi in cui i musulmani sono rappresentati in certe istituzioni, come la Gran Bretagna e la Francia.

Come nascono i conflitti sulle moschee?
Sul piano locale, per un progetto urbanistico, il conflitto permette di esprimere interessi divergenti. Ma se si esaminano le situazioni più da vicino, ci si accorge che tali conflitti hanno delle derive quando si intromettono degli “imprenditori politici dell’islamofobia”, perché non hanno nessun interesse a risolvere il conflitto, che incontra allora un’evoluzione patologica. Tanto più che sono rapidamente recepiti dai media che se ne impossessano – l’islam si vende bene! – e li diffondono a livello nazionale.

Qual è il paese più recalcitrante?
È l’Italia, il paese in cui si trovano meno moschee. Senza dubbio perché, nella penisola, quegli “imprenditori politici dell’islamofobia” controllano il ministero dell’interno: la Lega Nord ha sempre considerato l’islam pericoloso, e nelle regioni dove è in maggioranza – Veneto, Lombardia – le costruzioni di moschee sono praticamente impossibili.

Chi finanza le moschee europee?
Per lo più sono gli immigrati stessi con i loro contributi. I grandi centri islamici sono finanziati dall’Arabia Saudita, attraverso la Lega islamica internazionale. Questo solleva il problema della reciprocità, perché in quel paese è impossibile costruire delle chiese.

(intervista a cura di Isabelle de Gaulmyn, in “La Croix” del 30 novembre 2009; trad. it. www.finesettimana.org)

Nella foto: Stefano Allievi

http://www.voceevangelica.ch/focus/focus.cfm?id=10812

 

giugno 25, 2009

Svizzera: controllare assistenza al suicidio

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Svizzera: controllare assistenza al suicidio
18 giugno 2009 – (ve/agenzie) La Federazione delle chiese evangeliche in Svizzera (Fces) accoglie in modo favorevole l’intenzione del Consiglio federale di regolamentare l’assistenza al suicidio organizzata. Di fronte agli eccessi registrati nell’attività delle organizzazioni che offrono un servizio di assistenza al suicidio in Svizzera – attività sempre più spudoratamente a carattere commerciale – è necessario correre ai ripari, afferma la Fces, e stabilire dei chiari paletti legislativi.
Mercoledì 17 giugno il Consiglio federale si è soffermato sulla questione dell’iscrizione, nella legge, di un dovere di diligenza nel campo dell’assistenza al suicidio e dell’eventualità di proibire l’attività delle organizzazioni di assistenza al suicidio. La Federazione protestante ha fatto sapere di voler dedicare particolare attenzione a questa materia quando le due proposte saranno sottoposte alla procedura di consultazione.
La Federazione non ritiene necessario vietare ogni forma di assistenza al suicidio, ma afferma la necessità di regolamentare l’assistenza al suicidio in quanto servizio organizzato e attività commerciale. La Federazione approva l’intenzione di stabilire delle norme severe in materia di assistenza al suicidio e intende nel contempo continuare a promuovere lo sviluppo di una rete capillare di cure palliative.
 
 
http://www.voceevangelica.ch/index.cfm?method=articoli.notizie_gen&id=9517

marzo 22, 2009

Svizzera/ Nudisti tedeschi invadono cantone Appenzello

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Svizzera/ Nudisti tedeschi invadono cantone Appenzello,è “guerra”

I residenti preoccupati, ma in primavera entrerà in vigore legge
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© APCOM
Roma, 30 gen. (Apcom) – Come reagireste se durante una passeggiata nel bosco vi trovaste di fronte un gruppo di escursionisti con indosso solo scarponcini e zaino? Nella tranquilla e neutrale Svizzera i residenti non sono molto felici di incontrare questi trekker senza pudore, provenienti soprattutto dalla vicina Germania.
I nudisti tedeschi – racconta il Times online – hanno preso d’assalto la Svizzera, dopo che un sito di appassionati della montagna ha dichiarato la natura elvetica “paradiso per gli escursionisti-naturisti”. “Abbiamo ricevuto molte lamentele”, ha affermato al quotidiano britannico Markus Doerig, portavoce del cantone di Appenzello Interno, nel nord-est della Svizzera. “I residenti sono spaventati e noi condividiamo la loro preoccupazione”.
Doerig insiste che “chi turba l’ordine pubblico” viene da fuori: “Non è di certo gente della zona e credo che molti di loro vengano dalla Germania”, ha aggiunto. Le autorità, tuttavia, si sono ritrovate impotenti di fronte al bizzarro fenomeno: quando la polizia nel cantone di Appenzello, che risulta tra i più battuti dalla categoria, ha arrestato un gruppo di nudisti tedeschi, ha poi dovuto scusarsi e lasciarli andare perché non esiste una legge contro il trekking senza veli. O è meglio dire “non esisteva”. I legislatori svizzeri hanno infatti trascorso l’inverno studiando una soluzione e ora sono pronti ad agire: un legge che trasformerà in reato le escursioni nudiste entrerà in vigore in primavera (appena in tempo per la stagione più mite).
Ai trasgressori sarà inflitta una multa di circa 130 euro da pagare sul posto, ammesso che abbiano il portafoglio con sé, altrimenti saranno condotti in tribunale.
Cuc
http://notizie.it.msn.com/curiosita/articolo.aspx?cp-documentid=13479078

Nudi ad alta quota, polemiche in Svizzera

Filed under: Senza Categoria — Tag:, — mirabilissimo100 @ 1:14 am

Allo studio una legge che prevede sanzioni per i naturisti

Nudi ad alta quota, polemiche in Svizzera

 

Sempre più diffuso il fenomeno del naturismo nella zona di Appenzello

 

APPENZELLO (Svizzera) – La pudica Svizzera ama la sua riservatezza e i suoi segreti, specialmente quelli bancari. In altri momenti, però, si rivela molto più aperta, facendo cadere letteralmente tutti i veli, compresi quelli degli escursionisti. Negli ultimi mesi, ad esempio, la zona dell’Alpstein, nelle Alpi svizzere, è stata riscoperta quale paradiso dove praticare naturismo e nudismo: alpinisti scalano nudi, indossando senza pudore solamente scarponi, zaino e occhiali da sole. I valligiani e le autorità locali ora dicono “basta”: la pratica di scalare nudi deve essere vietata prima che parta la stagione estiva.

TEDESCHI – Nudi in spiaggia e perché no, anche in montagna. Le cime dell’Appenzello sono diventate meta preferita di decine di escursionisti fieri di essere naturisti. I primi ad arrivare sono stati i tedeschi nell’autunno scorso, dopo che questo luogo è stato pubblicizzato su un portale Internet a tema. A settembre è stato fermato un ragazzo che si aggirava indisturbato in costume adamitico sui sentieri attorno alla vetta dell’Alpstein. La polizia cantonale, intervenuta su segnalazione di altri frequentatori della montagna, non ha potuto far altro che identificare il nudista e lasciarlo andare anche in mancanza di una base legale, ovvero di una legge che sanzioni il nudismo in pubblico.

MECCA – L’esperienza ha tuttavia allarmato la benpensante comunità di Appenzello, 5.600 abitanti, irritata dal fatto di diventare ben presto una Mecca per nudisti. A creare malumore tra la popolazione in queste settimane, ci sono inoltre diversi quotidiani internazionali, che hanno dedicato ampio spazio al bizzarro fenomeno naturista sulle cime elvetiche. «Abbiamo ricevuto parecchie lamentele», ha detto ai media Markus Dörig, portavoce del cantone di Appenzello Interno, nel nord-est della Svizzera. «I residenti sono spaventati e noi condividiamo la loro preoccupazione. In estate, poi, sui monti vi sono fra l’altro anche molte famiglie con bambini». Il parlamento di Innerrhoden ha approvato a inizio febbraio una revisione della legge cantonale sulle contravvenzioni che permetterà di infliggere una multa di 200 franchi (135 euro) a chi si aggirerà nudo sui sentieri delle Alpi Orientali. «Non siamo mica in Canada, dove puoi camminare per ore in foreste immense», ha spiegato Dörig.

LEGGE – La nuova normativa punirà non solo il nudismo, ma anche l’abbandono di rifiuti. La legge, tuttavia, dovrà superare lo scoglio nella Landsgemeinde, l’assemblea generale che riunisce tutti i cittadini che sono chiamati a votare le leggi proposte dal governo locale. Alcuni esperti legali obiettano che sia incostituzionale, mentre i cittadini di Appenzello – interpellati sull’argomento dai giornalisti stranieri – non si dicono particolarmente turbati o scandalizzati dai nudisti sulle montagne. Il Ministro cantonale per la Giustizia e la Polizia, Melchior Looser, è invece sicuro che la legislazione possa essere introdotta entro l’avvio della stagione estiva. L’assemblea si riunirà il 26 aprile prossimo. E non è certo che passi: l’unica proposta a riguardo era stata bocciata nel 1991.

Elmar Burchia

 
http://www.corriere.it/cronache/09_marzo_19/nudisti_svizzera_burchia_543414ea-1461-11de-9dd5-00144f02aabc.shtml

febbraio 20, 2009

La Svizzera ha un approccio liberale all’assistenza al suicidio. Una nuova legge introdurrà delle restrizioni?

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , — mirabilissimo100 @ 3:22 am
Assistenza al suicidio in Svizzera
La Svizzera ha un approccio liberale all’assistenza al suicidio. Una nuova legge introdurrà delle restrizioni?

10 febbraio 2009 – (ve) Il Codice penale svizzero, all’articolo 115, stabilisce che prestare aiuto ad una persona intenzionata a suicidarsi non è reato, se l’aiuto non viene prestato per motivi egoistici. Sulla base di questa norma minima, la Svizzera ha sviluppato una prassi piuttosto liberale nell’ambito dell’assistenza al suicidio. Nel paese sono sorte organizzazioni private, come Dignitas o Exit, che offrono aiuto alle persone che intendono porre fine ai loro giorni. Le autorità federali intendono ora introdurre regole che limitino l’attività delle organizzazioni che offrono aiuto al suicidio, ponendo quest’ultime sotto la sorveglianza della Confederazione.

A margine di una tavola rotonda dal titolo “Selbstbestimmt leben – und sterben?”, (“Decidere di vivere – decidere di morire?”) organizzata dall’Open Forum di Davos, sul tema del suicidio assistito e dell’eutanasia, la consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf ha accettato di rispondere ad alcune domande in merito al prospettato varo di una legge federale che regolamenti la delicata materia dell’aiuto al suicidio.

Eveline Widmer-Schlumpf, è davvero necessario un intervento dello stato in questo settore?
Ritengo che a questo punto sia indispensabile intervenire. Negli ultimi anni ci sono stati degli sviluppi che lo Stato non può ignorare e di fronte ai quali non può chiudere gli occhi. Il problema è questo: quali misure adottare per porre dei limiti a situazioni che non possono essere accettate da un punto di vista etico e morale? In questo senso siamo chiamati ad intervenire.

A quali sviluppi si riferisce e quali abusi intendete impedire?
Negli ultimi anni ci sono stati numerosi casi di persone che si sono tolte la vita ricorrendo al suicidio assistito. Questi casi pongono delle domande alla società: non c’era davvero altra soluzione possibile che quella del suicidio, per quelle persone? Che cosa avremmo potuto fare noi, che cosa avremmo dovuto fare noi? Ci si può chiedere inoltre se la loro decisione di togliersi la vita non sia stata influenzata da pressioni esterne, se non abbiano percepito da parte di chi stava intorno a loro un tacito invito a farsi da parte, ad andarsene. Per impedire che si producano situazioni simili, per aiutare persone che desiderano ancora vivere, ma si sentono sottoposte a pressioni esterne, dobbiamo formulare alcune chiare regole. Non deve succedere che qualcuno dica: oggi voglio morire – e il suo desiderio sia accolto – sapendo che domani o dopodomani quella stessa persona potrebbe affermare il contrario.

Ma in questo settore così delicato, lo stato può davvero stabilire delle regole precise, che comprendano ogni possibile situazione e circostanza?
No, lo stato non può regolamentare ogni situazione e ogni circostanza. E in definitiva la decisione di porre termine alla propria vita dipende dalla responsabilità e dalla libera scelta di ogni persona che per motivi diversi ritiene di non trovare altra via di uscita che quella di suicidarsi. La domanda che io mi pongo è questa: la decisione è stata presa liberamente da quella persona? Se è così, non ho nulla da obiettare, una simile scelta può fare parte di un percorso di vita. Ma se invece quella decisione è stata influenzata da altri, o se è stata determinata da fattori che potrebbero essere modificati, allora ritengo che lo stato debba intervenire. Lo stato è chiamato a proteggere la vita, a creare condizioni che permettano di vivere. Questi sono gli elementi che dobbiamo valutare.

L’obiettivo del Consiglio federale sarà quello di porre fine all’attività di organizzazioni di aiuto al suicidio come Exit o Dignitas?
Io personalmente non lo voglio, ma non so quale sarà a questo proposito la posizione del Consiglio federale. Quello che io voglio è che queste organizzazioni operino nel quadro di regole chiare e trasparenti, che vengano imposti criteri precisi in merito alle qualifiche del personale che accompagna chi desidera morire, che simili organizzazioni dispongano di un accompagnamento medico e sociale qualificato che assicuri un corretto trattamento delle persone che si rivolgono a loro. Questi sono per me alcuni criteri indispensabili.

Signora Widmer-Schlumpf, lei è di confessione evangelica riformata. Che rapporto c’è tra la sua fede e le decisioni che è chiamata a prendere nell’ambito ad esempio del suicidio assistito?
La mia convinzione religiosa si riflette nel mio modo di essere e di agire, questo è chiaro. E ciò vale anche per le mie convinzioni etiche. Credo che questo sia comune a tutte le persone: le convinzioni più profonde affiorano e si manifestano. Nel contempo cerco però di trovare delle soluzioni – e questo fa parte dei miei compiti precisi – che possano essere condivise dalla maggioranza delle cittadine e dei cittadini (intervista a cura di Paolo Tognina).

Il dibattito politico recente
Nell’ottobre del 2006, la Commissione nazionale d’etica per la medicina (CNE) ha presentato dei criteri che dovrebbero far parte di una legge sulle organizzazioni di assistenza al suicidio. Tra questi, l’accertamento della capacità di discernimento del candidato al suicidio, la limitazione dell’assistenza a persone il cui desiderio di morte dipende da una grave sofferenza dovuta a malattia, l’assenza di pressioni dall’esterno, l’accertamento della volontà del paziente attraverso colloqui personali e ripetuti, la presa in considerazione di un secondo parere.
Il governo federale si era finora espresso contro l’introduzione di una legge sul suicidio assistito. In particolare il consigliere federale Christoph Blocher, ministro della giustizia, aveva ribadito che “possibili abusi nel quadro del suicidio assistito devono essere impediti attraverso un’applicazione coerente del diritto penale e della legislazione sanitaria”. La successora di Blocher, Eveline Widmer-Schlumpf ha invece imboccato una strada diversa e sostiene l’introduzione di una legge federale in materia.

Il contesto e la terminologia
La Svizzera è più liberale per quanto concerne l’eutanasia rispetto alla maggior parte dei paesi europei, ad eccezione dell’Olanda e del Belgio, che autorizzano, a certe condizioni, l’eutanasia attiva (il gesto viene compiuto da una persona terza).
In Svizzera l’eutanasia attiva diretta è assimilata all’omicidio, dunque punibile.
L’eutanasia attiva indiretta (p. es. amministrare delle forti dosi di morfina) non è punibile.
L’eutanasia passiva (sospendere la terapia) non è punibile.
L’aiuto al suicidio passivo (il paziente viene accompagnato, ma compie da solo il gesto finale) è autorizzato (fonte: swissinfo) 

Nella foto (swiss-image): Eveline Widmer-Schlumpf

 

http://www.voce-evangelica.ch/index.cfm?method=articoli.notizie_gen&id=9008

febbraio 8, 2009

In Svizzera vittoria del ‘sì’ al referendum Ue

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In Svizzera vittoria del ‘sì’ al referendum Ue

Ginevra, 8 feb. (Apcom) – Gli svizzeri hanno approvato a larga maggioranza il rinnovo e l’estensione alla Bulgaria e alla Romania degli accordi sulla libera circolazione dei lavoratori fra la Confederazione elvetica e l’Unione europea, al termine di una campagna particolarmente tesa. Secondo i risultati ufficiali, il ‘sì’ ha ottenuto il 59,6% de voti con 22 dei 26 cantoni che si sono pronunciati a favore della collaborazione con Bruxelles che dal 2002 ha consentito a 200.000 europei di lavorare in Svizzera. Il ‘no’ ha raccolto il 40,4% dei suffragi, imponendosi in soli quattro cantoni. Il risultato ha sorpreso non pochi commentatori che non escludevano che la crisi economica accentuasse le preoccupazioni degli elettori, costretti oggi a confrontarsi con una crescente disoccupazione. L’esito del voto è stato seguito molto da vicino da Berna e Bruxelles poichè in gioco erano diversi anni di cooperazione economica. La libera circolazione, in vigore dal 2002, è infatti associata ad altri sei accordi, i Bilaterali I, che facilitano gli scambi commerciali. In caso di una bocciatura del referendum, tutti questi accordi sarebbero automaticamente saltati secondo la “clausola della ghigliottina”. Bruxelles aveva fatto sapere inoltre che anche l’adesione della Svizzera agli accordi di Schengen sarebbe stata annullata. Il sollievo era pertanto tangibile fra i fautori del rinnnovo degli accordi, ovvero quasi tutti i partiti elvetici e gli ambienti economici. “E’ il linguaggio della ragione che ha prevalso”, ha commentato il presidente del Partito socialista, Christian Levrat, plaudendo, come il presidente del Partito cristiano democratico (Pdc), Christophe Darbelley, alla “maturità politica svizzera”. Il ‘sì’ “spazza via in maniera categorica l’opzione della via solitaria per la Svizzera”, ha commentato il presidente del Partito radicale democratico, Fulvio Pelli. “Ci garantisce relazioni positive e stabili con il nostro più grande cliente, l’Unione europea” e ci “permetterà di attraversare i prossimi mesi sotto i migliori auspici”, ha detto ancora. Anche la ‘Economiesuisse’, la Confindustria elvetica, molto attiva nella campagna, ha espresso soddisfazione per un risultato “nell’interesse generale del Paese”. Il voto rappresenta invece un duro colpo per la destra populista dell’Udc, ritornato al governo due mesi fa e unico partito ad aver condotto una campagna aggressiva contro gli accordi con Bruxelles. Il deputato dell’Unione democratica del centro (Udc) Dominique Baettig, ha detto che “fra i due mali, gli elettori hanno scelto il minore, che è la fuga in avanti”. “L’Europa non è attraente di per sé. E’ riuscita nell’intento di far paura perché la gente scegliesse quello che crede il suo interesse a breve termine”, ha detto ancora con tono rammaricato. Per il deputato dell’estrema destra, Hans Fehr, “i fautori del ‘sì’ dovranno assumersi la loro responsabilità” fra qualche mese quando la disoccupazione sarà alle stelle. Alcuni membri dell’Udc non hanno escluso la possibilità di convocare un nuovo referendum, questa volta per “limitare la libera circolazione delle persone”.

Fonte: Apcom

http://www.la7.it/news/dettaglio_news.asp?id_news=86609&cat=esteri

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