Mirabilissimo100’s Weblog

novembre 24, 2012

MARIJUANA LEGALE IN URAGUAY E REFERENDUM IN USA

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LEGGO.IT

URUGUAY, MARIJUANA LEGALE: LO STATO
LA VENDERÀ, MA SI POTRÀ PIANTARE

 
 
 
Martedì 13 Novembre 2012 – 22:29

MONTEVIDEO – Distribuzione pubblica, produzione privata, quattro varietà di marijuana disponibili per i consumatori registrati, autorizzazione della coltivazione in case e tetto massimo di 40 grammi al mese: queste le principali misure contenute nel disegno di legge del governo uruguayano che porterà, se è approvato in Parlamento, alla legalizzazione dell’ «erba». Il ddl è stato presentato oggi ai legislatori del Frente Amplio -la coalizione di sinistra al governo, che sponsorizza la riforma- e prevede anzitutto la creazione di un Istituto Nazionale del Cannabis (Inca), organismo statale che sarà responsabile di concedere le licenze per le piantagioni di marijuana e controllare il modo in cui sono gestite. In pratica, la marijuana sarà coltivata da aziende e club privati – anche se la norma non esclude la possibilità che anche lo Stato si dedichi a questa attività – e successivamente venduta a consumatori registrati attraverso una rete di dispensari pubblici, che consegneranno non più di 40 grammi per persona, in quattro varietà: cannabis indica, cannabis sativa e due miscele diverse delle due. I cittadini potranno hanno coltivare a casa loro fino a sei piante di cannabis, per un raccolto annuale che non superi i 480 grammi. In quanto ai club di consumatori, potranno solo coltivare il necessario al proprio consumo, e non potranno vendere a terzi. I consumatori saranno registrati ma la loro identità sarà protetta dalla legge sulla privacy, e non potrà essere divulgata che in base a un ordine giudiziario.
http://www.leggo.it/news/mondo/uruguay_marijuana_legale_lo_stato_la_vendera_ma_si_potra_piantare/notizie/202527.shtml

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MARIJUANA: REFERENDUM IN COLORADO E WASHINGTON
 
8 Novembre 2012
Marijuana legale: un business milionario

L’election day americano ha sancito la vittoria del presidente Obama e la conferma del suo sogno di un’America “generosa, compassionevole, tollerante”, capace di “tutelare i cittadini, aiutarli, sostenerli lì dove hanno bisogno”. Eppure, sempre più stati di questa grande nazione sembrano remare in direzione opposta, esprimendosi a favore di norme deleterie e irresponsabili come la legalizzazione della marijuana.

E’ il caso di Colorado e stato di Washington che hanno approvato, per la prima volta negli Stati uniti e probabilmente nel mondo, “l’uso ricreativo” della cannabis, che potrà essere acquistata in punti vendita autorizzati fino a 28 grammi o coltivata in casa per un massimo di sei piantine.

Si tratta di una scelta “devastante”, secondo molte organizzazioni statunitensi come Drug Free America che si battono contro la potente lobby legalizzatrice interessata, non troppo dietro le quinte, alle potenzialità del business miliardario della cannabis. Ma questi due referendum, in aperto contrasto con le leggi federali e le Convenzioni internazionali del ’61 e 88 firmate anche dagli Usa, sono una sfida aperta e allo stesso Obama, che più volte ha ribadito la sua contrarietà alla legalizzazione, e alle leggi federali che considerano la cannabis una droga illegale. Il dipartimento di Giustizia Usa ha subito reagito al voto, precisando che l’applicazione di tale norma “rimarrà invariata”, tanto da far immaginare che il risultato di questi referendum arriverà presto alla Corte suprema.

Il Colorado è l’unico stato del mondo dove esiste un mercato della cannabis regolamentato a scopo di lucro, con 100 mila persone autorizzate finora ad acquistarla per motivi medici. Quest’anno le vendite si avvicinano ai 200 milioni di dollari, una cifra che genera altre decine di milioni in tasse locali e statali. Ma l’enorme mercato della cannabis, finora a scopo medicinale, è in continua crescita e ha raggiunto 1,7 miliardi di dollari di vendite, cifra destinata ad aumentare nei prossimi anni. Considerata dalla Food and Drugs Administration (FDA) una sostanza “senza alcun’utilità medica dimostrata e senza un profilo di sicurezza accettabile” la cannabis in forma officianale è distribuita legalmente in diciannove stati, tra cui California, Massachusetts, District of Columbia e New Mexico.

Secondo stime attendibili, le dimensioni del mercato di marijuana medicinale potrebbero raggiungere gli 8,9 miliardi di dollari entro il 2016 mentre circa 25 milioni di americani potrebbero qualificarsi come pazienti per la prescrizione di marijuana.

novembre 9, 2012

GEL VIVENTE REALIZZATO IN USA

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LEGGO.IT

REALIZZATO IN USA UN GEL ‘VIVENTE’:
“CAMMINA E SI MUOVE DA SOLO”

 
 

 
 
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Mercoledì 07 Novembre 2012 – 18:35

NEW YORK – Una gelatina in grado di camminare e muoversi in maniera autonoma: grazie alla biomimetica, l’imitazione della natura, la materia si fa attiva e mobile. Sfruttando le principali componenti dei ‘motori’ molecolari usati dalle cellule, un gruppo di ricercatori dell’università statunitense di Brandis ha realizzato un gel in grado di muoversi autonomamente consumando energia allo stesso modo degli esseri viventi; i risultati sono stati pubblicati su Nature. Una delle caratteristiche delle cellule è quella di riuscire a deformare la loro stessa struttura producendo così un movimento. Si tratta di un tipo di mobilità molto diverso da quello che fa uso di elementi ‘esterni’ tipo ciglia o flagelli mobili. Il movimento ‘strutturale’ avviene invece all’interno della cellula senza applicare forze all’esterno. Ciò è reso possibile dal citoscheletro, una sorta di impalcatura deformabile in grado di modificare la forma della cellula e che le permettere di ‘strusciarè, un movimento detto ameboide. Isolando e riproducendo in laboratorio alcune delle strutture biologiche che compongono questa impalcature, i ricercatori statunitensi sono riusciti a realizzare un gel in grado di muoversi in maniera indipendente allo stesso modo delle cellule ameboidi. Utilizzando una serie di microtubuli, sottili filamenti che danno forma al materiale, e delle molecole di chinesina, veri e propri motori capaci di ‘camminarè lungo i microtubuli, i ricercatori sono stati in grado di far avanzare il gel. L’energia per questo movimento viene fornita da una molecola presente nel gel, l’adenosintrifosfato (Atp) lo stesso ‘combustibilè usato dalle cellule. Lo studio rappresenta un importante passo in avanti nella comprensione delle meccaniche interne delle cellule ma sopratutto per lo sviluppo di sempre più evolute applicazioni tecnologiche ispirate alla natura.
http://www.leggo.it/zoom/realizzato_in_usa_un_gel_vivente_cammina_e_si_muove_da_solo/notizie/201628.shtml

ottobre 9, 2012

UFO: GLI USA VOLEVANO COSTRUIRE UN DISCO VOLANTE

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Project 1794: i disegni top-secret

 
Project 1794: i disegni top-secretProject 1794: i disegni top-secretProject 1794: i disegni top-secret
Lunedì 08 Ottobre 2012 – 13:30

WASHINGTON – Non sono più “segretissimi” gli schemi e i disegni realizzati dall’Aeronautica Usa negli anni ’50 del secolo scorso per la costruzione di un ‘disco volantè. I documenti, ora declassificati, mostrano l’intenzione della Us Air Force di realizzare, in collaborazione con l’azienda canadese Avro Aircraft Limited, un velivolo la cui forma ricordava chiaramente quella delle ‘navi alienè descritte in tanti film di fantascienza. Il progetto, scrive l’Huffington Post UK, era denominato «Project 1794»: lo scopo era la realizzazione di un velivolo supersonico a forma di disco. I documenti, non più segreti, mostrano che il prototipo di disco volante iniziò ad essere sviluppato nella metà degli anni ’50 e che nelle intenzioni dei progettisti avrebbe dovuto raggiungere una velocità «tra Mach 3 e Mach 4». Il velivolo avrebbe dovuto essere in grado di volare a un’altitudine di oltre 30mila metri, con un’autonomia di 1.600 chilometri. Il disco, inoltre, avrebbe dovuto essere in grado di decollare e atterrare verticalmente e impiegare dei propulsori a reazione per stabilizzarsi. Un memo datato 1956 assicurava che «la stabilizzazione e il controllo del velivolo nella maniera proposta è fattibile». Il documento conclude affermando la necessità di ulteriori test, stimando che ulteriori ricerche sarebbero costate 3 milioni e 168mila dollari (circa 25 milioni di dollari al valore attuale). Il progetto fu poi abbandonato. I prototipi di disco volante realizzati si dimostrarono di difficile impiego alle quote previste e il programma fu definitivamente fermato nel 1960.
http://www.leggo.it/news/mondo/gli_usa_volevano_costruire_un_ufo_svelati_i_disegni_top_secret_foto_/notizie/197383.shtml

settembre 29, 2012

USA: MADRE UCCIDE I SUOI BAMBINI E POI SI IMPICCA AL VENTILATORE

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LEGGO.IT

USA, UCCIDE I SUOI BAMBINI E SI IMPICCA AL VENTILATORE: “AVEVA PROBLEMI DI SOLDI” 

Domenica 23 Settembre 2012 – 14:55

CLEARWATER – Avrebbe ucciso i suoi bambini per poi impiccarsi con un cavo elettrico al ventilatore del soffitto. Questa la dinamica dell’apparente omicidio-suicidio scoperto sabato mattina vicino Clearwater, in Florida.

Dawn Brown, questo il nome della donna, aveva avuto problemi economici e stava affrontando una causa per frode ai danni dello Stato. Era sposata da otto anni con Murphy Brown, ed è stato proprio il marito a ritrovare i corpi della moglie e dei suoi due bambini Zander, di 9 anni, e Zayden, di 5 al rientro da un pub nella notte tra venerdì e sabato.  

Secondo la NBC News, una chiamata di assistenza è arrivata alle 2 del mattino da quella zona, ma non c’è stato alcun intervento, e un vicino di casa ha rivelato di aver ricevuto un messaggio con una richiesta d’aiuto da casa dei Brown ma non l’avrebbe letto fino alle 6. Intanto le indagini sono ancora in corso e non è stato rivelato in che modo siano stati uccisi i bambini, anche se alcuni vicini di casa sostengono che siano stati annegati nella vasca da bagno.
http://www.leggo.it/news/mondo/usa_uccide_i_suoi_bambini_e_si_impicca_al_ventilatore_aveva_problemi_di_soldi_/notizie/195309.shtml

giugno 25, 2012

USA: MADRE TIENE LA FIGLIA RINCHIUSA IN UN ARMADIO-ARRESTATA

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USA, MADRE TIENE RINCHIUSA LA FIGLIA NELL’ARMADIO. A 10 ANNI PESA 15 KG

 
 
Jacole Prince

 
Jacole Prince
Domenica 24 Giugno 2012 – 18:48

NEW YORK – Teneva la sua bimba di dieci anni chiusa in un armadio, circondata dai suoi stessi escrementi, e non le dava da mangiare “perché si sporcava sempre”.

Probabilmente segregata in casa da anni, la piccola pesa appena 15 chili e ha problemi dermatologici: sua madre, Jacole Prince, una donna di 29 anni, è stata ora arrestata, a Kansas City, con l’accusa di aggressione e maltrattamento di un minore. Gli agenti di polizia sono arrivati venerdì allertati da una telefonata anonima giunta ad un numero verde per la protezione dell’infanzia. Hanno bussato alla porta, anche se i vicini avevano detto che in casa non c’era nessuno, che la donna era appena uscita, “con le sue due figlie”. Da dentro l’appartamento una vocina ha però risposto “si”, e gli agenti sono entrati. Rapidamente, hanno trovato l’armadio-gabbia, seguendo un forte odore di orina.

Ora la bimba, che il Kansas Star identifica con le iniziali L.P., è ricoverata in un ospedale pediatrico, dove era stata visitata l’ultima volta sei anni fa, e da allora il suo peso è aumentato di meno di tre chili. Il procuratore distrettuale Peter Baker ha affermato che era costretta a vivere in condizioni “assolutamente atroci”, ma ciononostante, “ha sorprendentemente un ottimo spirito. E’ molto cooperativa con la polizia, e ha detto che non vuole tornare a casa”.

Anche le due sorelline, di due e otto anni, che i vicini pensavano fossero le sole due figlie della donna e hanno descritto come sempre “pulite e ordinate”, sono ora state affidate ai servizi sociali. La madre è invece dietro le sbarre. La polizia l’ha facilmente rintracciata a casa del fidanzato, che ha affermato di non sapere in condizioni viveva L.P. e non è stato per il momento incriminato. La polizia però continua ad indagare. Sono molte le risposte che mancano ancora in questa triste storia.

 

http://www.leggo.it/news/mondo/usa_madre_tiene_rinchiusa_la_figlia_nellarmadio_a_10_anni_pesa_15_kg_foto_/notizie/185382.shtml

giugno 9, 2012

SIRIA: COSA STA ACCADENDO VERAMENTE?

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SIRIA: COSA STA ACCADENDO VERAMENTE?

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Hula: la grande messa in scena

Hula: la grande messa in scena

di Al-manar

Un vero scenario da “missione impossibile”: come sottomettere un Paese con la forza, visto che la comunità internazionale – diciamo anche l’ONU – non dà il via libera a un intervento militare?

Nel caso della Libia la “cottura” dell’opinione pubblica e la manipolazione dei membri del Consiglio di Sicurezza erano avvenute rapidamente e con particolare efficacia rispetto alla situazione che si prospetta per la Siria.

In quest’ultimo caso, l’opinione pubblica resta più scettica nei confronti degli apostoli “umanitari” che hanno lasciato la Libia sotto le macerie e con decine di migliaia di morti – per alcuni sono stati oltre 120.000. Questi “umanitari” sono ripartiti dopo essersi impadroniti di miliardi di dollari che appartenevano al popolo libico, ed essersi assicurato il controllo delle risorse petrolifere.

In relazione a tali comportamenti ben poco umanitari Russia e Cina oggi si oppongono a che un’operazione simile sia replicata in Siria.

Che fare, dunque, per sbarazzarsi del Presidente Bashar al-Assad e prendere il controllo della Siria?

C’è quantomeno la faccia da salvare per il Premio Nobel per la Pace del 2009: intraprendere una guerra senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sarebbe mal visto dall’opinione pubblica internazionale. Al contrario, fare appello a mercenari che non necessitano di autorizzazioni da parte del Consiglio di Sicurezza diventa un’alternativa interessante.

E’ sufficiente armarli, pagarli, garantire loro un supporto tecnico e logistico. Fino a che essi renderanno la vita dura a Bashar al-Assad e al popolo siriano gli “umanitari” faranno sì che i media presentino le loro violenze e i loro crimini come esito dell’intervento dell’esercito siriano.

L’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo – allestito a Londra dai servizi di sicurezza britannici – raccoglierà foto di vittime insanguinate mentre specialisti si occuperanno dei testi che potranno documentare la crudeltà del regime siriano.

Questa prima fase guerrigliera non ha però dato i risultati sperati. Il referendum sulla nuova Costituzione ha potuto tenersi come si confidava, con una partecipazione di oltre il 58 % dell’elettorato e più del 50 % a favore dell’approvazione. Lo stesso si è verificato con le elezioni legislative di inizio maggio: a dispetto delle azioni terroriste, esse si sono svolte secondo le regole date dalla nuova Costituzione e nove partiti politici sono entrati in Parlamento.

La presenza di gruppi terroristi e di mercenari al soldo di Paesi stranieri è oltretutto sempre più documentata da parte degli osservatori della missione di pace e da parte di Paesi quali la Russia e la Cina, contrari all’ingerenza di Stati stranieri. Persino il Segretario Generale delle Nazioni Unite – che non può essere tacciato di favoritismi nei confronti del regime siriano – ha dovuto riconoscere la presenza di gruppi terroristi all’interno del territorio siriano e il fatto che la violenza provenga da più parti, non solo da parte del governo.

Era dunque arrivato il momento, per il fronte bellicista, di fare un salto di qualità. Secondo svariate fonti, sono stati incentivati scontri al fine di provocare la morte di soldati, terroristi e numerosi civili, fra cui anche bambini. Le stesse fonti riportano che commando avrebbero radunato molti dei cadaveri nello stesso luogo utilizzando mezzi balistici utili a incriminare il governo siriano come responsabile unico del massacro.

Bisogna credere che tale scenario sia stato preparato da tempo perché, appena pervenuta la notizia del massacro, tutti i principali oppositori del regime si sono mobilitati: riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza, espulsione degli ambasciatori siriani, campagne mediatiche con abbondanza di video e di foto prontamente disponibili. Le agenzie di stampa hanno da subito parlato di responsabilità del governo nel massacro, prima che si fosse svolta alcuna inchiesta in proposito.

Si è dato ben poco peso alle obiezioni del generale Robert Mood, capo degli osservatori della missione di pace, il quale ha attribuito a entrambe le parti la paternità della tragedia. Queste “sfumature” sulla ripartizione delle responsabilità non sembrano essere state prese in considerazione dai nostri governi e dai nostri media.

Kofi Annan, recatosi a Damasco per incontrare le autorità governative, ha fatto appello a tutte le parti perché depongano le armi e si siedano attorno a un tavolo per regolare pacificamente il conflitto.

Russia e Cina confermano il loro appoggio al piano Annan e si oppongono a ogni intervento militare mirante a rovesciare il governo e a cambiare il regime: ogni prerogativa in merito appartiene al popolo siriano, e a esso soltanto.

L’opinione pubblica non trova sempre il tempo di verificare quanto le viene raccontato, tuttavia altri se ne occupano, cosicché il grande inganno – quello del malvagio regime che non capisce che l’argomento della forza, e dello sventurato popolo in attesa dell’intervento umanitario per potersi liberare – fatica a decollare. Un esempio è dato dall’intervista radiofonica resa dal sociologo Alain Soral proprio su questa vicenda: “Ci sono state troppe menzogne in passato, troppi crimini commessi – guerre sanguinose intraprese sulla base di trucchi e manipolazioni – perché quegli stessi mentitori e manipolatori la facciano franca anche stavolta. Sono gli stessi che hanno fatto più di 100.000 morti in Libia senza versare una lacrima, e ora, davanti a 100 morti di cui non conosciamo i responsabili, sono pronti a scatenare un’altra guerra per provocarne altre decine di migliaia. No grazie, io non ci sto”.

Fonte: eurasia [scheda fonte] 4/06/2012

http://www.agerecontra.it/public/press20/?p=11377

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Il caso di Houla illustra il ritardo dell’intelligence occidentale in Siria

di Thierry Meyssan

Gli occidentali non sbagliano mai, è improbabile che riconosceranno di essersi sbagliati sul massacro di Houla. Ma la cosa importante non è se o meno rettificare la falsa immagine della Siria che la loro propaganda fabbrica. La cosa importante è il mutato equilibrio di forze tra la NATO e la SCO. Il caso di Houla mostra che gli occidentali non sono in grado di sapere ciò che accade sul campo, mentre l’intelligence militare russa è ben consapevole della situazione sul terreno.

108 corpi sono stati mostrati dall’esercito libero “siriano” [1] in una moschea di Houla. Secondo i ribelli, questi erano i resti dei civili uccisi il 25 maggio 2012 dalla milizia filo-governativa, conosciuta con il termine “Shabbihas”.
Il governo siriano è apparso completamente scioccato dalla notizia. Ha immediatamente condannato le uccisioni ad esso attribuiti dall’opposizione armata.
Mentre l’agenzia di stampa nazionale, SANA, non ha potuto fornire dettagli con certezza, l’agenzia di stampa cattolica siriana, Vox clamantis, ha rilasciato una testimonianza immediata su una parte degli eventi, accusando formalmente l’opposizione [2]. Cinque giorni dopo, il notiziario russo Rossiya 24 (ex Vesti) ha trasmesso un servizio molto dettagliato di 45 minuti che resta, ad oggi, l’indagine pubblica più dettagliata [3].
Gli Stati occidentali e del Golfo, che lavorano per un “cambio di regime” in Siria e hanno già riconosciuto l’opposizione come interlocutore privilegiato, hanno adottato la versione dei fatti forniti dall’ELS senza attendere la relazione della missione degli osservatori delle Nazioni Unite (UNSMIS). Come una punizione, la maggior parte di essi ha attuato una misura preparata in caso di necessità: l’espulsione degli ambasciatori siriani nei loro rispettivi paesi. Questa misura politica non equivale all’interruzione delle relazioni diplomatiche, restando in loco il resto del personale diplomatico accreditato siriano.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una dichiarazione presidenziale di condanna del massacro senza nominarne i colpevoli. Ha anche ricordato che il governo siriano ha le sue responsabilità nel proteggere il suo popolo con mezzi adeguati, vale a dire senza l’uso di armi pesanti [4].
Invece, l’Alto Commissario per i diritti umani Navi Pillay, ha riferito le accuse che incolpano le autorità della Siria e ha chiesto che il dossier venga trasferito alla Corte penale internazionale.
Il presidente francese Francois Hollande e il suo ministro degli esteri Laurent Fabius hanno espresso la loro intenzione di convincere la Russia e la Cina a non interferire con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che autorizzi l’uso della forza. Mentre la stampa francese accusa la Russia e la Cina di proteggere un regime criminale.
In risposta a questa accusa, il vice ministro degli esteri russo Andrej Denisov, si è rammaricato che la posizione francese sia una “semplice reazione emotiva,” priva di analisi. Ha sottolineato che la posizione coerente del suo paese, in questo caso come in altri, non è sostenere un governo, ma un popolo (sottinteso che il popolo siriano ha confermato il presidente al-Assad nell’ultimo referendum costituzionale).
Su richiesta del governo di Damasco, la missione degli osservatori delle Nazioni Unite ha visitato il sito. È stata accolta dall’opposizione che controlla la zona ed è stata in grado di stabilire diverse osservazioni per la preparazione della sua relazione intermedia.
In una conferenza stampa per uso interno, il Presidente della Commissione d’inchiesta siriana sul massacro ha letto una breve dichiarazione che rivela i risultati preliminari dell’indagine in corso. Ha detto che il massacro è stato perpetrato dall’opposizione nel contesto di un’operazione militare dell’ELS nella zona.
Consapevole del fatto che la relazione della missione degli osservatori delle Nazioni Unite potrebbe rivoltarsi contro di essa, l’Occidente sta creando una Commissione per ulteriori indagini da parte del Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra, da essa controllata. Questo potrebbe rapidamente produrre un rapporto per imporre una versione prima della missione di osservatori renda le sue conclusioni.

Come facciamo a sapere cosa è successo a Houla?
Due gli ostacoli principali che impediscono le indagini: il governo siriano ha perso il controllo di Houla per diverse settimane. I giudici siriani non possono recarvisi e se dei giornalisti ci riescono, ciò avviene con il consenso e sotto la stretta supervisione dell’ELS. C’è una sola eccezione: un team di Rossiya 24, il canale di informazione russo, è riuscito a recasi nell’area senza scorta e a realizzare un rapporto eccezionalmente dettagliato.
La Commissione ufficiale siriana afferma di aver ricevuto numerose testimonianze, ma dichiara che le presenterà alla stampa  una volta che la relazione finale sarà preparata. Finora, l’identità di questi testimoni è protetta dalla segretezza delle indagini. Tuttavia, televisione di stato ha trasmesso diverse testimonianze, il 1° giugno.
Gli investigatori hanno anche dei video forniti esclusivamente dall’ELS.
Infine, l’ELS avendo raggruppato i corpi in una moschea e dopo aver iniziato, il giorno dopo, le sepolture, non è stato possibile per gli osservatori delle Nazioni Unite svolgere degli accertamenti legali sui corpi.

Le conclusioni di Réseau Voltaire
Houla non è una città, ma un’area amministrativa che comprende tre comunità di circa 25.000 abitanti ciascuno, ora in gran parte abbandonata. La città sunnita di Tal Daw è stata sotto il controllo dei ribelli per diverse settimane. L’esercito libero “siriano” aveva imposto la sua legge. L’esercito nazionale controllava le vie di comunicazione tenendo delle postazioni su diverse strade della zona, ma mai si avventurato lontano da queste strade.
Degli individui hanno rapito i bambini e hanno cercato invano di estorcere dei riscatti [5]. In definitiva, questi bambini sono stati uccisi pochi giorni prima della strage di Houla, ma i loro corpi sono stati portati dall’esercito libero “siriano” per essere esposti con gli altri.
Il 24 maggio sera, l’esercito libero “siriano” ha lanciato una vasta operazione per rafforzare il suo controllo su tutta l’area e fare di Tal Daw una nuova base. Per fare questo, da 600 a 800 combattenti, provenienti da distretti più o meno lontani, riunitisi a Rastan e Saan, hanno poi attaccano simultaneamente le postazioni militari. Nel frattempo, una squadra fortificava Tal Daw con l’installazione di cinque batterie di missili anticarro ed epurava la popolazione eliminando alcuni degli abitanti.
Le prime vittime a Tel Daw erano una dozzina di parenti di Abd al-Muty Mashlab un membro del partito Baath, appena eletto, diventato segretario dell’Assemblea Nazionale, e poi la famiglia di un alto ufficiale, Mouawyya al-Sayyed. Gli obiettivi successivi furono le famiglie di origine sunnita che si erano convertite allo sciismo. Le vittime includono la famiglia di due giornalisti di Top News e New Orient News, agenzie di stampa aderenti a Réseau Voltaire. Diverse persone, compresi i bambini, sono state violentate prima di essere uccise.
Dopo che una sola delle posizioni dell’esercito nazionale era caduta, gli aggressori hanno cambiato la loro strategia. Hanno trasformato la loro sconfitta militare in un’operazione di propaganda. Hanno attaccato l’ospedale al-Watani, e l’hanno bruciato. Hanno preso dei corpi dall’obitorio dell’ospedale e quelli di varie vittime, nella moschea, dove sono stati filmati.
La teoria di un massacro commesso da una singola milizia filo-governativa non resiste ai fatti.  C’erano stati scontri tra lealisti e ribelli, e numerosi massacri di civili filo-governativi da parte dei ribelli. Poi, una messa in scena è stata organizzata dall’esercito libero “siriano”, mischiando corpi dalle diverse origini, corrispondenti a decessi avutisi in parecchi giorni.
Inoltre, l’esistenza dei “Shabbihas” è un mito. Ci sono certamente dei filo-governativi armati e che potevano commettere atti di vendetta, ma non c’è nessuna struttura, nessun gruppo organizzato che può essere descritto come milizia filo-governativa.

Implicazioni politiche e diplomatiche
L’espulsione degli ambasciatori siriani negli stati occidentali è una misura che è stata preparato con largo anticipo, per essere coordinata. Gli occidentali aspettavano un massacro di questo tipo per attivarsi. Hanno ignorato i molti massacri precedenti, perché sapevano che erano stati commessi dall’esercito libero “siriano”, e hanno arraffato ciò che credevano fosse stato perpetrato da milizie filo-governative.
L’idea di una espulsione coordinata non è stata concepita a Parigi, ma a Washington. Parigi l’aveva accettato in linea di principio, senza considerare le implicazioni legali. In pratica Lamia Shakkour è anche l’ambasciatrice siriana all’Unesco, e non può essere espulsa dal territorio francese in virtù dell’accordo di soggiorno. E anche se non sarà più accreditata presso l’UNESCO, non può essere espulsa perché ha la doppia nazionalità francese e siriana.
Le espulsioni sono state coordinate da Washington per creare l’illusione di un movimento generale, al fine di esercitare pressioni sulla Russia. Infatti, gli Stati Uniti cercano di testare il nuovo equilibrio di potere internazionale, di valutare le reazioni russe, e fino dove si può andare.
Tuttavia la scelta del massacro di Houla è un errore tattico. Washington ha preso la questione, senza verificare i dettagli e pensando che nessuno potesse controllarlo. Si dimentica che in alcuni mesi, Mosca ha investito sul paese. Più di 100.000 russi vivono in Siria. Non si sono, naturalmente, limitati a schierare un sofisticato sistema antiaereo per scoraggiare i bombardamenti NATO della Siria; hanno anche insediato unità dell’intelligence comprendenti dei militari in grado di muoversi nelle zone dei ribelli. In questo caso, Mosca è riuscita a far luce sui fatti in pochi giorni. I suoi specialisti sono riusciti a identificare 13 membri dell’ELS colpevoli degli omicidi, e hanno trasmesso i loro nomi alle autorità siriane. In queste condizioni, non solo Mosca non si è lasciata impressionare, ma ha indurito la sua posizione.
Per Putin, il fatto che gli occidentali hanno voluto fare del massacro di Hula un loro simbolo, indica che non controllano più la realtà sul terreno. Dopo aver ritirato gli ufficiali che hanno inquadrato l’esercito libero “siriano”, gli occidentali non hanno altra informazione che i loro droni e satelliti per osservare ciò che accade. Sono diventati vulnerabili alle menzogne e alle vanterie dei mercenari che hanno spedito sul posto.
Visto da Mosca, questo massacro è solo una tragedia fra le tante che i siriani subiscono da un anno. Ma la sua strumentazione anticipata da parte degli occidentali, dimostra che essi non hanno ancora sviluppato una nuova strategia collettiva dalla caduta dell’Emirato Islamico di Bab Amr. In definitiva, operano alla cieca e quindi hanno perso il vantaggio che permette al giocatore di scacchi di vincere.

Note
[1] Réseau Voltaire ha scelto di trascrivere ELS inserendo “siriano” tra virgolette per sottolineare che questa milizia è in gran parte composta da stranieri, e che il suo comando non è siriano.
[2] «Fractionnements irréversibles en Syrie? ()», Vox Clamantis, 26 maggio 2012.
[3] Global Research ha tradotto la trascrizione di brani estratti dal programma. Vedasi: “Opposition Terrorists “Killed Families Loyal to the Government””, Voltaire Network, 1 giugno 2012.
[4] «Syrie: que dit le Conseil de sécurité?», Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 28 maggio 2012.
[5] Questo è attualmente il principale problema della sicurezza nel paese. Molti delinquenti che erano stati reclutati nei ranghi dell’esercito libero “siriano” sono stati smobilitati per mancanza di fondi. Rimasti in possesso delle armi fornite dall’Occidente, si sono dati alla criminalità organizzata, soprattutto al rapimento per riscatto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

 

http://www.agerecontra.it/public/press20/?p=11379

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Chi sta gettando la Siria nel caos?

di Francesco Mario Agnoli

La strage di civili e di bambini nella città siriana di Hula ha offerto  al governo tecnocratico  di Roma (così come a  quelli di Londra, Parigi e Berlino) il pretesto per seguire l’esempio  degli Stati Uniti espellendo l’ambasciatore  della Siria come “persona non  gradita”. In altri termini si è  voluto per forza credere all’Osservatorio siriano per i diritti umani con  sede a Londra, che ha attribuito la strage  ai cannoni e ai carri armati del governo Assad, dimenticando che si tratta di una organizzazione al  servizio dei ribelli, esattamente come gli “attivisti”,  che inviano notizie dalla Siria e che le Potenze occidentali hanno eletto al ruolo  di indubitabili testimoni.

  Naturalmente chi dice il contrario, chi  fa presente che  i corpicini delle piccole vittime  (visibili su Internet) non presentano le  ferite  tipiche dei bombardamenti, ma  quelle di esecuzioni mirate,  una ad una, non solo non viene creduto, ma si fa di tutto  per “silenziarlo”.

  Fra i “silenziati” il Centro “Vox Clamans” della diocesi di Homs, che riporta  una testimonianza   oculare  a proposito di  ‘bande armate, che  in gran numero hanno attaccato le forze dell’ordine  vicino all’ospedale Al Watani. Sono seguiti scontri fino a tarda notte e invano i governativi hanno cercato di respingere l’attacco con l’artiglieria e molte perdite (…). I miliziani sono entrati nell’ospedale massacrando tutti i presenti. Hanno portato via i cadaveri in coperte dell’ospedale e li hanno ammucchiati in un luogo di Hulé che sembra  una moschea. Poi sono entrati in varie case del quartiere sud uccidendo i civili e ammucchiandoli per mostrarli agli osservatori”.

  Del resto è stato così fin dal principio, fin da quando Washington ha deciso che anche la Siria doveva avere la sua “primavera araba”.  La voce dei  dissenzienti, dei testimoni di una realtà diversa da quella politicamente corretta non ha mai trovato spazio nella grande stampa e nei mass-media ufficiali e deve essere cercata sulla “rete”. E dire che quanto meno per l’Occidente cosiddetto cristiano,  dovrebbe trattarsi dei testimoni  più attendibili, appunto perché cristiani.

   Vediamo brevemente, cominciando dalla  Chiesa ortodossa, che nel mese di aprile ha diffuso una dichiarazione  per denunciare la   “pulizia etnica  dei cristiani” ad opera dei combattenti rivoluzionari che hanno minacciato di morte se non se ne fossero andati i cristiani  di Homs, ne hanno fucilato  molti  e, per diffonderle attribuendo la strage all’esercito, hanno   inviato le immagini dei cadaveri ad  Al Jazeera, l’emittente televisiva  dell’emiro-dittatore  del Qatar, schierata senza se e senza ma a favore di questi singolari  combattenti per la libertà e tanto attendibile che i tre giornalisti del suo ufficio di Beirut si sono dimessi denunciandone le falsificazioni e  la censura ai loro reportage.

   Le testimonianze ortodosse trovano piena conferma in quelle di Madre Agnes-Mariam. De la Croix, superiora del convento carmelitano  di S. Giacomo  l’Interciso. Eccone alcuni brani a proposito dei cristiani di Homs costretti a fuggire, “perché le fazioni armate dell’opposizione siriana hanno operato quella che può essere definita una “redistribuzione demografica”. Grazie ai franchi tiratori e ad atti di aggressione criminale hanno terrorizzato la popolazione civile non gradita (…).  A partire da agosto 2011 e più particolarmente da novembre, quando abbiamo potuto verificare la situazione con i nostri occhi, visitando Homs e Kusayr, abbiamo informazioni sicure e verificate di atti di barbarie contro la popolazione civile per obbligarla a desistere dalla normale vita civica e paralizzare le istituzioni e lo Stato (…). Le minoranze che vivono nei quartieri dove agiscono le bande affiliate all’opposizione siriana sono il bersaglio permanente di ogni vessazione (…). In particolare tutti i protagonisti della vita civile sono diventati un bersaglio privilegiato del terrorismo camuffato da resistenza armata: conducenti di taxi, mercanti ambulanti, portalettere, e soprattutto funzionari dell’amministrazione civile sono le vittime innocenti di atti che hanno superato il semplice assassinio per assumere gli aspetti più barbari del crimine gratuito: persone sgozzate, mutilate, sventrate, fatte a pezzi e gettate agli angoli delle strade o nell’immondizia. Non si è esitato a sparare su dei bambini per diffondere la disperazione (…).  Questi atti atroci sono stati sfruttati mediaticamente per attribuirne la responsabilità alle forze del Governo. Noi stessi abbiamo potuto vedere come funziona questo stratagemma in occasione di una visita a Homs. Quel giorno abbiamo potuto contare almeno cento cadaveri arrivati all’ospedale, vittime dell’accanimento gratuito delle bande armate”.

   A sua volta Gregorio III Laham, patriarca della Chiesa greco-cattolica melchita parla di una “dittatura della stampa al servizio degli Stati Uniti”, che nasconde una realtà  nella quale “non c’è più rivoluzione, non ci sono più manifestazioni, ma solo banditismo e il mondo intero si rifiuta di riconoscerlo (…). I giornali sono stereotipi, hanno delle fonti uniche e non sono disposti ad ascoltare nessuno, nemmeno me”

  Infine, last but not least,  il 24 maggio in un’intervista ad AsiaNews, Mons. Giuseppe Nazzaro, vicario apostolico di Aleppo: “Ci sono forze straniere che non vogliono la pace in Siria. Il Paese è ormai preda di guerriglieri provenienti da Tunisia, Libia, Turchia, Pakistan e altri Stati islamici. Armi e denaro passano attraverso i confini e alimentano questa spirale di violenza“, e si chiede  “Chi finanzia queste milizie?”.

Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte] 4/6/2012

http://www.agerecontra.it/public/press20/?p=11373

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L’omicidio (rituale?) del Cristianesimo in Siria

Segnalazione del Centro Studi Federici

Il patriarca cattolico: cristiani usati come scudi umani dai ribelli

Cristiani siriani usati come scudi umani dai ribelli negli scontri a fuoco con l’Esercito regolare di Assad. A denunciarlo è il patriarca Gregorio III Laham, massima autorità cattolica di Damasco, Patriarca di Antiochia, di tutto l’Oriente, di Alessandria e di Gerusalemme dei Melchiti. Il patriarca racconta di rapimenti notturni dei fedeli della sua diocesi, con pagamenti fino a 200mila dollari Usa per il riscatto, case confiscate o fatte saltare per aria, continue incursioni armate di musulmani sunniti nei quartieri cattolici. … E sulla strage di Hula sottolinea: “E’ contro ogni logica che sia stata compiuta dal governo. L’artiglieria dell’Esercito si trovava fuori dal villaggio, mentre le esecuzioni sono state perpetrate da qualcuno penetrato nel centro abitato”.

Patriarca Gregorio III, com’è la situazione per i cristiani in Siria?
La loro situazione è problematica non soltanto in quanto cristiani ma anche in quanto cittadini in difficoltà. I ribelli entrano nei loro quartieri, mettendoli in fuga dalle loro case: è successo a Homs, Yabroud, Rabli e altrove nella Valle dei Cristiani. Il risultato è un vero e proprio esodo dei cristiani siriani che non si sentono più sicuri nel loro Paese.

A chi appartengono i gruppi che cacciano i cristiani dalle loro case?
Sono musulmani sunniti appartenenti alle fazioni ribelli, ma spesso anche terroristi o banditi. Bisogna dirlo chiaramente: in Siria non si fronteggiano più soltanto governo e opposizione, ma c’è anche un terzo elemento che punta soltanto a sovvertire la legge. I cristiani sono vittime del caos nel Paese che è stato causato dagli oppositori.

Che cosa fanno i “banditi” una volta entrati nei quartieri cristiani?
La loro semplice presenza è già di per sé un elemento di insicurezza, perché crea un’atmosfera terroristica. Appena si insediano in un luogo hanno inizio gli scontri con l’Esercito regolare. I terroristi uccidono soldati o funzionari, come è successo a Homs e nei villaggi intorno alla città.

I ribelli aggrediscono i cristiani?
I ribelli usano i civili cristiani, i loro quartieri e le loro case come scudi umani negli scontri con l’Esercito. E allora accade quello che accade. Non capisco perché questi musulmani sunniti vengano in quartieri e villaggi che non sono i loro.

Quali altre violenze sono subite dai cristiani?
I banditi estorcono denaro ai cristiani o li rapiscono nottetempo e li rilasciano dopo due o tre giorni in cambio di riscatti del valore fino a 200mila dollari. In alcuni casi questi gruppi hanno confiscato le case dei civili, magari per poi distruggerle.

Che cosa è possibile fare per proteggere i cristiani siriani?
Se l’Europa vuole salvare i cristiani siriani, deve incoraggiare il piano di pace di Kofi Annan. Qualsiasi piano alternativo, come pure l’ipotesi di nuove sanzioni, indebolisce soltanto gli sforzi del mediatore Onu. La comunità internazionale ha affidato la missione ad Annan e bisogna lasciarlo lavorare. Il problema è che prima l’Europa gli ha affidato un mandato e ora è contro di lui. E’ questo che impedisce al piano Annan di fare dei passi avanti.

Chi è responsabile delle violazioni della tregua?
La tregua è stata violata dai ribelli e non da Assad. Il regime non ha alcun interesse a fare fallire il piano Annan. Su 10mila morti dall’inizio della rivolta, si contano migliaia di vittime anche tra i soldati. Il governo deve proteggere l’intero Paese, e non soltanto i manifestanti che sono sempre armati. A nome anche degli altri vescovi siriani, posso affermare che non è mai avvenuto che una manifestazione disarmata fosse attaccata dall’Esercito. Il governo non attacca se non è attaccato. A Hula sono stati uccisi 15 soldati prima della strage, che non è stata compiuta dai fedeli di Assad.

Ne è davvero certo?
Non riesco a immaginare che un governo e un esercito organizzato possano uccidere dei bambini così. Soprattutto in un momento in cui si trova sotto gli occhi del mondo intero.

In un primo momento a essere accusata è stata l’artiglieria dell’Esercito …
L’artiglieria si trovava fuori dal villaggio, mentre è più probabile che chi ha compiuto la strage siano state le forze dell’opposizione all’interno del centro abitato. Non ho elementi per affermarlo con certezza, ma è la cosa che mi sembra più logica.

I ribelli, che chiedono solo democrazia, avrebbero invece dei motivi per uccidere i bambini?
La democrazia non c’entra, all’origine delle rivolte c’è la volontà internazionale e locale di distruggere le Siria. Noi abbiamo già abbastanza democrazia, anche se non al cento per cento, e siamo sulla via per rafforzarla. Negli ultimi dieci anni il clima del mio Paese è diventato più liberale e democratico, nonostante la presenza dei servizi segreti. Noi cristiani siamo i primi a chiedere un cambiamento, ma riteniamo che quest’ultimo non possa venire da una rivoluzione armata.

Perché i cristiani si sentono più sicuri con Assad che con l’opposizione?
Perché non sappiamo chi siano questi oppositori. I cristiani sono protetti quando c’è sicurezza nel Paese. Attualmente invece la Siria è nel caos, e a provocarlo non è certo il governo. (…)

Fonte: http://oraprosiria.blogspot.it/2012/06/il-patriarca-cattolico-cristiani-usati.html

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http://www.centrostudifederici.org/  �

http://www.agerecontra.it/public/press20/?p=11341

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Siria, Russia e America, è cambiato qualcosa?

 
di don Curzio Nitoglia

Si sta facendo circolare la voce – ripresa da ‘DEBKA’, il megafono dei servizi israeliani – che Mosca non sostiene più Assad e il suo regime e sostiene appieno la missione dell’inviato dell’ONU Kofi Annan”.

“Se viene dichiarata guerra all’Iran, […] è probabile ne scaturisca la Terza Guerra Mondiale. Mentre non c’è dubbio che gli Stati Uniti e quindi il  resto della NATO seguiranno le orme di Israele, la  Russia si schiererà probabilmente dalla parte opposta. Cina ed India seguiranno  presumibilmente la Russia. Uno scontro diretto fra queste potenze mondiali è in grado di produrre più distruzioni delle due precedenti guerre mondiali messe insieme”.

●L’Europa verso la fine di maggio ha espulso gli ambasciatori della Siria, preludio di più severe misure. Dopo il massacro di Houla, che, secondo la stampa politicamente corretta, sarebbe colpa esclusiva del regime siriano anche la Francia del neo Presidente socialista Hollande ha chiesto la guerra.

●Tuttavia il fronte europeo non esprime posizioni compatte. Guido Westerwelle, il Ministro tedesco degli Esteri, ha commentato le parole di Hollande, che non aveva escluso l’eventualità di un intervento militare: opzione che «non c’è motivo di prendere in considerazione», ha detto il Ministro tedesco[1].

●Bibi Netanyahu, il premier israeliano, dice la sua: lo «spaventoso» eccidio è stato fatto da Hezbollah e dagli iraniani, che hanno mandato uomini in Siria. Conclusione di Bibi: «Il mondo deve agire contro l’Iran per queste uccisioni». Bisogna bombardare  l’Iran. “Syria-Palestina delenda est!”.

●Gli ambasciatori siriani sono stati espulsi dall’Europa, senza che alcuna prova sugli autori del massacro sia stata portata a loro carico. Eppure è chiaro che il regime, per quanto spietato nel reprimere la rivolta, non avrebbe nessuna convenienza a compiere un simile eccidio proprio nel giorno in cui il comandante della missione Onu, il generale norvegese Robert Mood, il capo degli osservatori ONU, mandati in Siria nel quadro del tentativo di mediazione di Kofi Annan, si apprestava a fare il suo rapporto sull’avanzamento del piano Annan davanti al Consiglio di Sicurezza.

●Il tentativo di aggressione militare alla Siria – contrariamente a quanto ci hanno raccontato la radio e la televisione –  è stato bloccato dalla Russia, che ha chiesto almeno di sentire, prima, il generale Robert Mood, capo degli osservatori dell’ONU. Dmitrij Peskov, portavoce di Vladimir Putin, ha chiarito ieri che la linea seguita finora non muterà negli incontri di domani tra il presidente russo e i leader di Germania e Francia, Angela Merkel e François Hollande. Peskov ha poi definito «poco appropriate» le pressioni esercitate su Mosca: «Nessuno ha informazioni certe – ha ripetuto riferendosi al massacro di Houla, e non ci si dovrebbe far trasportare dalle emozioni in un momento simile». Decisa a non privare Assad del proprio appoggio, per non perdere il controllo della situazione a Damasco, la Russia ripete che filo-governativi e insorti condividono la responsabilità dell’eccidio di venerdì scorso.

●Inoltre persino la Casa Bianca risponde sorprendentemente con un no al disegno israeliano di attacco bellico alla Siria. La «ulteriore militarizzazione» della Siria porterebbe «altro caos e altro carnaio», dice Jay Carney, il portavoce della casa Bianca. Il presidente Obama «intende continuare a lavorare con il Consiglio di Sicurezza ONU e con l’inviato Kofi Annan dell’ONU per premere sul leader siriano Bashar al-Assad».

●Si fa circolare in occidente la voce – ripresa da ‘DEBKA’, il megafono dei servizi israeliani – che «Mosca non sostiene più Assad e il suo regime e sostiene appieno la missione dell’inviato dell’ONU Kofi Annan». Insomma si fa passare come novità, anzi come una svolta, quella che è la costante posizione russa sulla questione siriana: non si tratta di sostenere l’uno o l’altro, ma di sostenere il piano Annan, che Mosca è stata la prima a volere.

●Una cosa è dunque chiara: Barak Obama non vuole a nessun costo arrivare alle elezioni di novembre del 2012 con un’altra guerra in corso. E manda segnali a Mosca, che sono nella linea di quando, qualche settimana fa, a microfoni creduti spenti, disse a Medvedev di riferire a Vladimir Putin di pazientare, «perché è la mia ultima elezione, e dopo sarò più libero», non dovendo essere rieletto. Riuscirà Obama a resistere alle pressioni della lobby israelo-americana per poter essere rieletto senza voler piegarsi ai suoi desideri?

●Per Obama, ormai, la Siria è una questione elettorale, interna. E il suo vero nemico è il candidato-rivale Mitt Romney che (consigliato dai suoi consiglieri neocon) lo accusa di continuo di debolezza sulla Siria, e lo sfida ad armare i ribelli i quali sono già armati da gruppi di potere americani: gruppi che non rispondono alla Casa Bianca. Almeno non alla Casa Bianca di Obama.

Che questi gruppi, sponsorizzati dalla potenza economico-politica dell’ebraismo americano, tentino dunque una ulteriore forzatura per rendere ineluttabile «l’intervento armato umanitario», è il vero pericolo; Purtroppo Hollande, Mario Monti e gli inglesi sono schierati con tali gruppi. Ed è possibile che lo facciano per un motivo tutto interno americano: favorire il candidato più neocon che offra la piazza, e questo ci dice da chi è governata realmente l’Europa, tranne la Germania.

●Forse i bambini di Houla sono stati uccisi per silurare la seconda presidenza Obama troppo fredda verso Israele, e per dar luogo ad una replica siriana della Libia. Tuttavia la Siria non ha disarmato come aveva fatto Gheddafi. Quindi, anche data la vicinanza di Libano, Iran e Russia, la soluzione della guerra non sarà la stessa che in Libia[2].

Se da una parte la Siria durerà più a lungo della Libia e dell’Egitto, è poco probabile che riesca da sola a resistere molto a lungo, soprattutto dopo l’accettazione di osservatori ONU all’interno dei propri confini e dato il sempre maggior crescente sentimento favorevole alla guerra da parte dei governi occidentali.

●Se viene dichiarata guerra all’Iran, sia dalle potenze occidentali o da Israele, è probabile che ne scaturisca la Terza Guerra Mondiale. Mentre non c’è dubbio che gli Stati Uniti e quindi il resto della NATO seguiranno le orme di Israele, la Russia si schiererà probabilmente dalla parte opposta. Cina ed India seguiranno presumibilmente la Russia. Uno scontro diretto fra queste potenze mondiali è in grado di produrre più distruzioni delle due precedenti guerre mondiali messe insieme[3].

d. CURZIO NITOGLIA

4 giugno 2012

http://www.doncurzionitoglia.com/siria_russia_usa_change.htm

 

 

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La differenza tra i morti in Siria e in Afghanistan

 di Massimo Fini

Non credo a una sola parola delle notizie che da un anno ci giungono dalla Siria. Non credo nemmeno alla strage dei bambini perpetrata a Hula dai mezzi pesanti di Bashar Assad. Non che quella carneficina non vi sia stata, dubbio è che la responsabilità sia delle truppe del regime. Il capo dei caschi blu Robert Mood ha dichiarato che “le circostanze che hanno portato a queste tragiche morti sono ancora poco chiare”. Si potrebbe benissimo trattare di una provocazione degli insorti per indurre le Nazioni Unite a a intervenire nella guerra civile serpeggiante in Siria. Le guerre moderne sono innanzitutto guerre mediatiche, anche se poi le carneficine sono, purtroppo, vere. Non credo alle notizie e alle immagini che ci vengono dalla Siria filtrate dei media occidentali. Ho ancora troppo presente quanto accadde in Serbia per la questione del Kosovo. Fra la fine del 1998 e l’inizio del 1999 la CNN, seguita poi da tutte le tv occidentali, cominciò a trasmettere, quasi ogni giorno, immagini di eccidi compiuti dalla milizie paramilitari serbe ai danni di civili albanesi.

Le immagini erano sempre diverse per cui sembrava che effettivamente in Kosovo fosse in atto un genocidio, ma in realtà si riferivano a due soli episodi per un totale di 205 vittime. Una cosa grave certamente non tale però da giustificare un intervento militare straniero, e sempre che un simile intervento sia giustificabile in una guerra civile. Ho l’impressione che lo stesso copione si stia ripetendo in Siria. Dove peraltro, come in Libia, sono in azione “agenti provocatori” americani e inglesi per intorbidire le acque. Ma diamo pure per scontato che la strage di Hula  (105 vittime) sia opera delle truppe di Assad. Ilsegretario di Stato americano, la sensibile Hilary Clinton, si è detta “inorridita per l’atto vile di un regime illegittimo”. Perchè il regime di Assad sia illegittimo non è dato di capire. A meno che non si voglia sostenere che tutti i regimi che non adottano la democrazia liberale sono illegittimi.

Ma uno Stato democratico che pretende che anche tutti gli altri lo siano non è, “malgrè soi”, democratico, almeno verso l’esterno, totalitario. Un liberale che pretende che tutto lo siano non è un liberale: è un fascista. Peccato che proprio nello stesso giorno in cui la Clinton “inorridiva” un raid notturno dei bombardieri americani nel villaggio di Suri Khail, nel distretto afgano di Gurda Saria, abbia distrutto un’intera famiglia: padre, madre e i loro sei figli. Cos’era successo? Che un gruppo di guerriglieri talebani aveva ingaggiato una battaglia terrestre con un contingente Isaf, ma poichè i soldati occidentali non sanno più combattere, nemmeno ad armi impari, hanno subito chiamato in soccorso l’aviazione Usa. Che bombarda dove “cojo cojo” sui villaggi dove in genere ci sono solo vecchi, donne e bambini perchè gli uomini validi sono a combattere.

Questi episodi sono all’ordine del giorno in Afghanistan. Ma la notizia della strage di Suri Khail, come di tutte quelle perpetrate in Afghanistan e a differenza di quelle siriane, è finita, strisciata in fondo a qualche pagina interna. Che differenza c’è fra i bimbi siriani e quelli afghani? Che gli afghani gli ammazziamo noi. E allora nessuno si sogna di “inorridire”.

Fonte: Massimo Fini [scheda fonte] 5/06/2012

 

http://www.agerecontra.it/public/press20/?p=11392

 

giugno 2, 2012

EX PRETE PEDOFILO USA CONFESSA: HA VIOLENTATO 17 BAMBINI TRA CUI IL NIPOTINO

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , , , , — mirabilissimo100 @ 5:19 pm
LEGGO.IT

VIOLENTA 17 BAMBINI TRA CUI IL NIPOTINO,
PRETE SI RACCONTA: “ANCHE IO VITTIMA”

 
Robert Van Handel, prete pedofilo

 
Robert Van Handel, prete pedofilo
 
Venerdì 01 Giugno 2012 – 21:20

NEW YORK – Ex prete pedofilo rivela in memorie come ha molestato giovani vittime. Il racconto è unico nel suo genere perchè per la prima volta, attraverso la terapia psichiatrica, viene messa a nudo la mente travagliata di un religioso pedofilo. Protagonista della storia Robert Van Handel, un francescano spretato accusato di aver molestato almeno 17 ragazzi, tra cui il nipote di cinque anni, che facevano parte del coro della sua chiesa nonchè studenti del seminario dove insegnava. Il racconto di 27 pagine dell’ex francescano è stato scritto tra il 1993 e 1994 mentre era in terapia al Pacific Treatment Associates a Santa Cruz in California ed è avvalorato da lettere, interviste alle vittime e atti giudiziari. «La maggior parte dei casi che vengono fuori dalle aule dei tribunali – ha spiegato l’avvocato Jeffrey Anderson – accenno solo all’esistenza di storie sessuali. Questo dell’ex prete è unico perchè va dentro la mente del molestatore». La storia di Van Handel è stata rivelata nell’ambito di un accordo da 28 milioni di dollari tra i francescani e sei vittime di abusi da parte di ecclesiastici. Le vittime hanno chiesto che fossero svelati i documenti tenuti nascosti dall’ordine. Nel suo resoconto Van Handel, lui stesso vittima di un prete pedofilo quando aveva 15 anni, parla di come le sue paure della pubertà e le sue repressioni sessuali abbiano contribuito a farlo diventare un pedofilo di serie. 

 

http://www.leggo.it/news/mondo/violenta_17_bambini_tra_cui_il_nipotino_prete_si_racconta_anche_io_vittima_foto/notizie/182019.shtml

marzo 12, 2012

AFGHANISTAN: SOLDATO USA UCCIDE DONNE E BAMBINI-STRAGE

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , , , , , — mirabilissimo100 @ 6:30 pm
LEGGO.IT

SOLDATO USA UCCIDE 9 BIMBI E 3 DONNE
AFGHANI. OBAMA: “INCIDENTE” -FOTO

 
Domenica 11 Marzo 2012 – 20:17

KANDAHAR – Una carneficina, compiuta a sangue freddo, porta per porta, di donne, bambini di due-tre anni e vecchi, mentre in piena notte dormivano nell’ intimità delle loro case; sangue dappertutto, almeno 16 corpi (17 secondo una fonte) crivellati di pallottole e poi cosparsi di benzina e incendiati. Questo è accaduto in due villaggi della provincia afghana di Kandahar; questa la scena che si è presentata ai testimoni dopo l’incursione notturna di un (o più d’un) soldato americano. Un nuovo macigno sui difficili rapporti fra Stati Uniti e Afghanistan, con il presidente Hamid Karzai che grida all’ «omicidio deliberato», chiedendo spiegazioni a Usa e Nato. Una strage con due diverse versioni dei fatti: è opera di un soldato americano in forza all’Isaf, un killer solitario, forse in preda a un esaurimento nervoso, uscito di nascosto dalla vicina base in piena notte e poi riconsegnatosi a essa, dove ora è sotto custodia, per gli Stati Uniti e per la forza di coalizione Nato; il lavoro di un gruppo di soldati americani «ubriachi» che «ridevano» e «sparavano all’impazzata» secondo i testimoni locali, fra i quali un uomo, un anziano del villaggio, Haji Samad. Il quale era fuori casa e che, rientrando, ha trovato i cadaveri di undici membri della sua famiglia, fra cui figli e nipoti. I soldati «hanno versato liquido infiammabile sui corpi e tentato di dare loro fuoco», racconta in lacrime.

Quattro le case «visitate» dall’assassino, nei due villaggi di Alokozai e Garrambai, entrambi nel distretto de Panjwayi, culla spirituale ed ex roccaforte dei talebani, a 500 metri da una base Usa. Sul luogo del massacro si è precipitato un cronista della France Presse, che ha fornito una preziosa testimonianza di prima mano, che mostra analogie con la descrizione di Samad: «Sono entrato in tre case e ho contato 16 morti, inclusi bambini, donne e uomini anziani», racconta. «In una delle abitazioni c’erano i corpi di dieci persone, fra cui donne e bambini, che erano stati tutti uccisi e bruciati in una stanza. Un’altra donna invece giaceva morta all’entrata della casa. Sono stati uccisi e bruciati. Ho visto almeno due bambini di et… fra i due e i tre anni, che erano stati bruciati». «In un’altra casa», in un secondo villaggio, «c’erano quattro persone morte. Ho visto i loro cadaveri stesi in una stanza. Fra loro c’erano due uomini anziani e una donna». Ci sono inoltre almeno cinque feriti, che vengono curati in una struttura Isaf.

L’efferatezza del massacro rischia di far precipitare i rapporti, già tesi, fra Kabul e Washington e di far deflagrare l’ostilità popolare nei confronti delle truppe straniere, già esacerbata dal rogo del Corano e da uno stillicidio di episodi di gratuito disprezzo e di civili morti, vittime di azioni militari fuori bersaglio. E ora gli americani temono una nuova ondata di violenze e hanno invitato i concittadini a stare all’erta per possibili rappresaglie. «Abbottonato» e laconico il commento della Forza Nato: «Uno dei nostri soldati ha ucciso e ferito un certo numero di civili in un villaggio adiacente alla sua base», ha dichiarato il vicecomandante dell’Isaf, gen. Adrian Bradshaw, che ha detto di non essere «in grado di spiegare le ragioni del suo gesto», aggiungendo che «Un’inchiesta è in corso». Sull’identità, il corpo d’appartenenza o anche il grado (è solo trapelato che si tratterebbe di un sergente maggiore) non esce una parola. Il governo afghano per bocca del ministro per gli affari tribali nelle sue dichiarazioni mostra di aver metabolizzato la «verità» ufficiale del killer solitario, mentre quello della difesa sembra invece aver fatto sua la versione dei fatti fondata sui testimoni locali. Ed è senza appello la condanna lanciata nel pomeriggio dal presidente Hamid Karzai, che pure non si pronuncia sul numero degli esecutori: «Il governo (afghano) ha condannato a più riprese le operazioni condotte sotto la denominazione di ‘guerra al terrorismò e che causano perdite civili. Ma quando gli afghani vengono uccisi deliberatamente dalle forze americane, si tratta di un assassinio e perciò di un’azione imperdonabile», ha dichiarato il presidente afghano in un comunicato, nel quale si chiedono quindi «spiegazioni al governo americano».

OBAMA: “EVENTO TRAGICO” «Questo incidente è tragico e scioccante». Ora sarà fatto di tutto per «assicurare nei tempi più brevi possibili i responsabili alla giustizia». Barack Obama, il ‘Commander in Chief’ della prima potenza militare al mondo non perde tempo. In una nota ufficiale della Casa Bianca delinea con chiarezza la sua posizione sul massacro compiuto da un suo soldato ai danni di almeno 17 civili inermi, donne e bambini uccisi barbaramente nella provincia di Kandahar. All’ex professore di legge di Harvard, premio Nobel per la Pace, non gli basta esprimere il suo profondo cordoglio al popolo afgano. Va oltre, assicurando che saranno fatti tutti i passi necessari per accertare ogni dettaglio sull’accaduto. Ma anche sottolinea che quel soldato criminale «non rappresenta lo straordinario carattere dell’esercito americano e il profondo rispetto degli Stati Uniti nei confronti del popolo afgano». Una mossa chiara, netta, precisa che distingue responsabilità personali, da quelle politico-militari. Ma che annuncia anche un’inchiesta trasparente. Il suo obiettivo è salvaguardare il rapporto di fiducia che un paese e il suo Presidente deve sempre avere nei confronti delle sue forze armate, ma anche assicurare giustizia, allo scopo di placare l’ira di chi pensa già a una rappresaglia, magari riallacciando un filo di dialogo con il governo di Kabul. Una intricata faccenda poliico-diplomatica scoppiata durante una domenica prelettorale. l’America s’era svegliata con questa notizia drammatica, mentre i grandi media erano impegnati a raccontare la sfida nel sud tra Romney, Santorum e Gingrich. Ma i dettagli dell’eccidio fanno breccia e per qualche ora l’attenzione passa dall’Alabama all’Afghanistan. E Obama, dopo aver avuto un lungo briefing con i suoi esperti militari, all’ora di pranzo diffonde poche righe che non lasciano spazio a ambiguità di sorta. «Sono profondamente rattristato dalle notizie dell’uccisione e del ferimento di civili afgani. Esprimo le mie condoglianze alle famiglie e agli amici di chi ha perso la sua vita, e al popolo afgano che hanno sopportato per troppo tempo violenza e sofferenza. Si tratta di un incidente – ha aggiunto Obama – tragico e scioccante che non rappresenta il carattere eccezionale del nostro esercito e il rispetto che gli Stati Uniti nutrono nei confronti del popolo afgano. Il mio pieno appoggio va al lavoro del capo della Difesa Leon Panetta e del generale Allen perchè si faccia piena luce sui fatti e si assicuri , nel più breve tempo possibile, i responsabili alla giustizia».

UN GIORNALISTA TESTIMONE: “DONNE E BIMBI UCCISI E POI BRUCIATI” «Sono entrato in tre case e ho contato 16 morti, inclusi bambini, donne e uomini anziani», racconta in una testimonianza un reporter dell’agenzia Afp che ha visitato i villaggi afghani dove un soldato americano stamani ha compiuto una strage di civili. «In una delle abitazioni c’erano i corpi di dieci persone, fra cui donne e bambini, che erano stati tutti uccisi e bruciati in una stanza. Un’altra donna invece giaceva morta all’entrata della casa. Sono stati uccisi e bruciati. Ho visto (fra i cadaveri) almeno due bambini di età fra i due e i tre anni, che erano stati bruciati». «In un’altra casa», situata in un secondo villaggio, «c’erano quattro persone morte. Ho visto i loro cadaveri stesi in una stanza. Fra loro c’erano due uomini anziani e una donna», racconta ancora la fonte giornalistica, che parla di un sedicesimo corpo in una terza abitazione. I nomi dei due villaggi, secondo il portavoce del governo provinciale di Kandahar, sono Alokozai e Garrambai, entrambi nel distretto de Panjwayi.

 

gennaio 23, 2012

GLI USA ATTACCHERANNO L’IRAN?

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , — mirabilissimo100 @ 3:14 pm

Saranno gli USA ad attaccare l’Iran?

http://focusonisrael.files.wordpress.com/2008/06/flotta-aerea.jpg
di Giacomo Colonna
 
 
 
 
Nelle ultime settimane si vanno moltiplicando le prese di posizione statunitensi sulla questione dell’attacco preventivo all’Iran. Attacco preventivo, è il caso di premettere, che la dottrina politico-militare statunitense non esclude a priori, nonostante il diritto internazionale non lo riconosca come legittimo. Fin dal 1984, infatti, la cosiddetta “dottrina Shultz”, dal nome del segretario di Stato durante la presidenza Reagan, aveva accolto con favore questa possibilità, legittimando azioni militari preventive, anche segrete; con il documento ufficiale americano sulla sicurezza nazionale del 2002, poi, tale concetto è stato esplicitamente introdotto nella dottrina militare nordamericana:
“studiosi e giuristi di diritto internazionale condizionano spesso la legittimazione dell’intervento preventivo (preemption) ad una minaccia imminente, generalmente una visibile mobilitazione di eserciti, unità navali e forze aeree in preparazione di un attacco. Noi dobbiamo adattare il concetto di minaccia imminente (imminent threat) alla capacità ed agli obiettivi degli avversari odierni. Gli stati canaglia ed i terroristi non cercano di attaccarci usando mezzi convenzionali. (…) Gli Stati Uniti hanno a lungo considerato valida l’opzione di azioni preventive (preemptive actions) per contrastare un’effettiva minaccia (sufficient threat) alla nostra sicurezza nazionale. Maggiore la minaccia, maggiore il rischio in caso di inazione – e maggiormente cogente l’esigenza di intraprendere azioni anticipatorie per difenderci, anche se rimane incerto il momento ed il luogo dell’attacco nemico. Per anticipare o prevenire simili atti ostili da parte dei nostri avversari gli Stati Uniti, se necessario, agiranno preventivamente (act preemptively)” (1).
Il 16 dicembre scorso, il presidente Obama, parlando alla Union of Reform Judaism (organizzazione ebraica del giudaismo modernista) passa dal concetto difensivo, “un Iran nucleare è inaccettabile”, a quello offensivo, “siamo decisi a prevenire l’acquisizione di armi nucleari da parte dell’Iran”: dove viene fatto quindi esplicito riferimento al documento strategico nazionale del 2002.
Il 19 dicembre scorso, il segretario alla Difesa Panetta, fino a quel momento uno dei più decisi assertori dei rischi derivanti da un attacco contro l’Iran, improvvisamente dichiara che l’Iran potrebbe acquisire entro un anno la bomba nucleare e che questa è la “linea rossa” raggiunta la quale il governo Usa “adotterà qualsiasi passo necessario per affrontare la situazione”.
Il 20 dicembre, il presidente del consiglio dei comandanti in capo delle Forze Armate Usa, gen. Martin Dempsey, dichiara alla CNN che “le opzioni che stiamo sviluppando hanno raggiunto un punto che le rende eseguibili ove necessario”, e aggiunge: “la mia maggiore preoccupazione è che gli Iraniani sottovalutino la nostra determinazione”.
Il 21 dicembre, Dennis Ross, uno degli strateghi filo-israeliani che da oltre trent’anni opera nelle posizioni più rilevanti della politica estera americana trasversalmente a tutte le amministrazioni Usa, come ho già avuto modo di documentare dettagliatamente (2), dichiara alla televisione israeliana Channel 10 che il presidente Obama sarebbe pronto a “fare un certo passo”, se necessario, e che “questo vuol dire che quando tutte le opzioni sono sul tavolo, se si sono esauriti tutti gli altri mezzi, si fa quello che è necessario”.
Il 22 dicembre il ministro della difesa israeliano Ehud Barak, dopo avere svolto negli Usa una serie di incontri coi massimi vertici politico-militari americani (vedi clarissa.it ), dichiara, a commento delle dichiarazioni ricordate finora: “esse confermano un fatto che ci era già noto a seguito dei nostri incontri riservati. Queste dichiarazioni mettono in chiaro all’Iran che si trova difronte ad un bivio vero e proprio”.
Il 23 dicembre, infine, viene pubblicato sulla prestigiosa rivista del Council on Foreign Relations, Foreign Affairs, il contributo di Matthew Kroenig, un giovane promettente esperto delle problematiche dell’anti-terrorismo, con una già brillante carriera alle spalle: prima come analista militare della Cia nel 2004; poi come membro dell’ormai famoso Policy Planning Staff, l’ufficio di pianificazione politica del ministero della difesa nel 2005, periodo nel quale afferma di avere elaborato il primo piano di deterrenza Usa contro le reti terroristiche; quindi membro del già citato Council of Foreign Relations, il più importante think-tank di politica internazionale statunitense, nel quale ha più volte rivestito il ruolo di consigliere; infine, dal 2010 al luglio 2011, consigliere speciale del ministro della Difesa Usa per lo sviluppo e l’attuazione della politica e la strategia di difesa americane in Medio Oriente.
Questo testo, intitolato senza mezzi termini “Il momento di attaccare l’Iran – perché un attacco è il male minore” (3), è un’accurata analisi delle obiezioni finora sollevate contro l’ipotesi di una attacco militare chirurgico americano contro le installazioni nucleari iraniane. Kroenig si propone di dimostrare che “la verità è che un attacco militare rivolto a distruggere il programma nucleare dell’Iran, se gestito con attenzione, potrebbe evitare alla regione [mediorientale] ed al mondo una minaccia davvero concreta e potrebbe aumentare straordinariamente la sicurezza nazionale degli Usa a lungo termine”.
Kroenig esamina i rischi di una politica di semplice deterrenza, per concludere che la “deterrenza implicherebbe giganteschi costi economici e geopolitici e dovrebbe essere mantenuta fintantoché l’Iran resta ostile agli interessi Usa, vale a dire come minimo per decenni”. Afferma che militarmente, grazie in special modo alle nuove bombe ad lato potenziale ed alta penetrazione (MOD, Massive Ordnance Penetrator), la distruzione dei maggiori siti nucleari iraniani è tecnicamente fattibile, senza il rischio di grandi perdite fra i civili. L’attacco, se ben condotto, potrebbe nello stesso tempo rendere chiaro all’Iran che è consigliabile evitare un allargamento del conflitto ed evitare anche brillantemente, come già avvenuto con l’Iraq, il rischio di un intervento diretto israeliano. Anche da quest’ultimo punto di vista, prima l’attacco viene attuato e meglio è, sia per prevenire autonome operazioni israeliane, sia per evitare il rafforzamento dell’Iran e l’adozione di maggiori misure di protezione dei siti obiettivo. Per concludere:
“Con i conflitti in Afghanistan ed in Iraq in via di esaurimento e con gli Usa che stanno affrontando una dura crisi economica all’interno, gli Americani hanno poca voglia di ulteriori scontri. Tuttavia il rapido sviluppo del programma nucleare iraniano costringerà prima o poi gli Usa a scegliere tra un conflitto convenzionale ed una possibile guerra nucleare. Di fronte a questa decisione, gli Stati Uniti devono condurre un attacco chirurgico contro le installazioni nucleari iraniane, assorbire l’inevitabile ritorsione e quindi tentare rapidamente di evitare l’escalation della crisi. Affrontare subito questa minaccia eviterà agli Usa di affrontare una situazione assai più pericolosa in futuro”.
Alcuni commentatori israeliani, i più attenti in questo momento alla posizione Usa, interpretano come sintomo particolarmente significativo di una nuova impostazione americana questa lunga serie di prese di posizione e cominciano ad ipotizzare che davvero Obama potrebbe essersi convinto che l’attacco americano ai reattori iraniani sia preferibile ad un’autonoma azione israeliana, per una serie di ragioni importanti: in primo luogo, l’attacco Usa eviterebbe ai Paesi arabi di doversi affiancare all’Iran, cosa che non potrebbero evitare di fare nel caso in cui fosse lo Stato ebraico a colpire; poi, il recente ritiro delle truppe dall’Iraq evita agli Usa di offrire il destro a possibili ritorsioni, in un’area che gli iraniani potrebbero essere in grado di raggiungere; infine, Obama potrebbe essere tentato di adottare l’opzione militare anche alla luce delle elezioni dell’autunno 2012, perché in questo modo spunterebbe una delle armi più insidiose della propaganda repubblicana, l’accusa di essersi dimostrato debole nella politica estera, mediorientale in special modo (4).
La stessa questione siriana, del resto, potrebbe avere una lettura più rivolta all’Iran ed al Libano che non all’obiettivo di abbattere Assad. I sintomi sono tanti: il rapimento di tecnici iraniani ospitati nel paese; lo spostamento di alcune unità americane ritirate dall’Iraq in prossimità della frontiera giordana che fronteggia il sud della Siria; la pressione militare turca da nord sul regime di Damasco; la possibilità che la caduta del regime di Assad crei le condizioni per un regolamento dei conti finale con Hezbollah in Libano, magari utilizzando i risultati dell’inchiesta sull’uccisione di Hariri, finora congelata nei suoi effetti giuridici. Caduto il regime di Assad in Siria, l’Iran si troverebbe completamente isolato e circondato da Paesi in grado di ospitare forze militari ostili.
L’Iran per parte sua, proprio negli ultimi giorni, sta concentrando le proprie mosse dimostrative politico-miliari sul golfo di Hormuz, quasi a richiamare l’attenzione mondiale su l’effetto ritenuto più immediato di un’eventuale crisi militare nel Golfo – la possibile interruzione del flusso del petrolio, in un momento in cui la crisi economica mondiale non ha certo bisogno di un rialzo del prezzo delle materie prime strategiche. Nei giorni di Natale, l’Iran ha infatti svolto delle esercitazioni navali, assai modeste tecnicamente ma molto propagandate, proprio nell’area dello stretto. Proprio mentre l’amministrazione Obama si prepara a varare ulteriori misure economiche che porterebbero ad un vero e proprio strangolamento economico dell’Iran, il primo vice-presidente Mohammad-Reza Rahimi ha poi dichiarato che “nemmeno una goccia di petrolio passerà dallo stretto di Hormuz”, nel caso in cui gli Usa decidessero di imporre sanzioni che minaccino di impedire le esportazioni petrolifere iraniane.
Non è quindi facile stabilire quanto la nuova posizione americana intenda semplicemente accrescere la pressione politica sull’Iran e quanto essa preluda invece realmente all’opzione militare. Certo è che sul piano strategico complessivo, l’eliminazione della questione iraniana nel 2012 rappresenterebbe un risultato decisivo per gli Stati Uniti, consentendo di presentare al mondo un Medio Oriente dal quale sono stati spazzati via tutti i nemici degli Usa e di Israele, un’area da plasmare secondo il modello della Primavera Araba, che, pur senza risolvere nessuno dei problemi del mondo arabo né del Medio Oriente, ha però sicuramente eliminato dalla scena qualsiasi forza anti-occidentale ed anti-israeliana, in particolare gli ultimi residui del nazionalismo arabo, il cui terzaforzismo aveva molto impensierito gli anglo-sassoni per alcuni decenni: in cambio, promette al futuro di questi Paesi una frammentazione etnico-religiosa che non promette nulla di buono per la loro stabilità interna.
Certamente in queste settimane decisive una serrata partita di diplomazia e di intelligence è sicuramente in corso anche fra Usa ed Israele: lo Stato ebraico ha infatti tutto l’interesse a che siano gli Usa a incaricarsi dell’eliminazione dell’ultimo possibile avversario, ma non intende aspettare ancora molto prima di colpire, sapendo di essere perfettamente in grado di farlo; gli Stati Uniti devono valutare fino a che punto il proprio impegno diretto in Iran consentirà poi loro davvero di controllare, in un eventuale Medio Oriente normalizzato, l’ambizioso alleato. L’esperienza del passato ci insegna infatti che il solo reale beneficiario di un attacco militare contro l’Iran sarà lo Stato ebraico, che, regnando sul Medio Oriente come unica, incontrastabile potenza economica politica e militare, sarà pronto a risolvere in modo draconiano anche il problema palestinese.
In ogni caso, la pace resterà ancora molto lontana.

(1) The National Security Strategy of the United States of America, 20 settembre 2002, p. 15. Si veda la discussione di dettaglio di questo argomento in G. Colonna, Medio Oriente senza pace, Edilibri, Milano, 2009.
(2) G. Colonna, Medio Oriente senza pace, cit., pp. 226-227.
(3) M. Kroenig, “Time to Attack Iran”, Foreign Affairs, vol. 91, n. 1, p. 76-86.
(4) Si veda in particolare, C. Shalev, “Will a U.S. Attack on Iran become an Obama’s “October Surprise”?”, Haaretz, 27 dicembre 2011.

Fonte: Clarissa [scheda fonte] 29/12/2011

 

http://www.agerecontra.it/public/press/?p=15222&cpage=1#comment-17306

LA CINA CONTRO GLI USA: “SE ATTACCATE L’IRAN, ENTRIAMO IN GUERRA”

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LEGGO.IT

LA CINA CONTRO GLI USA: “SE ATTACCATE 
L’IRAN, ENTRIAMO IN GUERRA”

 
Lunedì 23 Gennaio 2012 – 14:29

PECHINO – La Cina si scaglia contro gli Usa e i suoi alleati: se l’Iran venisse attaccato da Washington, il governo di Pechino si schiererebbe con Ahmadinejad. A dichiararlo è stato il presidente cinese Hu Jintao citato da European Union Times (link 2), organo del Pentagono. Anche il premier russo Vladimir Putin ha confermato la notizia, menzionando le parole del capo di Stato cinese. Le forze marine della Cina sono attualmente in stato di massima allerta dietro l’ordine dello stesso Hu Jintao, che avrebbe anche promesso di aiutare l’Iran, al costo di far scoppiare la terza guerra mondiale. In Italia lo scrive NoCensura.

 

http://www.leggo.it/news/mondo/la_cina_contro_gli_usa_se_attaccate_liran_entriamo_in_guerra/notizie/160504.shtml

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