Mirabilissimo100’s Weblog

febbraio 28, 2009

FIAT: FIOM-CGIL, OGGI COMPLETAMENTE FERMA POMIGLIANO D’ARCO

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http://www.asca.it/news-FIAT__FIOM-CGIL__OGGI_COMPLETAMENTE_FERMA_POMIGLIANO_D_ARCO-811926-ORA-.html
 

Chi si occuperà dei bambini traumatizzati di Gaza?

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Chi si occuperà dei bambini

traumatizzati di Gaza?

Padre Manuel Mussallam (sacerdote cattolico di Gaza) parla.
Intervista di Anne Guion il 20 gennaio 2009 – Traduzione di Anissa

ASSOCIAZIONE ZAATAR, 13 febbraio 2009

 

Padre Manuel Mussallam dirige una delle tre scuole cristiane del territorio, accoglie 1200 scolari. Sono le sole scuole miste della città dove i ragazzi dei 3000 cristiani di Gaza vengono istruiti. Raggiunto per telefono lunedì 19 gennaio, dopo averlo già incontrato nell’Aprile 2008, al momento del nostro report sulla spiaggia di Gaza, unico luogo di svago per gli abitanti di Gaza.

Domenica scorsa ho celebrato la mia prima messa dopo l’inizio della guerra; c’erano una sessantina di persone, dopo abbiamo fatto un giro in macchina per renderci conto delle distruzioni: hanno bombardato la Corte di giustizia, delle località antiche registrate come patrimonio dell’UNESCO. I vetri delle finestre delle case sono stati spazzati via, la gente vive nel freddo. Nelle strade i passanti sono tristi, nessuno parla, alcuni giovani, stravolti, sono seduti sul bordo delle strade per vedere il sole che non hanno visto da tre settimane. Non ci sono bambini nelle strade; queste sono tutte dissestate.

La maggior parte delle vittime sono civili: bambini, vecchi e donne tutti disarmati; la gente di Gaza ha cercato di trovare rifugio presso amici di famiglia. Hanno vissuto questi 22 giorni rintanati a casa senza acqua, senza elettricità con la paura. La vita era già difficile a Gaza, ma nessuno era abituato ad una tale brutalità. Gli aerei F-16 e gli F-32 hanno sganciato delle bombe distruggendo edifici di 5-6 piani, riducendo in polvere delle abitazioni. La popolazione è stanca, traumatizzata. Gli Israeliani hanno utilizzato delle armi che hanno bruciato atrocemente i corpi, hanno stipato le persone nelle scuole dell’Unrwa, negli stabilimenti dell’Onu; in una classe vi erano da 50 a 60 persone: donne, uomini, bambini tutti insieme. Non c’era niente da mangiare, né da bere, né per lavarsi durante i 22 giorni. La sola acqua da bere era quella salata del mare. A causa della paura i bambini traumatizzati facevano pipì al letto più volte durante la notte; non c’era acqua per lavare i loro abiti, né c’erano materassi di ricambio. Non vi era modo di riscaldare i biberon per i lattanti. Hanno tolto loro l’umanità. Durante gli attacchi, chi usciva a cercare cibo o acqua rischiava la vita.

La casa delle suore del rosario, dove vivono due religiose francesi e una italiana, è stata colpita da tre missili; per fortuna le suore erano appena partite per Gerusalemme. Quattro missili sono stati lanciati sulla scuola da me diretta. Una bomba nel cortile è ancora fumante; noi non possiamo rimuoverla. Qui non vi sono sminatori che potrebbero fare il lavoro. Non c’è lezione a scuola, ma i vicini hanno paura che quella bomba esploda. Non ho notizie dei miei allievi e delle loro famiglie, le comunicazioni sono difficili. So soltanto che una delle mie allieve cristiane è morta; si chiamava Christine, aveva 16 anni e frequentava la decima classe. Stava a casa sua quanto un F-16 ha lanciato un missile contro la casa vicina ed è morta per la deflagrazione.

Vicino al mare c’era un parco con degli alberi e dei giochi per i bambini. I carri armati israeliani vi sono entrati, hanno sradicato gli alberi e distrutto i giochi. Perché? E’ la domanda che tutti si pongono. Quando un bambino a scuola da uno schiaffo ad un altro, la prima cosa che il Direttore gli chiede è: perché? Perché la comunità internazionale non ha mai posto la domanda ai Palestinesi che lanciano i razzi su Israele? Essa non ha mai realizzato che quelli che lanciavano dei razzi erano senza avvenire, senza lavoro e senza cibo. Io condanno la violenza, ma dal 2002 i razzi hanno ucciso 10 israeliani. La legge del taglione vuole che per vendicare queste 10 persone Israele ne uccida 1300 e ne ferisca 5000? La maggior parte dei feriti sono mutilati, mani e piedi e con le gambe rotte. Chi si farà carico delle persone handicappate? Chi si farà carico dei bambini traumatizzati? Qui non abbiamo delle persone competenti per questo; se ci rendiamo conto che per ogni morto, per ogni ferito sono coinvolte una cinquantina di persone: famiglia ed gli amici. Ciò significa che tutta la striscia di Gaza ne rimane colpita. Perfino nei cimiteri le bombe hanno rivoltato la terra e dissotterrato i cadaveri. Gli abitanti di Gaza non trovano più posto per seppellire i loro morti. Alcuni hanno riaperto delle tombe recenti per

deporvi 3 0 4 corpi.

Sono cristiano, non posso incitare alla violenza, sono contro la guerra, ma oggi come prete le parole di perdono e di carità mi vanno di traverso in gola e vi restano prigioniere. Ma, chi può sentirle oggi?
 

Link originale :

www.associazionezaatar.org/index.php?option=com_content&task=view&id=519&Itemid=1

 

Link a questa pagina : http://www.terrasantalibera.org/chisioccuperabambinigaza.htm

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CRISTIANESIMO PAOLINO O GIUDAISMO-SECONDA PARTE

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Cristianesimo paolino o Giudaismo

Prof. Luca Fantini, TerraSantaLibera.org

 

 

Parte II 

  

“Insultati, benediciamo;

perseguitati, sopportiamo;

calunniati, confortiamo;

siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi”

 

1 Corinzi, 4, 12-13

 

La missione di Paolo si può ben definire tutta caratterizzata dalla volontà di liberare completamente e definitivamente il Cristianesimo da qualsivoglia influsso giudaizzante, in primo luogo, come visto, dalla Legge precristica, ma non solamente da questa, bensì da tutta l’impronta etnica e ipernomista giudaica. Paolo – e nella dottrina e nell’azione apostolica – riportava il centro essenziale della Comunità Spirituale in quella trascendente forza di fuoco che si esprimeva nel Golgota e nella Resurrezione, liberandola gradualmente da ogni interferenza criptogiudaica o da ogni dissimulazione giudaizzante che, inevitabilmente, si infiltrava nell’originario movimento cristiano.

Paolo concepiva infatti la storia dell’umanità come un dramma escatologico che si snodava in due tempi: lo spartiacque decisivo, nella sua visione, era segnato dalla passione, dalla morte e dalla resurrezione del Cristo. L’Israele etnico (rappresentato dal popolo giudaico) e la sua Legge avevano una collocazione provvisoria, nient’affatto metafisica, nella prima scansione del dramma.

All’inizio dell’autunno del 51 d.C. Paolo faceva ritorno ad Antiochia, dopo un’assenza di circa cinque anni. Aveva infatti dato avvio ad una missione su Efeso che si era tradotta in una riuscitissima campagna di conversione in Macedonia, Galazia e Acaia. La maggior parte dei convertiti era composta, come è risaputo, da pagani. Paolo si considerava infatti l’Apostolo dei gentili. Il processo di conversione dei pagani era essenziale e diretto, segnato dal rapporto di comunione spirituale unitiva con il Cristo. L’Apostolo (Romani, 10, 1-11), spiegava non a caso che i Giudei non avevano zelo per Dio in base a una retta conoscenza, in quanto fine di tutta la Legge diveniva – dopo il Golgota – Cristo; la confessione nello spirito di Cristo unico salvatore, risorto dal regno della morte, diveniva così un processo di conoscenza e al tempo stesso liberazione  – dalla legge del peccato e della morte, Romani 8,2 -, che non faceva alcuna distinzione tra Giudeo o Greco, data l’universalità escatologica, non etnica, del regno dello Spirito.

Giunto dunque finalmente ad Antiochia sull’Oronte, Paolo attendeva di ricevere una calorosa accoglienza. Viceversa veniva accolto con freddezza e poco calore dalla comunità cristiana. Per Paolo era una grande sofferenza scoprire che tale freddezza era proprio dovuta alla sua concezione escatologica, che si fondava sul superamento metafisico e cosmologico del Cristianesimo sul Giudaismo, in quanto la prassi continua (non limitata al dato storico circoscritto) misterica della Resurrezione quale evento cosmico che unificava trascendenza ed immanenza completava, realizzava, infine superava certamente la mera Legge. Infatti l’oggetto essenziale del kerigma, morte e resurrezione dell’Impulso Cristo (1Cor, 15, 3-5), narra una storia cosmico divina e soteriologica non un evento cronachistico.

Il motivo per cui il centro stesso della sua visione era messo in discussione era da vedere nel fatto che ad Antiochia giungevano alcuni giudaizzanti, i quali insistevano, con metodi realmente terroristici che contemplavano la liceità della diffamazione calunniosa verso l’opera missionaria di Paolo, che tutti i gentili che si convertivano dovevano diventare Giudei prima di essere accettati come Cristiani (Atti, 15,1).

La Comunità Cristiana di Antiochia diveniva quindi l’arena nella quale si contrapponevano e scontravano due differenti visioni del mondo, radicalmente diverse: il cripto-Giudaismo dei giudaizzanti i quali sostenevano la necessità di praticare, accanto al Vangelo, anche la circoncisione e le altre disposizioni della Legge mosaica e il reale Cristianesimo dell’Apostolo Paolo.

In differenti casi e in altre Comunità, Paolo ed i suoi dovevano affrontare questa terribile minaccia spirituale che in fondo negava intimamente l’essenza divina ed universale del sacrificio del Golgota e della Resurrezione, volendo restringere e conchiudere il Cristianesimo entro gli orizzonti e le dinamiche del settarismo etnico naturalistico giudaizzante il quale, per quanto ritualmente e metafisicamente fondato su una effettiva e legittima Tradizione spirituale, dopo l’avvento del Cristo si svuotava assolutamente di ogni sua positiva sostanzialità. Probabilmente, questi giudaizzanti anti-paolini agivano sotto la pressione “zelota” dei Giudei non cristiani[1].

Il divino fervore e la raffinata tecnica di pensiero mediante i quali l’Apostolo Paolo affrontava questa minaccia (che considerava una vera e propria eresia giudaizzante, che contrastava con lo spirito del Vangelo) sono testimoniati nella Lettera ai Galati. Il motivo che induceva l’apostolo a scrivere questa lettera era dovuto al fatto che in sua assenza si erano intrufolati fra i cristiani della Galazia alcuni giudaizzanti i quali sostenevano la necessità di praticare – accanto al Vangelo – la circoncisione e le altre disposizioni della Legge mosaica. Ma essi – ci dice l’Apostolo (Gal, 1, 6 – 9) – finivano per aderire ad “un altro Vangelo”, che non era quello di Cristo:

 

Mi meraviglio che così alla svelta vi volgiate da colui che vi ha chiamato nella grazia di Cristo a un altro Vangelo che, in realtà, non esiste di diverso; solo che vi sono alcuni i quali vi turbano e vogliono stravolgere il Vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un Angelo del cielo vi annunciasse un Vangelo diverso da quello che noi vi annunciammo, sia anatema! Come vi ho detto prima, ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia un Vangelo diverso da quello che riceveste, sia anatema!

 

Ma non può esistere “un altro Vangelo”: ciò equivarrebbe ad una bestemmia.

Esistevano invece (e esistono tuttora, ancora più forti e radicali!) i giudaizzanti o i Giudei veri e propri, ossia i falsi “predicatori del Vangelo” i primi, bestemmiatori e negatori del Vangelo, i secondi. Costoro sono da condannare – secondo la Lettera ai Galati –  allo sterminio: tale è il significato di anatema, che corrisponde all’ebraico herem. A tale condanna non potrebbe sfuggire nemmeno l’Apostolo qualora, per ipotesi invero remota, si mettesse a predicare un Vangelo diverso di quello autenticamente cristico già ricevuto dai Galati.

Il Vangelo è cristico o detto di Cristo non solamente poiché il Cristo ne è l’oggetto, ma soprattutto poiché ne è l’Autore, sempre vivo e spiritualmente operante. La Tradizione viva della Cristianità, la cui essenza è l’azione pentecostale eroica apostolica, in effetti assai malvista da protestanti e calvinisti, tradizione immortalante ed eternante in quanto fondata sulla prassi misteriosofica di consapevole deificazione del fedele, ha qui il suo lievito metafisico e la sua suprema scaturigine. “Custodisci il deposito” (1Tim, 6-20; 2 Tim, 1,14), dirà in seguito con insistenza l’Apostolo  a Timoteo, facendo proprio a questo riferimento.

L’Apostolato paolino, infatti,  sulla linea della Tradizione solare apostolica, non derivava dal sangue e dalla carne (Gal, 1, 16); la grande luce del Logos veniva invece dall’alto e la sua missione dall’alto era legittimata.

Di ciò si aveva chiara prova sia nel “concilio” di Gerusalemme sia nell’incidente di Antiochia.

Per “concilio” di Gerusalemme, con ogni probabilità, Paolo non intendeva quello narratoci dagli Atti. A causa della endemica violenza della reazione giudaizzante di fronte al messaggio rivoluzionario che la predicazione paolina portava con sé, la comunità di Antiochia stabiliva di mandare Paolo e Barnaba (ma l’Apostolo conduceva con lui anche Tito: Gal, 2,1) dagli Apostoli e dagli “anziani” della Chiesa madre di Gerusalemme per dirimere la questione. Riunitosi il “concilio” di Gerusalemme, veniva deciso a favore delle tesi di Paolo: solo la fede nel Cristo Risorto giustifica, le opere della Legge non hanno valore salvifico (Atti, 15, 1-29). Gli stessi Apostoli di maggiore autorità e prestigio (Pietro, Giacomo, Giovanni) riconoscevano la validità assoluta dell’azione paolina.

Di fronte a questa “vittoria” e legittimazione della dottrina paolina, si scatenava la reazione dei giudaizzanti, che inviavano dei propri emissari da Gerusalemme ad Antiochia per sabotare la vita e la legittimità della Comunità Cristiana di ispirazione paolina. I gerosolimitani avevano certamente l’obiettivo di tracciare una netta frontiera tra cristiani ebrei e cristiani gentili, poiché i giudaizzanti ritenevano che solo nell’isolamento avrebbero potuto conservare i loro valori tradzionali. Così i giudaizzanti facevano leva sulla tradizionale certezza giudaica in base a cui i gentili contaminavano cibi e bevande degli ebrei appena se ne fosse presentata la minima opportunità. Si parla oggi tra gli studiosi più equilibrati, di “una tattica terroristica”  giudaizzante antipaolina [2], che facendo leva sulla rigorosa applicazione delle leggi alimentari o di pratiche fisiologiche somatiche, tendeva chiaramente a contrastare l’essenza spirituale universale della visione e della prassi paoline fondate sul Vangelo. Già Paolo (Gal, 2,4) aveva definito i giudaizzanti “falsi fratelli intrusi, i quali si erano introdotti di sottomano per spiare la nostra libertà, quella che abbiamo in Gesù Cristo, allo scopo di renderci schiavi”; poi non esitava, senza paura alcuna, a redarguire la stessa condotta di Pietro -che  sopraggiunto anche egli ad Antiochia, dopo la venuta dei giudaizzanti, finiva per cedere alle loro richieste “simulando” con loro le varie pratiche fisiologiche, timoroso dei giudei – sottolineando apertamente, di fronte alla presenza di tutti, che alla Legge si è sostituita la presenza del Cristo, che ha eliminato l’artificiale ed astratta divisione tra giudei e gentili, mostrando come tutti gli uomini, gravitanti sotto la schiavitù del principe di questo mondo, debbono, per la liberazione, sperimentare la Resurrezione. Per questo, continuava Paolo, gli Apostoli, pur essendo di nascita Giudei (dunque Giudei secondo la carne ma non secondo lo Spirito!), abbattevano completamente la necessità della Legge per aderire al verbo di Cristo (Gal, 2, 15-16).

La Legge – che i cripto-Giudei volevano imporre al resto della Comunità Cristiana annacquando così l’essenza della dottrina del Cristo, fondata sull’evento cosmico della Passione, Morte e Resurrezione – era ritenuta alla stregua di una “maledizione”, in quanto la Legge criptogiudaica non era assolutamente in grado di “giustificare”, ossia di abolire la maledizione cosmica ed eterna della schiavitù e del peccato. Nella visione cosmologica e pneumatologica paolina, Cristo forzava dal di dentro la Legge, diveniva solidale con la nostra “carne di peccato” (Rom, 8, 3), e inseminando nella umanità schiavizzata e spezzettata il germe della Resurrezione e della divinità, rendeva possibile superare la necessità schiavistica della Legge. Per questo l’Apostolo sosteneva che “Cristo ci ha riscattato dalla maledizione della Legge, divendendo lui stesso maledizione a favore nostro” (Gal, 3,13).   

La Legge non era contro le premesse divine, prima che arrivasse l’era della Libertà – con l’Avvento cristico – la Legge aveva una sua positiva funzione, quella di essere appunto “il nostro pedagogo verso Cristo”, ma in seguito al Golgota, con la fondazione cosmologica del principio di Resurrezione, era la fede che forniva la possibilità di divenire “figli di Dio”. L’unica realtà era per Paolo quella del Cristo cosmico, l’uomo poteva così compenetrare la sua intera individualità dell’Impulso Cristo superando la sua funzione meramente somatica e naturale (Giudeo o Greco, uomo o donna che fosse). Paolo considerava tutti i cristiani, di provenienza sia giudaica sia pagana, come morti alla Legge. Essa era nella sua concezione un elemento del vecchio ordine del mondo, come lo erano il peccato e la carne, segni di schiavitù verso una remota ed in fondo astratta trascendenza, dopo l’incarnazione del Logos nell’immanenza.

Paolo introduceva così due elementi fondamentali, essi stessi connessi,  rispetto ai quali il messaggio somatico e naturalistico fisiologico criptogiudaico perdeva definitivamente significato. L’elemento della libertà e l’elemento della crocifissione come evento di rinascita spirituale e di liberazione pneumatica.

Proprio in Galati (4, 21,31), l’Apostolo sottolineava come dalla discendenza della schiava Agar poteva nascere solamente il testamento della “schiavitù” che finiva per essere l’essenza stessa della Legge mentre dalla discendenza di Sara, a lungo sterile ed infeconda, in quanto simbolo della lunga attesa messianica, nasceva la libertà. I veri figli della promessa alla maniera d’Isacco divenivano così, nella prospettiva escatologica paolina, i cristiani, non più gli Israeliti. Da questa contrapposizione cosmologica (Agar, Ismaele e i Giudei da un lato, Sara, Isacco e i Cristiani dall’altro) Paolo traeva due importanti conseguenze che hanno una grandissima rilevanza anche nei tempi odierni. La prima è che come Ismaele perseguitava Isacco, così fanno oggi i Giudei con i Cristiani (v. 29). La seconda è che, come Sara chiedeva ad Abramo l’espulsione della rivale e dello stesso figlio, affinché questi non prendesse parte all’eredità (Gen 21, 10 –12), così anche i Giudei, finchè rimarranno tali, ossia ostili al Vangelo, non potranno aver parte all’eredità dei beni autenticamente messianici e saranno estromessi dal regno dello Spirito.

Agar continua così ancora oggi a vivere in tutti i Giudei ostili al Cristianesimo. Sara vive invece in tutti i “figli della promessa” che vivono nel retto, verace spirito della libertà cristiana. Ecco, il significato del verso 31:

 

Perciò, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma della donna libera.   

 

Alla concezione metafisica cristiana della libertà (Paolo introduce nel lessico teologico tale motivo espresso in continuazione con i vocaboli liberare – eleutheroun -, libertà – eleutheria -, libero – eleutheros – e viene per questo definito, oltre che Apostolo dei Gentili, Apostolo della libertà),  concezione in cui liberare è riscattare – exagorazein –, “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge”, l’Apostolo unisce il motivo dello “scandalo della croce” (Gal, 5,11): scandalo per i Giudei ed i giudaizzanti, in quanto il Cristo, assumendo natura umana, incarnandosi, divenendo uomo al modo umano, per generazione, facendo della passione e della morte l’asse stesso cosmologico della storia, sovvertendola dunque e azzerandola dal suo interno, trasforma radicalmente la condizione degli uomini, giudei o gentili che siano. Paolo sosteneva che il Cristo, coinvolgendo gli stessi credenti nella sua passione e nella sua morte per inchiodamento e crocifissione, li faceva morire alla Legge, al dominio Giudaico, facendoli rinascere di vita nuova. I credenti autentici ricevevano così il sigillo dell’adozione figliolanza divina, la figliolanza abramitica, che azzera e annulla l’eredità carnale etnica giudaico-ismaelita.

L’essere cristiani, in Paolo, significa “correre” nella via della croce e della Resurrezione, poiché “quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e le sue voglie” (Gal, 5,24).

Al contrario dei criptogiudei o i giudaizzanti, che predicano la circoncisione al solo scopo di sfuggire alla persecuzione per il nome di Cristo (Gal. 6, 5, 11) e gloriarsi gli uni davanti agli altri per il numero dei loro adepti, l’Apostolo pone la sua gloria nella croce solare, luminosa di Cristo, per questo Egli percepisce che il mondo è “scomparso”, crocifisso, diventato ormai oggetto di obbrobrio e ripulsa come lo era per gli antichi il patibolo della croce. L’unica cosa che ormai importa è la “creatura nuova” ri-nata nello spirito del Logos cosmico, ossia del Cristo risorto. Solo questi ri-nati potranno far parte attiva del regno della Redenzione e dello Spirito. Essi saranno l’autentico “Israele di Dio”, in antitesi all’ Israele “secondo la carne”. Paolo “schiavo in Cristo” – la schiavitù in Cristo è in Paolo l’autentica libertà in quanto crocifigge l’uomo inferiore facendolo rinascere in uomo cristificato – termina questa profondissima e assai radicale Lettera, avvertendo in tal modo i giudaizzanti:

 

D’ora in avanti nessuno mi procuri più fastidi: io porto infatti nel mio corpo le stimmate di Gesù.

 

Paolo stesso veniva non a caso a più riprese perseguitato da costoro, avendo sul suo corpo i segni della sofferenza e della persecuzione, autentici sigilli di cristificazione. Coloro che sono “nati secondo la carne” (Gal, 4,29), i discendenti dell’eredità carnale giudaico-ismaelita, i Nemici dell’uomo li chiama l’Apostolo Paolo, in quanto Nemici del Figlio dell’Uomo, infatti, perseguitavano coloro che ri-nascevano secondo lo Spirito. I Giudei perseguitano i Cristiani, sembra essere questa la missione permanentemente contro-resurretiva e cristianofoba della Sinagoga, sosteneva l’Apostolo: “Hanno ucciso perfino il Signore e i profeti, e hanno perseguitato anche noi, e non piacciono a Dio, e sono nemici di tutti gli uomini, impedendo a noi di predicare ai gentili perché si salvino” (1Tess. 2, 15-16). In 2Cor. 11, 21-29, Paolo diceva di sentirsi in pericolo a causa della violenza aggressivamente cristianofoba dei Giudei:

 

Dai Giudei per cinque volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno, tre volte sono stato battuto con le verghe, uno volta lapidato….. 

 

Come sosteneva Ireneo, Paolo era l’autentica bestia nera dei Giudei e dei giudeo-cristiani[3]; secondo Origene, gli ebioniti e gli encratiti si basavano sull’ordine dato dal sommo sacerdote Anania di colpire l’Apostolo sulla bocca (Atti 23,2); sulla scia dei Riconoscimenti dello Pseudo-Clemente, tutte queste correnti giudaiche o criptogiudaiche consideravano Paolo il vero nemico, l’ “uomo nemico”[4].

Alcuni, tra i filosofi cristiani più illuminati e sereni, continueranno in seguito la gigantesca lotta spirituale avviata da Paolo. E’ il caso di Giustino, filosofo e martire cristiano, il quale nel famoso Dialogo con il Giudeo Trifone, ambientato nella scuola filosofica di Efeso (155-160) continua con enorme sottigliezza e notevoli capacità intuitive la visione paolina. L’essenza del Dialogo si basa sulla concezione paolina di cancellare il popolo di Israele e di sostituirvi, unico vero Popolo di Dio, quello cristiano. Negli ultimi capitoli, Giustino scriveva:

 

Dopo aver ucciso Cristo non vi siete pentiti; voi ci odiate perché noi attraverso di lui crediamo a Dio e al padre dell’universo: ci uccidete ogni volta che potete; bestemmiate continuamente contro di lui e i suoi discepoli; ciò nonostante noi preghiamo per voi e per tutti gli uomini senza eccezione come ci ha insegnato nostro signore Gesù Cristo….Non sparlate….contro il crocifisso, non schernite le sue piaghe per mezzo delle quale voi potreste guarire come noi siamo guariti….[5]

 

Alla fine Giustino ribadiva che il Cristo è l’autentico Israele e che i cristiani sono il vero popolo di Israele, secondo lo Spirito[6].

Continuamente, nel corso della storia, il cristianesimo paolino veniva attaccato e sabotato da influssi giudaizzanti (ma anche neo-pagani, certamente) che, colpendolo subdolamente dall’interno, impedivano la nascita, l’incarnazione storica di un’autentica comunità cristiana fedele alla predicazione di Paolo.

Tranne rarissimi casi e particolari personalità, la parola di Paolo, che è la Parola stessa del Cristo, spesso veniva occultata e sabotata proprio da coloro che dovevano farsene incarnazione: rimanevano invece sedotti dalle lusinghe e dalle illusione giudaizzanti, che si erano perfettamente inserite nel tessuto cristiano.

Lo si vede nei tempi attuali quando si parla comunemente di cristianesimo, ma in realtà si finisce – nella gran parte dei casi – nella scuola del giudeo-cristianesimo (l’anatema dell’Apostolo Paolo!), oggi assumente la maschera del sionismo cristiano: una mistificazione scheletrica ed abborracciata in cui il giudaismo messianico veterotestamentario ipernomista (privato e mutilato dell’essenza cosmica del kerigma e del Logos) ed un calvinismo radicalistico si mischiano fino a comporsi in una nuova ideocrazia planetaria, quale autentica ombra dei nostri tempi che nulla ha di cristiano, che prepara la strada al regno antinomista massimamente anticristiano.

L’ipernomismo giudaizzante si concretizza infatti, nei momenti di massima decadenza spirituale, in trasgressione magica antinomista (sia d’esempio la storia del sabbatianesimo e del frankismo): ciò è inevitabile in quanto la Legge, svuotata della sua profonda essenzialità spirituale, simbolo quindi di maledizione, come sosteneva Paolo, portatrice del male cosmico, produttrice del male cosmico, nei momenti di più radicale sovversione dei valori, si impone come il falso lievito ultramessianista che necessita della trasgressione, della rottura spirituale, per rinvigorire in modo adeguato un seducente e potente materialismo magico-metafisico. Qui vi è l’immenso iato metafisico escatologico. Il Cristo, in senso paolino, diviene un maledetto per noi, crocifisso per solidarietà con i trasgressori della Legge, a loro volta per questo maledetti, per aver trasgredito la Legge. E’ una rottura metafisica, quella compiuta dal Cristo, che svuota dall’interno la Legge in quanto si riappropria del suo principio originario trascendente, movimentando la storia umana nel senso dell’Amore e della vittoria eroica sulla morte.

Dall’altro lato, abbiamo invece un nomismo cosmista, un ultralegalismo metafisicamente legittimato da un normativismo astrattamente oggettivistico che diviene, nei momenti storicamente decisivi, normativismo magico che si radicalizza in particolari momenti come antinomismo escatologico fondato sul principio della santità della distruzione e della infima trasgressione, dell’insudiciamento metafisico quale nuova legge, quale necessità rituale. Come possiamo oggi constatare. Tale antinomismo in realtà non fa altro che portare alle sue necessarie quanto tragiche conseguenze un astratto legalismo che si fonda dogmaticamente su una Legge svuotata della sua positiva solare essenzialità, proprio poiché, come insegnava Paolo, gli autentici figli di Dio e i veri discendenti di Abramo erano ormai nel Figlio, erano cioè coloro che, battezzati nello Spirito di Cristo, si rivestivano di Cristo stesso.

  

Luca Fantini          

 

 Luca Fantini, dottore di ricerca in storia della filosofia collabora con la nostra Redazione con particolare attenzione a problemi filosofici, storici e alla questione giudaica

 

Link a questa pagina :  http://www.terrasantalibera.org/CristianesimoPaolino2-L.Fantini.htm

 




NOTE


[1] R. Jewett, Paul: From the semitic point of view, New Testament Studies 17, 1971, pp. 198-212.

[2] J. O’Connor, Paolo. Un uomo inquieto, un apostolo insuperabile, Milano 2007, pag. 138.

[3] J. Pierre Lèmonon, I giudeo-cristiani. Testimoni dimenticati, Milano 2007, pag. 38.

[4] Ivi, pag. 39.

[5] Iustinus, Dial. 133, 4, PG 6, 785.

[6] Dial. 135,1, PG 6, 788.

 

 continua…

 

http://www.terrasantalibera.org/CristianesimoPaolino2-L.Fantini.htm

CRISTIANESIMO PAOLINO O GIUDISMO-PRIMA PARTE

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La Rivoluzione dello Spirito.

Cristianesimo paolino o Giudaismo

 

Prof. Luca Fantini, TerraSantaLibera.org

 

 

 

Parte I

 

 

Le tesi di W. D. Davies e di Boyarin, per citare  alcune tra le più significative, agli studiosi sono certamente note. In un importante articolo del 1977[1], Davies sosteneva che la conversione di Paolo andava concepita non come il passaggio da una fede religiosa ad un’altra, ma segnava il tentativo di portare a compimento, mediante l’accettazione del messaggio del Cristo Gesù, quella tradizione giudaica nella quale Egli era cresciuto. Sosteneva Davies, non a caso, che le proposizioni paoline riguardo i giudei e il giudaismo erano discussioni interne alla comunità e alla visione giudaiche[2].

L’unità in Cristo, su cui Paolo spesso si soffermava, per Davies non eliminava affatto l’elemento etnico, la differenza etnica, dato che le specificità etniche venivano in tal caso conservate[3].

Boyarin riprendeva e sviluppava invece le tesi della teologia liberale del diciannovesimo secolo, fondate sulla concezione del giudaismo diasporico come giudaismo ellenizzato, tollerante, “liberale”. Boyarin riconosceva immediatamente (pag. 1[4]) di essere – da ottimo talmudista quale è – inesperto negli studi neotestamentari e paolini, ma nonostante questo formulava una interessante tesi, che finiva per fare del Cristianesimo paolino una religione sorta su un comune retroterra di pensiero costituito dal medioplatonismo giudaico di lingua greca, caratterizzata dalla tensione conoscitiva e emozionale per l’Uno primordiale, che sembrava poi assumere nella visione paolina caratteri dualistici e simbolico-allegorici affini a quelli di Filone[5].

Per Boyarin, Paolo era dunque un maturo prodotto della diaspora greca,  un giudeo ellenista radicale, la cui visione era dualista come quella filoniana, sebbene Paolo non fosse stato proprio un platonico[6].

Partendo ora proprio da quanto affermava (a mio avviso, in tal caso, a ragione) il Davies, ossia che l’essenza profonda della visione spirituale paolina era fondata sul riconoscimento dello “svelamento” messianico del Cristo, si può già notare un elemento centrale ed irriducibile. Il Cristo (nella concezione del mondo paolina) era il divino Salvatore dell’intero genere umano, il Logos di cui si parlava in apertura del Vangelo giovanneo. Era l’alfa di una nuova creazione cosmologica ed escatologica, molto più del solo Messia di Israele. Si aveva già un centrale punto di discontinuità, di rottura metafisica con la tradizione giudaica.

 Cristo, per Paolo, è il signore universale: il salvatore dei gentili come dei giudei. I giudei in quanto tali non sono ancora nella nuova creazione: devono entrarvi[7].

 Tra tutti gli autori neotestamentari, Paolo era quello che maggiormente usava, in senso peraltro più pregno di significato spirituale, il titolo kùrios. L’esperienza di Damasco, quale esperienza del Risuscitato, era anche certamente una luminosa esperienza della signoria, ossia della cosmica potenza del Cristo-Logos. Per i cristiani delle origini, come è noto, non vi poteva essere esperienza della Risurrezione del Cristo che non fosse al tempo medesimo esperienza della solare potenza cosmica del Logos che ha sconfitto ed annichilito le tenebrose forze della morte.

L’esperienza del Risorto diveniva chiaramente il centro della teologia mistica paolina. Di questa direzione si aveva, evidentemente, chiara manifestazione in uno dei più significativi vertici cristologici dell’intero Nuovo Testamento, ossia l’inno della Lettera ai Filippesi, dove il percorso kenotico del Cristo raggiungeva, nel momento di massima umiliazione (di obbedienza fino a morte, fino a morte di croce), la “sovraesaltazione” e, dunque, il Nome di Signore (“Gesù Cristo Signore”) –  nome inesprimibile primordiale in quanto Verbo ineffabile sopra di ogni nome – assurgeva alla gloria del Padre. Per Paolo, come per i primi cristiani, l’unico Dio, il Padre, aveva diviso la sua signoria cosmica e celeste con il Cristo “esaltato”. Sviluppando le immagini di “gloriosa esaltazione” in questo inno, Paolo attribuiva al Cristo caratteristiche e poteri che non erano affatto quelli del Messia di Israele ma quelli del Dio-Padre. Cristo, il Logos, diveniva l’unico signore e a lui venivano conferiti il potere come cosmica potenza e la gloria eterna. Al riguardo, il Capes sottolinea che con Paolo ha inizio un processo metafisico di assoluta deificazione del Cristo arrivando a affermare che non vi sarebbe una vera distinzione tra la cristologia paolina e la cristologia giovannea[8].

Così i cristiani autentici, non appartenevano, nella concezione paolina, solo al Padre, ma anche e soprattutto al Cristo (“Voi siete di Cristo”, I Cor. 3,23).  E in Cristo, come ribadiva ancora Paolo (Gal 3,28), non c’è più né giudeo né greco: non vi è dunque differenza etnica da salvaguardare e assolutizzare, ma la tensione spirituale in vista della cristificazione, ossia della salvezza spirituale, diviene la vera milizia cristiana: “In realtà, pur camminando nella carne, noi non militiamo secondo la carne, giacchè le armi della nostra milizia non sono carnali, ma potenti al cospetto di Dio, tanto da abbattere le fortezze” (2 Cor. 10,3-6). Il privilegio giudaico era necessariamente superato quale segno di una ricaduta nell’antica schiavitù, in tale visione. La salvezza, che derivava chiaramente dalla comunione con lo spirito Logos, con il Cristo risorto, era destinata sia ai gentili sia ai giudei. Essa non derivava in nessun caso dalla legge giudaica, che, come è evidente, non poggiava affatto sulla fede in Cristo[9].

Paolo poteva così essere apostolo dei pagani (Gal. 2,9). Proprio perché nessuno, per l’apostolo, poteva essere giusto – di fronte al Padre – per mezzo delle mere opere di legge; la retta giustizia andava conquistata mediante il principio della Fede, che è fede nel Risorto, dunque nella vittoria sulla necessità naturale della morte e della materia. Nella concezione paolina, la Fede è la volontà solare, il coraggio metafisico del discepolo di forzare – fino ad annientare – la propria natura psicosomatica, per vivificare l’essenza immortale pneumatica dell’Io sono. Paolo ad Atene dipingeva tale esperienza sovrannaturale con le parole: “…..in Lui infatti viviamo, ci muoviamo e siamo” ( Atti. 17,28). Cristo è infatti il fine o, ancor meglio, la fine della Legge (Rom, 10, 4). Cristo aveva compiuto l’autentica rivoluzione cosmologica ed escatologica in quanto aveva sostituito la Legge. La via dell’Amore e dello Spirito, nell’apostolato paolino, aveva ragione del formalismo etico legalistico e del naturalismo schiavistico meramente basato su elementi ereditari o etnici. L’autentica circoncisione non era quella che appariva visibilmente nella carne, ma  quella del cuore, quella che si realizzava nello spirito, non nella lettera (Rom. 2,28-29).

Il popolo di Dio, l’Israele di Dio, nella rivoluzione assiale compiuta da Paolo diveniva, il popolo cristiano nella sua totalità.

La cristianità paolina non dipendeva, appunto, dalla legge e dalla circoncisione ma dalla Fede nel Risorto e dalla volontà solare di sperimentare l’eroica via della passione, morte ed esaltazione-Risurrezione, quale folgore pentecostale che portasse dalla potenza all’atto puro continuo la presenza dello Spirito Santo in ogni singolo cristiano.

Allo stesso modo, la tesi di Boyarin finisce per scontrarsi con alcuni dati di fatto. La teologia cristologica paolina è, in realtà, veramente poco influenzata dall’ellenismo.

 Se già gli ellenisti di Luca non sono affatto giudei “liberali”, quindi poco ortodossi, ancor meno lo è Paolo, che non è neppure propriamente un ellenista, bensì….un fariseo zelante della legge[10].

 Mentre infatti, i giudei diasporici accoglievano solamente timorati di Dio e proseliti, ossia gentili che aderendo alla legge mosaica, si avvicinavano in qualche modo al giudaismo, Paolo e gli altri evangelizzatori cristiani attuavano nella storia una rivoluzione radicale e uno spostamento di paradigma. L’ingresso nel popolo di Dio era infatti consentito a tutti coloro che si mostravano pronti a vivere e realizzare (entro se stessi) l’esperienza della passione, della morte mistica e della Risurrezione.

Grazie a Paolo, l’apostolo dei gentili (Gal. 1,16), iniziavano ad apparire comunità che si possono ben chiamare pagano-cristiane, come in Galazia, come a Tessalonica, come a Corinto; le chiese paoline erano composte in larga maggioranza da gentili[11].

Nelle comunità spirituali paoline (autentiche comunità “celesti” – Fil. 3,20 –  in cui erano presenti e  giudei e gentili, comunità il cui unico reale discrimine era  da vedersi nella volontà assoluta del discepolo lottatore in Cristo – il “buon soldato di Cristo” di cui Egli parla, 2 Tim. 2, 3-4 –  di farsi consapevole “servo del Logos”, prigioniero del Cristo, di saper così portare l’armatura spirituale fino al supremo sacrificio) si abbandonavano i segni tradizionali di rituale demarcazione della comunità giudaica, si realizzava un clima di totale indipendenza dalla comunità giudeocristiana di Gerusalemme, si accresceva infine il forte distacco con le comunità giudaiche stesse.

La comunità spirituale paolina era infatti la nuova entità, il terzo genere, tertium genus, che si instaurava con una celeste legittimazione tra le comunità giudaiche e quelle pagane. Come sostiene Meeks[12], già molto prima della fine del primo secolo, le comunità paoline (che mai furono, come precisa l’autore, “una setta del giudaismo”) erano socialmente e spiritualmente indipendenti, nelle città dell’impero, dalle comunità giudaiche.  L’apostolo era profondamente interessato alla relazione metafisica tra la Cristianità e l’ “Israele di Dio”, il quale, come precisa sempre Sanders[13], non si identificava affatto con l’Israele etnico, ma con la comunità spirituale cristificata nel suo stadio escatologico, finale. Risultano così fuori luogo, in definitiva, gli astratti apparentamenti che si vorrebbero vedere tra la teologia paolina e, anche, lo stesso giudaismo ellenistico, in quanto, il dualismo paolino non è statico e stabile ma assolutamente aperto ad un eventuale “monismo dinamico” per quegli atleti di Cristo i quali, superando l’antica alleanza fondata sulla Legge, sappiano risolvere e fronteggiare le forze del male e della morte:

 In realtà, per la Legge io sono morto alla Legge per vivere a Dio: con Cristo io sono stato crocifisso! Ormai non vivo più io, ma è Cristo che vive in me; quella vita poi che vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me[14].

  Dunque, Paolo operava una autentica rivoluzione metafisica totalmente fondata sulla ineffabile via del Cristo-Logos, centrata sulla rottura spirituale con  due fondamentali pilastri del giudaismo del suo tempo. In primo luogo, affermando che il patto è stato trasferito da Abramo a Cristo, e sostenendo che il patto si può ben estendere a coloro che sono in Cristo pur non essendo giudei, Paolo negava di fatto e apertamente l’elezione di Israele. Ancora, specificando che attraverso la Fede e la comunione con il Cristo Risorto, e non semplicemente, accettando la legge, si entrava a far parte del popolo di Dio, Egli operava una ulteriore fondamentale rottura con il giudaismo.

Radicalizzando, anche mediante la sua missione che si concludeva nel martirio (molto probabilmente dovuto, come è scritto, all’“iniziativa dei giudei della capitale… con la connivenza dei giudeo-cristiani della chiesa romana” che non vedevano certamente di buon occhio la sua attività missionaria che faceva leva sulla libertà dalla legge[15]) questa “rivoluzione dello Spirito”, Paolo finiva per portare a compimento l’inevitabile divisione tra cristianesimo e giudaismo, con una scelta ardita che apriva degli spazi che avrebbero avuto immense risonanze metafisiche ed altrettanto importanti conseguenze storiche. Che riassumo infine in tre brevi punti.

a)     Il cristianesimo paolino rimane un insuperato modello ascetico. Una “rivoluzione dello Spirito”, in cui l’esperienza interiore (ma ben più concreta e “reale” della realtà sensibile esteriore) della passione, della morte mistica e della Resurrezione è al centro. Non l’intellettualismo, non l’elemento dogmatico-confessionale. Questa via è massimamente eroica, in quanto porta alla comunione pneumatica con il Cristo, passando tramite le più radicali prove dell’anima e, talvolta, anche del corpo. Prove terribili. L’uomo naturale non comprende le cose dello Spirito divino cristico; esse sono follia per lui, ed egli non è capace di intenderle, in quanto solo chi possiede l’intuizione spirituale può comprenderle e giudicarle. L’uomo spirituale o pneumatico raggiunge invece, tramite queste dure prove, il pensiero del Cristo (1 Cor. 2,16).  La conoscenza diviene così, nella via paolina, liberazione in quanto libertà dal dominio dell’uomo naturale o psicosomatico e trionfo spirituale dell’Io vero ossia: “non io ma il Cristo in me”. Un’autentica rivoluzione dello spirito, la più eroica e ardua in quanto finalizzata alla vittoria sulla morte ed alla risurrezione poiché “…non tutti certo moriremo ma tutti saremo trasformati” (1 Cor. 15,51). E il corpo fisico allora si trasmuterà in corpo glorioso, adamantino, immortalante. Corpo di Resurrezione.

b)     La via paolina abbatte assolutamente l’astratta necessità della legge giudaica. La legge giudaica è schiavitù; essa deriva dall’antica Alleanza, la legge del monte Sinai, che genera nella schiavitù, rappresentata da Agar. E’ la “Gerusalemme attuale” il simbolo di tale schiavitù, diceva anche allora l’apostolo (Gal. 4,26)! L’antica Alleanza è nata dalla carne, è partorita nella schiavitù e dunque nel materialismo metafisico. Non può conoscere la libertà spirituale. Il Cristo è la libertà dello spirito. La legge è ormai, dopo l’avvento cristico, un mero pedagogo che ci ha condotto al Cristo ed ha esaurito dunque completamente la sua funzione.

c)     Il dominio assoluto, astratto e trascendentistico (ma non realmente trascendente) della legge, è quindi il giogo della schiavitù abbattuto sull’umanità. Chi si fa circoncidere, chi osserva la legge, non ha nulla a che fare con Cristo. “Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla” (Gal. 5,2). I seduttori giudaizzanti, che annullano il cosmico scandalo della Croce, che turbano la retta via dei discepoli cristiani, dovrebbero farsi mutilare (Gal. 5,12). In seguito andranno affrontate le visioni paoline espresse su Israele nella Lettera ai romani, ma qui  va ribadito che la visione spirituale paolina, basata sul superamento della legge, che è tutta piegata sulla carne e sulla schiavitù, e che dunque non erediterà il Regno di Dio, ci dice che il Cristo è la libertà dello spirito. Che quelli che sono in Cristo hanno crocifisso e redento la carne, camminando e vivendo secondo lo Spirito. Revolutio o renovatio, questa di Paolo, che non è adeguamento passivo ad una legge religiosa, o fanatica estinzione in una trascendente e oppressiva deità, ma segnata dalla volontà di fecondare l’uomo nuovo.  L’uomo cristificato in quanto ha avuto il coraggio di sperimentare il potere resurrettivo come atto di massima libertà e di radicale autocoscienza attuantesi. La coscienza che essenzia l’azione di questo uomo è l’Amore.

Il sangue individuale, nella nuova Alleanza, è cristificato e sacralizzato da questa azione eroica e risurrettiva del vero cristiano. La comunità cristiana concepita da Paolo, retta dalla prassi misterica dell’Amore che vince la morte,  è il simbolo terreno della nuova alleanza.

A tale comunità è dato divenire “Israele”, corpo del Logos. Autentico “popolo eletto”: oltre i vincoli della Legge, dell’astratto dogma, del sangue etnico ereditato, non sacralizzato e non cristificato.  

  

 Luca Fantini

5 febbraio 2009

Dottore di ricerca in “storia della filosofia”, collabora con la Redazione di TerraSantaLibera.org come esperto di storia e di storia della filosofia, con particolare attenzione alla questione giudaica.

Link a questa pagina : http://www.terrasantalibera.org/CristianesimoPaolino-L.Fantini.htm



NOTE

[1] Paul and the People of Israel, New Testament Studies 24 (1977), pp. 4-39

[2] Op. Cit., pp. 19-20.

[3] Op. Cit., pag. 24.

[4] A radical Jew: Paul and the Politics of identity, Los Angeles Berkeley 1994.

[5] Op. Cit., pp. 13-15.

[6] Op. Cit., pag. 61.

[7] E. P. Sanders, Paolo, la legge e il popolo giudaico, Brescia 1989, pag. 68 n. 63

[8] D.B. Capes, Old Testament Yahweh Texts in Paul’s Christology, Tubingen 1992, pp. 181-183

[9] E. P. Sanders, Op. Cit., pag. 251.

[10] G. Iossa, Giudei o Cristiani?, Brescia 2004, pag. 140.

[11] E. P. Sanders, Op. Cit., pp. 296-300.

[12] W.A. Meeks, Breaking away: Three New Testament Pictures of Christianity’s separation from the Jewish Communities, Chico 1985, pp. 106 e segg.

[13] E. P. Sanders, Op. Cit., pag. 334.

[14] Galati 2, 19-20. In S. Cipriani, Le lettere di Paolo, Assisi 1999, pp. 363-364.

[15] R. Fabris, Paolo di Tarso, Milano 2008, pag. 248.

 

 continua…

 

http://www.terrasantalibera.org/CristianesimoPaolino-L.Fantini.htm

CRISTO TRA BIBBIA E CORANO-LIBRO DI MASSIMO DONADDIO

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26 febbraio 2009

Libri / Cristo tra Bibbia e Corano

di Massimo Donaddio
 
 

26 febbraio 2009

 
 
 
 

 

Dialogo tra cristiani e musulmani. Non c’è forse una espressione più utilizzata di questa per indicare una realtà e un’esigenza che va facendosi strada nelle nostre comunità del mondo europeo e, più in generale, occidentale. La presenza di massiccia immigrazione nel Vecchio Continente, e anche nella nostra Italia, impone, specialmente dall’11 settembre 2001 in poi, un supplemento di impegno nella costruzione dell’integrazione, alimentata anche da uno scambio culturale sempre maggiore e da una tavola di valori il più possibile condivisa.

Una impresa ardua, forse infruttuosa, secondo alcuni: troppe sarebbero le differenze tra lo spirito europeo, sintetizzato dall’incontro tra la civiltà greco-latina e il messaggio spirituale cristiano, e la civiltà arabo-musulmana fondata sul Corano e sui precetti del profeta Maometto. Eppure dei punti d’incontro, anche religiosi, si possono ravvisare tra le due grandi tradizioni monoteistiche. Vi sono nell’Islam, religione formatasi nel VII secolo nella penisola arabica, precisi riferimenti ai capisaldi del Cristianesimo: di più, gli stessi protagonisti della vicenda sacra cristiana sono rappresentati e narrati anche nelle scritture musulmane. Il saggio di un giovane studioso napoletano di islamistica, Domenico Cocozza, illustra con ampiezza di dettagli – seppur in maniera forse un po’ troppo didascalica – i cospicui contributi che la fede di Maometto ha acquisito dal Cristianesimo, soprattutto nelle sue tradizioni asiatiche. Similitudini, come anche differenze tra le due religioni: a partire dalle stesse identità dei fondatori (Cristo, il figlio di Dio, per i cristiani, e Maometto, il sigillo dei profeti, per l’Islam), così come dal valore dei rispettivi testi sacri (libro ispirato da Dio e scritto da mani d’uomo, la Bibbia ebraico-cristiana; rivelazione, parola di Dio in tutto e per tutto il Corano per i musulmani).

Interessante è conoscere la figura di Gesù come ce la presenta il testo sacro musulmano: Isa (questo il suo nome) è il penultimo dei profeti di Allah, immagine del credente perfetto, del musulmano fedele, completamente consacrato a Dio di cui è portavoce e testimone, anche con i suoi poteri taumaturgici. Figlio di Maria vergine per intervento divino, spirito insufflato nel ventre di Maryam per la potenza di Allah, non è però figlio di Dio, bensì profeta disceso dal cielo per riportare la giustizia e per condurre i musulmani alla vittoria finale contro l’anticristo. È il “presagio dell’Ora”, ovvero il messia che tornerà alla fine dei tempi per sconfiggere l’antico avversario nella battaglia contro le potenze del male.

È il condottiero dell’ultima guerra santa, non il Cristo redentore che effonde il suo sangue per la salvezza del mondo. L’identità di Gesù, come emerge dal Corano, non è dunque quella di “salvatore”, bensì quella di perfetto messia musulmano, esempio illustre per i credenti, messaggero dotato di qualità portentose, addirittura parola di Allah rivelata, segno prodigioso della volontà del Dio Misericordioso. Gesù non compie miracoli perché è figlio di Dio, ma perché Dio stesso consente questi eventi miracolosi assistendolo con la sua potenza.

Diversi passi del Corano esplicitano una polemica nei confronti dei cristiani, accusati di aver fatto di Gesù, inviato di Dio, una divinità assieme a sua madre: «Si son presi i loro dottori e i loro monaci e il Cristo figlio di Maria come Signori in luogo di Dio, mentre erano stati esortati ad adorare un Dio solo» (Cor. 9:30-31), e anche: «Credete dunque in Dio e nei suoi messaggeri e non dite: Tre. Basta! Sarà meglio per voi! Perché Dio è Uno solo, troppo glorioso ed alto per avere un figlio!». I cristiani nel Corano sono visti in maniera duplice: da una parte sono biasimati per la loro fede trinitaria, dall’altra sono guardati con grande rispetto e anche con simpatia per l’umiltà e le opere buone (a differenza degli Ebrei, stigmatizzati come superbi e miscredenti).

Eppure il Corano respinge nettamente la dottrina della morte e resurrezione di Cristo: la maggioranza dell’ortodossia musulmana non ammette l’idea della crocifissione di Gesù, ritenendo – come alcune sette eretiche cristiane di matrice gnostica – che egli sia stato sostituito da un sosia sulla croce e sia stato innalzato in cielo da Dio. Isa, il messia, tornerà sulla terra nell’ora della battaglia finale contro l’anticristo. Solo dopo l’uccisione di quest’ultimo, egli potrà governare la terra con la legge islamica, mettendo fine alle false dottrine, assicurando la pace e la prosperità al mondo. Il suo regno sarà lungo quarant’anni, e finalmente, potrà morire, prima della definitiva ascensione al cielo. Il suo corpo, invece, riposerà accanto alle spoglie del profeta Maometto nella città santa di Medina.

Domenico Cocozza
Cristo. Un profeta tra Bibbia e Corano
Edizioni Stamen, pagg. 148 , € 12

26 febbraio 2009

 
 
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2009/02/libri-cristo-profeta-bibbia-corano.shtml?uuid=6352c44a-041b-11de-b262-02b204b540f4&DocRulesView=Libero

I SACERDOTI CATTOLICI IGNORANO SATANA

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«Non tutti i sacerdoti credono in Satana, e ai seminaristi non viene insegnato nulla sull’esistenza dei demoni e su come combatterli». Il monito è stato pronunciato ieri dal pulpito dell’ateneo pontificio Regina Apostolorum, dei legionari di Cristo.

«Manca questo tipo d’insegnamento, di catechesi – dice l’esorcista – i sacerdoti dovrebbero toccare con mano l’esistenza di Satana. Chi si accosta all’occultimo, all’esoterisimo o allo spiritismo, o chi si avvicina a questo mondo oscuro per sua libera scelta si trova ad abbracciare il Maligno, rischiando la conseguenza più grave, la possessione». Padre Bamonte spiega il termine con una definizione semplice e inquietante: «È la sostituzione temporanea di persona: il corpo non risponde più alla volontà dell’individuo ma allo spirito malvagio, il quale riflette sull’anima del posseduto tutte le sue sensazioni, esprimendo inoltre le sue conoscenze che vanno oltre l’umano».

Il sacerdote tira fuori gli esempi dal suo diario di esorcista: «C’è stato un posseduto che parlava lingue da lui mai conosciute prima, un altro che esprimeva concetti di alta teologia, chi sapeva che nella busta chiusa che avevo in mano c’era un guanto di Padre Pio, o nell’aspersorio non l’acqua benedetta ma quella del santuario della Madonna di Lourdes, oppure una reliquia, e ancora vedendo un rosario il demone sapeva di chi fosse».
Nella sala gremita un seminarista ha esclamato: «Padre, ma queste cose non ce le insegnano, nella catechesi non si parla di Satana né di Cristo che combatte il demonio». Risponde Bamonte: «Ecco perché auspico che ogni giovane prete viva l’esperienza dell’esorcismo: non praticandolo (lo decide solo il vescovo), ma assistendo al rito. Due anni fa il nostro vescovo ci ha detto: “Indicatemi i sacerdoti che pensate siano adeguati a questa missione”. Siamo rimasti in sei». Il demonologo don Renzo Lavatori, lo ha spiegato bene: «Il sacerdote dovrebbe esser formato da lezioni di demonologia, per apprendere chi sono i diavoli, qual è la loro natura, la loro forza, e da lezioni di esorcismo per apprendere come si combatte».

Dal 20 al 25 aprile, all’ateneo pontificio, l’istituto Sacerdos terrà per i sacerdoti una serie di lezioni sul demonio con gli esorcisti della Diocesi, aperte non ai seminaristi ma ai sacerdoti. Un percorso formativo varato nel 2005 col primo soccorso di esorcismo.

Fabio Di Chio

27/02/2009

 

 

 

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Monito di padre Bamonte autore del libro “Angeli ribelli”

Esorcisti e demonologi “I sacerdoti ignorano Satana”

 

 

 

CROCIFISSO IN FIAMME ALL’ISTITUTO CANNIZZARO DI RHO

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All´istituto Cannizzaro, i responsabili sospesi

Crocifisso in fiamme, sedie rotte
gli studenti-vandali in Internet

 
 
 
 
 
 
Franco Vanni

Il preside Breda “Ora mamme e papà paghino i danni, c´è un accordo”

 

Il crocifisso appeso al muro non vuole prendere fuoco. I compagni incitano il ragazzo con l´accendino in mano: «Brucia la croce, brucia la croce!». Studenti minorenni esaltati da un cambio dell´ora passato a buttare bottiglie dalla finestra e sfasciare sedie in terra. Minuti di ordinaria follia, aspettando l´arrivo dell´insegnante, ripresi con i telefonini e comparsi ieri in Internet su Youtube. Questa volta è successo in una classe dell´istituto tecnico Cannizzaro di Rho, ma è solo l´ultimo di una serie di atti vandalici nelle scuole superiori milanesi che ogni anno costano alla Provincia, e quindi al contribuente, 200mila euro. La violenza degli studenti ha un prezzo e il conto lo paga la collettività: porte sfondate a cui rifare gli infissi, vetri e lavagne rotti, muri rovinati da vernice spray. In teoria dovrebbero essere i genitori dei vandali a farsi carico dei danni, come scritto nel «contratto di responsabilità» che firmano al momento dell´iscrizione dei figli. Ma nella prassi a pagare sono le scuole o, se la cifra è imponente, direttamente la Provincia, responsabile dell´edilizia delle scuole superiori. Nei filmati girati al Cannizzaro si vedono i ragazzini che si accaniscono su tutto quello che capita a tiro: sedie distrutte, bottiglie buttate dalla finestra, pietre focaie degli accendini arroventate e fatte esplodere contro le pareti. Ma soprattutto il tentativo di dare fuoco alla croce, un gesto che nell´esaltazione del momento deve essere parso agli studenti l´effetto speciale di una trovata divertente. Sergio Breda, preside del Cannizzaro, visionando i filmati ha individuato i responsabili di quei minuti di furia. «Il fatto è successo prima di Natale – dice – tutti i ragazzi sono già stati sospesi e sembra incredibile che ora abbiano deciso di caricare i video in Internet». L´istituto, un complesso con 800 studenti e la fama di essere “scuola modello”, ha deciso di reagire. In un consiglio di classe straordinario si deciderà quali risposte dare: fra le ipotesi c´è l´obbligo per gli studenti di aiutare i bidelli a pulire la scuola, o di lavorare in biblioteca per catalogare i libri. Una cosa è sicura: a pagare i danni saranno le famiglie. Se il patto di corresponsabilità non funziona, o funziona poco, è per una ragione semplice: «Troppo spesso i genitori danno ragione ai figli anche di fronte a colpe evidenti, si comportano come fossero i loro avvocati», come ripete da mesi Annamaria Dominici, direttore scolastico regionale. Ma il preside Breda questa volta non ci sta: «Un contratto è una cosa seria – dice – pretendiamo che i danni ci vengano rimborsati dalle famiglie». Il conto pagato in questi anni dalla Provincia per la maleducazione di adolescenti fuori controllo è salato: dal 2004 a oggi la direzione Edilizia scolastica di Palazzo Isimbardi ha speso 800mila euro per riparare quanto rotto dai ragazzi nelle scuole superiori di città e hinterland. Altri 600mila sono andati per installare impianti anti-intrusione in 114 scuole: telecamere, grate alle finestre, cancelli elettrici e sistemi di allarme. Alla cifra (1.4 milioni) vanno aggiunti gli stipendi ai guardiani notturni, 62 fra Milano e Comuni della cintura. Ma per Breda, «oltre a esigere il contributo delle famiglie, per debellare davvero il vandalismo bisogna agire sull´educazione dei ragazzi».

(27 febbraio 2009)
 
 
 
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ASSOCIAZIONE GENITORI CATTOLICI

 

www.genitoricattolici.org

www.genitoricattolici.net

 

 

 

Alla Procura della Repubblica dei minori

Milano

Fax 0248000756 

 

Al Presidente della Repubblica

Fax 0646993125

 

Al Ministro dell’Istruzione

gelmini_m@camera.it


 

Esposto

 

In data 27/2/2009 numerosi quotidiani hanno pubblicato la notizia di un crocifisso bruciato in classe in odio al simbolo universalmente riconosciuto per i suoi valori sintetizzati nel nostro link “Il valore del Crocifisso” http://www.genitoricattolici.org/valore%20Crocifisso.htm , come risulta dall’articolo de “Il Giornale” http://www.genitoricattolici.org/rimedio%20contro%20male.htm riportato come esempio tra i vari che hanno pubblicato la notizia dell’azione blasfema.

Ciò premesso chiediamo a codeste Autorità, in base alla rispettiva competenza, di:

  1. valutare il comportamento dei ragazzi alla luce della normativa penale posta a tutela della religione e di intervenire ai sensi di legge qualora fossero stati commessi dei reati;

  2. esaminare l’educazione impartita dai genitori di tali ragazzi non nuovi, secondo il Giornale, ad imprese simili. Qualora tali ragazzi (probabilmente ancora minorenni) fossero stati allevati senza alcuna educazione al rispetto dei valori basilari per una sana convivenza civile (caposaldi per una vera democrazia, garantita da un vero Stato di diritto) chiediamo s’intervenga sulla patria potestà dei genitori;

  3. valutare, per gli eventuali interventi, il comportamento delle Autorità scolastiche responsabili dell’istituto in cui i ragazzi hanno agito, onde accertare in quale clima scolastico gli alunni in oggetto (sempre secondo il Giornale che cita video pubblicati su Youtube al riguardo) “…si prendono a colpi di cartella in faccia, sbattono i banchi a terra e lanciano sedie dalle finestre…”;

  4. provvedere affinché le convinzioni religiose di milioni di italiani vengano rispettate come garantito dalla Costituzione, soprattutto in ambito scolastico. Ad una Scuola (intesa in senso lato), fucina di tali aberranti comportamenti che sono stati pubblicizzati su Youtube anche ad opera di alunni “modello” di altri istituti, va certamente preferita l’educazione scolastica e civile impartita in qualche remota regione del terzo mondo!

 

Distinti saluti.

 

 

Il Presidente

Dr. Arrigo Muscio

 

Si allega copia del giornale citato (indicato anche come link nell’esposto)

 

 

arrigo.muscio@tin.it

febbraio 27, 2009

ESISTE LA SOLIDARIETA’ IN CALABRIA ?

Filed under: Senza Categoria — Tag:, — mirabilissimo100 @ 4:43 pm
 CENTRO DI SOLIDARIETA’ CRISTIANA
 
IN CALABRIA ESISTE LA SOLIDARIETA’ ?
 
 
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ilGiornale.it
n. 50 del 2009-02-27 pagina 18

Cosenza Chiede aiuto e nessuno interviene: stuprata per 2 settimane
di Redazione

Ha gridato, si è disperata, ha chiesto aiuto mentre in tanti guardavano ma nessuno interveniva. E così un marocchino prima e un romeno poi l’hanno sequestrata per violentarla. È successo a una badante romena che aspettava l’autobus a Cosenza. È stata tenuta segregata e stuprata per giorni.
Ecco la squallida storia che la donna, 44 anni, ha raccontato ai carabinieri: solo dopo 15 giorni di inferno è riuscita a liberarsi dai suoi aguzzini. Era lunedì di due settimane fa quando un marocchino, Said Chercki, di 36 anni, le offre un passaggio. Lei cerca di svincolare il discorso e allontanarsi, ma l’uomo le punta un coltello al fianco. A questo punto la romena chiede aiuto alle persone presenti, che non solo non intervengono, ma addirittura non lanciano neanche l’allarme alle forze dell’ordine.
Gli abusi sono andati avanti per una decina di giorni. Chercki usciva dal capannone, lo chiudeva e tornava ogni giorno per sfogare i suo bestiali istinti. Fino a quando, a un certo punto, si è stancato e ha riaccompagnato la malcapitata alla stessa fermata degli autobus dove l’aveva sequestrata. A questo punto nella vicenda entra in scena Marin Tanase, che si rende conto della situazione della connazionale, finge di intervenire in sua difesa e minaccia il marocchino, costringendolo ad allontanarsi. In realtà lo scopo del romeno è di ripetere quanto aveva fatto Chercki: porta con la forza la donna in un altro capannone, e anche in questo caso lungo il tragitto nessuno dei passanti interviene, e abusa di lei per cinque giorni. Dopo il suo racconto i due stranieri sono finiti in manette.


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DONNE ITALIANE NON SPOSATE UN MUSULMANO !

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CENTRO DI SOLIDARIETA’ SOCIALE
 
UN APPELLO ALLE DONNE ITALIANE
” DONNE ITALIANE NON SPOSATE UN MUSULMANO PER NESSUNA RAGIONE AL MONDO
VI POTRESTE TROVARE NEI GUAI! “
Ecco in questi ultimi anni ci sono state notizie di uomini musulmani che rapivano i figli avuti
con spose italiane, ora ci sono notizie ancora più spietate e disumane.
Musulmani uccidono i figli avuti con donne italiane, per motivi di affidamento o gelosia:
Quindi i musulmani sono diventati più crudeli, sono spietati infanticidi.
Ecco due notizie recenti, per riflettere.
 
http://groups.google.com/group/centro-di-solidarieta-cristiana?hl=it
 
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Milano – Lui, egiziano, era sposato con un’italiana

Uccide il figlio di 9 anni affidato
alla madre. Poi si toglie la vita

Sangue al colloquio nel consultorio

 

Sono saliti in ascensore con un assistente sociale. Rimasto indietro, il padre si è avventato sul bimbo

MILANO – Aveva una pistola e un coltello. Li teneva in tasca mentre suo figlio, 9 anni, gli si è avvicinato dicendo «ciao papà». Poi sono saliti in ascensore per raggiungere una stanza dei Servizi sociali, la stessa in cui si incontravano ogni settimana, intorno alle 4 e mezza di pomeriggio. Ieri però gli impiegati hanno sentito un urlo e sono usciti in corridoio, il bambino era a terra, il sangue sul corpo e sulla faccia, l’uomo che lo colpiva con il coltello. Non sono riusciti a fermarlo, lui si è divincolato, si è appoggiato la lama sul corpo e se l’è affondata nel torace. Sono morti uno accanto all’altro, a pochi minuti di distanza, nel «Centro socio sanitario» di San Donato, paese a Sud di Milano.

È la storia di una famiglia spaccata, del divorzio finito male tra Mohammed H. M., 52 anni, egiziano, e una donna italiana, 44 anni. Lui era in Italia da tempo, un lavoro come operatore turistico, in regola con i documenti, alle spalle un paio di precedenti per droga, ma molto vecchi. Poi il matrimonio, la nascita del bambino. E nel 2004 una separazione traumatica, che ha lasciato strascichi di rabbia. Il piccolo è stato affidato alla donna, anche perché le condizioni economiche del padre non erano buone. Il giudice aveva anche deciso che gli incontri dovessero avvenire soltanto in uno «spazio neutro», nell’ufficio dei servizi sociali, sotto il controllo di assistenti o psicologi. C’era il timore che il padre potesse avere reazioni violente, o che potesse fare pressioni psicologiche sul bambino. Mohammed H. però quella decisione non era mai riuscito a sopportarla. I carabinieri di San Donato, guidati dal capitano Giuliano Gerbo, stanno ora ricostruendo come si sia svolto l’incontro di ieri. Dovranno capire se siano state prese tutte le precauzioni.

Anche se la sequenza dell’aggressione lascia pensare a uno scatto improvviso: padre, figlio ed educatore sono saliti al primo piano in ascensore, l’assistente sociale è uscito per primo. A quel punto, rimasto un po’ indietro, il padre si è avventato sul bambino e l’ha colpito con almeno quattro coltellate. Poi ha iniziato a tagliarsi le vene e si è puntato la lama sul petto, circondato da medici e impiegati che tentavano di bloccarlo. Qualcuno parla di un colpo di pistola: «Ero sulle scale e ho sentito un botto — racconta un testimone — poi le urla. Quando sono arrivato ho visto quell’uomo con il coltello. Il bambino era già a terra, il sangue gli colava dalla bocca ».

Barbara Sanaldi
Gianni Santucci
25 febbraio 2009(ultima modifica: 26 febbraio 2009)

 

http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_25/milano_uccide_figlio_si_suicida_1c1ab914-0364-11de-a752-00144f02aabc.shtml

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Treviso | 27 febbraio 2009
Confessa il marocchino arrestato in Slovenia: ho ucciso io Elisabetta e Arianna
Arianna Leder

Arianna Leder

Fahd Bouichou ha ucciso l’ex compagna Elisabetta Leder e la loro figlia Arianna, martedi’ a Castagnole di Paese (Treviso), per un raptus motivato dalla gelosia. Lo ha confessato lui stesso agli agenti della Polizia di Stato di Treviso.

In seguito al suo rifiuto di essere estradato, sarà necessario attivare la normale procedura ordinaria con l’emissione di un mandato di cattura internazionale da parte della magistratura trevigiana.

 

http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=108417

 

2009-02-25 20:39
Madre e bimba sgozzate: indagato marocchino
TREVISO – Le nonnine della casa di riposo Menegazzi di Treviso l’hanno aspettata come ogni mattina, ma Elisabetta Leder, 36 anni, non varcherà più la soglia di quell’edificio diventato la sua seconda casa dopo l’assunzione come operatrice socio-sanitaria. Per non turbare gli ospiti, nessuno ha ancora raccontato agli anziani che quella “donna splendida”, come la definivano, e la figlioletta Arianna di quasi due anni sono state uccise a coltellate, con una ferocia tutt’ora inspiegabile, nell’appartamento di Castagnole di Paese nel quale Elisabetta era andata a vivere 10 anni fa. Proprio in quell’edificio dall’intonaco giallo, abitato da 15 famiglie di italiani e immigrati, era cresciuto l’amore di Elisabetta per quel marocchino di dieci anni più giovane, attualmente ricercato dagli investigatori e indagato per duplice omicidio. Una passione quella tra Elisabetta e il magrebino nata nella terra natale dell’uomo, durante una vacanza, che aveva portato successivamente alla nascita nell’aprile 2007 della piccola Arianna. Sembrava una coppia come tante, anche se la convivenza dei due – secondo testimonianze concordi – era saltuaria, fatta di brevi incontri apparentemente sereni, e di lunghi periodi di separazione, durante i quali il giovane viveva a casa di parenti in Francia. Elisabetta sopperiva alle sue assenze con l’impegno di lavoro nella casa di cura, in cui aveva spesso portato anche la figlioletta, ma soprattutto con l’attenzione della sua famiglia, che proprio per amore aveva deciso di non ostacolare il rapporto della coppia. Anche nel duplice omicidio, i destini della donna e dei suoi congiunti si sono indissolubilmente intrecciati: a fare la macabra scoperta è stato il fratello Alessandro (27), mandato a Castagnole da mamma Raffaella, magliaia in casa per arrotondare i bilanci familiari. Voleva capire come mai la figlia non si fosse presentata per la cena. Il fratello ha trovato la porta dell’appartamento chiusa, ma ha sentito il rumore della tv accesa. Ha provato a cercare Elisabetta nei paraggi, poi ha avvisato la madre, che ha allertato il 113. Sono stati i poliziotti, dopo aver sfondato la porta, a scoprire i corpi di Elisabetta, riversa sul letto sporco di sangue, e della piccola Arianna, sgozzata sul fasciatoio. Proprio Raffaella Leder è stata tra le prime a giungere sul posto: una sola occhiata disperata alla scena di violenza è diventata un insopportabile peso per il suo cuore di mamma e nonna. Colta da malore, è stata sorretta a braccia dai parenti che l’hanno riportata nella sua casa di Treviso. A superare la soglia di casa Leder oggi sono stati tra gli altri il parroco di Castagnole, don Gino Busato, che ha parlato “di una violenza inaspettata”, il sindaco di Paese, Valerio Mardegan, che ha ipotizzato un movente legato “a questioni strettamente private”, e il presidente della Menegazzi, Fausto Favero, che non ha potuto che abbracciare, in silenzio, papà Antonio. Per seguire le orme del genitore, Elisabetta aveva cercato lavoro alla casa di riposo Menegazzi, in cui il papà aveva svolto per trent’anni il compito di usciere, prima di andare in pensione nel 2002.

TESTE, MAROCCHINO IN CASA ALLE 18:30
Un supertestimone ha visto il cittadino marocchino, padre della piccola Arianna, la bimba di circa due anni sgozzata insieme alla madre Elisabetta Leder in un appartamento di Castagnole di Paese, salire in casa alle ore 18:30. E’ quanto si e’ appreso da fonti qualificate. L’uomo viene attualmente cercato da polizia e carabinieri che vogliono chiarirne la posizione.
Il marocchino era in Italia con un regolare permesso di soggiorno, per motivi familiare e non risulta avere precedenti penali.  L’uomo vive prevalentemente in Francia, dove ha alcuni parenti.
 
 
 
Treviso | 26 febbraio 2009
Omicidio di Castagnole, finisce in Slovenia la fuga del marocchino ricercato
 

L’uomo era ricercato da 48 ore

Ha fatto alcune ammissioni Fahd Bouichou, il giovane di 26 anni, marocchino, arrestato per l’omicidio della compagna e della figlioletta avvenuto Castagnole di Paese (Treviso), Elisabetta Leder e Arianna di soli 2 anni, avvenuto martedi’ sera. Lo hanno riferito alcuni investigatori uscendo dal commissariato di Cosina (Slovenia) dove Fahd Bouichou e’ ascoltato dalla polizia slovena.

Il questore di Treviso, Carmine Damiano, è sicuro: a carico del marocchino,
arrestato per l’omicidio della compagna e della figlia a Castagnole di Paese, c’è ormai un quadro indiziario molto grave che lo fa ritenere “l’unico responsabile del duplice
delitto”.

Per giungere alla cattura dell’uomo la questura di Treviso, che ha coordinato tutte le indagini, aveva messo sotto intercettazione gia’ dalla notte del fatto una quarantina di
utenze telefoniche. Numeri di telefono di parenti di Bouichou tra la Francia, l’Olanda e il Marocco. 

E una telefonata dell’indagato fatta ieri sera da una cabina della stazione ferroviaria di Trieste alla sorella in Marocco ha consentito alla polizia di individuare la zona in cui si trovava l’uomo e di conoscere in anticipo la sua volontà di rifugiarsi oltre confine. Precedentemente gli investigatori trevigiani avevano già individuato l’automobile
con cui Bouichou era fuggito, la Skoda di Elisabetta Leder, abbandonata a Jesolo (Venezia).

Il marocchino aveva con sé due cellulari, uno dei quali appartenente alla vittima, che però aveva spento subito dopo essere fuggito dal trevigiano proprio per evitare di essere intercettato dalle forze dell’ordine.

Dopo aver lasciato l’automobile Skoda a Jesolo, Fahd Bouichou e’ arrivato ieri pomeriggio a Trieste in treno. Intorno alle 17.00 ha telefonato da una cabina pubblica della stazione centrale alla sorella in Marocco. La chiamata e’ stata intercettata dalla Polizia di Treviso che ha subito informato la
squadra Mobile della Questura di Trieste.

Intorno alle 18.15 e’ scattata una vera e propria caccia all’uomo lungo il confine fra Italia e Slovenia, con tutte le strade controllate dalle forze dell’ordine. Dall’altra parte del confine la mobilitazione e’ scattata poco prima delle 21.00, quando dall’Italia, prima a Lubiana e poi in tutte le stazioni di polizia slovene, sono arrivati i dati e la foto di Bouichou.

Senza alcun punto di riferimento a Trieste, il marocchino ha evitato di dormire in strutture ricettive (tutte controllate dalla Polizia nel corso della notte) e di utilizzare mezzi di trasporto, per continuare la sua fuga verso la Croazia. A piedi, seguendo viottoli e stradine secondarie – secondo la ricostruzione della Polizia – ha lasciato Trieste e ha raggiunto la zona di confine sull’altopiano Carsico. Qui ha evitato i valichi confinari e – sempre secondo gli investigatori – in una zona di campagna non lontana dal valico di Pesek e’ entrato in Slovenia proseguendo prima in direzione di Cosina e poi verso il confine croato. Solo qui, all’altezza di un torrente, ha lasciato la campagna e ha cominciato a camminare ai bordi della statale che porta a Fiume, prima di essere visto, spaventato e  in stato semiconfusionale, da un agente della Polizia criminale slovena che gli ha chiesto i documenti e lo ha fermato.

 

http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=108256

 

febbraio 26, 2009

Shoah, Williamson chiede scusa

Filed under: Senza Categoria — Tag:, , , — mirabilissimo100 @ 8:13 pm

Shoah, Williamson chiede scusa

 
 

“Mi perdonino il Papa e gli ebrei”

 

“Chiedo perdono davanti a Dio a tutte le anime che si sono onestamente scandalizzate per ciò che ho detto”. Con questa lapidaria affermazione il vescovo lefebvreiano Richard Williamson torna sulle violente polemiche scatenate dalle sue affermazioni in merito alla Shoah e alle camere a gas. Williamson si trova ora a Londra dopo essere stato costretto a lasciare l’Argentina, in seguito alle affermazioni negazioniste.

 

Il monsignore avrebbe affermato, in una nota, il suo “rammarico” di avere espresso le dichiarazioni negazioniste in merito alla Shoah, precisando che “se avessi saputo in anticipo il danno e il dolore che avrebbero arrecato, soprattutto alla Chiesa, ma anche ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime che hanno subito ingiustizie sotto il Terzo Reich, non le avrei rilasciate”.

“Il Santo Padre e il mio Superiore, il vescovo Bernard Fellay – riferisce ancora Williamson – mi hanno chiesto di riconsiderare le dichiarazioni da me rilasciate alla televisione svedese quattro mesi fa, per il fatto che le loro conseguenze sono state così gravi”. Il presule constata di aver espresso alla televisione svedese solo una “opinione” di un “non-storico”. “Un’opinione formatasi 20 anni fa sulla base delle prove allora disponibili, e da allora raramente espressa in pubblico”.

“Gli eventi delle ultime settimane e il consiglio dei superiori della Fraternità San Pio X – aggiunge il monsignore – mi hanno convinto di essere responsabile della pena che ne è derivata”. “Chiedo perdono davanti a Dio a tutte le anime che si sono onestamente scandalizzate per ciò che ho detto. Come ha affermato il Santo Padre – ha concluso – ogni atto di violenza ingiusta contro un uomo ferisce tutta l’umanità”.

 

http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo442647.shtml

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